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Trump, chi altro?

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trumpCominciamo da noi. Possiamo tranquillamente allinearci tra coloro che non sono per niente stupiti della vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. A marzo abbiamo infatti pubblicato una lettura che delineava temi che si faranno sentire ampiamente, ed ossessivamente, nelle analisi a freddo sulla vittoria di Trump. (http://archivio.senzasoste.it/internazionale/trump-quello-spettro-per-le-sinistre-che-arriva-dall-america). E questo non perché indossiamo le vesti dell’oracolo. Piuttosto, abbiamo visto serie lezioni impartite in casa: in tutta la parabola politica di Berlusconi sono disseminate forti armi concettuali per capire cosa è accaduto in Usa. Certo se ci si ferma a parlare degli scandali di Berlusconi e, oggi, di quelli di Trump non si capisce un granché di quello che è accaduto. Se non che è stato eletta una persona scandalosa. Ma, anche qui, quando il popolo vota per lo scandalo, vuol dire che la regola è, in qualche modo, messa in discussione. Si tratta quindi di leggere i significati profondi di quanto è accaduto. E qui una cosa è certa, la sinistra, specie quella ragionevole, oggi non è minimamente in grado di farlo. A caldo, tenendo conto che di Trump parleremo a lungo, fissiamo un paio di punti. Non dettati dal momento ma di quelli di cui c’è bisogno di tener conto, assieme all’analisi linkata, fin da oggi.

IL DISASTRO PLANETARIO DEI SONDAGGI

Ci sono state elezioni Usa in cui i clip televisivi sono stati al centro dell’attenzione. Altre sono state determinate dai dibattiti in diretta. Altre ancora dall’ascesa di youtube e facebook. L’ultima, quella prima dell’elezione di Trump, dall’analisi dei big data e del sentiment elettorale. Questa elezione è stata invece dominata da uno strumento antichissimo, usato dagli anni ‘30: i sondaggi. Bisogna però intendersi su una cosa: il disastro dei sondaggi non è stato quello della mancate previsioni (anche se i principali network americani hanno giurato e spergiurato di avere i numeri “certi” della vittoria della Clinton). Ma quello dell’uso dei sondaggi, a reti globali unificate, per orientare la vittoria della Clinton. Possiamo dire che quest’uso, politico, dei sondaggi ha clamorosamente fallito. Un uso globale visto che il mainstream inglese, francese e tedesco ha sostanzialmente recepito le indicazioni di quello americano. Primato all’agenda setting della Clinton, alle parole d’ordine di “Hillary”, agli scandali di Trump piuttosto che a quelli della Fondazione Clinton, ampia diffusione di panico con notizie fantasiose di possibili attacchi di hacker russi il giorno delle elezioni etc.

Il mainstream globale, con l’arma contundente dei sondaggi alla mano, salvo lodevoli eccezioni, ha spinto politicamente per “Hillary”. Per il panico che si fa voto per un candidato contro un altro. E ha perso. In questo scenario, i media italiani si sono distinti per, diciamo, eccesso di colonizzazione. Per mesi hanno semplicemente scartato, se non nei giorni in cui anche la CNN dubitava di quello che stava facendo, le notizie che potevano far capire una possibile vittoria di Trump. Se si aggiunge il fatto che, nel nostro paese, va in onda ormai Renzi a reti unificate, si capisce quanto da noi l’informazione sia attendibile. Molti in Italia si sono sorpresi della vittoria di Trump. Semplice, erano stati chiusi in un mondo informativo a parte, dove non esistevano che la “vittoria certa” o la “rimonta” della Clinton. In termini più tecnici, da teoria della comunicazione, in questa potenza di fuoco globale, per fare effetto sull’elettore americano, sono fallite le tattiche più elementari.

L’effetto siringa (immettere intensivamente contenuti per far in modo che l’elettorato risponda meccanicamente) e quello dell’opinion leader (identificare dei target di elettori in grado di convincere le cerchie dei propri parenti e conoscenti). Con la potenza comunicativa messa in campo la vittoria della Clinton, in un uso politico dei sondaggi, avrebbe dovuto essere netta. Ma non basta occupare i principali canali planetari per vincere un’elezione esiste anche il mondo reale. Allo stesso tempo, da quest’estate abbiamo seguito sondaggi meno citati. Ad esempio, quel Los Angeles Times, testata californiana di grande importanza che oltretutto ha fatto l’endorsement per la Clinton, da agosto non ha mai pubblicato dei sondaggi diversi da una vittoria di Trump. Ma si tratta di eccezioni: il punto è che sulla Clinton ha scommesso una rete di relazioni globali (mediatica, finanziaria, militare) che ha usato la comunicazione come arma di guerra per imporsi. E ha perso. Ora è il momento della retromarcia. Bloomberg TV, testata televisiva della agenzia omonima di informazione finanziaria, adesso parla di vittoria di Trump come “sbalorditivo colpo di scena” cerca di salvare il senso della propria propaganda a favore della Clinton. Mimando un colpo di scena mentre le previsioni di voto erano, in realtà, diverse. Per dirne una, mentre dagli Usa a Roma, si parlava, di “Hillary in rimonta” nei sondaggi delle ultime ore, degli ultimi tre sondaggi usciti a urne chiuse due davano vincente Trump. Si è preso un gruppo di sondaggi favorevoli alla candidata, li si è pompati su scala globale, e si è trascurato quelli “inutili”. Nella speranza di convincere gli indecisi a votare il favorito, creando un muro di informazione vasto quanto il pianeta. E’ finita in un disastro planetario.

LA GLOBALIZZAZIONE NON E’ MAGGIORITARIA NEGLI USA

Se andiamo ad una prima analisi del voto, in attesa della stabilizzazione dei dati ufficiali, vediamo come, in fondo, il distacco complessivo tra la Clinton e Trump stia tra gli ottanta centesimi di punto e il punto e mezzo.

Eppure questo scarto ci fa affermare che la globalizzazione, il tipo di liberismo di cui la Clinton era portavoce in questa elezione, non ha una base sociale maggioritaria. E proprio negli Usa, il paese piattaforma della globalizzazione liberista. Questo non stupisce per tre motivi: il primo è che la globalizzazione è, per natura, apolide, tende a non avere o non privilegiare basi nazionali. Fino a perdere anche quelle americane. Il secondo è che la reazione agli effetti della globalizzazione, dopo un quarto di secolo di profonde mutazioni nel paese, è più forte rispetto al consenso nei confronti delle politiche “global”. Qui basta vedere la cartina del voto delle presidenziali: nelle città nodo del sistema mondo della globalizzazione (da Los Angeles a Chicago a New York) ha vinto la Clinton. Nell’America profonda, e in quella travolta dalla deindustrializzazione ha vinto Trump. Il resto, l’astensione, non si è sentita in dovere di mobilitarsi per la Clinton nonostante, come abbiamo visto, l’intensiva campagna di panico dei grandi media americani nei confronti di Trump. E’ un dato politicamente serissimo, specie se sommato al recente voto dell’altra piattaforma dalla quale è partita la globalizzazione per come la conosciamo: quello che ha espresso “Brexit” nel proprio giudizio. Il terzo punto, che conosciamo bene dalla storia economica del ‘900, è che è naturale che, dopo una fase di globalizzazione (la nostra non è la prima e non sarà l’ultima) ci siano delle tendenze protezionistiche. Trump, almeno simbolicamente, incarna proprio queste tendenze. Non a caso, quindi ha vinto: è il momento in cui il pendolo della storia oscilla in modo diverso dal recente passato.

Tutto questo porterà ad una ridefinizione dei rapporti più controversi del mondo contemporaneo ovvero quelli Usa-Cina? Sono rapporti che vedono la Cina essere la fabbrica d’America e, allo stesso, tempo con i suoi profitti anche essere il maggior finanziatore del debito americano. Mentre gli Usa esternalizzano produzioni in Cina e i cinesi in Usa, i titoli cinesi di grande valore si quotano a Wall Street (Alibaba). E il tasso di cambio tra la moneta cinese e quella americana è sia il grande elemento di equilibrio, che di possibile grande squilibrio, di questa complessa architettura economica, tecnologica e finanziaria. La battaglia di Trump contro la Cina è datata ben prima della sua candidatura. Vedremo cosa accadrà oggi, che Trump è presidente, che la maggioranza delle camere è repubblicana, e che la globalizzazione non è più socialmente maggioritaria negli Usa. Questo è il punto decisivo per capire i prossimi anni, anche nel riflesso di cosa può accadere in Europa. Ancor di più di quanto accade in medio oriente o in Ucraina o all’euro. Perchè i rapporti Usa-Cina sono la spina dorsale tecnologica, finanziaria, economia del pianeta odierno.Il resto, anche se importante, segue.

Due parole, questione da non trascurare, sulle borse. Adesso è il momento della grande volatilità. Dove tante posizioni di pura speculazione, visto che le elezioni sono anche una grande festa delle scommesse di corto respiro, trovano sfogo. Poi ci saranno le cose serie. Bisognerà capire quanto, e come, Trump sfrutterà questa base maggioritaria anti-globalizzazione, e già gli analisti sono pronti a prezzare quali industrie americane potrebbero essere beneficate da tutto questo. Bisognerà capire quale sarà (se ci sarà) la politica fiscale di Trump. Analisti, di impostazione repubblicana, ad esempio temono che Trump faccia l’errore di Reagan, che fece una forte riduzione fiscale ma, puntando troppo sul complesso militare-industriale come elemento dello sviluppo, elevò il debito pubblico grazie anche alla grande finanziariazzione emergente dell’epoca. E’ vero che Trump punta alla riduzione del complesso militare, per liberare risorse economiche, ma dalle parole della campagna elettorale ai fatti, specie se i problemi sono un universo, c’è differenza. Anche questo tema peserà molto nel comportamento di Wall Street. Ma, soprattutto, peserà la vicenda del mandato di uno dei reali governatori dell’economia mondiale: Janet Yellen. Visto che sono le banche centrali, in concorso, a tenere in piedi la finanza globale. A febbraio 2018 il mandato della Yellen, scade. In campagna elettorale Trump ha detto più volte di volerla licenziare. Vedremo se userà la spinta maggioritaria antiglobalizzazione per farlo, se sarà in grado di fare una politica protezionistica imponendo un proprio governare della Federal Reserve, oppure, più semplicemente, verrà a miti consigli con Wall Street. Da tutto questo ne deriveranno le politiche sociali della presidenza Trump, sicuramente. Un’ultima cosa da evidenziare. In molti, ingegneri e urbanisti, hanno sottolineato come il famoso muro con il Messico, propagandato da Trump durante la campagna elettorale sia una soluzione impraticabile. Oltre 2000 chilometri di muro, anche in tratti inaccessibili del deserto, sono più che altro un’opera dell’immaginazione da propaganda. Come andrà a finire? Semplice, ci sono buone possibilità che Trump continui le poltiche di Obama che, solo a settembre (fonte Financial Times), finanziava con 75 milioni di dollari il governo messicano per potenziare la propria rete di respingimento migranti. Ma questo non diciamolo troppo forte ai liberal di casa nostra convinti che Obama e la Clinton stessero dalla parte dei diritti civili.

Di sicuro la Clinton rappresentava la continuità con la spietata globalizzazione liberale dell’ultimo quarto di secolo. Quella apertasi con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. E così, un altro 9 novembre marca un altra tappa della storia: incerta, inquieta, aperta, piena di pericoli e di possibili tragedie. Ma la storia, come aveva capito qualcuno che ne interpretava la fase rivoluzionaria, non è un pranzo di gala. E, di sicuro, non sarà la platea per il pranzo presidenziale di Hillary Clinton.

redazione, 9 novembre 2016

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