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Promesse e proteste. La storia ambigua dei rigassificatori

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offshoregasg.jpgChe siano un buon investimento lo dimostra il numero dei progetti pendenti (10) e le società (una ventina) pronte a metterci, in totale, dai 5 ai 6 miliardi di euro. Che l'Italia ne abbia bisogno per garantire una certa sicurezza energetica lo si è scoperto circa un anno e mezzo fa dopo una scaramuccia diplomatica tra Russia e Ucraina. Nonostante questo i rigassificatori sono ancora un oggetto misterioso. Sui quali grava un interrogativo: perché ne vorremmo costruire così tanti in Italia?
Per addentrarsi nel mistero rigassificatori serve un punto di partenza. Il nostro è la fame di gas. L'Italia è tra le nazioni europee quella che ne usa di più per la generazione di energia elettrica. Ogni anno ne impieghiamo 86 miliardi di metri cubi. In totale il gas copre il 50% del mix delle fonti utilizzate. In media l'Europa dei 15 si ferma al 22%. La Francia addirittura al 2%, visto la presenza di oltre 50 centrali atomiche. In Italia usa il gas il 62% delle abitazioni con riscaldamento centralizzato, oltre il 90% delle abitazioni con riscaldamento autonomo, il 68% delle abitazioni unifamiliari, il 75% degli ospedali.
Ma il gas in Italia non basta o, meglio, sembra non bastare. «Stiamo consumando più gas di quanto siamo in grado di importare. Stiamo intaccando le riserve» ha detto qualche giorno fa l'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti. Tutto vero. Anche se sarebbe più corretto dire che stiamo "utilizzando" più gas di quanto siamo in grado di importare. Anche perché non tutto il gas che arriva al nostro confine entra in Italia e non tutto quello che entra in Italia viene bruciato per generare elettricità sul territorio. Due anni fa, ad esempio, l'Eni, società statale quotata, ha stipulato un accordo per la vendita di un miliardo di metri cubi gas all'anno per otto anni alla società Electricité de France (Edf). L'anno scorso, invece, dopo che Mosca decise di chiudere i rubinetti dei gasdotti per una ritorsione contro l'Ucraina, costringendo anche il nostro paese a tirare la cinghia per pochi giorni, qualche operatore decise di bruciare il gas non per l'Italia ma per Francia o Germania, dove il prezzo dell'energia era più alto, incassando circa 5 milioni di euro al giorno.
La fame di gas, allora, è una buona base di partenza ma non serve da sola a completare il quadro. Avere nuovi approvvigionamenti è anche una questione politica. Il gas si trasporta o via tubo o via nave. In questo momento circa il 90% di quello che consumiamo viaggia attraverso gasdotti: dall'Algeria (il 35,6%), dalla Russia (29,1%), e poi dalla Libia, e sempre meno dalla Norvegia, dai Paesi Bassi e dalla produzione locale. In sostanza la nostra sicurezza energetica è affidata a due nazioni. Da qui l'esigenza di trovare alternative. Come i rigassificatori, appunto.
In un certo senso si aggira l'ostacolo. Invece che su tubi il gas viene trasportato con navi metaniere dalla Nigeria, dall'Arabia Saudita, dall?Indonesia. Le metaniere, tecnologicamente più sicure delle petroliere (in 40 anni mai un incidente) costano circa 160 milioni di euro e vanno affittate. Il gas viene trasportato in forma liquida con una temperatura di meno 163 gradi. Una volta scaricato il metano prende calore, e torna allo stato naturale.
Naturalmente per questa operazione servono impianti adatti. In Europa ne esistono già quattordici. Altri 8 sono stati approvati e 34 sono in corso di autorizzazione. La Spagna ne ha cinque e due in fase di costruzione. La Francia, parca di gas, ne ha due più altri quattro in elaborazione. Per costruirli servono almeno tre anni e circa 500 milioni di euro (ma i prezzi lievitano di anno in anno). L'Italia ne ha solo uno operativo, quello Eni (Snam Rg-Gnl Italia) di Panigaglia, a Fezzano di Portovenere (La Spezia), una potenzialità di 3,5 miliardi di metri cubi di gas l'anno. Gli altri, dieci in tutto, sono in fase di costruzione o di autorizzazione.
Nel primo gruppo rientrano il terminale Gnl Adriatico al largo di Porto Viro-Rovigo (di proprietà di Qatar Petroleum, ExxonMobil ed Edison) e quello a largo della costa fra Pisa e Livorno (Endesa, gruppo Iride, Asa Livorno, Golar Lng e Olt Energy Toscana). Il primo impianto (8 miliardi di metri cubi annui) è in avanzata fase di costruzione (oltre il 60%) in Spagna da dove verrà rimorchiato via nave e il prossimo anno sarà pronto. Il secondo, un terminale galleggiante da 3,75 miliardi di metri cubi, entrerà in funzione nel 2010.
Per gli altri l'iter è più lungo. Come, ad esempio, il terminale di proprietà di Endesa da 8 miliardi di metri cubi off shore, tra Grado, Trieste e Muggia, a 9 Km dalla costa slovena, dove la Regione autonoma del Friuli partecipa con una quota del 10% attraverso la società Friulia. A ridosso di Trieste (a Zaule) la spagnola Gas Natural vorrebbe piazzare un altro impianto da 8 miliardi di metri cubi. Vorrebbe, ma la Regione si è dichiarata favorevole a non più di un impianto sul proprio territorio.
Erg e Shell, invece, hanno un progetto per un terminale da realizzare in Sicilia, all'interno del polo industriale di Priolo, Augusta, Melilli, in provincia di Siracusa (capacità di 8 miliardi di metri cubi) in un territorio già segnato dal petrolchimico. Sempre in Sicilia Enel sta sviluppando il progetto del terminale (8 miliardi di metri cubi) di Porto Empedocle (Agrigento) l'unico in Europa ad adottare serbatoi interrati. Sempre in fase autorizzativa è l'impianto della Bp-Solvay-Edison a Rosignano, che dovrebbe aver luogo all'interno dello stabilimento Solvay (capacità da 8 miliardi di metri cubi), e quello Lng Med Gas Terminal (controllata da Iride e Sorgenia per una capacità da 8-12 miliardi) a Reggio Calabria, area San Ferdinando - Gioia Tauro. Infine a Taranto c'è il progetto degli spagnoli di Gas Natural (8 miliardi di metri cubi) che è in lizza con quello di Brindisi (British Gas). Una corsa che forse non vedrà nessuno vincitore. L'autorizzazione di Brindisi è stata sospesa in seguito al sequestro giudiziario, quella di Taranto potrebbe non arrivare mai visto che in zona esiste già la raffineria Eni che dovrebbe raddoppiare la propria capacità. Se tutti i progetti fossero realizzati, comunque, avremmo altri 80 miliardi di metri cubi di gas aggiuntivi. In pratica raddoppieremmo la nostra capacità. Se poi si considera che, in base a recentissimi accordi, nel giro di qualche anno avremo via tubo più gas dalla Libia, dall'Algeria (via Sardegna) dalla Russia (via Puglia), si potrebbe ipotizzare per l'Italia un surplus al limite della bolla. Facile pensare, allora, che tutto il gas in arrivo in Italia non raggiunga le nostre case, ma prenda altre destinazioni. E che, come per la fame di gas, anche il problema della sicurezza degli approvvigionamenti non serva a spiegare completamente il perché di tanti impianti.
Un'altra spiegazione ci sarebbe, però. Con 10 rigassificatori Italia potrebbe essere utilizzata come una gigantesca piattaforma. Un hub capace di creare un mercato alternativo al tubo russo e algerino. Niente di male se non il fatto che in questo nuovo ruolo l'Italia si accollerebbe un rischio: quello della sicurezza. È vero che in 60 anni ci sono stati solo 4 incidenti e che gli impianti sono tecnologicamente avanzati, ma è anche vero che la maggior parte dei siti italiani sorge in aree già industrializzate e che l?ultimo incidente (quello di Skikda in Algeria, 20 gennaio 2004, 27 morti e 74 feriti) non ha provocato una catastrofe solo grazie a un cambio di direzione di vento. Se la sicurezza il rischio il beneficio è dato dal prezzo finale del gas. L?equazione è: più rigassificatori (più gas), minor prezzi. Eppure il prezzo del gas, anche quello trasportato via nave, segue pedissequamente quello del petrolio. Con il petrolio che non arresta a fermarsi anche il metano costerà di più e i costi si scaricheranno sui prezzi. Ma, allora, il gioco vale davvero la candela?
di Roberto Rossi

Pubblicato il: 02.12.07 su L'Unità
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Ultimo aggiornamento Sabato 29 Dicembre 2007 16:16

Picco petrolifero, rigassificatori e energie alternative

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Siamo al picco, l’inizio della fine

a cura di Maurizio Marchi (Medicina Democratica)

Siamo all’inizio della fine dell’epoca dei combustibili fossili, questo è indubbio.

Ma siamo all’inizio della fine anche in termini più generali. Senza voler fare del catastrofismo, è facile prevedere che i prossimi venti/trent’anni saranno caratterizzati da guerre sempre più estese e devastanti, da instabilità a tutti i livelli, da un peggioramento delle condizioni di vita, dall’inasprimento di politiche di genocidio nel terzo mondo.

Picco del petrolio e rigassificatori

petrolio.jpgNon sembri una contraddizione parlare del picco del petrolio, mentre a Livorno abbiamo il problema immediato del rigassificatere di gas metano: petrolio e metano sono strettamente legati per l’estrazione e per il prezzo. Estraendo petrolio, si estrae automaticamente anche metano, ed il prezzo del secondo segue il prezzo del primo: all’aumento del prezzo del petrolio segue automaticamente, sui mercati, il prezzo del metano.

Il picco del petrolio o “picco di Hubbert” è un metodo di previsione molto accurato, che - basandosi sulle estrazioni effettuate fino al momento dell’analisi, sulle tendenze di estrazione nel breve futuro e sulle riserve geologiche accertate – è in grado di stabilire il momento critico del raggiungimento del picco. Il picco del petrolio è il momento in cui si è estratto la metà delle riserve, e dopo il quale ci si avvia, con molte più difficoltà tecniche ed economiche, ad estrarre l’altra metà, fino al momento in cui estrarre un barile di petrolio costerà in energia e in valore più del suo contenuto di energia e valore.

Le difficoltà principali sono:

  • estrarre la “seconda metà” è tecnicamente più difficile e meno remunerativo: nel 1860 il primo petrolio estratto in Pennsilvenia usciva spontaneamente dopo aver trivellato ad appena 12 metri di profondità. Oggi si deve trivellare anche a 6.000 metri di profondità, e l’estrazione richiede una quantità di energia crescente.

  • Estrarre la “seconda metà” è economicamente meno remunerativo, in quanto l’estrazione è più costosa, ma soprattutto perché occorrono grossi investimenti su giacimenti marginali o con previsione di redditività di breve durata.

La curva a campana di Hubbert disegna un’ascesa repentina fino al picco, un breve spazio di stabilizzazione nel quale ci troviamo negli ultimi anni (il picco), e una discesa altrettanto repentina, che potrà essere rallentata e leggermente segmentata da interventi politici (guerre, contingentamenti, massicce introduzioni nel consumi di energie alternative), ma non dall’economicità dell’estrazione. Seguendo il mercato, l’estrazione del petrolio sarà sempre meno economica.

La teoria di Hubbert, elaborata nel 1956, si è rivelata appropriata e precisa nella previsione del raggiungimento del picco negli Stati uniti (1970/71), ma anche in altre aree del pianeta.

Due ricercatori tedeschi aderenti ad ASPO (associazione internazionale che studia il picco) Zittel e Schindler, hanno affermato che il picco del petrolio a livello planetario è stato raggiunto nel 2006.

L’ex-ministro del petrolio saudita Husseini, ora pensionato “pentito”, afferma che siamo già nel plateau del picco, perché “ci troviamo già da tre anni in produzione piatta”, ed aggiunge anche che la stima delle riserve è stata gonfiata di almeno 300 miliardi di barili (gonfiata di almeno un terzo, ndr) per motivi politici.

Walter Youngquist, uno dei decani della geologia del ventesimo secolo, affermava nel 2001 “Le osservazioni che ho compiuto in oltre 70 paesi per più di 50 anni mi dicono che abbiamo già doppiato la boa. Le pressioni esercitate dalla crescita della popolazione e dalla domanda di energia sono tali che la rotta di collisione con il disastro è inevitabile”.

Queste sono solo alcune prese di posizione, fra le più qualificate e autorevoli, ma la consapevolezza del raggiungimento del picco è molto estesa nella comunità scientifica ed in quella ecologista internazionali.

Ma allora, perché se ne parla così poco ?

Perché finora hanno prevalso gli interessi forti e consolidati: 1) delle multinazionali del petrolio e dell’energia, che difendono le loro quotazioni di borsa e la loro finanziabilità, e che vogliono gestire in prima persona sia le fasi traumatiche della discesa dal picco sia la “somministrazione controllata” delle energie alternative, 2 ) delle banche, che non vogliono farsi sfuggire i risparmi investiti in fondi legati al petrolio, 3) del ceto politico, che dalle banche e dalle multinazionali dipende 4) dell’ambientalismo moderato, che non vuole essere tacciato di “catastrofismo” e che talvolta ha perfino venature neo-maltusiane.

Quante sono le riserve

Le riserve accertate di petrolio convenzionale (salvo le manovre di gonfiamento fraudolente, che come abbiamo visto coinvolgono paesi dell’OPEC, ma anche altri paesi e multinazionali come la Shell) ammontano a circa 1.000 miliardi di barili, a fronte di 1.000 miliardi di barili estratti finora.

Ai consumi attuali, limitati ad una minoranza dell’umanità, ammontanti a 31 miliardi di barili l’anno, il petrolio durerebbe 32 anni, non considerando le difficoltà estrattive e di investimenti aggiuntivi di cui trattavo sopra.

Le riserve di metano ammontano a 184.000 miliardi di metri cubi, che ai consumi attuali di 2.760 miliardi di metri cubi l’anno, durerebbero 66 anni.

Ma solo in teoria, perché il resto del mondo non starà a guardare i consumi energetici di un miliardo di persone.

Dal 1984 le limitate scoperte di nuovi giacimenti di petrolio/metano non coprono i consumi: nel 2006 su 31 miliardi di barili consumati sono state scoperte riserve per solo 9 miliardi. Non c’è nessuna prospettiva, né aspettativa di scoprire nuovi grandi giacimenti.

I consumi di Cina ed India

Mettiamo a confronto il consumo di petrolio e di metano pro capite di statunitensi, italiani, cinesi ed indiani.

Consumo pro capite di petrolio:

Statunitensi 26 barili/anno

Italiani 11,46 “

Cinesi 1,84 “

Indiani 0.87 “


Consumo pro capite di metano :

Statunitensi 2.102 metri cubi/anno

Italiani 1.365 “

Cinesi 40 “

Indiani non figurano neanche nella statistica dei primi venti popoli consumatori di metano,

così come non vi figurano gli altri 180 popoli del terzo mondo.

Pensare che questa situazione possa perdurare, non solo è razzista, ma è anche del tutto irrealistico.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) al recente Congresso mondiale sull’energia, il fabbisogno energetico da oggi al 2030 crescerà del 55 %: di questo incremento, il 45% sarà richiesto da Cina ed India. Se questa enorme maggiore domanda si scaricasse sulle riserve di petrolio e metano, queste dimezzerebbero la loro durata. Il peggio è che si scaricheranno in parte sulle riserve di … carbone, accelerando l’emissione di CO2 e l’effetto serra.

I cambiamenti climatici sono prevalentemente causati dai paesi sviluppati. Quindi dovrebbe toccare a loro la maggiore responsabilità per ridurre le emissioni”, ha affermato il vice ministro degli esteri cinese, Zhang Yeshui.

La maggior parte dei paesi in via di sviluppo si trova in una fase di industrializzazione e urbanizzazione, e devono affrontare il difficile compito di ridurre la povertà”, ha aggiunto Zhang.


Il picco del carbone

Secondo l’Energy Watch Group il picco della produzione mondiale di carbone sarà nel 2025.

La conclusione giunge dopo un’attenta ricerca e analisi delle riserve mondiali di carbone odierne (vedi sotto), ed esprime ipotesi sul periodo in cui verrà raggiunta la massima produzione mondiale di carbone, per poi non riuscire più a tenere il passo della domanda.

I dati sulle riserve di carbone sono molto scarsi e spesso le risorse tendono ad essere sovrastimate, tanto che alcuni paesi, come Germania e Stati Uniti, le hanno drasticamente ridotte negli ultimi anni. Non lo ha fatto però la Cina dal 1992 e da allora ha prodotto e consumato il 20% delle sue riserve.

Aspetto rilevante è che l’85% delle riserve di carbone siano concentrate in soli 6 paesi (in ordine quantitativo): 1. Stati Uniti 2. Russia 3. India 4. Cina 5. Australia 6. Sud Africa

La Cina ha la metà delle riserve degli Stati Uniti, ma produce in un anno due volte la quantità di carbone di quest’ultimi. La classifica della produzione mondiale di carbone: 1. Cina 2. Stati Uniti 3. Australia (metà degli USA) 4. India 5. Sud Africa 6. Russia

L’Energy Watch Group ritiene che al momento del picco la produzione mondiale di carbone potrà nel caso migliore superare del 30% quella attuale.

La Cina dovrà sopportare il maggior peso del declino delle riserve, soprattutto se il suo processo di industrializzazione continuerà a prevedere l’espansione della produzione nazionale di carbone. Negli Stati Uniti il picco del carbone di alta qualità (antracite e litantrace bituminoso) è avvenuto nel 1990, ma anche prendendo in considerazione tutte le tipologie di carbone, anche più scadenti, il picco potrà aver luogo già nei prossimi 10-15 anni. Poiché il contenuto energetico delle diverse varietà di carbone è differente, è possibile stimare che negli USA il picco della produzione di carbone, in termini di contenuto di energia, sia già avvenuto 5 anni or sono.

Previsioni di guerra e energia rinnovabile

Questo, a grandi linee, è lo scenario energetico mondiale: profondamente ingiusto, distorto, inquinante, in esaurimento (trascuriamo, anche per motivi di spazio, il problema del picco dell’uranio).

E’ fin troppo prevedibile che nei prossimi anni la resa dei conti venga al pettine, con conseguenze inimmaginabili.

Concludiamo dicendo che ogni atto che va verso la continuazione di questo sistema energetico insostenibile e di rapina – come il rigassificatore di Livorno e quello di Rosignano – è un atto che avvicina tensioni e guerra.

Così come ogni giorno perso con le incertezze sulle energie alternative rinnovabili, corrisponde a cento giorni che ci avvicinano a tensioni internazionali, gravissimi danni e disagi alle popolazioni del sud e del nord del pianeta e alla guerra.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 07 Novembre 2008 13:11

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