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Il 'No' e la sfida costituente

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"La sfida che abbiamo di fronte col referendum è quella di ripensare il potere costituente in termini . Le lotte necessitano di consolidare istituzioni e contropoteri." Un articolo in anteprima da "Alternative per il Socialismo", numero 42: "Sabbia nell'ingranaggio"

di Francesco Brancaccio e Francesco Raparelli - tratto da http://www.dinamopress.it

L'opposizione alla riforma costituzionale Renzi-Boschi è, fino in fondo, opposizione alla catastrofe neoliberale che sta dilaniando l'Europa. Non occorre essere raffinati costituzionalisti, infatti, per cogliere tra le righe della riforma l'obiettivo, inequivocabile, di cancellare la democrazia parlamentare. In combinazione con l'Italicum, il «monocameralismo imperfetto» accentra i poteri nelle mani dell'esecutivo e favorisce la (piena) sostituzione dell'amministrazione per conto del mercato alla politica in rappresentanza del popolo.

Che il meccanismo della rappresentanza, decisivo per la democrazia liberale (moderna), sia da tempo andato in pezzi è cosa nota. Di più: l'abbiamo voluto! L'hanno voluto in questi ultimi decenni i movimenti sociali che, nel segno e nel senso dei contro-poteri, dell'autogoverno e della proliferazione istituzionale, hanno radicalmente criticato il principio (sovrano) di rappresentanza. Il recente fenomeno grillino, poi, se letto a partire dal rilievo della democrazia digitale, è indubbia esemplificazione – carica di difetti, intendiamoci – del rifiuto diffuso per la delega, sia essa (ancora) tradizionalmente partitocratica o, piuttosto, tecnocratica. Ma sappiamo bene che si tratta di processi assai distinti: quello di Renzi è un “golpe del mercato”, secondo il dogma della stabilità/governabilità, contro quel che resta dei contrappesi parlamentari. Flebili quanto si vuole, largamente neutralizzati, nell'ultimo ventennio, dalla legislazione fatta di decreti e voti di fiducia, ma pur sempre presenti.

Sappiamo anche, però, che una semplice difesa di ciò che è stato non basta. Insufficiente per battere Renzi, inadeguata per fare i conti con la trasformazione della costituzione materiale del Paese. E non è solo quest'ultima a essere radicalmente cambiata a partire dalla seconda metà degli anni '70 (parliamo ormai di ben quattro decadi!): con la fine della Seconda Repubblica, nella transizione a mezzo di commissariamento neoliberale verso la Terza, è la costituzione formale a essere stata già pesantemente manomessa. Partiremo dunque dagli smottamenti – solo alcuni – che hanno investito sia la costituzione materiale che quella formale (§ 1), per poi concentrare la nostra attenzione sulla torsione autoritaria imposta dalla riforma Renzi-Boschi (§ 2) e, infine, insistere sulla sfida costituente che una effettiva opposizione alla riforma pretende (§ 3).

1. Lacerazioni neoliberali

Gli “scalpi” neoliberali che hanno radicalmente modificato la costituzione materiale del nostro Paese vengono da lontano, vale la pena ripeterlo. Così come è sempre necessario insistere sulle lotte che hanno anticipato e, nella sconfitta, loro malgrado favorito la contro-rivoluzione monetarista. Le tappe italiche qualificano l'itinerario di un fallimento: sconfiggendo i movimenti autonomi del lungo '68, il padronato, i sindacati e la partitocrazia del Bel Paese hanno preparato nel dettaglio la catastrofe. Certo, il fallimento nel quale siamo immersi è figlio del 2008 e della crisi globale. Ma c'è una drammatica peculiarità italica, fino in fondo determinata dalle élite più arraffone, rapaci, mediocri d'Europa.

Gli anni '80 si distinguono per due passaggi chiave: l'indipendenza della Banca di Italia dalle politiche economiche, nel 1981; il “decreto di San Valentino”, nel 1984, che avvia la soppressione della scala mobile (completata poi nel 1992). Ma gli anni '90 sono indubbiamente i più “prolifici”: gli accordi di luglio del '93, che sanciscono una violenta “moderazione” salariale e statizzano compiutamente i sindacati confederali; la riforma in senso contributivo delle pensioni, del 1996; la massiccia legalizzazione dell'occupazione precaria, il cosiddetto “pacchetto Treu”, nel 1997. Quindi, dopo lo sfondamento portato avanti dai «tecnici» (Amato, Ciampi, Dini) e dal centro-sinistra di Prodi e D'Alema, il fuoco di fila berlusconiano: la Legge Biagi, con l'inasprimento dei processi di precarizzazione del mercato del lavoro; la Legge 133/2008 e le prime tappe dell'assassinio della formazione pubblica, sia scolastica che universitaria.

Una ricostruzione stenografica la nostra, indubbiamente, ma utile per indicare le mutazioni sostanziali del Bel Paese: compressione salariale, cancellazione dei diritti del lavoro e impoverimento; continuo e inarrestabile de-finanziamento del welfare; neutralizzazione del conflitto e della contrattazione sociale. Quando ancora oggi, nonostante tutto, ci si riferisce alla prima parte della Costituzione, più nel dettaglio all'articolo 1, si omette di ricordare cosa è diventato il lavoro. In un Paese dove 1 giovane su 2 è disoccupato, dove si lavora gratis (vedi Expo) o per 500 euro al mese (vedi i voucher), dove gran parte dei servizi pubblici essenziali sono garantiti dal prevalere, a mezzo del Terzo settore, della sotto-occupazione, difendere semplicemente la Repubblica del lavoro significa essere complici della catastrofe neoliberale.

Ma è con Monti e Renzi – entrambi sostenuti da Napolitano e Draghi, oltre che da Berlino – che gli “scalpi” hanno concluso l'opera.

Partiamo da Monti, primavera del 2012. E ciò significa partire dal Patto Europlus, accordo adottato dai capi di governo dell’Eurozona nel marzo del 2011 e attraverso il quale gli Stati assumono l'obbligo di recepire nelle Costituzioni o nella legislazione nazionale le regole del Patto di stabilità e crescita, così come via via si vanno definendo con il cosiddetto six pack: l’obbligo per gli Stati membri di convergere verso l’obiettivo del pareggio di bilancio; l’obbligo, per i paesi il cui debito supera il 60% del PIL, di adottare misure per ridurlo rapidamente, nella misura di almeno 1/20 della eccedenza rispetto alla soglia del 60%; automatismo delle sanzioni per i paesi che violano le regole del Patto. Si passa poi per la «gabbia d'acciaio» del Fiscal Compact (marzo 2012) che impegna i paesi ad applicare e introdurre, preferibilmente attraverso interventi di tipo costituzionale, il pareggio di bilancio e durissime procedure di «aggiustamento» in caso di «deviazioni» o ritardi nel raggiungimento dell'obiettivo.

Torniamo a Monti. Il Disegno di Legge costituzionale che traduce in Italia i diktat di Bruxelles viene definitivamente approvato, nel completo silenzio stampa (e politico), il 18 aprile 2012 ed entra in vigore il 1° gennaio 2014. Rinnovando gli articoli 81, 97, 117 e 119, la Legge costituzionale impone il «pareggio di bilancio» e lo combina con un vincolo di «sostenibilità del debito» di tutte le pubbliche amministrazioni e gli enti territoriali (vedi le modifiche sostanziali all'articolo 119). Piena trasformazione in senso ordoliberale, dunque, della costituzione formale del Bel Paese. Con essa l'archiviazione definitiva, a mezzo di norma fondamentale, delle politiche espansive e anti-cicliche nel segno del deficit spending.

Prima di insistere sui colpi da Renzi inferti alla Costituzione, vale la pena ricordare, seppur molto rapidamente, le politiche del lavoro e fiscali con le quali il “ganzo” fiorentino sta proseguendo la radicale modificazione della costituzione materiale del Paese.

Con il Jobs Act, Legge dal 7 marzo del 2015, lo scalpo dell'articolo 18. Ma si tratta solo di una piccola parte del disastro. Con il 18 viene eliminato quasi del tutto lo Statuto dei lavoratori, attraverso la liberalizzazione dei trasferimenti coatti, del de-mansionamento, del controllo a distanza. Liberalizzato oltre misura, poi, il lavoro accessorio (voucher); che perde ogni requisito di occasionalità e qualifica l'espansione a dismisura dei working poor. Intanto un anno prima, primavera del 2014, la Legge Poletti aveva liberalizzato i contratti a termine senza causale, togliendo la possibilità ai precari di impugnarli e difendersi dall'abuso in sede giudiziaria. Infine, è con la Legge di stabilità in discussione/approvazione mentre scriviamo che Renzi manda in fumo l'articolo 53 della Costituzione: si abbassa del 3% l'IRES (ben 5 miliardi l'anno), l'imposta sul reddito delle società, dopo che già sono state eliminate le tasse sui patrimoni immobiliari. La formula è chiara: paga meno chi ha di più; e viceversa.

2. Il golpe

Da più parti si riconosce che il nocciolo duro del progetto di riforma costituzionale Renzi-Boschi consiste nell’accentramento dei poteri a favore dell’esecutivo. Se proviamo però a collocare tale progetto nel contesto che abbiamo appena descritto, non possiamo non cogliere come istanze di accentramento e di “esecutivizzazione” del potere siano già in atto nel nostro Paese da lungo tempo.

Da questo punto di vista, il progetto Renzi-Boschi si pone in netta continuità con la fase del presidenzialismo di fatto di Napolitano, e dei cosiddetti «governi del Presidente», dandogli ora compiuta forma costituzionale. L’introduzione di un premierato forte, nel combinato disposto con la legge elettorale, produce uno spostamento del baricentro istituzionale, e della determinazione dell’indirizzo politico, a favore dell’esecutivo. Ne deriva così, in termini di checks and balances, un grave squilibrio tra i poteri di indirizzo e di controllo previsti dalla Carta del '48. Si aggiunga – fatto non irrilevante per chi è attento alla tensione tra il piano della legittimità e quello della legalità – che questo disegno di riforma è stato approvato da una maggioranza parlamentare priva di legittimazione sostanziale, perché eletta con un sistema elettorale – il Porcellum – poi dichiarato illegittimo dalla Consulta. Per chi come noi ha preso parte al movimento studentesco dell’Onda, tra il 2008 e il 2010, la sentenza n.1 del 2014 non ha costituito fattore di scandalo o di stupore: quel movimento aveva ampiamente anticipato, in piazza, la dichiarazione d’illegittimità della Consulta.

Ma proviamo a fare un passo indietro, in tema di accentramento del potere. Abbiamo assistito, in questi anni, all’uso di strumenti che hanno forzato la regolare prassi parlamentare, i rapporti tra parlamento e governo, e più in generale l’equilibrio tra i poteri. Per fare solo degli esempi: l’uso smisurato della decretazione d’urgenza e della questione di fiducia da parte del governo (com’è accaduto rispetto alla stessa legge elettorale Italicum di cui oggi si discute), le continue forzature della prassi e dei regolamenti parlamentari nella dialettica tra maggioranza e opposizioni, il ruolo crescente delle autorità amministrative indipendenti, il ruolo sostitutivo della magistratura nei confronti della politica. Tutto ciò è avvenuto – è bene ribadirlo – a costituzione invariata.

Per ricercare le radici profonde di questo disegno, bisogna varcare gli angusti confini nazionali, e osservare come sia stata la stessa governance europea ad aver subito, in particolare dal 2011, una torsione autoritaria che ha impresso una modifica profonda alle costituzioni dei singoli ordinamenti nazionali (i «governi del Presidente» in Italia, letti in questa luce, sono governi commissariali).

Il Fiscal Compact e il MES, che alcuni giuristi hanno definito come un «diritto europeo dell’emergenza», vista la dubbia conformità agli stessi trattati istitutivi della UE, hanno sicuramente contribuito a far saltare gli assetti di checks and balances, nonché il quadro dei diritti sociali, sanciti dalle Costituzioni dei singoli Stati membri. Così, si sono prodotti ibridi di governance e governo, che alcuni studiosi hanno provato ad afferrare ricorrendo alle figure analitiche della dottrina dello Stato e della scienza politica: «dittatura commissaria», «federalismo esecutivo», «authoritarian managerialism». Ma al di là di queste definizioni analitiche, a essere stato costituzionalizzato, sul piano europeo, è il regime puro di concorrenza e l’impossibilità per i singoli Stati, come dicevamo, di effettuare politiche di deficit spending. Sono state invece «decostituzionalizzate» le principali sfere deputate alla riproduzione sociale, alla «produzione dell’uomo per mezzo dell’uomo».

È nel quadro di questa offensiva neoliberale che va letta, nel caso italiano, la modifica degli articoli 81, 97, 117 e 119 e l’introduzione della regola del pareggio di bilancio in Costituzione, vera Grundnorm neoliberale, ed esempio lampante di “rapidità” del procedimento legislativo (per di più, di un procedimento aggravato) e di unanimità (hanno votato a suo favore tutti i partiti allora rappresentati in parlamento).

Ma c’è un altro elemento, rispetto a questo disegno di accentramento, che deve essere evidenziato: la riorganizzazione del rapporto e delle competenze tra “centro” e “periferia”. A noi pare che tale “riorganizzazione” costituisca uno degli elementi cruciali della riforma Renzi-Boschi, nei termini di un pesante attacco a quella proliferazione di istanze di autogoverno così presenti nel nostro paese. La «clausola di supremazia» e il potere d’intervento diretto del governo sulle autonomie, per ragioni di «interesse nazionale», puntano infatti ad azzerare i margini di decentramento costituzionalmente sanciti. In molti hanno descritto questa parte della riforma del Titolo V della Costituzione come un disegno di “neo-centralismo statale”. E’ forse più appropriato, nel quadro della governance neoliberale che abbiamo descritto, ricondurre questo disegno a un federalismo esecutivo. Nella storia degli ordinamenti federali la clausola di supremazia è stata l’esito di una lotta per la sovranità, il tentativo cioè di chiudere il dualismo costitutivo degli Stati federali a favore del governo centrale (talvolta, dopo fasi di guerra civile). Nell’odierna configurazione dei poteri a livello europeo, la riscrittura del Titolo V si presenta non certo come dispositivo di garanzia di un astratto quanto ingannevole interesse nazionale a discapito delle autonomie locali, ma come un ulteriore grimaldello per favorire la penetrazione delle dinamiche estrattive e predatorie del capitalismo finanziario all’interno delle città e dei territori.

3. Nuova immaginazione istituzionale

Nel descrivere le trasformazioni costituzionali che hanno agito su scala europea e nazionale, bisogna sempre partire dal fatto che esse non sono solo l’esito di trasformazioni “dall’alto”. Come abbiamo sottolineato all’inizio di questo contributo, il superamento del tradizionale quadro della mediazione politica e costituzionale, e dei suoi dispositivi di rappresentanza, è stato fortemente voluto “dal basso”, dall’avvento di nuove soggettività, irriducibili al compromesso capitale-lavoro, e dall’emersione di un nuovo modo di produzione fondato sul comune.

Dal nostro punto di vista, ogni problematica costituzionale, come ogni problematica lato sensu giuridica, impone al pensiero e alla prassi un capovolgimento: dalla critica del cielo occorre ridiscendere alla critica della terra. L’indicazione, com’è noto, ci viene data dal giovane Marx della Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico del 1843-44. Se «la costituzione politica è la costituzione della proprietà privata», se cioè il contenuto materiale della forma di governo (e di Stato) va sempre ricercato nella trasformazione dei modi di produzione, e nella fissazione su di essi di determinati rapporti di comando e sfruttamento, allora la stessa questione della revisione costituzionale cambia di segno. Una prospettiva materialista ci impone perciò di guardare sempre alle trasformazioni della Verfassung (costituzione materiale) nel suo intreccio con la Konstitution (costituzione formale). La nostra battaglia per il 'No' va perciò condotta con la consapevolezza non solo di ciò che questo disegno vuole “cambiare”, ma di cosa è già cambiato, sul piano dei rapporti materiali, rispetto al compromesso costituzionale del '48 (usiamo qui la parola compromesso in un senso analitico, essendo la Costituzione del '48 un compromesso tra forze politiche, sociali e produttive nel segno della «costituzionalizzazione del lavoro»).

Da qui occorre partire, per definire la sfida costituente che la campagna per il 'No' porta con sé. Ogni battaglia difensiva per la Costituzione è destinata a perdere perché non coglie la sfida che sul piano europeo è necessario porre: la sfida della riapertura della sperimentazione democratica e dell’immaginazione istituzionale. Una lotta difensiva è una lotta perdente non solo perché incapace di stimolare nuove sperimentazioni democratiche, ma anche perché rischia di rimanere confinata, dunque isolata, all’interno dei perimetri di una costituzione nazionale. Se l’Europa, con i suoi muri, le guerre ai suoi margini, e le sue continue lacerazioni, attraversa già una pesante scomposizione, un 'No' costituente deve porsi la sfida di attivare processi ricompositivi della lotta di classe sul piano europeo. Deve cioè porsi il problema della creazione di un nuovo spazio politico e di nuovi territori esistenziali, oltre la falsa dicotomia tra lo spazio “liscio” del capitale finanziario e lo spazio “striato” delle sovranità nazionali.

Del resto, se guardiamo al “ciclo Occupy” del 2011 o alle più recenti lotte francesi contro la Loi travail, il problema che si è posto è stato anche quello del superamento dei regimi costituzionali esistenti, a favore dell’invenzione di nuovi istituti democratici e del welfare. Se nel caso spagnolo l’irruzione del 15M ha rotto la continuità politica del bipartitismo, in Francia, nei grandi scioperi e nelle occupazioni delle piazze, è stato posto all’ordine del giorno il tema del blocco democratico costituito dal regime presidenziale della V Repubblica, per di più complicato dal prolungato État d’urgence. Al di là dei pesanti limiti che queste lotte hanno incontrato – limiti per lo più riconducibili alla loro base spaziale, i singoli Stati nazionali –, ciò che ci interessa è la tensione costituente che le ha accompagnate.

Noi crediamo che la campagna referendaria debba sintonizzarsi su questa lunghezza d’onda. La sfida che abbiamo di fronte è quella di ripensare il potere costituente al plurale e in termini pienamente federativi. Di ripensarlo cioè come potentia. Ciò di cui oggi le singole lotte necessitano è il consolidamento di istituzioni e di contro-poteri che consentano l’estensione delle istanze di libertà, di autonomia e di cambiamento. Anche se in forma del tutto parziale e frammentata, le esperienze di municipalismo e di sindacalismo sociale su base metropolitana, ci stanno consegnando una nuova cassetta degli attrezzi e un inedito modo di fare politica. Che il 4 dicembre sia un tassello importante, non per riesumare vecchie sovranità, ma per rilanciare in forza una democrazia – per dirla ancora con Marx – propriamente «espansiva».

28 ottobre 2016

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I tunnel dell’Italia infame

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Dante Barontini - tratto da http://contropiano.org

Ci abbiamo fatto l'abitudine e non ci riflettiamo nemmeno più. Arrestano un po' di imprenditori, qualche funzionario pubblico, leggiamo di corruzione e di escort come cadeau per facilitare un appalto o la chiusura di enrambi gli occhi sul “cemento come un colla”. Tutto già visto, tutto metabolizzato e dimenticato nel giro di tre giorni. È da quelle parti che si ride quando c'è un terremoto, perché di sicuro fioccheranno appalti pubblici senza troppi controlli. Anzi, mai come in questo caso il terremoto è utile anche a far scivolare rapidamente via dalle prime pagine 35 arresti più o meno eccellenti.

E invece no. Questa inchiesta che ha portato in galera o nei pressi funzionari pubblici, figli di papà famosi, imprenditori vicini alla 'ndrangheta – esattamente come quella sull'Expo milanese, di cui sono sono state pubblicate le intercettazioni (solo sul giornale di Travaglio, pare) – è uno spaccato del potere che governa realmente questo paese. Anche in barba alle prescrizioni e ai controlli dell'Unione Europea. Comunque incontrando un grado di tolleranza molto alto (più dell' 0,1%, insomma…).

È necessario non farsi distrarre dalle narrazioni che piovono da Palazzo Chigi o dai diversi scranni istituzionali. Qualsiasi governo del dopoguerra è stato impastato direttamete con questi interessi e questi personaggi. Anche dal punto di vista strettamente capitalistico, questo blocco di interessi rappresenta plasticamente l'”anomalia italiana”.

Che è poi la faccia impresentabile dell'inconsistenza dell'imprenditoria italiota a paragone del grande capitale multinazionale. Un'imprenditoria da appaltisti e “bollettari”, che riesce a vedere un guadagno (non il “profitto”, ma la semplice plusvalenza) solo a ricasco dei finanziamenti pubblici. Questo e non altro sono le grandi opere inutili e devastanti come il Tav, il Mose, l'Expo o le Olimpiadi (per ora forse. e fortunatamente, bloccate).

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E' il micromondo in cui l'ex Ragioniere generale dello Stato (presunto cerbero addetto al controllo scrupoloso delle entrate e delle uscite) può passare in una notte alla presidenza di Infrastrutture spa o della Consap (Concessionaria dei servizi assicurativi pubblici) e in questa veste sponsorizzare e finanziare – con soldi pubblici, ovviamente – i lavori per il Terzo Valico. Opera che viene appaltata al consorzio Cociv (al 64% proprietà di Salini Impregilo), che naturalmente sceglie il figlio di Monorchio, ora arrestato, come direttore dei lavori.

È il micromondo in cui si fanno affari solo se si sta con un piede nel governo e l'altro in Confindustria, scivolando agevolmente da una compagine all'altra e viceversa.

Un micromondo dove ovviamente non c'è nulla da programmare, quanto a sviluppo economico del paese, nessuna strategia industriale da immaginare, ma solo spesa pubblica da gestire, escogitare, ungere, far approvare. Tanto questi vengono classificati come “investimenti”, e i tagli, quando verranno pretesi dagli organismi internazionali, si faranno solo su sanità, pensioni, istruzione, ricerca, ecc.

La concidenza tra inchieste e terremoto mette in luce proprio lo scarto abissale tra bisogni generali e interessi privati di un ambiente politico-imprenditorial-mafioso.

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Ne consegue che l'urgenza vera – quella di salvare vite umane e patrimonio artistico-culturale – sarebbe quella di mettere in sicurezza quel 70% di abitazioni senza garanzie. Un mare di microinterventi, dunque, a basso costo, alta intensità di lavoro (non si possono usare a questo scopo ruspe e talpe giganti, controllate da pochissimi uomini), basso tasso di profitto e alto livello di controllo (i proprietari stessi degli immobili, che si sincererebbero giorno dopo giorno di qualità e velocità dei lavori, nonché dei materiali usati).

Una bestemmia per le orecchie dei “consorziati” specialisti in grandi opere pubbliche. Che preferiscono di gran lunga lavori ciclopici senza controlli, fatti con materiali di scarto e alta intensità di macchinari, pattuglioni di polizia per reprimere eventuali resistenze locali, costi che lievitano di mese in mese con la certezza che lo Stato pagherà fino all'ultimo centesimo grazie a ministri, onorevoli, funzionari foraggiati in molti modi (dalla classica bustarella gonfia all'ancora più classica escort).

Questa Italia non sparirà neanche con la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre. Mentre una catastrofica vittoria dei “sì” le consegnerebbe le chiavi per un dispotismo pressoché assoluto e il potere di schiacciare ogni opposizione sociale con molta più forza di quanta non ne sia stata usata fin qui nei confronti del movimento No Tav.

Per questo la vittoria del NO è solo una premessa, necessaria ma non sufficiente. Urge che un altro e ben più consistente blocco sociale prenda consistenza nel corso di questa battaglia, che lega questioni costituzionali e bisogni sociali, assetti istituzionali futuri e struttura dei diritti. Abbiamo iniziato a metterlo in moto il 21 e 22 ottobre. Si tratta di farlo diventare un soggetto centrale nella dialettica politica del prossimo futuro.

27 ottobre 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 02 Novembre 2016 16:27

La vera “legge di stabilità” arriverà il 5 dicembre

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tratto da http://contropiano.org

Il testo del disegno di legge di Stabilità ancora non è giunto in Parlamento, nonostante sia stato approvato dal governo una settimana fa. Segno certo che la “manovra” è un cantiere aperto, senza altro scopo vero che alimentare il circo delle promesse del governo Renzi.

L'elenco delle correzioni che vengono fatte filtrare da Palazzo Chigi o dagli ambienti “bene informati” è talmente lungo – e corposo – da rendere quasi inutile un'analisi tecnica. Nelle ultime ore, per esempio, ha preso corpo l'idea di bloccare ancora una volta le addizionali Irpef su cui possono agire Comuni e Regioni. Come dovrebbe esser noto, le addizionali sono state negli ultimi anni l'unica leva con cui gli enti locali hanno cercato di compensare il continuo taglio dei trasferimenti finanziari dallo Stato centrale (imposto dalle prescrizioni europee in materia di formazione della spesa pubblica). Un giochino pidocchioso in cui il governo in quel momento in carica (da Berlusconi a Renzi, passando per Monti, senza soluzioni di continuità) poteva asserire che “stiamo tagliando le tasse” mentre queste ultime restavano – per il normale cittadino – allo stesso livello complessivo o addirittura andavano aumentando.

Se ora si bloccano di nuovo, semplicemente, verrà a mancare l'ossigeno alle amministrazioni locali, molte delle quali ormai in mano ai “nemici” del governo (i Cinque Stelle, De Magistris, ecc). Dunque il governo usa una misura di finanza pubblica come mazza chiodata politica: quelle amministrazioni dovranno tagliare spese e servizi – sono anche loro inchiodate al rispetto obbligatorio del “patto di stabilità” – e affrontare in prima linea la rabbia montante (se ne è avuta una prova ieri con l'incredibile riuscita dello sciopero generale, ben al di là delle attese e del radicamento dei sindacati di base promotori) di lavoratori e popolazione, mentre il governo – dall'alto dei tg RaiSet – recita la parte del dispensatore di bonus.

Al massimo, recitano le stesse “gole profonde”, potrà essere concesso un aumento delle imposte “minori”, come la tassa di soggiorno, che andrà a colpire il settore alberghiero e dunque i flussi turistici (per le città che hanno la fortuna di vederli arrivare).

Più seriamente, la manovra non ha convinto nessuno dei sorveglianti sovranazionali che teleguidano faticosamente il governo Renzi. L’agenzia di rating Fitch, la minore della Triade made in Usa, ha peggiorato il voto sull'Italia. Di poco, ma significativamente. Ha infatti confermato il rating BBB+ (a due passi dal gradino più basso, occupato per ora solo dalla Grecia), ma ha anche ribassato l’outlook (la previsione a medio periodo) da «stabile» a «negativo». Insomma, Fitch vede alle porte un peggioramento complessivo dei fondamentali economici del paese, in radicale contrasto con la retorica trionfalistica e “medicea” sparsa a piene mani da Palazzo Chigi.

Al livello degli istituti multinazionali, infatti, si usa esaminare i documenti, non le dichiarazioni in conferenza stampa, davanti a “reggitori di microfono” incapaci di qualsiasi domanda scomoda. E qui non possono che registrare la mancanza del testo finale della manovra, l'unico che possa far fede sulle reali intenzioni del governo. I giudizi, dunque, si basasno ancora sul Draft budgetary plan, mandato a Bruxelles. Che ha fatto rizzare i capelli in testa persino all'ccomodante Jean-Claude Juncker, tra aumento del deficit programmato (dall'1,8% al 2,4% del Pil) e coperture finanziarie del tutto aleatorie (a cominciare dai proventi previsti per lo scudo fiscale, ora chiamato voluntary disclosure, o dalla lotta all'evasione, clamorosamente smentita proprio da una delle misure inserite in manovra: la rottamazione delle pendenze con l'Agenzia delle entrate).

In quel documento, oltretutto, non si fa cenno alla privatizzazione delle Poste, promessa da Renzi all'Unione Europea ma fin qui nascosta dalla “comunicazione” governativa (insomma: non ce lo avevano nemmeno detto, temendo che i pensionati potessero correre a ritirare i loro risparmi).

Le voragini che si vanno aprendo su tutti i fronti sono tali che Padoan, per recuperare qualche entrata certa, sta progettando la rinuncia a un'altra misura pro-evasori, la cosiddetta “norma Corona”, che avrebbe permesso di ripulire le somme in contanti nascoste sotto il materasso o nelle cassette di sicurezza in cambio di un prelievo forfettario da parte del fisco. Viveur di discoteca a parte, la gente che oggi dispone di grandi cifre in contanti è in genere “classe dirigente” della malavita organizzata, tangentari, ecc.

Il governo, ancora indietro nei sondaggi per il referendum, nonostante misure specchietto come “la chiusura di Equitalia” (un semplice cambio del nome dell'agenzia di riscossione, con qualche sconto di ancora difficile quantificazione), è talmente precario che già si fanno avanti i candidati alla prevedibile successione del divin Matteo. Come sempre più spesso gli accade, è Tito Boeri – presidente dell'Inps nominato dallo stesso Renzi, due anni fa – a recitare la parte del critico che saprebbe cosa fare al suo posto. L'argomento scelto è l'ormai classico “questa manovra non pensa ai giovani” – che è verissimo! – e ha scatenato una polemica sopra le righe da parte del ministro delle Coop – pardon, del lavoro… – Giuliano Poletti.

Un quadro in disfacimento in cui – complice proprio la riuscita dello sciopero generale di ieri – persino i sindacalisti complici sono costretti a nominare la parola “sciopero” per invitare il governo a cambiar registro. Tranquilli, non l'hanno proclamato. Si sono limitati a dire, camminando frettolosamente, che “non si può escludere”…

In conclusione, possiamo dire almeno una cosa con certezza. La “legge di stabilità” di cui parlano i media non esiste. E' un canovaccio fatto di segnali elettorali mirati, per agguantare disperatamente consensi per il “sì”.

Il 5 dicembre quel canovaccio sparirà dalla scena e il ministero dell'economia verrà invaso dai tecnici di Bruxelles, armati di forbici e diktat. Se avrà vinto il NO, dovranno cercarsi un altro frontman per ammansire le folle; se dovesse vincere il “sì”, vedremo cose che noi umani…

22 ottobre 2016

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[Diretta da tutte le città] Sciopero generale 21 ottobre

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Foto da tutte le città

tratto da http://clashcityworkers.org

La diretta

http://clashcityworkers.org/lotte/cosa-si-muove/2482-diretta-sciopero-generale.html

Oggi sciopero generale in tutta Italia lanciato da molti sindacati di base (Usb, S.I. Cobas, Adl Cobas, Cub trasporti del Lazio, Unicobas) e rilanciato da gruppi di lavoratori autorganizzati e studenti. Si protesta contro il governo Renzi e per il No al referendum costituzionale, si sciopera nel ricordo di Abd Elsalam, ucciso un mese fa mentre lottava davanti al magazzino dove lavorava. Qui trovate gli aggiornamenti in tempo reale da tutte le città.

Padova. Oggi per lo sciopero generale ci si muove con tutti i mezzi possibili pur di mettere i bastoni tra le ruote dei padroni. A Padova i facchini vanno verso l'Interporto con un corteo di auto, camioncino, moto e bici.

Milano. Alle 13.30 si è concluso il blocco alla Dhl di Settala. I facchini del Si Cobas si stanno spostando a Carpiano dove è iniziato poco dopo il blocco alla Sda.

Roma. Il blocco alla Gls di Fiumicino è finito alle 13.00 dopo aver bloccato i camion tutta la mattinata. Intanto Usb e Clap hanno manifestato dalle 11.00 davanti al ministero delle Finanze contestando al governo i risultati del Jobs Act e delle sue politiche antipopolari: cancellazione dell'articolo 18, aumento dell'utilizzo dei voucher e delle morti sul lavoro, peggioramento dei minimi contrattuali. È stato più volte rilanciato il No al Referendum costituzionale visto che il governo ammette di voler utilizzare i maggiori poteri che la riforma costituzionale gli conferisce, per procedere più speditamente nella demolizione dei diritti dei lavoratori, come sintetizzato dalle dichiarazioni di Poletti qualche giorno fa.

Pontedera (Pi). Intensa giornata di lotta sulla città industriale in cui sono confluiti anche i lavoratori di Pisa e Livorno, in sostegno a due vertenze che riguardano Piaggio e il suo indotto. Al corteo partito stamattina davanti alla Piaggio organizzato dall'Usb hanno partecipato anche lavoratori della Cnr, dell'aeroporto di Pisa, dell'azienda municipale dell'acqua di Livorno, dei vigili del fuoco e del commercio. Dopo aver attraversato le vie della città è arrivato in stazione dove c'è stata un'occupazione dei binari, smobilitata solo dopo aver ottenuto dalla prefettura l'impegno ad intercedere con il Mise per aprire un tavolo con la Piaggio. Il corteo è poi confluito al blocco posto davanti ai cancelli della Sole spa (indotto Piaggio) dagli operai delle pulizie della Eastcot, in lotta da più di un mese, organizzati dal Si Cobas. Allle 13 è ancora in corso la manifestazione con il blocco della rotonda antistante la fabbrica.

Verona. Sta finendo alle 12.30 il corteo cittadino per lo sciopero, in arrivo sotto la Prefettura dove è in corso un assemblea in cui si chiedono interventi per bloccare gli sfratti che colpiscono tanti lavoratori. Grande presenza dei facchini dell'Adl Cobas, dai magazzini Tnt, Bartolini, Aia, Wolkswagen. Stamattina i blocchi dei facchini si sono concentrati, a partire dalle 5.00, al magazzino MaxDì di Belfiore.

Firenze. Alle 11.30 è arrivato in piazza Santissima Annunziata il corteo cittadino per lo sciopero, organizzato dall'Usb a cui hanno partecipato attivamente il movimento di lotta per la casa, i collettivi studenteschi e politici della città, con l'obiettivo di dire con lo sciopero "un no sociale al governo Renzi". Tra gli interventi durante il corteo, passato per le vie del centro, ed in piazza è stato più volte ricordato Abd Elsalm, ucciso poco più di un mese fa durante un picchetto.

Napoli. Il corteo napoletano è giunto sotto la Regione. I disoccupati di Bagnoli restano in presidio sotto il palazzo regionale per ottenere un incontro, mentre il resto del corteo riparte per bloccare la città!

Foggia. Anche i braccianti sono in sciopero! Il corteo organizzato dai lavoratori delle campagne è partito alle 11.00 dalla stazione di Foggia diretto in prefettura. Al prefetto i lavoratori, quasi tutti immigrati, chiedono di intervenire sul rispetto dei contratti di lavoro e di dare soluzioni permanenti al problema abitativo, visto che la maggior parte di loro vive nei ghetti di baracche attorno alla città. Questo sciopero generale è fatto delle tante lotte che in questi mesi hanno attraversato il mondo del lavoro in Italia!

Napoli. Al corteo con gli studenti anche i lavoratori del call center Almaviva che da settimane stanno lottando di nuovo contro le minacce di licenziamento e chiusura dello stabilimento. Hanno aperto uno striscione a piazza Carità, lanciano un messaggio importante a Tripi e al governo che vorrebbero delocalizzare in nome dei loro profitti!
Soltanto se stiamo tutti uniti, i lavoratori, gli studenti, i disoccupati, soltanto se rilanciamo la solidarietà, possiamo riuscire a vincere!

Padova. Presidio dei lavoratori USB davanti all'ospedale di Padova. Intanto sotto la sede dell'INPS altro presidio contro i voucher, forma contrattuale iper-precaria esplosa quest'anno grazie alle riforme del duo Renzi-Poletti.

Torino. Prosegue il concentramento del corteo USB in piazza Arbarello. Intanto i facchini di una delle cooperative più irregolari del CAAT, quella legata al grossista Tark, si presenta in presidio sotto il Comune e viene ricevuta da alcuni consiglieri pentastellati. La richiesta è l'istituzione di una commissione che vigili sulle cooperative più irregolari. Alle 11 i lavoratori si spostano in direzione territoriale del lavoro per denunciare i singoli casi di lavoro nero che ancora esistono all'interno dell'impianto

Piacenza. I blocchi sono cominciati anche a Piacenza, importante snodo per la logistica, dove a metà settembre, proprio in un blocco è stato ucciso Abd El Salam. I magazzini GLS sono chiusi e vuoti.

Pesaro. Un corteo sta attraversando la città, raccogliendo centinaia di persone tra studenti di Pesaro e Urbino e lavoratori. L'arrivo è previsto davanti al comune, a guida PD, e la giornata terminerà poi con un'assemblea pubblica davanti alla biblioteca San Giovanni.

Roma. Alle 9 è iniziato il blocco di un magazzino GLS a Fiumicino. Oltre alla partecipazione dei facchini e dei corrieri di altri magazzini, c'è anche il movimento di lotta per la casa che ha convocato per le 16.00 una manifestazione in Campidoglio per chiedere il blocco della delibera sugli sgomberi. 

Padova. Anche qui sono in corso blocchi all'interporto, con i lavoratori di ADL Cobas. La lotta è cominciata alle 4 del mattino davanti a Acqua e sapone, poi tutti i lavoratori sono confluiti all'ingresso dell'interporto. Le rivendicazioni generali dello sciopero si saldano alle vertenze in corso nei singoli magazzini, come nel caso del magazzino Pam,dove si lotta contro il licenziamento di un lavoratore, mascherato come "esclusione da socio" della cooperativa per cui lavorava.

Napoli. Alle 8.00 si è interrotto il blocco dell'Interporto di Nola, dopo due ore e decine di camion bloccati. Il prossimo appuntamento cittadino è la manifestazione degli studenti medi contro da piazza del Gesù (ore 9.30)

Milano. Massiccia adesione allo sciopero in tutti i magazzini della logistica, i facchini del Si Cobas si sono concentrati nel blocco del magazzino DHL. Sempre in Lombardia, alle 14 è previsto un corteo a Castel San Giovanni (Piacenza).

Bologna. Iniziato alle 5.00 il blocco all'Interporto, con centinaia di facchini che presidiano l'ingresso impedendo l'ingresso ai camion. A Modena invece i facchini sono andati a bloccare il magazzino della Conad. Anche qui, come a Roma, un corteo ha portato solidarietà ai lavoratori Carrefour, costretti a lavorare 24 ore su 24.

Napoli. Dalle 6.00 è iniziato il blocco dell'interporto di Nola, polo logistico ed industriale a est della città, con i facchini del Si Cobas ed i lavoratori dell'Usb anche tanti altri compagni e lavoratori, come gli operatori di Almaviva da giorni in mobilitazione contro la minaccia della chiusura del loro posto di lavoro. Ci si scalda con slogan contro il governo Renzi e per il No alla riforma costituzionale!

Torino. Alle 00.30 iniziano i blocchi del CAAT da parte di un centinaio di facchini della logistica del S.I. Cobas: per lo sciopero generale in difesa di tutti i lavoratori, per un contratto unico e regolare al Caat, per l'espulsione delle coop irregolari. Sciopero massiccio dei lavoratori del mercato, al presidio partecipano anche lavoratori Michelin-Elpe, TNT, Bartolini e alcuni corrieri Foodora. I lavoratori bloccano completamente il mercato fino alle 2.30. Cori per ABD ELSALAM e contro TARK, grossista e padrone di una delle cooperative più feroci contro i lavoratori. Poi la polizia comincia a far pesanti pressioni per la rimozione del blocco, alimentata dalla rabbia dei padroncini. Alle 3.40 la prima carica contro i facchini. Vengono anche tirati fumogeni sulle persone sedute per terra. La polizia riesce a liberare due cancelli e si schiera per permettere ingresso dei tir. Quando i facchini si muovono per bloccare i camion che iniziano ad entrare scortati dalle forze dell'ordine, la polizia carica di nuovo. Proseguono 2 ore di blocchi mobili tra tangenziale e piazzale del CAAT per rallentare ingresso dei mezzi ed inceppare ancora un po' il meccanismo del mercato. Verso le 4.30, dopo altri tentativi di blocco e una nuova carica della polizia, si decide di interrompere il blocco.

Roma. Ieri sera corteo notturno per le strade di San Lorenzo nei luoghi dello sfruttamento di ristoranti e locali notturni. La "street parade", organizzata da USB e coalizione per lo sciopero sociale, ha denunciato l'aumento dell'utilizzo del Voucher in questo tipo di posti di lavoro e si è poi diretta verso uno dei Carrefour aperti H24 nella capitale. Qualche attimo di tensione con i vigilantes del supermercato che non volevano che i manifestanti, "armati" di megafono e volantini, parlassero con clienti e lavoratori.

21 ottobre 2016

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Centinaia di medici dicono no all’inceneritore di Firenze

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