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I comuni nella trappola del debito

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L'indebitamento degli enti locali è la strada per la privatizzazione dei servizi pubblici. Per questo è necessario un audit dal basso in grado di mettere in crisi le politiche liberiste

Marco Bersani - tratto da ilmanifesto

Quando si dice che gli enti locali sono uno dei luoghi di precipitazione della crisi, perché è soprattutto su di essi che si sono scaricate nel tempo le misure liberiste di austerità previste dai vincoli finanziari di Maastricht, non si sta facendo una considerazione astratta: secondo l’ultimo rapporto Ifel (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale) dell’Anci, sono 84 i Comuni italiani in stato di dissesto e 146 gli enti locali (10 Province) che, in stato di pre-dissesto, hanno aderito alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Si sta parlando di un trend in ascesa: se nel 2011 erano 3 i Comuni finiti in default, sono diventati 21 nel 2014.

Ma cosa significa per un Comune entrare in pre-dissesto o in default? «Sono da considerarsi in condizioni strutturalmente deficitarie gli enti locali che presentano gravi ed incontrovertibili condizioni di squilibrio», dice il Testo unico degli Enti locali (Tuel). Se il deficit è in qualche modo recuperabile con un piano di sacrifici che la Corte dei conti approva si può accedere alla «procedura di riequilibrio finanziario pluriennale», il pre dissesto. Ma se «l’ente non può garantire l’assolvimento delle funzioni e dei servizi indispensabili» o se i creditori vantano crediti cui non si può far fronte con mutui o entrate proprie, allora scatta il dissesto (art. 244 del Tuel).

Ma cosa significa per i cittadini? In questo caso è molto facile da capire: tagli drastici alla spesa corrente, dismissione dei servizi, tariffe alle stelle e aliquote massime sulle imposte. Di fatto gli abitanti di un territorio dismettono i panni di membri di una comunità con dei diritti garantiti per diventare singoli individui il cui accesso ai servizi è determinato dalle proprie capacità economiche nell’orizzonte della solitudine competitiva.

Ma chi ha provocato questa esplosione di dissesti finanziari? In parte la colpa è dei molti amministratori che, dentro la crisi della democrazia rappresentativa, hanno utilizzato la macchina pubblica per favorire interessi personali, di casta e di clan, con bilanci allegri basati su entrate presunte a cui corrispondevano uscite certe da scaricare sulle amministrazioni successive. Ma pochi affrontano il nodo strutturale delle politiche liberiste e di austerità che sono state scientificamente applicate agli enti locali, all’unico scopo di metterli in difficoltà e costringerli alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, alla vendita del patrimonio pubblico, alla messa a disposizione del territorio per grandi opere, grandi eventi e grandi speculazioni finanziarie. Anche su questo punto sono i dati a confermare: nonostante la quota parte del debito pubblico attribuibile ai Comuni corrisponda solo al 2,4%, il contributo richiesto agli stessi – tra tagli ai trasferimenti e patto di stabilità – è passato dai 1.650 miliardi del 2009 ai 16.655 miliardi del 2015.

Quanto sopra scritto evidenzia come la delega della gestione del debito e della finanza locale ai tecnocrati e agli amministratori comporti la riproduzione di un ciclo che, dai vincoli dell’Unione Europea, a cascata viene scaricato sulle condizioni di vita delle persone e delle comunità locali.

La pratica dell’audit del debito, ovvero un’indagine indipendente e autonoma da parte degli abitanti di un territorio sul debito dell’ente locale, è il percorso da avviare per smascherare la trappola del debito e del patto di stabilità, per riprendere in mano il destino delle comunità territoriali, per riappropriarsi della democrazia. Che, ogni volta che antepone gli interessi delle lobby finanziarie e immobiliari all’incomprimibilità della spesa necessaria a garantire servizi adeguati e di qualità, smette di essere tale.

16 ottobre 2016

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I signori degli appalti militari

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Così nella più grande base navale italiana sul Mediterraneo si ingrassano gli appetiti degli imprenditori e si soddisfano i desideri degli alti ufficiali della Marina

Gaetano de Monte - tratto da http://www.dinamopress.it

Lui ha pagato il catering per la festa, poi altre cose, i computer, i telefoni, insomma, le cose che già si sapevano” racconta il Capitano di Vascello della Marina Militare, Giovanni di Guardo, alla sua compagna Elena Corina Boicea. Quindi, “praticamente tutto”? chiede la donna. E lui risponde: “si, l'unica cosa che non ha pagato, ma che ha pagato quell'altro, l'altro amico di Marcello che si occupa delle pulizie - Antonio Bruno - è il dentista”. La coppia ora si trova rinchiusa nel carcere di Taranto dopo che un’inchiesta del nucleo locale di polizia tributaria della Guardia di Finanza (diretto dal colonnello Renato Turco) coordinata dal Pubblico ministero Maurizio Carbone sta squarciando il velo sull’ennesima storia di tangenti, imprenditoria di rapina, saccheggio delle casse pubbliche “ambientata” nella città di Taranto.

Telefonate compromettenti. Sono centinaia le conversazioni telefoniche già depositate agli atti che inchiodano decine di persone. È svelato il sipario così, il “retroscena in cui si muovono ufficiali e dipendenti civili della Marina Militare, insieme con imprenditori, locali e non, per accaparrarsi commesse a discapito del buon andamento della pubblica amministrazione”; tutto ciò è messo nero su bianco nell’ordinanza di custodia cautelare di centodiciannove pagine firmata due giorni fa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto, Valeria Ingenito. In carcere stavolta ci sono finiti in otto, e un carabiniere è ai domiciliari. I primi sono tutti accusati di aver costituito e partecipato ad una associazione a delinquere promossa dal capitano Giovanni Di Guardo, che, nella sua qualità di direttore dell’ufficio Maricommi di Taranto (si tratta dell’ente che bandisce le gare d’appalto per le forniture) insieme alla sua compagna e a un dipendente civile dell’Arsenale Militare: “custodivano e raccoglievano il denaro consegnato dagli imprenditori titolari o gestori di fatto delle imprese affidatarie di appalti di beni e servizi per conto della Marina Militare”. Non solo. C’era un vero e proprio cartello di imprese tra loro collegate – secondo gli inquirenti: “per pilotare l'assegnazione a loro favore di tutti gli appalti gestiti dalla Direzione Maricommi Taranto, con l' estromissione delle altre ditte concorrenti”.

Le condotte contestate sono la corruzione aggravata e la turbativa d’asta, l’aver ricavato profitti illeciti per un ammontare pari a quattro milioni di euro, da gennaio fino al quattordici settembre di quest’anno. Quando scatta la prima tranche dell’operazione di polizia tributaria. Perché è alle 17.30 di quello stesso giorno che la vita del capitano Di Guardo muta improvvisamente. Una cimice nascosta nel suo iphone 6 lo localizza all’interno di un appartamento di proprietà dell’imprenditore e sindaco del comune di Roccaforzata, Vincenzo Pastore “ras delle pulizie” con le sue cooperative in molte basi militari italiane; che a Taranto gestisce, tra proroghe e affidamenti diretti - da trent’anni e più - diversi appalti per le pulizie degli uffici comunali e ovviamente delle basi militari. I finanzieri erano sulle loro tracce da mesi. Così si appostano e all’uscita dalla casa perquisiscono i due. In tasca al Capitano di Guardo i militari trovano una busta gialla contenente duemila e cinquecento euro in contanti. Nel borsello di Enzo Pastore, invece, la Finanza di Taranto scopre tre cd rom, all’interno il progetto tecnico con cui una delle cooperative da lui controllate, la Teoma Srl mirava ad aggiudicarsi l’appalto per il Servizio di pulizia e sanificazione presso Enti, Distaccamenti e Reparti vari della giurisdizione di Marina Sud Taranto (Puglia e Campania).

Per dare l’idea del tenore dei lavori da fare, dei profitti da conseguire per chi se la sarebbe aggiudicata, la gara è suddivisa in quattro lotti. Comprende la pulizia delle basi militari di Grottaglie, Brindisi e Taranto e quelle della provincia di Napoli. Il quantitativo totale dell’appalto aggiudicato è pari a oltre undici milioni di euro. È un fatto che il bando di gara in questione, pubblicato il 20 Maggio è firmato dal direttore di Maricommi. Punto di contatto - si legge sul sito del ministero della difesa - dove il bando di gara è reperibile - la tenente di vascello Francesca Mola, 31 anni, “una a cui piacciono i soldi” la definisce così il Comandante di Guardo in una intercettazione telefonica. Quattro giorni dopo l’arresto del suo Capo, il 18 settembre la tenente Mola consegna alla città di Taranto un altro dei suoi tanti record negativi. È la prima donna militare ad essere arrestata in Italia. Ma non è questo il punto.

Francesca Mola è soprattutto una pedina importante del presunto piano corruttivo. È la stessa donna che incontra più volte l’imprenditore Pastore dandogli istruzioni su come modificare l’offerta tecnica, a buste già chiuse. “È lei che detiene tutte le offerte tecniche presentate dalle imprese partecipanti alla gara” - scrive il gip Valeria Ingenito nell'ordinanza che ha portato in cella la tenente di vascello della Marina. Già allora ( all’atto del suo arresto) invece, l’indagine della Finanza sembrava tutt’altro che chiusa, anzi, lasciava intendere l’esistenza di “una struttura associativa in grado di pilotare diversi appalti”. Circa un mese dopo se ne ha conferma, a giudicare dai nove arresti di qualche giorno fa. E a leggere le carte dell’inchiesta ancora zeppi di omissis in tantissime pagine, dunque, i signori degli appalti militari sembrano ancora molti da stanare. Tuttavia, la carne già messa a cuocere dagli inquirenti è davvero tanta. Una parte di questa, però, è già cotta in abbondanza. Come dimostrano proprio i dodici arresti, in quella che appare una tangentopoli con le stellette, in continua evoluzione.

Truffe, imposizioni e il 10 per cento. Un sistema collaudato Ed è proprio da una fornitura di carne, per la nave Cavour, registrata e mai avvenuta, che è partita un’ altra indagine su un altro signore degli appalti militari. L’imprenditore Antonio Bruno (quello che ha pagato il dentista) viene arrestato il 26 settembre insieme a tutta la famiglia. Padre, moglie e sorella. Accusati a diverso titolo di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, di operazioni finanziarie truffaldine, in pratica, avvenute con la complicità di un commercialista molto noto in città. È la truffa aggravata che viene contestata, tuttavia, a riportarci nel dorato mondo degli appalti made in Taranto. Infatti, la famiglia Bruno, “attraverso false attestazioni per prestazioni mai rese o eseguite in misura inferiore di quanto dichiarato avrebbero truffato il Comune di Taranto, la Marina Militare (sedi di Taranto, Brindisi e Napoli) e l’Aeronautica Militare tutti enti per i quali gestivano servizi di sanificazione ” - scrive il giudice per le indagini preliminari Vilma Gilli - motivando gli arresti dei Bruno e i sequestri per equivalente richiesti. Pari a un milione e duecentocinquantamila euro. Ma c’è di più. Perché Antonio Bruno è un nome che ritorna spesso in molti appalti che riguardano servizi per enti pubblici, come la ristorazione, appunto. La denominazione di una delle società a lui riconducibili, l’ItalPulizie srl, la rintracciamo nella relazione predisposta dagli ispettori della Ragioneria generale dello Stato a margine della verifica amministrativo-contabile presso il Comune di Taranto eseguita dal 15 settembre al 14 settembre 2015, la quale ha proiettato ombre funeste sul bilancio del Comune di cui appena dieci anni orsono fu già dichiarato il dissesto finanziario. Sotto la scure degli ispettori ministeriali ci sono finiti: i compensi dei vigili urbani, le premialità indebite corrisposte ai dirigenti, alcuni affidamenti avvenuti contra legem a professionisti esterni all’amministrazione, i valzer di bilancio nella gestione di municipalizzate e partecipate. Ma soprattutto - ancora qui – la fornitura di beni e servizi. In particolare, “le proroghe reiterate negli appalti disposti dalla Direzione Patrimonio del Comune in favore della società ItalPulizie srl, relativamente al servizio di pulizia di aree demaniali e di manutenzione del patrimonio edilizio comunale sono illegittime” scrivono gli ispettori ministeriali.

Un mago della truffa, dell’imposizione, Antonio Bruno. Perfettamente inserito - pare - anche nel sistema del dieci per cento. Cioè, nel meccanismo delle premiali corrisposte dagli imprenditori fornitori agli alti ufficiali della Marina. Anche per lui è arrivato il secondo arresto in pochi giorni. È uno degli otto indagati a cui è contestato il vincolo associativo. Ed è uno di quegli imprenditori ad aver fatto più affari nell’ultimo anno con l’ente militare tarantino. Si era già aggiudicato il 22 aprile 2016 l’appalto per il servizio di ristorazione del Circolo Sottoufficiali della Marina. Un’altra sua società si è aggiudicata la scorsa estate la gestione della spiaggia sottufficiali, a San Vito. L’imprenditore, inoltre, è coinvolto, anche nella vicenda dell’appalto per il Servizio di pulizia e sanificazione presso Enti, Distaccamenti e Reparti vari della giurisdizione di Marina Sud Taranto (Puglia e Campania) per cui sono stati arrestati, il 14 settembre, Pastore e Di Guardo. Infatti, nel corso degli interrogatori di convalida degli arresti, entrambi hanno ammesso che la somma rinvenuta addosso a quest’ultimo rappresentava un acconto versato dal Bruno - attraverso il sindaco – imprenditore - di una maxi tangente, che avrebbe poi permesso l’aggiudicazione della gara alla cooperativa Teoma Srl e consentito all’Italpulizie Srl di Bruno di subentrare nei lavori. Partite di giro, insomma. Al centro sempre loro, i signori degli appalti militari.

Sono almeno cinque, dal 2014 ad oggi, le inchieste giudiziarie che hanno riguardato episodi di corruzione o concussione avvenuti nella Direzione Maricommi di Taranto. Due indagini sono già chiuse e tra meno di un mese comincerà il processo. Alla sbarra ci saranno una decina di alti ufficiali. I due comandanti che hanno preceduto Di Guardo, nell’incarico, e anche nella stessa sorte giudiziaria. Anzi, in verità, le accuse per l’ultimo comandante della base sono ben più gravi. È come se si assistesse, come se fossimo di fronte, cioè, ad un miglioramento, un avanzamento del quadro corruttivo, cioè del sistema già abbondantemente collaudato del dieci per cento. In effetti, rispetto alle prime inchieste condotte dallo stesso magistrato Maurizio Carbone, risalenti al 2014, che avevano già rivelato all’interno della Base navale militare di Taranto, la più importante postazione italiana nel Mediterraneo, “l’esistenza nell’ambito di un collaudato e stabile accordo criminoso, di un vero e proprio sistema, che andava avanti da anni”; per dirlo ancora con le parole dei magistrati: “ fatti di concussione continuata posti in essere nel corso degli anni in modo sistematico e diffuso, con ferrea determinazione a delinquere, invariabilmente, nei confronti di tutti gli imprenditori assegnatari di appalti di servizi e forniture da parte del V Reparto Maricommi di Taranto”. Di pubblici ufficiali che avrebbero agito “sostanzialmente alla stregua dell’agire della malavita organizzata”. Chiedendo il pizzo agli imprenditori.

Ora, rispetto a quei fatti, c’è un cambio di paradigma. Gli imprenditori e gli alti ufficiali appaiono un tutt’uno. Concordano prezzi, quantità. Lo fanno in incontri segreti in cui ci si pone l’obiettivo di porsi al riparo da eventuali possibili contestazioni da parte di altri imprenditori esclusi, “talvolta fruendo delle informazioni di compiacenti rappresentanti delle forze dell' ordine”. Cercando di conoscere in anteprima l’esistenza di eventuali indagini nei loro confronti o di evitare rapporti con imprenditori "inaffidabili", quelli che “ se la sono cantata l’altra volta”. Si, “perchè con i Carabinieri siamo coperti” (un carabiniere, Paolo Cesari è ai domiciliari). “Con quell’altro siamo coperti” ( nelle carte compare il nome di poliziotto, ma che non risulta indagato ) “Gli unici…. coperti fino a un certo punto con la Guardia di Finanza” ammette uno degli indagati, considerato il collante tra gli ufficiali e gli imprenditori e rivolgendosi al capo del gruppo, il capitano di vascello Giovanni Di Guardo che era stato mandato dall’allora Capo di Stato Maggiore, (ora in pensione) generale De Giorgi, da Roma, per moralizzare la base militare di Taranto! Ed è proprio verso Roma che è puntata ora l’attenzione gli investigatori. Verso gli uffici dove Di Guardo avrebbe incontrato alcuni imprenditori, prima del suo arrivo nella città pugliese, chiamato a mettere ordine dopo gli arresti dei suoi precedessori. Dunque dalle basi militari della Puglia agli uffici romani dei ministeri della Difesa sono in tanti ora a tremare. Si lamentava, invece, il Capitano, di un imprenditore “infedele” al cospetto di un altro, invece, amico, Valeriano Agliata - destinatario nell’ultimo anno con le sue cinque società di commesse pari a quasi due milioni di euro: “quando io vengo fisicamente con i mobili, con le valigie da Roma, ti dovresti far trovare al casello, a Massafra, prima ancora che apro la bocca dovresti dire: scusa questo è quello ti devo dare". È questo il modo di entrare nel giro – secondo il Sultano di Maricommi: “per cui c’è Valeriano, c'e Gianni e c'e pure Piero". E Agliata risponde: “certo”.

Così Taranto, dunque, la terza città meridionale per estensione ed abitanti ( isole escluse) è continuamente ferita dall’operato di un blocco granitico, politico, militare, imprenditoriale e sociale, rappresentativo di interessi e affari spesso inconfessabili, tutti a danno della collettività. In questo modo, da circa trent’anni è una città laboratorio dei crimini commessi dai colletti bianchi. È un altro fatto che a valle di una cruenta e fratricida guerra di mala che a cavallo tra gli anni’80 e ’90 provoca centosessanta morti, emerge un ceto, una classe dirigente che elegge prima Giancarlo Cito (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) sindaco e parlamentare. Poi, quella stessa classe saccheggia le casse del Comune provocando il dissesto finanziario più imponente nella storia della Repubblica. Sono parte di uno stesso agire politico - imprenditoriale criminale, inoltre, le arcinote vicende che hanno portato al gravissimo disastro sanitario e al sequestro della fabbrica più grande in Europa; in cui, nonostante ciò, sono morti sette operai negli ultimi quattro anni. Così come è la stessa tendenza politica a “fottere il Pubblico, ciò che è Comune” che ha portato i magistrati a scoprire la più pervasiva tangentopoli con le stellette degli ultimi venti anni.

È il sistema Taranto. E forse non c’è nessun altra classe dirigente locale, oggi, in Italia, capace di eguagliare questi record.

11 ottobre 2016

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7 ottobre, studenti in piazza. Contro la “buona scuola” e per il No al referendum

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In molti si erano chiesti se anche il mondo degli studenti era pronto per la battaglia d'autunno (#ottobrerosso2016 e #norenziday, in cima ai nostri pensieri) contro il governo. Sia per quanto riguarda le questioni specifiche (gli effetti della "buona scuola", l'azzeramento delle prospettive occupazionali una volta finiti gli studi, fino alle scuole che crollano, ecc), sia per quanto riguarda la battaglia politica fondamentale che si giocherà da qui al 4 dicembre.

Ora abbiamo la risposta. Domani in tutta Italia scenderanno in piazza gli studenti medi, quei giovanissimi che i media vorrebbe autocentrati e senza pensieri, occupati solo a chattare e a odiare "i vecchi". Tra le sigle che organizzano la giornata, l'Unione degli Studenti, il Link Coordinamento Universitario, molte organizzazioni giovanili di partiti e movimenti della sinistra radicale, collettivi, ecc.

Senza pretese di completezza, ci sembra giusto segnalare qui una serie di testi che fanno da sfondo alla mobilitazione, con un'ovvia differenza di impostazioni che solo il tempo e il vonflitto concreto provvederano a diradare. Segnalateci se volete altri comunicati. Nei limiti del nostro giornale, provvederemo a pubblicarli.

***

Verso il 4 dicembre, portiamo per le strade il nostro NO costituente

QUALE EUROPA?

“Prima gli svizzeri” ha deciso la Svizzera con il proprio referendum con esiti contrari ai pendolari italiani. E’ lo slogan parafrasato del Brexit inglese “Britain first”. Uno slogan simile ha caratterizzato la campagna elettorale per il referendum ungherese sui migranti del 2 ottobre. Intanto il 4 dicembre, nella stessa data del referendum costituzionale italiano, si gioca il ballottaggio austriaco in cui il nazista Hofer rischia di vincere.

L’Europa è in crisi. Non basterà la rievocazione di Ventotene a rinsaldare lo spirito europeo. Lo stato dell’Unione, checchè ne dica Junker, non è mai stato così in bilico. Non è solo una questione economica, ma viene messo in discussione l’intero impianto ideologico europeo.

Esiste un futuro per l’Europa? Non bisogna aver paura di rispondere negativamente a questa domanda. L’Europa è una costruzione umana, e come tutte le cose umane soccombe alla storia. Sicuramente non c’è futuro per l’Europa dell’austerità, per la Troika e la crisi della Governance. Non c’è futuro per l’autoriforma europea dei governi che hanno promosso un “zonage” di Europe a diverse velocità, amplificando le disuguaglianze e la guerra tra poveri. Non c’è futuro per l’Europa della crescita per esportazioni alla tedesca, che impoverisce il resto del continente, non c’è futuro per l’Europa che crede ancora di poter ambire alla leadership economica mondiale senza alcun tipo di coesione interna, non c’è futuro per la fortezza europa di Frontex Plus e dei confini chiusi alle stesse vittime di quel terrorismo che oggi giustifica la retorica della sicurezza e della militarizzazione.

Non c’è spazio per questa Europa, ma per noi c’è ancora spazio per una diversa idea di Europa. L’Europa come spazio transnazionale in espansione per la lotta contro le ingiustizie, l’Europa della società della conoscenza fuori dalle logiche mercatiste dell’economia della conoscenza, l’Europa della libera circolazione delle persone contro quella del neoliberismo.

Gli esiti dei referendum e delle elezioni che attraverseranno l’Europa questo autunno non saranno neutri. Abbiamo due scelte: possiamo lasciare a Hollande, Merkel e Renzi la responsabilità di difendere un’idea di Europa legata a queste elite europee lasciando lo spazio dell’alternativa alla xenofobia ed ai neofascimi o possiamo accettare la sfida e riscrivere confini e principi dell’identità europea a partire dalla costruzione di una dimensione sociale e popolare europea oggi assente.

Nei vertici di questi giorni i temi più importanti per il futuro dell’Unione sembrano essere i migranti, le questioni economiche e la difesa. La crisi europea questa estate ha mostrato il suo volto proprio nell’incapacità di gestire le politiche migratorie, l’uscita dalla crisi, le relazioni ambigue con Erdogan, le conseguenze del post-Brexit. Ebbene non può essere Renzi a giocarsi la leadership europea costruendo una strumentale opposizione politica sul tema dell’austerità, ma devono essere le organizzazioni ed i movimenti a pretendere dal basso lo sforamento dei patti di stabilità; non può essere Renzi a proporre soluzioni aberranti alla crisi migratoria, ma la risposta solidale di chi non crede alla retorica della crisi; non può essere “questa Europa” a restaurarsi con la retorica della stabilità per paura dell’avanzata della destra estrema, ma occorre assumere le cause dei bisogni sociali e restituire un’altra possibilità credibile tra l’IN dei poteri forti e l’OUT della guerra tra poveri. Alla moltiplicazione di “Prima i nostri” noi rispondiamo ampliando la coperta – che in realtà non è corta, ma solo mal distribuita-: “Prima il popolo, dopo chi si è arricchito sulle nostre vite”.

L’ITALIA, IL 4 DICEMBRE E LA GENERAZIONE SENZA NULLA DA CONSERVARE

E’ in questo contesto incerto che il CDM ha finalmente reso nota la data del referendum Costituzionale dopo tante attese: il 4 dicembre. Sarà un ponte lungo dell’immacolata in cui rifiutare interamente tanto il merito del DDL Boschi-Verdini, tanto le politiche del Governo, tanto le politiche di austerità.

Noi che non abbiamo nulla da conservare, intendiamo promuovere il nostro NO. Un NO di giovani, studenti, precari, il No di chi ha subito decretazioni d’urgenza, voti di fiducia e deleghe in bianco su Buona Scuola, JobsAct e Sblocca Italia.

Lo diciamo chiaramente: per noi questo referendum non è un “Brexit all’italiana”, ma al contrario un OXI greco. Dal voto delle amministrative di maggio ad oggi si apre la fase in cui è possibile reagire ai razzismi, alla xenofobia e alla guerra tra poveri rifiutando di incolpare il più debole, ma puntando il dito dritto contro il nemico: questo sistema economico ingiusto. Non possiamo lasciare spazio ad ambiguità, perchè il nostro NO è diverso da quello delle destre e di Salvini, è un NO costituente che descrive una precisa visione di Paese. Il NO di chi non difende nulla, ma ha tutto da conquistare. Il NO di chi non intende lasciare ai potenti lo spazio per decidere più velocemente sulle proprie vite, sui propri territori, sul proprio futuro.

Sono i giovani a sfiduciare il Governo dei giovani, perchè non in nostro nome sono stati approvati gli ultimi provvedimenti, ma sempre in nome di quegli stessi soggetti che si sono esposti per il referendum: JP Morgan, Confindustria e Marchionne.

La data del referendum, infatti, non è stata scelta a caso. Apre nel dibattito pubblico le contrattazioni sulla Legge di Stabilità e la folkloristica ripresa della proposta del ponte sullo Stretto di Messina ne è esempio lampante. Le fumose promesse elettorali ed i soliti artificiosi contentini non cambiano però la sostanza. A nulla serviranno i tentativi di Renzi di farsi percepire come vittima delle chiusure europee, perchè la sua austerità espansiva ci ha stancato. A nessuno bastano più le sue promesse di riduzione delle tasse, dopo l’ennesimo trimestre chiuso a crescita zero del PIL. A nessuno interessa più la retorica dell’innovazione senza spazio ad una riflessione sullo sviluppo del Paese e del Mezzogiorno. Il combinato disposto Riforma Costituzionale ed Italicum renderà il Parlamento ostaggio del partito di maggioranza, consentendo con poco sforzo ad esempio la proclamazione dello stato di guerra.

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Non possiamo che rifiutare la riforma della classe politica che trasforma in strategia la tendenza all’antipolitica, ma intendiamo anzi far levare dalla generazione che non ha mai visto applicati i diritti costituzionalmente garantiti le basi del proprio NO.

Per noi infatti con questo voto è sempre più palese che non esiste uno scontro tra chi conserva e chi innova, ma uno scontro tra chi ha di più ed ha sempre deciso contro chi ha di meno e non è mai contato nulla. E’ arrivato il momento di ribaltare la forbice delle disuguaglianze e pretendere un mondo più giusto. Ciò è possibile costruendo una sfiducia sociale che non lasci ai giochi di palazzo l’esito plebiscitario del referendum, ma costruisca un processo popolare utile prima di tutto alla fase successiva.

  • Il NO DI UNA GENERAZIONE/ PER LA REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO

Il nostro è il NO delle generazioni dagli anni ‘80 in poi, che non sanno neppure cosa sia un lavoro vero, figuriamoci una pensione. Ci hanno bombardato con l’idea della flexicurity, ma ci hanno solo reso più flessibili e ricattabili. L’ultima proposta di riforma sulle pensioni che prevede un prestito bancario per anticipare il pensionamento è un esempio lampante di quanto questo governo non rappresenti i nostri interessi.

Il tasso di disoccupazione giovanile è al 39.2%, secondo il rapporto McKinsey la quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori delle generazioni precedenti. Insomma, il 97% delle famiglie ha redditi inferiori a quelli di 10 anni fa. Diciamo NO alla riforma costituzionale perchè non succedeva una cosa del genere dal dopoguerra, pertanto rifiutiamo le vostre politiche dell’emergenza e pretendiamo l’istituzione di una misura strutturale di reddito di base che garantisca l’autodeterminazione di tutte e tutti. Non è solo una questione generazionale, ma secondo l’ISTAT la povertà è un dato oramai diventato la norma. Sono infatti aumentate del 140% le persone con gravi difficoltà economiche secondo l’ISTAT. Votiamo NO contro il disinteresse dei Governi, che favoriscono la ricchezza dei pochi a scapito dei molti, aumentando la povertà e di conseguenza costruendo terreno fertile per mafie e microcriminalità.

  • Il NO DELL’OPERAIO CHE VUOLE IL FIGLIO DOTTORE / PER UN DIVERSO MODELLO DI SVILUPPO

Secondo l’OCSE l’Italia è il penultimo Paese prima dell’Ungheria per investimenti in istruzione. La povertà e le disuguaglianze sono un dato che si trasmette in famiglia. Non esiste nel nostro Paese una forma strutturale di sostegno agli studi, ed in particolare al sud solo il 10% della popolazione studentesca è interessata dai sussidi, che sono realmente erogati solo a 1 studente su 4 aventi diritto. Il nostro NO alla riforma costituzionale è la richiesta di una legge nazionale sul diritto allo studio delle studentesse e degli studenti scritta da chi vive la scuola e non delegata in bianco al Governo come votato con la Buona Scuola, è la richiesta di approvazione di una legge quadro nazionale sul diritto allo studio universitario, è la necessità di un investimento strutturale sul Sud del Paese. Non possiamo accettare una società che ci spinge ad essere sempre più ignoranti e con poche qualifiche per tappare i buchi del mercato del lavoro o peggio che ci costringe ad emigrare perchè troppo qualificati. Pretendiamo un sistema di investimenti strutturali su istruzione, ricerca e sviluppo che promuovano l’accessibilità dei percorsi formativi per tutte e tutti.

  • IL NO ALLO SFRUTTAMENTO / PER UNA NUOVA IDEA DI LAVORO

Confindustria si è esposta per il SI perchè il Governo Renzi continua a promuovere gli interessi padronali di sfruttamento. I numeri parlano chiaro, il JobsAct è una truffa: abbiamo infatti il – 33,7% di contratti a tempo indeterminato ed il 36% in più dei voucher. Loro ci vogliono più precari e ricattabili, noi costruiamo un NO al referendum costituzionale, primo passo verso la battaglia per l’abrogazione di parti del JobsAct che invaderà il Paese la prossima primavera con i referendum della CGIL, schieratasi per il NO a seguito dell’ultima assemblea nazionale.

Contro la proposta renziana di maggiore sfruttamento e salari inferiori, sosteniamo la necessità di politiche industriali e sociali che facciano sparire la piaga della disoccupazione. Vogliamo che il lavoro non sia più sfruttamento a favore del padrone, ma una attività per soddisfare i bisogni della società e per migliorare la vita delle persone. Non vogliamo vivere per lavorare, vogliamo avere il tempo di dedicarci alla nostra formazione e alla nostra crescita al di fuori della produzione di profitto per pochi. Rifiutiamo la precarietà, il nostro NO rivendica tutele e reddito per lavoratori autonomi e dipendenti.

  • IL NO DAI NOSTRI TERRITORI / PER UNA NUOVA IDEA DI DEMOCRAZIA

Votiamo NO per tutte le lotte territoriali che hanno invaso il Paese, dai NO TRIV, ai NO MUOS, ai NO TAV, ai NO TAP, allo STOP BIOCIDIO, alla lotta contro l’occupazione militare della Sardegna, contro l’accentramento del potere contenuto nella “clausola di supremazia” contenuta nella nuova proposta di Titolo V.

Sui nostri territori decidiamo NOI. Questo referendum sarà un’occasione per costruire connessione tra le lotte sparse per il Paese e costruire strumenti di pratica reale e non solo evocazione democratica all’interno dei nostri territori, contro devastazioni ambientali e messa in discussione della nostra salute.

  • IL NO ALLA FINANZA / PER RESTITUIRE SPAZIO ALLE PRIORITA’ POPOLARI

Votiamo NO contro l’ennesima truffa dei Governi che ci costringono a scegliere tra salvataggio delle banche con i soldi pubblici e impoverimenti dei pensionati piccoli risparmiatori. Votiamo NO contro chi diceva all’inizio della crisi di non preoccuparsi perchè il nostro sistema finanziario è solido. Votiamo NO contro le connivenze che hanno portato a tale portata il caso di Monte dei Paschi di Siena, contro JP Morgan che ritiene la nostra Costituzione troppo democratica e che prevede che non si andrà a votare prima del 2018. Votiamo NO perchè nessuno ha scelto questo Governo eppure ha deciso di modificare un terzo della carta costituzionale senza alcuna legittimazione popolare. Votiamo NO perchè non è questa riforma la priorità, ma bisogna rispondere ai bisogni popolari prima che ai documenti dei colossi finanziari.

DENTRO ED OLTRE L’INTERREGNO

La precarietà è oggi spazio in espansione che assorbe tutti gli spazi della vita e della società, dalle conseguenze emotive sugli stili di vita causate dagli attacchi terroristici alla moltiplicazione della militarizzazione delle strade, dalla flessibilità lavorativa alla proposta di salario adeguato ai risultati d’impresa, dall’assenza di credito bancario all’impossibilità di scelta sui propri corpi e sulle proprie famiglie, dal burkini ai meccanismi valutativi nei luoghi della formazione.

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Qualche anno fa scendevamo in piazza denunciando che alla nostra precarietà esistenziale e lavorativa corrispondesse una stabile governance dei poteri forti, finanziari e non votati. Oggi all’incertezza delle nostre vite ed alla precarizzazione totale della società non corrisponde più la certezza dei Governi. Dal piano europeo a quello italiano, è in crisi la storica articolazione del potere: quello delle larghe intese e della socialdemocrazia, quello dell’Europa della Merkel e di Junker, quello degli amici della Monte dei Paschi di Siena. Esiste una dicotomia per loro, tra democrazia e governabilità. Ci vogliono far credere che sia importante salvaguardare la “governabilità” perchè così le scelte sono più rapide. La verità è che si procede all’’istituzionalizzazione dei leaderismi, del “Partito della Nazione”, dei personaggi da sfornare per vincere i ballottaggi dell’Italicum. Dalle pagine dell’Unità si intravede la filigrana del ragionamento: la mediazione dei grandi partiti e delle grandi organizzazioni di massa non esiste più, quindi servono regole più certe per il funzionamento dello Stato. La deliberazione diviene meccanismo amministrativo e nulla più, la politica è consenso e non strumento collettivo di risposta ai bisogni, la distanza tra rappresentanti e rappresentati è colmata con la moltiplicazione dei like piuttosto che ribaltando la piramide e dando spazio a nuove forma di decisione diretta e popolare. L’impianto ideologico quindi è chiaro: prima gli individui. Non potendo che accettare la crisi delle forme organizzate classiche, senza alcuna velleità di difendere il novecento, siamo convinti però che la risposta sia ancora una volta collettiva. Esistono due soluzioni quindi: accettare che la governance neoliberista dall’alto si autoriformi, cambiando bacino di riferimento, costruendo un ordine di potere che manda al macero la vecchia borghesia industriale e si ricostituisce in una nuova classe di industriali 4.0 oppure dirci ingovernabili da questi sistemi di potere, non avere paura della fase che si apre ed accettare la sfida della costruzione di un processo che nell’atomizzazione progressiva sia in grado di porsi l’ambizione di ricostruire popolo.

I sistemi politici democratici si costituiscono mediante esclusioni che tornano ad ossessionare i sistemi fondati sulla loro assenza. Tale ossessione diventa politicamente efficace se il ritorno degli esclusi costruisce spinta sociale che costringe ad una espansione e ad una riarticolazione delle premesse di base della stessa democrazia. La sfida è costruire un modo nuovo di aprire spazi e riempirli con la vitalità sociale che dal basso si muove nel Paese. La necessità è immaginarci un modo diverso di riuscirci che sappia dare ricadute allo sdegno sui social, sappia muoversi porta a porta, sappia andare oltre la retorica del “cittadino”, ambisca alla costruzione di presa di parola collettiva, coscientizzazione, percezione dell’inganno della guerra tra poveri e voglia di riscatto.

Siamo dentro l’interregno. I vecchi poteri si stanno sgretolando, il nuovo ordine non esiste ancora. Mentre l’irrazionale della decadenza si esprime, esiste ancora uno spazio tutto da costruire. Noi siamo convinti che tra le patologie sociali e politiche del nostro presente ci sia ancora spazio per scrivere la storia e che ad aprire a pieno le contraddizioni tra il “non più” ed il “non ancora” non può che essere la nostra generazione.

Il 4 Dicembre è per noi una data simbolo di questa sfida. La vittoria del NO sarà fondamentale per comprendere verso quale direzione ci stiamo muovendo: se quella della restaurazione dei poteri, quella dei populismi senza popolo o l’embrionale costruzione di un controllo sociale che sia argine e forza in grado di risemantizzare la democrazia come pratica prima che come evocazione. Ciò che conta quindi, non è nè la data estemporanea, nè il suo risultato tout court, quanto il processo che stiamo mettendo in campo per ridare voce alle vittime della crisi degli ultimi anni e costruire processi di riconoscimento collettivo. Questo referendum, voluto dall’alto, personalizzato dai partiti, è una occasione senza dubbio perchè pone un aut aut anche ad ognuno di noi, alle organizzazioni sociali ed ai movimenti esistenti nel Paese: essere anche noi parte del vecchio che muore continuando ad autonarrarci o assumere la nostra non autosufficienza e governare le macerie. Senza alcuna ansia di accelerazione dei processi, noi vogliamo quindi cogliere l’opportunità della fase referendaria per scegliere di destituire il vecchio e costruire le basi per un nuovo processo di lungo periodo, che attraversa l’incertezza senza paura e costruisce dal basso e fuori dai riflettori una infrastruttura sociale che sappia rispondere alle nuove sfide ed ai bisogni di tutte e tutti con nuove pratiche di lotta e di mutualismo.

Non può essere questa la fase in cui fare il tifo dagli spalti. Nè però siamo disposti a costruire il solito autunno resistenziale allo scopo di timbrare il cartellino in processi che parlano solo a noi stessi.

Riteniamo quindi che nella fase attuale costruire recinti in nome della difesa del purismo del proprio pedigree a sinistra sia il più grande regalo che si può fare al Governo, così come mettere in campo percorsi chiusi ed autoreferenziali che rischiano di essere controproducenti nella mediatizzazione attuale del dibattito pubblico. Bisogna attraversare il basso e farlo in modo aggregante e popolare, contro una offensiva del Governo sempre più potente, senza dare per scontato la vittoria del NO, ma impegnandoci per portare con creatività il nostro NO costituente nei luoghi dove i messaggi di pancia ed antipolitici del SI renziano o del NO salviniamo oggi possono attecchire.

E’ con questo spirito che ci avviciniamo all’autunno, a partire dal 7 ottobre, passando per il 29 ottobre e per il 27 novembre, verso e oltre il 4 dicembre, convinti che le liturgie e le divisioni ammuffite tra realtà organizzate e realtà di movimento abbiano vita breve e che oggi stia in capo ai territori, alle lotte reali, alle dissidenze inespresse, agli spontaneismi individuali, alle geometrie variabili territoriali la responsabilità di cancellare le autorappresentazioni stantìe per praticare l’alternativa a partire dei bisogni reali sintetizzabili nell’istanza democratica.

Rete della conoscenza

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"Ricominciano le scuole e gli studenti non si fermano: il percorso verso il 7 ottobre parte dal primo giorno di scuola". Lo afferma in una nota la Rete Studenti Medi che si e' gia' mobilitata in vista della manifestazione nazionale del 7 ottobre "contro la condizione di incertezza di di precarieta' che vivono gli studenti e tanti giovani". Ieri sera la Rete ha fatto un blitz al Ministero dell'Istruzione e da domani sara' davanti le scuole "per iniziare da subito insieme agli studenti a tentare di immaginare un futuro migliore". "Nel nostro Paese, nelle nostre citta', le diseguaglianze sociali aumentano e le risposte dalla politica, al contrario, stentano ad arrivare, favorendo, invece, l'affermarsi di un pensiero che vede nell'esclusione dei piu' deboli la soluzione. I giovani sono tra le categorie che piu' subiscono questa situazione" dichiara Giammarco Manfreda coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi. "Non possiamo continuare a vivere nell'incertezza – prosegue Manfreda – vogliamo trovare riscontro ai dubbi delle tante studentesse e dei tanti studenti che da questa settimana ritorneranno tra i banchi di scuola, ma che hanno perso da tempo la capacita' di credere che proprio da li' si inizia a costruire il proprio futuro. Dobbiamo quantomeno provare ad invertire l'attuale tendenza, riportando al centro del dibattito pubblico del paese cio' che veramente puo' ridarci fiducia". " Da domani saremo davanti le scuole per iniziare da subito insieme agli studenti a tentare di immaginare un futuro migliore. Vogliamo parlare di lavoro, di inclusione e integrazione, di welfare, del persistente divario tra il Nord e il Sud del Paese, ma sopratutto vogliamo parlarne in quanto cittadini europei, ripensando un'Europa che rimetta al centro le persone ed i loro bisogni. Crediamo che la risposta alle diseguaglianze possa essere soltanto l'affermazione di diritti, e lo rivendicheremo con forza il 7 ottobre in tutte le citta' italiane".

Rete degli studenti medi

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Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Ottobre 2016 19:20

21-22 ottobre a Roma: sciopero generale e No Renzi Day

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21 Ottobre Sciopero Generale con iniziative e presidi a livello locale

22 Ottobre Manifestazione nazionale a Roma con partenza alle ore 14.00 da Piazza San Giovanni e arrivo a Piazza Santi Apostoli.

Dal pomeriggio del 21 Ottobre e sino alla partenza del 22 Ottobre da Piazza San Giovanni del 22 Ottobre: dibattiti, musica, interventi, cibo e bevande in piazza.vai allo speciale su 21 e 22 ottobre e scarica il materiale

http://www.usb.it

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SCIOPERO GENERALE e NO RENZI DAY

No alla controriforma costituzionale

IL 21 ottobre SCIOPERO GENERALE per la difesa dei diritti del lavoro e dello stato sociale, per difendere ed applicare la Costituzione del 1948, per dire basta al governo Renzi e al massacro sociale.

Il 22 ottobre NO RENZI DAY, manifestazione nazionale a Roma per dire NO alla Controriforma Costituzionale ed a tutti i suoi autori

VOGLIAMO

- L’APPLICAZIONE DEI PRINCIPI E DEI DIRITTI DELLA COSTITUZIONE DEL1948

- IL LAVORO, LA FORMAZIONE E LA SCUOLA PUBBLICA, LA CASA, IL REDDITO, LO STATO SOCIALE E I BENI COMUNI IN MANO PUBBLICA, L'AMBIENTE E LA DEMOCRAZIA, LA SICUREZZA E LA DEMOCRAZIA SUI LUOGHI DI LAVORO.

- LA LIBERTÀ E LA SOVRANITÀ DEMOCRATICA DEL POPOLO ITALIANO, OGGI SOTTOPOSTA AD UN VERGOGNOSO ATTACCO DA PARTE DEI GOVERNI DEGLI USA E DELLA GERMANIA E DALLA BUROCRAZIA DELLA UE.

DICIAMO NO

- ALLA CONTRORIFORMA COSTITUZIONALE DEL GOVERNO, DELLA CONFINDUSTRIA, DELLE BANCHE E DELL' UNIONE EUROPEA.

- AL JOBSACT, ALLA PRECARIETA’ SOCIALE, ALLA BUONA SCUOLA, ALLA LEGGE FORNERO, AL DECRETO MADIA, ALLA TAV ALLE GRANDI OPERE, ALLA PERSECUZIONE DEI MIGRANTI, ALLA DISTRUZIONE DELLO STATO SOCIALE, ALLE PRIVATIZZAZIONI, AI TAGLI ALLA SANITA’, AGLI INTERVENTI SULLE PENSIONI A FAVORE DELLE BANCHE.

- ALLA GUERRA , ALLA NATO, ALLE SPESE E ALLE MISSIONI MILITARI

- ALLA REPRESSIONE PADRONALE, POLIZIESCA E GIUDIZIARIA

21 e 22 OTTOBRE
NO ALLA CONTRORIFORMA E AL GOVERNO RENZI

Tutte e tutti in corteo a Roma per il NO RENZI DAY da piazza San Giovanni

Coordinamento per NO Sociale alla Controriforma Costituzionale

Per informazioni, adesioni e contatti: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

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Ultimo aggiornamento Martedì 04 Ottobre 2016 13:58

“Investi in Italia, gli stipendi sono bassi”, l’autogol della brochure del Governo

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stage lavoro

Eleonora Voltolina - tratto da http://www.repubblicadeglistagisti.it

Il mercato del lavoro italiano ha bisogno di imprese straniere che aprano in Italia, creando posti di lavoro? Certamente sì.

Per attirare queste imprese in Italia dobbiamo giocarci tutte le carte, evidenziando il più possibile i vantaggi che il nostro sistema Paese può offrire e sperando che riescano a controbilanciare tutti gli aspetti negativi che solitamente vengono associati all'Italia – dal costo dell'energia all'inefficienza della pubblica amministrazione (con annessa impenetrabilità della burocrazia), dalla lentezza della giustizia all'incertezza del diritto? Giusto, dobbiamo giocarci tutte le carte.O forse no. Non proprio tutte.

Magari, ecco, cercare di convincere le aziende straniere a venire ad insediarsi da noi magnificando il basso costo dei nostri cervelli, anche no. Citare tra i vantaggi competitivi il fatto che un laureato costi un quarto in meno rispetto ad altri Paesi europei, anche no. Sottolineare che i nostri salari sono bassissimi, anche per le persone con alto grado di scolarizzazione… Ehi, davvero vogliamo puntare su questo?

Davvero vogliamo proporre il nostro come un Paese da terzo mondo, rincorrendo un modello di competitività indiano invece che puntare a modelli europei?

Perché é quello che appare in una brochure distribuita pochi giorni fa, all'evento di presentazione del piano nazionale Industria 4.0. Il presidente del consiglio Matteo Renzi sul palco a snocciolare i progetti per rilanciare l'economia, e in cartella stampa questa brochure dal titolo “Invest in Italy”, sottotitolo “The right place, the right time for an extraordinary opportunity”.

Si elencano le riforme “pro business” del mercato del lavoro, gli incentivi agli investimenti, i distretti industriali, il capitale umano e il talento…Ecco, appunto: il capitale umano e il talento. «L'Italia offre un livello di retribuzione competitivo, che cresce meno che nel resto d'Europa, e una forza lavoro altamente qualificata».

stage lavoro

Insomma la brochure – peraltro, fatta bene nel complesso: chiara, esaustiva e ben impaginata, si vede che non ci ha messo le mani il ministero della Salute... – presenta come un dato positivo il fatto che in Italia abbiamo stipendi bassi. «Un ingegnere in Italia guadagna in media un salario di 38.500 euro, quando in altri paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800». Con tanto di grafici (v. a lato).

Anche perché c'è un vero e proprio paradosso: un governo che presenta all'estero come “vantaggio” un dato che all'interno, per i cittadini, é un dramma – e tra le prime cause della nuova emigrazione. Che i lavoratori italiani siano pagati troppo poco è un dato politicamente negativo, che chi governa deve impegnarsi a mutare attuando politiche che abbiano come obiettivo quello di dare a tutti, specialmente a chi ha un'alta formazione, opportunità di impiego più eque e dignitose dal punto di vista della retribuzione. Dato questo presupposto, “vendere” i bassi salari come fattore competitivo dell'Italia è ben poco sensato, se contemporaneamente si dovrebbe lavorare per farli salire!Qualcuno dirà: per portare a casa il risultato non si deve andare troppo per il sottile. Se qualche azienda, allettata anche dalla possibilità di poter pagare poco i dipendenti, sceglierà di stabilirsi in Italia, noi ci avremo guadagnato posti di lavoro – tanti disoccupati, pure gli ingegneri, avranno contratti e stipendi, e pazienza se sono più bassi che nel resto d'Europa e crescono pure di meno. Dunque tutti contenti.Io capisco questa visione “utilitaristica”. Giuro, comprendo il ragionamento. Ma il costo del lavoro non è un fattore di competitività! Se così fosse, la Svizzera sarebbe ultima nel panorama mondiale – invece è ai primi posti. La battaglia sul costo del lavoro non è solo una battaglia ingiusta, è sopratutto una battaglia persa: un ingegnere indiano costa e continuerà a lungo a costare un decimo di uno italiano. Non è quello il punto.

La riforma del lavoro che sosteniamo serve a permettere alle aziende di fronteggiare con maggiori strumenti le variazioni ormai vertiginose del mercato, per permettere loro di fare investimenti che un domani non le affondino, per aiutarle a rischiare di più in innovazione.Il costo del lavoro non è e non potrà mai essere un nostro asset, perché attrae aziende che non investono in innovazione.

Lavoriamo invece tutti insieme per valorizzare l'università e la ricerca, riformare la fiscalità in modo che sia chiara e semplice, lavoriamo sui costi dell'energia e sulle infrastrutture, prevediamo incentivi intelligenti rivolti alle aziende straniere che scelgano di stabilirsi da noi. Questa è la chiave per convincerle a venire in Italia.

Che il fine giustifichi i mezzi non mi è, francamente, mai andato giù. Ora arriviamo al punto di fare brochure dicendo “Venite in Italia, i nostri ingegneri sono bravissimi e costano poco”: perdonatemi, ma siamo proprio fuori strada.

30 settembre 2016

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