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«Buona scuola»: caos atto II

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Docenti trasferiti, cattedre vuote, mancano le deleghe della riforma. Studenti in piazza il 7 ottobre

Buona Scuola-renzi

tratto da http://www.dirittiglobali.it

Doveva essere il primo anno a regime della Buona Scuola e invece sarà un altro di transizione. Ieri, giorno della prima campanella in nove regioni (Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Molise, Piemonte, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto e provincia di Trento), la ministra dell’Istruzione Stefania Giannini aveva già preso tempo: «Per il tagliando – ha detto – attendiamo il prossimo anno, perché è triennale, ma possiamo dire di essere soddisfatti». Punti di vista che guardano lontano, mentre nelle scuole la situazione è tutt’altra. Per la Flc-Cgil sarebbero 40mila i docenti ancora in attesa di una cattedra. L’incertezza è più alta al Nord dove, a poche ore dalla chiusura delle procedure delle assegnazioni provvisorie ci sarebbero fino al 40% delle cattedre precarie ancora vuote. Il problema è stato generato dalla mobilità che ha interessato 207mila docenti. La metà riguarda gli spostamenti sulla provincia, ventimila non sono stati soddisfatti.

Sarebbero 3 mila gli insegnanti, soprattutto delle scuole primarie, che si ritengono danneggiati dall’algoritmo usato dal Miur per trasferirli a centinaia di chilometri dalla residenza, sebbene vantino punteggi più alti dei colleghi. Il dato è stato fornito dalla Giannini che lo ritiene fisiologico (il 2,5% del totale). Per loro si andrà alla conciliazione: cioè il riavvicinamento di qualche chilometro alla residenza. Per molte altre migliaia sembra che invece si finirà in tribunale.

Altro fronte della riforma è quello del «concorsone». I bocciati «non erano ignoranti, ma non erano sufficientemente preparati» ha detto Giannini che ha ribadito che il loro titolo di abilitazione non equivale a un’assunzione. Peccato che fosse così fino al 2009 quando esistevano ancora le Siss. Questi aspiranti docenti hanno sbagliato l’anno di abilitazione e ora ne subiscono le conseguenze. Per i vincitori, invece, Giannini ha ammesso che saranno assunti entro il 2018. Nel frattempo continueranno a fare i precari.

Questa situazione, non nuova nella scuola italiana, secondo la Cisl riguarda un terzo dei posti sui 18mila posti messi a concorso, un terzo si rivelano non esistenti. A fronte di 1.378 cattedre bandite nel Lazio, 1.604 in Campania, 1.096 in Sicilia, ad oggi ci sono zero posti disponibili. Sul fronte della trasparenza la Gilda ha conquistato un centimetro: «Abbiamo accesso agli atti proprio dell’algoritmo: finalmente potremo conoscere la famigerata formula matematica che ha deciso le sorti di migliaia e migliaia di docenti generando numerosi errori in parte ammessi dallo stesso Miur che ha avviato una serie di dubbie conciliazioni».

Un’altra anomalia è denunciata dal coordinamento dei docenti in graduatoria ad esaurimento (Gae) che l’anno scorso non hanno ceduto al ricatto rifiutando di presentare la domanda di assunzione, pur avendone diritto. Lo hanno fatto per non essere costretti all’esodo. Il loro lavoro dipende dalle graduatorie che non sono state esaurite dalle 102mila assunzioni di Renzi. I docenti denunciano di essersi ritrovati «senza lavoro» a causa di una decisione del governo che ha fatto approvare un emendamento «post legem» che ha compromesso le assunzioni previste dal turnover. «I posti che per legge dovevano andare ai docenti in graduatoria ad esaurimento, sono stati utilizzati per le assegnazioni provvisorie dei neoassunti, al fine di farli rimanere».

La «buona scuola» ha messo i docenti gli uni contro gli altri. Il coordinamento manifesterà davanti al Miur a Roma il 15 settembre. Cosa dicono gli studenti, grandi assenti di questo caos? Una cosa molto precisa: alla riforma mancano ancora molte deleghe. Dalla sua approvazione nel luglio 2015 infatti, il Governo non ha ancora scritto e discusso le «deleghe in bianco» che riguardano temi come diritto allo studio, formazione tecnico-professionale, edilizia scolastica. L’Unione degli studenti (Uds) manifesterà il 7 ottobre. Ieri la rete degli studenti ha compiuto un’azione dimostrativa davanti al Miur. Usi e Unicobas scioperano il 15 ottobre.

12 settembre 2016

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La strategia dei nuovi termovalorizzatori

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Ferderico Valerio - tratto da http://federico-valerio.blogspot.it
 
E' evidente che in Italia si è aperta la campagna promozionale a favore dei termovalorizzatori.

Gli articoli che tessono le lodi di questi impianti si susseguono sulle testate più importanti: l'ultimo è di questi giorni, sulla Stampa, dove si celebrano gli utili dell'inceneritore di Brescia  e la cancellazione,  in questi stessi giorni, dai programmi della terza rete di trasmissioni, scomode per gli amanti della "crescita", come "Scala Mercalli" e "Ambiente Italia", potrebbe far parte di questa stessa strategia.

In ballo c'è una torta molto sostanziosa: undici nuovi termovalorizzatori a cui il Decreto Sblocca Italia, spiana un veloce percorso in discesa, con la semplice aggiunta dell'aggettivo "strategico": è strategico che l'Italia produca energia bruciando rifiuti e quindi questi impianti si devono fare anche se gli enti locali direttamente interessati e le popolazioni che rappresentano fossero contrari.

Il fatto è che il  piatto è molto ricco: visti i costi di uno degli ultimi inceneritori realizzati in Italia, quello di Torino-Gerbido, pari a 250 milioni di di euro, la costruzione degli undici impianti imposti dal governo Renzi, vale qualcosa come 30 miliardi di euro, miliardi che gli Italiani delle dieci regioni interessate saranno "felici" di pagare con la TARI per i prossimi venti anni, tanti quanti ce ne vogliono per ammortizzare questi investimenti.

I nuovi inceneritori con recupero energetico saranno anche meno inquinanti di quelli di qualche anno fa, ma è anche vero che la termovalorizzazione è il sistema di trattamento rifiuti che costa di più, circa 150 euro a tonnellata.

In una società dove vige il libero mercato, questo dovrebbe essere un problema per gli investitori, ma non è così in Italia, in quanto con le nuove leggi (la TARI), tutti costi della gestione dei rifiuti sono a carico degli utenti!

Ma tutti gli Italiani  non sanno che sarà a loro carico anche la sovvenzione di questi impianti come è a loro totale carico il costo degli incentivi regalati con generosità, unica al mondo, ai gestori dei quarantotto termovalorizzatori nostrani già in funzione.

E già, non troverete questa notizia su nessun giornale nostrano, ma sappiate che l'Italia è l'unico paese al mondo che incentiva con denaro pubblico la termovalorizzazione dei rifiuti. 

E sulla stampa nazionale non leggerete mai la notizia che la Svezia ha deciso di tassare la termovalorizzazione dei rifiuti per incentivare il loro riciclo.

Fatti diventare, per legge, fonte di energia rinnovabile il 50% dei rifiuti urbani (la frazione biodegradabile), in Italia l'elettricità prodotta dalla loro combustione riceve un generoso incentivo da parte del Gestore della Rete che, ogni anno, regala alle Multiutility proprietarie di questi impianti 390 milioni di euro (dati del 2012).

Questi 390 milioni di euro sono letteralmente pagati da tutte le famiglie e da tutte le aziende italiane, tramite  la tassa introdotta nelle bollette della luce a sostegno delle fonti di energia rinnovabile.

Questo incentivo ammonta a 126 euro per ogni tonnellata di rifiuti "termovalorizzati".

Pertanto, il costo vero della termovalorizzazione, a totale carico dell'utente, per ogni tonnellata di rifiuto trattato è di  276 €, a fronte di 80 € che è il costo medio del compostaggio di una tonnellata di scarto organico ben differenziato, trattamento che non riceve nessun incentivo, nonostante gli indubbi vantaggi ambientali ed economici di questa pratica.

E' troppo ingenuo chiedersi per quale motivo il governo Renzi non abbia ritenuto strategica la raccolta differenziata, il riciclo e compostaggio dei 2,4 milioni di tonnellate di scarti urbani  che lo Sblocca Italia preferisce ridurre in cenere?

13 settembre 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Settembre 2016 10:17

Un’«Ape» non fa primavera

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Pensioni. L'anticipo pensionistico a cui pensa il governo contrasta in minima parte gli effetti della legge Fornero. Ma i problemi strutturali restano e si aggravano

ape impennaFelice Roberto Pizzuti - tratto da https://ilmanifesto.info

Nella prossima legge di Stabilità il governo intende inserire diversi provvedimenti in materia pensionistica. Quello di cui si sta parlando maggiormente è l’anticipo pensionistico (Ape) che dovrebbe attenuare in qualche misura il forte aumento dell’età di pensionamento (fino a sette anni) deciso nel 2011 dal ministro Fornero. Con quel provvedimento, il governo Monti ribadì la linea politica ed economica in atto da oltre un decennio di attingere al bilancio dell’insieme dei lavoratori-pensionati per sostenere il complessivo bilancio pubblico. Eppure, già dal 1998, il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni nette è in attivo (nel 2013 di circa venti miliardi).

Ma oltre a questa discutibile politica redistributiva, lo slittamento improvviso fino a sette anni dell’età di pensionamento ha generato molti altri problemi tra i quali la creazione dei cosiddetti esodati, cioè oltre trecentomila persone venute a trovarsi senza lavoro e senza pensione. Un importante effetto socio-economico è stato che il trattenimento forzoso in attività di persone in vista del pensionamento ha di fatto ostacolato l’ingresso nel mondo del lavoro di altrettanti giovani, con conseguenze negative non solo per le opposte aspettative di vita delle due categorie di popolazione; l’invecchiamento della forza lavoro ne ha ridotto sia la produttività che la capacità di adattarsi ad innovazioni produttive e, allo stesso tempo, ha aumentato il costo del lavoro. D’altra parte, il passaggio al sistema contributivo in un contesto di precarizzazione del mondo del lavoro, di compressione dei salari e di riduzione della crescita del Pil sta creando una vera e propria bomba sociale, cioè la creazione, nel giro di due-tre decenni, di un’ingente massa di pensionati poveri (quelle stesse persone che oggi sono precarie e/o sottopagate come lavoratori).

Di fronte a così tanti e strutturali problemi economico-sociali, l’Ape rappresenta un elemento di flessibilità dell’età di pensionamento che, però, potrà essere utile solo a chi, potendo contare su una pensione più che sufficiente, può anche permettersi di ridurla in cambio di una sua anticipazione. Poiché il governo non vuole toccare più di tanto il bilancio pensionistico (attivo) ha pensato di organizzare un prestito, a richiesta di chi vuole anticipare la pensione, dato dalle banche e assicurato da istituti finanziari privati. Naturalmente gli interessi e i costi assicurativi del prestito sono a carico di chi li chiede, salvo agevolazioni pubbliche per ristrette categorie di lavoratori più svantaggiati (disoccupati, lavoratori precoci o impiegati in attività usuranti). Ma anche tali agevolazioni dovranno essere limitate poiché per l’insieme dei provvedimenti (oltre all’Ape, c’è l’ampliamento dei beneficiari della 14ma, la ricongiunzione gratuita dei periodi contributivi) le risorse sono limitate (2 miliardi).

In definitiva, l’Ape non modifica l’età di pensionamento decisa con la legge Fornero, ma introduce (per un periodo di sperimentazione) un elemento di flessibilità che, di fatto, potrà essere fruito solo da chi avrà una pensione medio-alta, ma molto difficilmente da chi ne avrà una medio-bassa: anticipare di tre anni una pensione attesa di 1000 euro implicherà la sua riduzione a circa 850 euro per il resto della vita da pensionato. I problemi strutturali del sistema pensionistico rimangono intatti e continuano inesorabilmente a crescere. I provvedimenti di cui si sta parlando costituiscono delle misure che aiuteranno solo un ristretto numero di persone, ma in prossimità del referendum.

12 settembre 2016

vedi anche

La truffa dell’anticipo pensionistico, col “sì” dei sindacati complici

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 14 Settembre 2016 09:49

L’Italicum verrà bocciato, quindi si può buttar via

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15116_italicum-la-modifica-agita-il-pd-e-renzi-non-si-sbilancia

Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org

Dopo aver imposto a colpi di voti di fiducia la legge elettorale chiamata Italicum, improvvisamente Matteo Renzi e la sua coorte di governanti per caso si scoprono “disponibilissimi a cambiarla”. Magari non è nemmeno vero, ma devono almeno far finta di esserlo.

Il caso è notevole non solo sul piano della coerenza di un gruppo di potere – se quel che un anno fa era "il massimo della modernizzazione" ora può essere buttato nello scarico senza problemi, c'è qualcosa che non funziona – ma soprattutto su quello degli scenari a breve termine. Che sono poi gli unici che interessano alla coorte e soprattutto a quelli che “li hanno messi lì” (Marchionne dixit).

In un paese dove la Carta costituzionale viene trattata come un impiccio idealistico difficile da mandare in soffitta (non è mai stata applicata per intero, tantomeno la sua prima parte), la legge elettorale cambiabile a maggioranza semplice è stata spesso il modo più veloce per trasformare la “costituzione materiale”, restringendo progressivamente la rappresentatività del Parlamento rispetto al paese. Tutto in nome della “governabilità”, dell'”efficienza”, della “rapidità” della decisione politica.

Da questo punto di vista l'Italicum è veramente il massimo sperabile, appena un pelo meno del voto censitario o della dittatura. Un sistema a doppio turno in cui chiunque si piazzi ai primi due posti in prima battuta può diventare padrone del paese, anche prendendo magari il 20% dei voti (ossia all'incirca il 10% degli aventi diritto); e che assicura ai comitati elettorali il controllo pressoché assoluto sugli eletti, predeterminati al momento della formazione delle liste.

In combinato disposto con la controriforma costituzionale si andrebbe a realizzare un dispositivo istituzionale che anche Licio Gelli avrebbe probabilmente benedetto con un “troppa grazia, sant'antonio!”.

Ma la Costituzione formale nata dalla Resistenza, pur azzoppata e pesantemente intaccata (dal Pd, quando ancora comandavano Prodi e D'Alema!), ancora esiste e agisce. E dunque tutti guardano con apprensione al 4 ottobre, quando la Corte Costituzionale dovrà esaminare l'Italicum per verificare se esistano o meno – come si dice – profili di incostituzionalità. A presentare ricorso alla Consulta, peraltro, non erano stati i partiti dell'opposizione vera o finta, ma due tribunali, Messina e Torino, con una ricca dotazione di argomenti.

Si sa che l'Italicum ha ripreso e ampliato proprio i due punti su cui la Consulta aveva giudicato incostituzionale la legge elettorale precedente, il porcellum partorito dalla fervida mente di Calderoli & co.: abnorme premio alla maggioranza e candidati predeterminati, non scelti dagli elettori. Entrambi i punti, insomma, annullano le possibilità di scelta e restringono in modo eccessivo-autoritario la rappresentanza politica a due soli "partiti". Un suicidio, oltretutto, in un sistema di fatto tripolare, che implicitamente assicura al ballottaggio la convergenza di secondo e terzo contro il primo.

Rilievi sollevati appunto dai due tribunali ricorrenti, e che mettono sulla graticola proprio il “premio di maggioranza” assegnato al partito che supera il 40% al primo turno o che vince al ballottaggio. Senza una "soglia critica di consensi" per accedere al secondo turno (oltre il 30%, per esempio), il premio non garantisce "l'effettiva valenza rappresentativa del corpo elettorale". In un sistema di rappresentanza frammentatissimo, infatti, sarebbe teoricamente possibile che qualcuno arrivi “primo” con una percentuale irrisoria.

In secondo luogo, l'esplicito “divieto di apparentamento” tra liste diverse tra il primo e il secondo turno – se pure sembra favorire il “non patteggiamento” tra programmi elettorali diversi, considerato un modo per rallentare o paralizzare l'azione di governo – appare decisamente irrazionale rispetto allo scopo (costituzionalmente dovuto) di assicurare un Parlamento che sia anche rappresentativo dell'opinione prevalente nel paese. Governabilità e rappresentatività viaggiano su binari e con orari diversi. E l'attuale Costituzione non consente di scegliere la prima, come pure piacerebbe a Goldman Sachs e a tutte le imprese multinazionali.

Dunque, visto che la sentenza del 2014 fa da autorevole precedente, sembra logico attendersi che a ridosso del 4 ottobre anche questa legge elettorale venga bocciata in tutto o in parti sostanziali. E certo non mancano i memebri della Consulta nominati dal Parlamento che possono riferire in privata sede degli orientamenti esistenti nella corte (non pensate subito a Giuliano Amato, ce ne sono anche altri!).

Insomma: il governo Renzi e i sui committenti sono perfettamente consapevoli che l'Italicum finirà nella spazzatura, quindi si portano avanti con il lavoro dichiarandosi pronti a discutere un'altra legge elettorale. Anche a costo di fare una figura miserabile (non è mai stata cambiata una legge elettorale prima ancora di metterla alla prova), che dimostra anche ai ciechi l'incompetenza istituzionale di questi “personaggetti”.

Il problema è che i tempi sono ormai maledettamente stretti. Il referendum va fatto – per obbligo costituzionale, anche qui – prima di Natale. E non sembra che la cosiddetta “maggioranza di governo” possa reggere una discussione che va a incidere sulle possibilità o meno, per l'attuale ceto politico-parlamentare, di restare in sella. E arrivarci con sulle spalle un'altra bocciatura della Consulta sarebbe il modo migliore per assaporare la sconfitta.

Se la controriforma Boschi-Renzi dovesse però finire bocciata dagli elettori – cosa che appare oggi possibile, contrariamente a un anno fa –  Renzi sarebbe così “azzoppato” da non poter evitare le dimissioni. Se non altro perché la sua “maggioranza” si sfalderebbe all'istante, con tanti manipoli in fuga verso una configurazione diversa. E sarebbe complicato anche andare a nuove elezioni, visto che la legge utilizzabile allo scopo resta per il momento il vecchio mattarellum.

Anche saldandosi alla poltrona di Palazzo Chigi, comunque, con una diversa legge elettorale dovrebbe cambiare completamente strategia rispetto a quanto previsto fin qui (un solo partito al comando, al servizio di un gruppo selezionato fuori dai circuiti della politica nazionale), tornando alle “vecchie” e consolidate prassi concertative tipiche dei governi di coalizione. Qualcosa che proprio non piace in primo lugo all'Unione Europea, che pretende da ogni paese governi certi per almeno cinque anni, e non litigiose combriccole di specialisti in “assalti alla diligenza” della spesa pubblica.

Il cortocircuito è evidente, e la paralisi del potere probabile. Vero è che i giudici della Consulta – ragionando politicamente, cosa che non dovrebbe nemmeno sfiorarli – potrebbero portare la sentenza alle lunghe, dando così modo all'esecutivo di arrivare senza altri handicap alla scadenza referendaria. Ma se dovessero scegliere questa strada, anche a prescindere dal merito della sentenza che emettranno, si dimostrerebbe che anche la Corte Costituzionale non è più un “organo di garanzia”.

12 settembre 2016

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New York, riduzione dei rifiuti del 90% ed equità sociale. Ecco il nuovo piano di sostenibilità della città. Il commento di Enzo Favoino

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Proponiamo un commento apparso sulla pagina Facebook di Enzo Favoino, esperto di rifiuti come tecnico e ricercatore della scuola agraria di Monza, coordinatore di Zero Waste Europe e che abbiamo avuto l'occasione di ospitare in alcuni dibattiti anche a Livorno. Favoino commenta un articolo uscito lo scorso anno su Ecodellacitta.it sulla svolta sui rifiuti che vuole fare la città di New York e la confronta con la miopia del governo italiano. Buona lettura. redazione, 8 settembre 2016

***

Questo è un post un po’ lungo, e me ne scuso. Ma se riuscite, leggetelo fino in fondo, ci sono dentro diverse cose che considero prezioso condividere. Per i temi e le strategie che ci stanno a cuore, e per accumulare argomenti a sostegno. Ma anche per un riconoscimento che di tanto in tanto è opportuno fare al lavoro che da 30 anni portiamo avanti in Italia. All’inizio da soli, o quasi, poi sempre più con tanti compagni di percorso, con i quali è bello condividere gli sforzi.

Qualche volta è bello, e tatticamente aiuta nel confronto, farsi dare del pasticcione. Od addirittura definirsi tali da soli. Se questo serve a dimostrare che quello che sei bravo a fare, anche tu che sei nella vulgata considerato un pasticcione, lo puoi ben insegnare a fare a tutti gli altri, inclusa la metropoli per definizione, New York City.

"Dirty Italians can play with dirt" - una frase che ho coniato, e spesso ironicamente uso e condivido con i colleghi americani, e non solo: per convincerli. Perché la frase si potrebbe tradurre: quei pasticcioni degli Italiani ci sanno fare, con la spazzatura. Dunque, ce la può fare chiunque.

Parto da una notizia circolata più volte su queste pagine, e su altre. Rilanciata anche recentemente, in una delle sue tante declinazioni, anzi una di quelle fondamentali (l'espansione del programma di raccolta differenziata dell'organico)

Prendo in prestito l'ottima sintesi (in fondo) che ne ha fatto Ecodallecittà: la Città di New York, una delle Capitali Mondiali, che per bocca del sindaco Bill De Blasio dichiara l'intenzione di allontanarsi dall'attuale, insostenibile(sotto tutti i profili!) sistema di gestione dei materiali post consumo, mediante l'adozione della strategia Rifiuti Zero, e l'asse fondamentale dell'espansione dei programmi di raccolta differenziata domiciliare, con particolare attenzione all'"Organics recycling programme": ancora una volta l'organico al centro delle pratiche, per la sua importanza quantitativa (contributo ai tassi di recupero) e qualitativa (possibilità di avere il RUR meno fermentescibile, dunque ridurre le frequenze di raccolta, comprimendo i costi complessivi del servizio e determinando un ulteriore effetto di "traino" sulle raccolte delle altre frazioni): uno dei paradigmi fondamentali dei sistemi che, dall'inizio degli anni '90, abbiamo implementato, consolidato e diffuso prima attorno a Milano, poi nel resto d'Italia, aggredendo infine - con una "rivoluzione gioiosa" - anche contesti esteri, in Europa e non solo.

A New York ci siamo già stati, abbiamo incontrato la Sig.ra Garcia, Assessore all'Ambiente, intrigata dalle esperienze italiane che hanno mostrato la praticabilità di questi sistemi anche in contesti ad elevata densità abitativa. Non solo Milano, attualmente più grande città al mondo con uno schema di porta a porta integrale, incluso l'organico, sul 100% della popolazione. 135.000 t/anno di risorse organiche sottratte annualmente allo smaltimento, e che vengono restituite al comparto dove devono naturalmente stare: il suolo. Ma anche i Comuni di cintura, ove a partire da Cinisello Balsamo (uno dei paesoni cresciuti troppo in fretta e in modo ingarbugliato negli anni '60 e '70, 80.000 ab., 8000 ab/kmq) ove nel 1995 già dimostrammo che la densità abitativa NON è ostacolo alla praticabilità della raccolta domiciliare. Per finire con altri contesti nelle dimensioni demografiche di "Città", a Nord come a Sud, che rendono il sistema ubiquitario. Novara, Parma, Salerno, per citarne alcune

Alla nostra visita, all'incontro con la Garcia sono seguite già alcune trasferte di singoli tecnici e funzionari del NYCDS (Dipartimento Ambiente della Città di New York) che sono venuti a più riprese a valutare, studiare la organizzazione del sistema, i risvolti operativi ma anche quelli regolamentari, comunicativi e sociali.

Ora, la notizia che voglio condividere è che settimana prossima verrà a consolidare questo "patto di azione", in una sorta di “visita ufficiale”, la delegazione apicale del NYCDS, inclusa Bridgette Anderson, supervisiore dell'Organics' Recycling Programme e mia compagna di passione (per il suolo, la fertilità dello stesso, il recupero delle risorse incluse nei nostri scarti organici e il contributo che la cosa può dare anche alla lotta al cambiamento climatico)

Gli amici di NYC saranno a Milano, per vedere direttamente il sistema in opera e anche per una serie di iniziative ufficiali, poi a Parma, e visiteranno anche diversi siti per la valorizzazione dell'organico.

Un inciso doveroso: a me viene ancora una volta, inevitabilmente, in mente quanta capacità di progettazione ed organizzazione potremmo esportare, facendo identità sui sistemi di raccolta domiciliare – quelli italiani, secondo i modelli che sviluppammo circa 25 anni fa e poi declinati nei diversi contesti ed adattamenti, sono i più performanti, e la cosa è ormai di dominio comune. Invece siamo ripiegati su discussioni relative agli impianti di trattamento del residuo, ed alla loro declinazione, che secondo lo “Sblocca Italia” dovrebbe essere esclusivamente quella dell’incenerimento – insomma, anziché esportare buone pratiche, ci arrovelliamo a discutere sistemi e tecnologie altrove decotti. Totalmente decotti, come ho più volte mostrato e condiviso su queste pagine.

Peccato. Perché io all’estero ci opero, ci lavoro, riesco ad influenzare le decisioni. Ma l’Italia non fa sistema, e dunque a me e qualcun altro capita di fare queste cose, ma di farle da solo. Mentre sarebbe bello fare sistema, sostenere la capacità delle nostre realtà locali che hanno realizzato sistemi virtuosi, riuscire a fare diventare l’Italiano nel mondo la lingua della raccolta differenziata, come l’inglese è quella del Rock. Io lo dico sempre, tra il serio ed il faceto “Italian is the language of the future”, preparatevi a parlarla, nel nostro settore. Ma rimango in quel limbo tra il serio ed il faceto. Perché da soli, il mondo non si cambia, ci si può mettere tutto l’impegno, tutta la passione, come quotidianamente facciamo. Ma nessuno è onnipotente. Bisogna fare sistema. E questo deve partire soprattutto dall'iniziativa delle Istituzioni centrali e regionali. Perché la volontà nostra, di attivisti, tecnici, Sindaci che ci credono, c'è già. Va incanalata, sostenuta, messa a sistema e sinergia. Invece che bollata di "oltranzismo ambientalista" come spesso accade.

Intanto, gioisco per un’altra notizia, arrivatami Lunedi, appena presa nella sede competente: la Città di Copenhagen ha deciso finalmente di introdurre la raccolta differenziata dell’organico. Che c’entra? C’entra: eravamo lì il 2 Febbraio per un workshop dedicato, i membri della Commissione Comunale erano con noi, e siamo sicuri che la forza delle evidenze operative, ambientali, economiche, che abbiamo offerto abbia alla fine contribuito (ed in misura fondamentale, tanto che siamo stati i primi ad essere informati della decisione!) a superare dubbi ed ostacoli: ostacoli che sinora derivavano soprattutto dalla irragionevole sovracapacità di incenerimento, che li costringeva ad alimentare gli inceneritori, e non il suolo. Ma le indicazioni europee vanno in altra direzione, il Pacchetto Economia Circolare dà obiettivi ben più ambiziosi del poco che loro si sono attualmente ridotti a riciclare (imballaggi), insomma, l’organico deve prendere il suo ruolo anche da loro. Con buona pace di chi prende Copenhagen a modello, proprio mentre Copenhagen segue indicazioni che arrivano da noi.

Ma torniamo, per concludere, a New York: c’è una doppia valenza di questo “asse” di collaborazione con la metropoli americana: c’è anzitutto, importantissimo, il riconoscimento della capacità operativa dei sistemi italiani. Solo l’ennesimo riconoscimento, ma certo importante, perché la Grande Mela fa sempre notizia – anche al di là dei confini della Galassia…
Ma c’è anche il segno che queste strategie possono essere adottate davvero ovunque. Non ci sono scuse, non ci sono limiti. Neanche in una delle situazioni urbane più complicate al mondo.

Ricordate quello che cantava, con la sua maestria, Liza Minnelli, ripresa con altrettanta capacità da "the Voice" Sinatra?

Sì, lo ricordate: "If I can make it here / I'd make it anywhere"

Se posso farlo a New York, lo posso fare ovunque. Parole sante. Qualcuno le citi, come le cito io ogni volta che faccio riferimento a New York, e se ritiene, le canti, davanti a coloro cui bisogna cantarle, ogni volta che serve. Perché se si dice che a Firenze (giusto come esempio, e preso non a caso, per citare uno degli snodi del dibattito in corso) non si può fare il porta a porta, ecco, c’è una evidente disproporzione.

Citate Liza Minnelli. Penso che funzionerà

Enzo Favoino, 7 settembre 2016

https://www.facebook.com/enzo.favoino.3/posts/1390002781033459

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New York, riduzione dei rifiuti del 90% ed equità sociale. Ecco il nuovo piano di sostenibilità della città

Immagine: New York, riduzione dei rifiuti del 90% ed equità sociale. Ecco il nuovo piano di sostenibilità della città

Si chiama oneNYC ed è basato sull'idea di coniugare la lotta alle disuguaglianze di reddito con l'impegno a ridurre l'impatto ambientale della città. Riduzione dei rifiuti, efficientamento energetico e resilienza climatica

Bruno Casula - tratto da http://ecodallecitta.it

Inizia una nuova era per New York. Mercoledì 29 aprile il sindaco Bill De Blasio ha annunciato ufficialmente il nuovo piano rifiuti della città, di cui si era già avuta qualche anticipazione in occasione della Giornata Mondiale della Terra. L'obiettivo dell'amministrazione è molto ambizioso: ridurre del 90 per cento i rifiuti indifferenziati entro il 2030, arrivando da quel momento in poi a fare completamente a meno delle discariche.  Per decenni, i rifiuti della Grande Mela sono stati portati in treno o sulle chiatte in South Carolina, Virginia, New Jersey e Pennsylvania. Il nuovo piano eliminerebbe quasi tutte le esportazioni, che costano più di 350 milioni di dollari all'anno. Per raggiungere il traguardo si punterà ad un massiccio incremento del riciclo, ma anche a diverse iniziative per la riduzione dei rifiuti a monte, tra cui degli incentivi anti-spreco rivolti a cittadini e attività commerciali. Una prima misura a medio termine sarà l'estensione della raccolta porta a porta dell'organico a tutta la città entro il 2018, cosa che attualmente coinvolge quasi 200 mila newyorkesi. Un'altra è quella che riguarda l'implementazione e la semplificazione della raccolta differenziata, che entro il 2020 verrà trasformata in una raccolta multimateriale di metallo, vetro, plastica e carta, tutti da conferire in unico bidone.

Ridurre i rifiuti aiuterà New York a raggiungere un altro obiettivo ambizioso, annunciato da De Blasio a settembre, ovvero la riduzione delle emissioni di gas serra dell'80% entro il 2050. Per farlo bisognerà agire soprattutto sugli edifici, che determinano il 75%  delle emissioni globali della città. Il piano rifiuti fa parte in realtà di un programma molto più ampio, intitolato "oneNYC, the Plan for a strong and a just city", a sua volta basato sul PlaNYC dell'ex sindaco Bloomberg, che punta a fare di New York una città molto più “sostenibile” di quanto non sia adesso, non solo dal punto di vista ambientale ma anche per ciò che concerne l'equità sociale. Si tratta di 332 pagine, frutto di una collaborazione tra 70 agenzie, 177 gruppi civici, più di 50 politici e un sondaggio pubblico. L'idea di oneNYCè quella di coniugare la lotta alle disuguaglianze di reddito – il 45% della popolazione di New York vive vicina alla soglia di povertà – con l'impegno a ridurre l'impatto ambientale della città. "Sappiamo che se lavoriamo unicamente alla sostenibilità ambientale e ci ritroviamo con una città dorata buona solo per i più ricchi, non avremo più New York – ha detto De Blasio alla stampa - E allo stesso modo, se abbiamo una città piena di opportunità economiche e di inclusione, ma non efficiente dal punto di vista ambientale, non funzionerà”.

Il miglioramento delle condizioni abitative può essere preso come esempio del nuovo corso. Le classi meno abbienti vivono per la maggior parte in edifici poco efficienti dal punto di vista del risparmio energetico. Questo, oltre agli sprechi che chiaramente coinvolgono tutta la città, determina per i residenti spese piuttosto alte che gravano sul bilancio domestico, più di quanto non gravino sul bilancio delle classi più agiate. Tra le soluzioni ipotizzate nel piano di De Blasio ci sono l'introduzione di sgravi fiscali, la creazione di nuove unità abitative efficienti e a prezzi accessibili e, dove possibile, l'efficientamento energetico delle vecchie case. L'altro fronte su cui il piano oneNYC punta fortemente per unire la salvaguardia dell'ambiente e al miglioramento dell'equità sociale è l'aumento della resilienza della città ai cambiamenti climatici. Quando nell'ottobre 2012 l'uragano Sandy colpì New York (42 miliardi di dollari di danni e 22 morti), numerosi ambientalisti avevano fatto presente che le misure di difesa dai fenomeni più estremi non potevano più essere pensate e attivate senza tutelare gli strati sociali più deboli.Per questo il piano prevede il coinvolgimento di gruppi di comunità locali nella pianificazione delle misure preventive e d'emergenza, come il rafforzamento delle difese costiere e delle infrastrutture energetiche e viabilistiche.

Come riporta insideclimatenews.org, OneNYC ha ricevuto un generale apprezzamento da parte degli ambientalisti, anche se numerosi sottolineano che mancano degli elementi importanti: non sono chiare le fonti di finanziamento del piano, alcune scadenze sono troppo ottimistiche, non si capisce bene quali organi dovranno gestire i differenti lavori. Insomma, va bene il programma ma adesso il passo successivo dev'essere un preciso e dettagliato piano di attuazione.

30 aprile, 2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Settembre 2016 08:09

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