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Renzi, Mao, la governabilità 5 Stelle e il nostro tempo politico

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renzi orologio

tratto da InfoAut

«Noi abbiamo un'altra intuizione, l'intuizione che la storia ritorna, ma non si ripete».

Da un appello del 22 marzo degli studenti francesi

In queste ore Renzi si trova in Cina per il G20, e anche qui non manca di rilanciare dichiarazioni tutte centrate sul contesto italiano. Da qualche tempo il premier è impegnato a contrastare e a riposizionare la valenza del prossimo referendum, ossia il rischio della propria fragorosa caduta. L'all in giocato sulla vittoria del Sì si rivela sempre più come un azzardo ingestibile per lui e più in generale per la governabilità del sistema-paese (e non solo). E' in particolare su un piano del dispositivo temporale che ora Renzi tenta di imbrigliare la possibile disfatta e la sua uscita dal tavolo.

«All’Italia spetterà la presidenza di uno dei prossimi G20, che non abbiamo ancora ospitato. Non so se sarà nel 2019, nel 2020 o nel 2021, comunque io ci sarò». Sono queste le parole con cui si conclude la sua conferenza stampa a Hangzhou. E hanno da un lato un sapore scaramantico, ma dall'altro segnano una profonda transizione nel discorso renziano. Ve la ricordate la campagna per le primarie? Lo slogan era “Adesso!”, e ci si prometteva di rottamare il vecchio. La paura del cambiamento è un'altra delle retoriche agitate dal renzismo, che tuttavia adesso si agita e sta cambiando verso. Ancora Renzi dichiara:

«Spesso per vedere i risultati delle riforme ci vogliono anni. Il futuro viaggia veloce e può impaurire […] Tutti vogliamo una crescita inclusiva ma abbiamo un nemico comune: la paura». Ecco dunque il nuovo imprimatur: prendere tempo, allungare l'orizzonte dell'azione di governo, sconfiggere la paura del futuro. Non si gioca più sull'immediatezza della politica dei tweet, ma si prova a ridefinire un'azione politica che esca dal presente e dalla continua ricerca dell'evento che legittimi l'agire del leader. Non a caso pochi giorni fa al Forum Ambrosetti di Cernobbio sempre Renzi faceva ricorso a una metafora dal sapore maiosta:

«L'Italia prosegue una lunga marcia: il 2016 si chiuderà meglio del 2015, che si è chiuso meglio del 2014, questo è un risultato inoppugnabile», fino ad aggiungere una frase illuminante: «Nella dittatura dell'istante abbiamo bisogno di tempo e noi non abbiamo fretta». Poco dopo fa addirittura ricorso a metafore bibliche per depotenziare il peso politico accumulatosi sul referendum: se «vince il no, non c'è l'invasione delle cavallette, non c'è la fine del mondo: resta tutto così».

Il tentativo di inversione di rotta non potrebbe essere più lampante. Come scrivevamo dopo le ultime amministrative, il ciclo renziano ha attraversato in fretta il solco tra innovazione riformatrice e appartenenza alla "casta". 

Il problema nel quale si ritrova invischiato Renzi muove tuttavia su acque ben più profonde. La sua traiettoria è, pur compressa in pochi anni, mimetica di un mutamento più intenso nella percezione della temporalità politica. Per gli antichi il tempo era una spirale ciclica di continuo decadimento dei sistemi politici rispetto a un mitico passato di benessere. La stasis, la guerra civile, un pericolo costante alla quale si rispondeva con l'oblio, la rimozione dal ricordo. La modernità si struttura cambiando radicalmente i termini del gioco. La guerra civile deve essere continuamente ricordata come monito perché non si ricada in tale passato. Il tempo è tutto rivolto al futuro, al suo progetto di costruzione. Questo tempo progressivo, di cui si era dotato in senso rivoluzionario anche il movimento operaio, è stato profondamente riorganizzato dalla restaurazione neoliberale a partire dalla metà degli anni '70. In parallelo con l'affermarsi delle tecnologie cibernetiche, è il presente a divenire l'orizzonte temporale prevalente – ma all'interno di una narrativa che pone la crescita costante come sostegno dell'eterno presente.

Oggi la promessa del continuo progresso si infrange sempre più contro la burrasca del presente, e si inizia a insinuare una nuova percezione temporale che nuovamente ridefinisce i vettori temporali. E' Massimo Cacciari a darne un lampante esempio, in un'intervista concessa alla festa del Fatto Quotidiano:

«I 5 Stelle […] io mi auguro che crescano, maturino, perché il disfarsi di questa aggregazione importante, almeno quantitativamente importante, aggraverebbe ancora il disfarsi di questo paese […] quindi è augurabile che almeno il 25-30% di questo elettorato si ritrovi all'interno di questa casamatta perché altrimenti il liquido diventa gassoso in questo paese […]. Sta mancando strategia, politica, classe dirigente, debolezza patologica del paese […]. Una crisi che dura dagli anni '70. […] Il grande rischio è che il futuro ci presenti una catastrofe, cioè un mutamento radicale di scena con tutto quello che ciò comporta».

E sì che fino a poco fa Cacciari era uno dei più duri fustigatori dei 5 Stelle. Ma l'avvicinarsi di scenari foschi e difficilmente prevedibili conducono il filosofo veneto a sperare anche nei 5 Stelle come forma di tenuta sistemica, pur di fronte alle convulsioni della giunta Raggi e alle (apparenti o di sostanza?) divaricazioni interne tra "movimentismo" e "governismo", per prevenire esplosioni a suo parere catastrofiche.

Ecco, la catastrofe che si profila nel futuro è una spia rilevante di una temporalità frammentata che sta uscendo dalle coordinate moderne, o quantomeno da quelle consolidate. Quali siano le possibilità per opzioni sociali antagoniste di incidere sulla definizione del piano temporale nei tempi a venire saranno unicamente le lotte a poterlo determinare. Ma è all'interno di questo tempo globale interconnesso, fluttuante, rapsodico, che si definiscono i terreni politici del momento che attraversiamo. E che riemerge, all'interno delle contraddizioni del presente, il peso della storia. Passa anche per la riscoperta di progetto e di un gioco temporale fatto di una superficie vischiosa ma costituito di rarefazioni e precipitazioni, frenesie e attese, l'agire politico oggi.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 05 Settembre 2016 12:04

Roma. La Giunta Raggi perde pezzi, non i migliori

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Roma Marco Aurelio

Federico Rucco - tratto da http://contropiano.org

C’è un bel casino nella giunta comunale di Roma guidata dalla pentastellata Virginia Raggi. La revoca della nomina del magistrato Carla Romana Raineri dall’incarico di Capo di Gabinetto, sono state seguite a cascata da quelle  – strategiche per il ruolo – dell’assessore al Bilancio Minenna, un pezzo da novanta del M5S che Luigi Di Maio aveva fortemente voluto al Campidoglio, e poi dagli aministratori delegati di Ama e Atac.

Ad annunciare le dimissioni del Capo di Gabinetto Raineri, finita nel mirino di molti attivisti ed elettori del M5S per il super stipendio di 193 mila euro, è stata  la stessa Raggi con un post pubblicato su Facebook che così ha spiegato la decisione: “Sulla base di due pareri contrastanti, ci siamo rivolti all'Anac che, esaminate le carte, ha dichiarato che la nomina della Dott.ssa Carla Romana Raineri a Capo di Gabinetto va rivista in quanto 'la corretta fonte normativa a cui fare riferimento è l'articolo 90 Tuel (Testo unico degli enti locali, ndr)' e 'l'applicazione, al caso di specie, dell'articolo 110 Tuel è da ritenersi impropria'. Ne prendiamo atto”.  La Raineri ha fatto sapere di aver presentato le dimissioni irrevocabili già nella serata di ieri, 31 agosto. La sua nomina era stata suggerita proprio dall’assessore Minenna. Il fatto che la Raggi abbia accettato le dimissioni della Raineri, pur trincerandosi dietro il fattore oggettivo della valutazione dell’Anac (diventata ormai come il Talmud), sembra che abbia suscitato le ire dell’assessore Minenna che ha deciso di mollare.

A seguito  delle dimissioni di Minenna si è dimesso anche il nuovo amministratore unico dell’AMA,  Alessandro Solidoro il quale, in un comunicato reso noto dalla stessa Ama, “a seguito delle dimissioni dell'assessore al Bilancio ha ritenuto venute meno le condizioni per l'incarico affidatogli”.  Infine si sono dimessi anche altri due tecnocrati ossia l‘amministratore delegato dell’Atac Rettighieri (uomo legato a Rfi e ai lavori della Tav) e l’amministratore unico della stessa Atac, Brandolese.  

Insomma Capo di Gabinetto, assessore al Bilancio, gli amministratori delegati di di due delle tre maggiori società municipalizzate che si dimettono, danno proprio l’idea di una “cordata” di tecnocrati che avevano accettato l’incarico – che però qualcuno del M5S gli aveva offerto – per almeno due motivi,  entrambi all’apparenza poco nobili: il primo è che la nuova giunta potrebbe trovarsi dentro una tempesta giudiziaria per aver comunque ereditato il pregresso nella gestione dei rifiuti e dei trasporti a Roma;  il secondo è che i margini di manovra dei tecnocrati in cordata si sarebbero rivelati inferiori a quanto si aspettavano.

Per la giunta Raggi è indubbiamente un duro colpo, ma potrebbe anche essere l’occasione per chiarire le linee di priorità negli interessi e negli obiettivi che intende perseguire in una città devastata, disfatta, incattivita  ma resiliente come Roma. E qui vengono fuori tutti i limiti della logica della “buona amministrazione” e della prevalenza delle “competenze” sulle aspettative politiche e sociali create dal M5S nel governo della città. Roma, per uscire dal tunnel in cui l’hanno infilata le amministrazioni precedenti e gli interessi dominanti, ha bisogno di discontinuità e di scelte politiche conseguenti. O le si fanno o non le si fanno.  Ma se non le si fanno poi si finisce sulla stessa graticola con cui hanno cotto la foglia di fico rappresentata dal sindaco Marino.

1 settembre 2016

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Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Settembre 2016 11:03

Renzi e l’economia politica del disastro

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Il terremoto come "opportunità per il paese". Tra Shock Economy e cattura della partecipazione sociale, così il governo cerca di recuperare il consenso perduto

Biagio Quattrocchi - tratto da http://www.dinamopress.it

A poche ore dal disastroso terremoto del 24 agosto che ha colpito Amatrice, Accumuli, Arquata del Tronto e altri borghi del rietino, la risposta solidaristica non si è fatta attendere. Sono davvero tante le iniziative di sostegno dal basso che si sono mosse in questi giorni complicati, che forse è persino difficile contarle. Solo per fare un esempio, dalla vicina città di Roma, diversi centri sociali insieme alle Brigate di Solidarietà Attiva oltre ad organizzare la raccolta di beni primari, stanno avviando la costruzione di due strutture fisse che ospiteranno una mensa popolare ed un magazzino di stoccaggio e distribuzione dei beni raccolti, entrambi autogestiti insieme agli abitanti delle zone coinvolte. In queste fitte trame di solidarietà, qui nella provincia di Rieti, così come era già accaduto all’indomani del terremoto dell’Aquila, si può vedere all’opera un agire sociale che travalica il desiderio di portare conforto fattivo a chi sta vivendo un momento di profonda difficoltà. C’è una domanda di partecipazione, e ancora di più, la volontà di affermare un potere decisionale sulle proprie vite, che si manifesta anche attraverso la risposta spontanea dei canali di mutuo-aiuto indipendenti, che si sottraggono alla disciplina imposta dalla fase emergenziale. C’è poi da aggiungere, che i ricordi della gestione autoritaria dei soccorsi, a tratti militare, della Protezione Civile di Bertolaso, non sono lontani. E questo, forse, spinge ancor di più la ricerca di soluzioni caratterizzate da maggiore indipendenza.

Ma quello su cui mi vorrei concentrare riguarda il fatto che la rottura con il governo Bertolaso della Protezione Civile non sembra solo preoccupare chi abita nel basso della società. Non c’è nulla da sottovalutare su come Renzi, con forte agire propagandistico, prova a muovere le prime mosse post-terremoto. A pochi giorni dal sisma, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, con la presenza dei ministri Del Rio e Madia, Renzi presenta il suo piano di governo. “Casa Italia”. A cui bisognerà nei prossimi mesi prestare notevole attenzione. Un programma in cinque mosse: 1) prevenzione sismica ed idrogeologica; 2) riqualificazione energetica; 3) recupero delle periferie; 4) politiche abitative; 5) fisco e semplificazioni. Questi sono solo i titoli dei capitoli su cui intende muoversi. Per adesso i contenuti non sono certo ancora chiari e neppure è chiara l’allocazione di risorse che il governo intende muovere. Che esista una “economia politica dei disastri” è un fatto noto. La capacità, cioè, dei governi di fare leva sullo scoraggiamento, sulle ansie diffuse, sulle paure vissute dopo un trauma come quello del rietino, per imporre cambiamenti istituzionali più o meno profondi, per stabilire nuovi dispositivi di politica economica e nel contempo, per correggere il clima di fiducia intorno alla propria azione pubblica. In un oramai noto libro di Naomi Klain, questo agire opportunistico e violento dei governi, viene tradotto con l’espressione di “Shock economy”. In poche parole: capovolgere il segno negativo di un disastro, nell’opportunità economica e politica di far riprendere il gioco dell’accumulazione; un’esigenza evidentemente ancor più viva in una fase storica come la nostra, così profondamente segnata dalla stagnazione.

Le cose che colpiscono tra queste prime mosse del governo intorno all’affaire “ricostruzione” e che ci autorizzano a parlare di “economia politica dei disastri” sono almeno due. La prima riguarda la ripetizione dell’uso retorico di concetti quali “partecipazione” “coinvolgimento sociale”, nel presentare il progetto pluriennale “Casa Italia”. «Un progetto che coinvolga concretamente, non a chiacchiere, tutti i cittadini interessati a dare una mano alla comunità del nostro Paese. Abbiamo decine di argomenti su cui possiamo dividerci e litigare, su questo lavoriamo insieme». In questi termini si è espresso il principino di Rignano. Fa specie persino, che dopo aver dichiarato la fine della stagione della “concertazione” coi sindacati confederali, il primo ministro si mette a riusare questo termine da ancien regime proprio per invocare la partecipazione degli stessi sindacati, ma questa volta non sulla gestione del mercato del lavoro, bensì su quella del territorio. Viene da chiedersi se questo uso così insistente della retorica della “partecipazione” non voglia costituire un dispositivo politico di “cattura” di quel fare mutualistico a cui ci siamo richiamati proprio in apertura. Dunque, il tentativo di trarre forza dallo spontaneismo solidale, ma per addomesticarlo nel guscio invisibile di una sorta di “Big Society della catastrofe”, in cui proprio la mobilitazione molecolare, spinta sotto il peso del panico e dell’euforia, si trova ad essere unita sotto il comando del governo centrale. Oppure, per esigenze ancor più meschine, legate solo alla congiuntura politica, il richiamo alla partecipazione è anche un modo per togliere terreno all’avversario del M5s.

C’è una seconda questione, dicevamo. Che il terremoto e persino le sue vittime, vogliano essere cinicamente trasformate “in una opportunità per il Paese”, lo si legge senza nessuna minima pudicizia sulle principali testate, lo si ascolta in televisione. Uno dei concetti più associati alla parola terremoto è quello di “forzare le regole di flessibilità” previste dai trattati, per aumentare (di molto poco aggiungeremmo noi) la spesa pubblica, necessaria per gli interventi di ricostruzione e per la messa in sicurezza del territorio, così come propagandata da “Casa Italia”. La “Shock economy” questa volta è giocata ad un doppio livello. Sul piano esterno, per contrattare più flessibilità con la Merkel, facendo in modo che sia attenuata leggermente la disciplina di bilancio. Su quello interno, per ricostruire consenso politico, agendo su misure – che al meno sul piano comunicativo – presentano un minimo sapore anti-ciclico. Che poi le misure di “Casa Italia” siano davvero in grado di generare dei moltiplicatori di spesa in grado di riattivare l’occupazione è decisamente dubbio, vista la grandezza delle risorse di cui si va discutendo. Ma non va certamente sottovalutato come questa volta, dopo la mossa del bonus fiscale degli 80 euro, l'"austerità espansiva" (come la chiamano loro) e possibili effetti redistributivi, forse passeranno per le città e per i territori, anziché attraverso il sistema del welfare.

Per il momento il progetto “Casa Italia” e più in generale il terremoto hanno eclissato nel dibattito pubblico la discussione sulla riforma costituzionale. Non dovrà stupirci se, superata questa prima fase, Renzi tenterà la mossa del cavallo, legando la sua azione di governo su questo progetto con la campagna referendaria. A quel punto la “Shock economy” avrà prodotto i suoi massimi frutti.

Tra qualche giorno – il 3 e 4 settembre – le realtà sociali saranno a Napoli per discutere sulla costruzione politica dell’autunno, partendo dalle ricche esperienze neo-municipali che si stanno sperimentando, dalle lotte sul terreno del lavoro, da quelle territoriali, per stabilire la nostra agenda e l’attraversamento della campagna referendaria per un “No costituente”. Sarà, dunque, forse l’occasione anche per tornare a discutere di questi argomenti.

1 settembre 2016

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Crisi permanente e disoccupazione giovanile: una piaga globale

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ilo

Panofsky - tratto da http://contropiano.org

Non è (ovviamente) solo un problema italiano. La disoccupazione giovanile rimane alta a livello globale e i dati sembrano indicare che sia destinata a crescere ulteriormente. Lo dice un rapporto recentemente pubblicato dall'International Labour Organization (ILO), che mette anche in guardia sul fatto che pure i giovani che lavorano si trovano spesso in situazioni di semi-povertà a causa di lavori precari e malpagati e che la percentuale di giovani che vogliono emigrare per sempre dal proprio paese è in costante crescita.

I dati dell'ILO ci dicono che a livello globale il tasso di disoccupazione dei giovani fra i 15 i 24 anni è salito dal 12.9 al 13.1 per cento, molto vicino quindi al picco toccato nel 2013 (13.2 per cento). Si noti che l'Italia è ben sopra questa media, visto che il suo tasso è attorno al 40 per cento (dati Istat).

Un risultato trainato dal brusco arresto della crescita del fenomeno nei paesi emergenti come Russia, Brasile e Argentina, ma anche i paesi occidentali non vanno tanto meglio, visto che ci si aspetta che la disoccupazione cresca nel 2016 per poi diminuire solo dello 0.2 per cento nel 2017.

Il rapporto sottolinea poi che anche per i giovani che lavorano la situazione non è molto migliore. Essi si trovano spesso bloccati in situazioni contrattuali ultraprecarie e malpagate, col risultato che a livello globale ben il 38 per cento dei giovani che lavora si trova in una situazione di povertà. Il problema è drammatico nell'Africa Sub-sahariana (70 per cento), Asia meridionale (49 per cento) e nei paesi arabi (39 per cento), ma anche nei paesi occidentali la situazione non è affatto positiva. Ad esempio nel 2014 nell'Unione Europea il 12.9 per cento dei giovani lavoratori si trovava a rischio di povertà.

Non sorprendentemente cresce dunque il numero dei NEET, i giovani che “non studiano, non lavorano e non guardano la TV”, come cantavano i CCCP. L'evidenza empirica disponibile per 28 paesi in tutto il mondo ci dice infatti che circa un quarto dei giovani fra i 15 e i 29 anni non studia né lavora, una percentuale enorme. Secondo uno studio dell'Università di Milano, l'Italia con il suo 26 per cento si trova al primo posto in Europa.

Gli ennesimi segnali di un'economia globale che ormai si trova in una situazione permanente di stagnazione, e di come uno degli aspetti di questa crisi sia stato un attacco globale senza precedenti alle fasce giovanili della società.

Inutile stupirsi se l'ultimo aspetto sottolineato dal rapporto dell'ILO è che in questa situazione cresce il desiderio dei giovani di emigrare. Nel 2015 quasi 51 milioni di migranti avevano fra i 15 e i 29 anni, e più della metà di essi risiedeva originariamente in paesi contraddistinti da economie “sviluppate”. Complessivamente nel 2015 un quinto dei giovani in questa fascia d'età mostrava la volontà di emigrare permanentemente dal proprio paese. Un risultato strettamente collegato alle condizioni del mercato del (non) lavoro: ad un incremento dell'1 per cento del tasso di disoccupazione giovanile si collega infatti un incremento dello 0.5 per cento della volontà di emigrare.

Da sottolineare, infine, che anche fra i giovani persistono grandi diseguaglianze di genere, il che suggerisce che queste diseguaglianze rischiano di restare radicate anche in futuro. Basti pensare che, a livello globale, solo il 37.3 per cento delle donne lavora o è attivamente in cerca di lavoro, a fronte del 53.9 per cento degli uomini.

Numeri e tendenze da tenere in mente per evitare un approccio esclusivamente “italocentrico” alla crisi globale.

31 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 31 Agosto 2016 14:37

Gentilini: "Diritto alla salute, quali verità dietro gli inceneritori di nuova generazione?"

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Diritto alla salute, quali verità dietro gli inceneritori di nuova generazione?

 

L’antivigilia di ferragosto dall’agenzia adnkronos è stato diffuso un comunicato della SItI (Società Italiana Igiene Medicina Preventiva e Sanità Pubblica) con 7 “verità”  a supporto della presunta utilità e innocuità degli inceneritori di nuova generazione, posizione che sarebbe condivisa anche dall’Istituto Superiore di Sanità. Purtroppo sul  sito ufficiale della SItI non è reperibile il comunicato originale e quindi ci si deve limitare a quanto diffuso da adnkronos e ampiamente ripreso dai media. C’è da rimanere  profondamente sconcertati davanti alle “7 verità”  perché non solo nessuna di esse è scientificamente supportata, ma addirittura alcune affermazioni sono in netto contrasto con ciò che emerge dalla letteratura scientifica. Non sono mancate pronte repliche sia da parte dell’Isde (l’Associazione dei Medici per l’Ambiente) che di Medicina Democratica, ma alcune considerazioni della SItI meritano di essere prese  in esame.

Si afferma ad esempio che  gli inceneritori “non provocano rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti” e che dallo studio epidemiologico Moniter “una delle più sofisticate ricerche al mondo sul rischio connesso alle emissioni di inceneritori […] si evidenzia chiaramente la assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti”. Come già tante volte ho avuto modo di scrivere  sono viceversa numerosi gli studi scientifici (anche recentissimi) che dimostrano esattamente il contrario e descrivono effetti sia a breve (esiti riproduttivi, malformazioni, esiti cardiovascolari, respiratori) che a lungo termine (soprattutto tumori). E’ vero che per la gran parte (ma non per la totalità) si tratta di studi che riguardano impianti di “vecchia generazione”, ma dove sono studi epidemiologici che valutano gli effetti a lungo termine degli inceneritori di “nuova” generazione?

Quanto poi al Moniter – condotto dopo gli allarmanti risultati per la salute femminile emersi dall’indagine sugli inceneritori di Forlì, e costato ben 3 milioni e 400.000 euro di soldi pubblici – si fa presente che sono solo 2 gli studi usciti da questo immane lavoro che sono stati pubblicati su riviste internazionali. Tali studi segnalano un incremento statisticamente significativo del rischio di nascite pre-termine e di abortività spontanea in relazione alle emissioni degli impianti. Abortività  spontanea e prematurità  sono quindi per la SItI inquadrabili come  “assenza di rilevanti rischi sanitari”? Ancora si afferma che le discariche inquinano più degli inceneritori, dimenticando che gli inceneritori (anche di terza generazione) necessitano di discariche speciali per le ceneri leggere, quelle che residuano dai filtri e dai processi di lavaggio dei fumi, residui tossici che non ci sarebbero senza la combustione.

Ancora si parla di “un bilancio energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di teleriscaldamento come accade virtuosamente da anni in città come Brescia, Lecco e Bolzano. In realtà dal punto di vista energetico, anche con le migliori tecnologie disponibili, si raggiunge un rendimento pari al 40% dell’energia associata ai rifiuti in ingresso, risultato che si può ottenere solo attraverso un uso efficiente del teleriscaldamento e di fatto realizzato solo nelle 3 città citate. In realtà secondo i dati della Epa a parità di materiale l’energia risparmiata con il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con l’incenerimento!

E’ davvero deprimente constatare che si ridicolizza il concetto di “rifiuti zero”, non si conosce il concetto di “economia circolare” e si dipinge l’incenerimento come soluzione del problema rifiuti. Sono invece proprio questi impianti che ostacolano la soluzione dell’“emergenza rifiuti” perché – una volta costruiti –   devono essere alimentati per decine di anni con grandissime quantità di rifiuti, impedendo riduzione, riuso e riciclo dei materiali. C’è quindi una “caccia” ai rifiuti per ogni dove – con ovvio aggravio del traffico pesante – o  addirittura si assimilano i rifiuti speciali non pericolosi (prodotti da utenze commerciali e produttive) ai rifiuti urbani (gli unici di cui dovrebbe farsi carico l’amministrazione pubblica) pur di avere quantità adeguate da bruciare.

La pratica della assimilazione è ampiamente diffusa in Emilia Romagna e Toscana e questo anche se la normativa comunitaria prevede che i rifiuti speciali siano gestiti a mercato libero, in quanto per la massima parte facilmente riciclabili. Si dimentica che gli inceneritori sono finanziati ogni anno con 500 milioni di euro pagati da tutti noi con la bolletta elettrica e questo trasforma l’incenerimento in un ottimo investimento per i gestori, ma non certo per la salute e l’occupazione. Non è certo da oggi che andiamo ribadendo questi concetti: se fossimo stati ascoltati e le risorse spese a favore degli inceneritori fossero state impiegate per raccolta domiciliare e centri di riciclo, quanti problemi avremmo risolto? Quanti ricoveri ospedalieri, sofferenze e morti avremmo risparmiato?

Davanti  ad argomentazioni così banali e  superficiali della SItI c’è solo da arrossire: come si può pretendere che i cittadini abbiano fiducia nella classe medica se una parte qualificata di essa si dimostra quanto meno così poco informata? Personalmente voglio ancora credere nel ruolo dei medici e della sanità pubblica e non rassegnarmi davanti a quella che vorrei fosse solo superficialità e incompetenza, ma non vorrei nascondesse intrecci con interessi che nulla hanno a che fare con la tutela della salute.

23 agosto 2016

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