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Guerre, ricatti e sfruttamento: la marcia renziana verso il referendum

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renzi euro vespatratto da www.infoaut.org

Sono tempi difficili per Renzi. Lo zero spaccato di crescita economica registrato dall'Italia nel secondo trimestre del 2016 è l'ennesima botta subita da un governo sempre più in difficoltà. Il debito pubblico sale invece di ridursi come nelle promesse di Padoan, mentre il nostro paese è sempre più descritto dalla stampa internazionale (quella che Renzi non riesce a controllare sul modello Rai) come il malato d'Europa e il possibile prossimo epicentro di una nuova ondata di crisi.

Crollati gli effetti dei provvedimenti cosmetici in stile 80euro, l'esecutivo non sa più che pesci pigliare e si avvita sulla carta del referendum. Lo fa sia per provare a convincere l'opinione pubblica che è necessario un “passo avanti” sulla governabilità - che nella accezione renziana si legge sostanzialmente nei termini di un maggiore autoritarismo e decisionismo sul procedimento legislativo - sia per costruire un diversivo rispetto alla popolazione sulle reali emergenze e sulle prospettive fosche che si addensano sulla società nostrana.

L'ultimo rapporto McKinsey, "Poorer than their parents? A new perspective on income inequality", spiega infatti che il 97% delle famiglie nel periodo tra il 2005 e il 2014 hanno subito un peggioramento o non hanno migliorato di un'unghia la loro condizione economica: si parla di un problema globale, che riguarda tutte le economie del pianeta, ma che in Italia ha la sua punta massima.

Si sarebbe portati a pensare che il periodo considerato non è quello che si riferisce al periodo di Renzi a Palazzo Chigi; ma questo governo con Buona Scuola, JobsAct et similia ha dimostrato di non avere alcuna prospettiva di cambiamento rispetto ad un modello sociale finalizzato alla devastazione e al saccheggio delle vite dei suoi cittadini. Inoltre, dove anche nel rapporto si chiedono misure di sostegno al welfare e pratiche di redistribuzione economica sociale, il governo sembra continuare a muoversi al contrario.

Sembra anzi sempre più forte la tendenza ad ulteriori attacchi: in questo senso va letta ad esempio la riforma della Pubblica Amministrazione a firma Madia che dovrebbe riorganizzare questo comparto attraverso l'eliminazione degli scatti di anzianità e la messa in mobilità forzata dei lavoratori “inutili”.

Si passa infatti ad un organico funzionale che ogni anno verrà posto a verifica attraverso tagli ai dipendenti improduttivi, che verranno collocati in regime di “disponibilità” e pagati solo per i due anni successivi, al termine dei quali rimarranno semplicemente in strada. Una bomba sociale insomma, considerati i numeri del settore e l'evidente non volontà/incapacità dei sindacati confederali di mettersi di traverso a un piano del genere che potrebbe aprire ad una mobilitazione potente e non completamente “controllabile” sulla questione.

Non a caso la riforma, annunciata per settembre, potrebbe essere posticipata a febbraio per evitare che i circa 3 milioni di dipendenti della PA del nostro paese possano andare alle urne con una leggera indisposizione verso il governo. Già la contestatissima norma che obbliga gli insegnanti al trasferimento coatto ha segnato un grosso passo falso per il governo, la paura di fare lo stesso errore e perdere ulteriori pezzetti di consenso è molto forte..

Contemporaneamente rimane calda la vicenda dei migranti, con sempre più appelli a combinare ai processi di repressione e controllo pratiche di sfruttamento coatto mascherate da accoglienza. Da un lato il ministro della Giustizia Orlando, sempre con la scusa della velocizzazione e della razionalizzazione, annuncia l'eliminazione dell'appello per il richiedente asilo una volta che la sua richiesta venga bocciata da un giudice, aprendo così la strada ad una intensificazione dei rimpatri forzati e alla costruzione di un paese “gendarme” della sponda sud della Fortezza Europa. migranti

Dall'altro il capo del Dipartimento per le libertà civili e l'Immigrazione, Morcone, apre ad una maggiore implementazione delle politiche di workfare sul migrante. Questo nella proposta di Morcone dovrebbe essere incentivato a partecipare a lavori di pubblica utilità (con stipendi ovviamente indecenti quando esistenti) attraverso la concessione di corsia preferenziale per la regolarizzazione. La decurtazione dello stipendio servirebbe a sostenere i costi dell'accoglienza, l'incentivo al buon comportamento eviterebbe i rischi che il migrante possa mai ribellarsi contro la cooperativa che lo sfrutta sul lavoro o contro le angherie di un sistema come quello basato sul permesso di soggiorno e la Bossi-Fini.

Si potrebbe così ottenere tante nuove braccia da utilizzare nella sostituzione dei costosi lavoratori regolari, approfittando della migrazione per abbassare ulteriormente il livello medio dei diritti di tutti. Una chiusura del cerchio perfetta, dove la guerra interna contro i diritti sociali viene condotta attraverso la guerra esterna che permette la creazione di un esercito di disperati soggiogabili a piacimento.

A proposito, siamo in guerra. Non solo in Libia, come sembrerebbe nell'osservare la super esposizione mediatica del rischio terrorismo derivante dai barconi in partenza da Sirte; ma anche in Yemen ad esempio, dove sono le bombe prodotte in Sardegna e vendute dal nostro governo ai fondamentalisti wahhabiti sauditi a devastare ospedali, scuole e abitazioni della popolazione yemenita all'interno di un conflitto che vale decine e decine di milioni di euro in termini di profitti dalla vendita di armi. Oltre 6000 morti e 30000 feriti sono i numeri di un conflitto che reca con sé anche 3 milioni circa di sfollati: quanti di loro dovranno, per causa nostra, raggiungere nuovamente il Brennero, Ventimiglia, Como e diventare emergenza nazionale, nonchè succulento bottino per i professionisti dell'accoglienza?

Intanto lo scenario politico è sempre più avvitato su sé stesso, con un PD sempre più liquido e completamente avulso dalla società reale, seriamente impegnato a schiantarsi insieme con il suo ducetto verso il referendum. Ne sono simbolo le feste dell'Unità completamente blindate, sia a livello di contenuti possibili da esprimere, con l'ANPI paragonata a CasaPound e invitata alle Feste dell'Unità solo a condizione che non si esprima per il NO al referendum, sia nel senso delle forze dell'ordine che ormai sanno che ogni evento del PD è target possibile di contestazione.

Dall'altro lato, mentre Forza Italia è ancora ferma al palo, un Salvini in crisi d'identità e in calo di consensi cerca di soffiare più possibile sul fuoco girando vestito da poliziotto, dando della bambola gonfiabile alla Boldrini e pregando ogni notte affinchè avvenga qualche atto terroristico sul nostro territorio. Il Movimento 5 Stelle è invece impelagato nella palude romana, e tenta di usare la sua carta migliore, il piano della gestione mediatica, per mascherare le contraddizioni esplose nel momento in cui le tentazioni del potere si sono fatte troppo forti per non essere godute appieno.

Le possibilità si aprono dunque per una critica radicale al sistema politico e per una riproposizione della necessità di auto-organizzarsi per migliorare le proprie condizioni di vita. Sono 7 i milioni di appartamenti vuoti in Italia mentre aumentano sempre più le persone sotto sfratto o già senza casa; sono sempre più forti le pratiche di sfruttamento nella logistica, nella grande distribuzione, nell'agricoltura ma anche come abbiamo visto nel settore pubblico; in un'estate che ha visto notizie come lo schianto dei treni in Puglia, non vengono meno le motivazioni per opporsi alle Tav, ai commissariamenti dei quartieri e a tutte le pratiche di devastazione dei territori; le già citate proteste del comparto docenti possono e devono essere affiancate dalla mobilitazione studentesca contro un governo che con strumenti come l'alternanza scuola-lavoro negli istituti e il sistema dei voucher nel mondo del lavoro è sempre più all'attacco dei giovani.

Costruire il No Sociale verso il referendum deve ripartire da qui, dalle contraddizioni nei territori e dagli spazi politici che si aprono per poterle portare alla luce e caratterizzarle nel segno del conflitto. Per far passare Renzi dall'estate direttamente al suo inverno politico...

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Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Agosto 2016 18:19

"Sicurezza sul lavoro? Troppe regole". Al via la riforma del governo

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Disegni di uomini che subiscono infortuni

tratto da Clash City Workers

Presentata in commissione la riforma del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro. Crescono infortuni e morti bianche, l'attività ispettiva è carente, ma per Maurizio Sacconi bisogna "semplificare" la normativa e deresponsabilizzare il datore di lavoro.

Le morti e gli infortuni sul lavoro sono di nuovo in crescita, così come le malattie professionali. È scritto sul rapporto 2015 dell'Inail: più di 600.000 denunce di infortuni, più di 1200 quelle di morte (694 quelle accertate). Si tratta però di stime al ribasso, visto che non tengono conto né di lavoratori indipendenti (partite Iva, liberi professionisti...) né di lavoratori in nero che, va da sé, non sono assicurati Inail (e quindi non risultano nei loro conti) e sono particolarmente presenti nei due settori a più alto rischio di incidente e con la quota più alta di vittime mortali: agricoltura ed edilizia. Un conteggio più veritiero lo fornisce l'Osservatorio Indipendente di Bologna, che si basa sulle notizie di incidenti mortali pubblicate sui giornali: l'anno scorso sono stati almeno 678 quelli sul luogo di lavoro (quest'anno sono già 405). Tenendo conto anche dei morti in itinere (vittime di incidenti mentre vanno o tornano dal lavoro), che per l'Inail sono il 55% del totale, si arriva ben oltre i 1200.
Cifre che hanno ricominciato a salire negli ultimi anni, nonostante l'effetto "positivo" della crisi e dell'aumento della disoccupazione. Calerebbero certamente se fosse pienamente applicato il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro entrato in vigore nel 2008 (la legge 81/2008), un testo che ora il governo vuole riformare, o piuttosto, abbattere.

Le intenzioni sono chiarite subito nell'introduzione al testo, presentato dai suoi relatori Sacconi e Fuksia (ex M5S, ora anch'ella parte della maggioranza) alla commissione del Senato: la legge 81/2008 è caratterizzata da "un'eccessiva complessità, legislativa e di attuazione" ben "esemplificata dal numero degli articoli". Non solo, la legislazione sulla sicurezza sarebbe stata disegnata sul modello di funzionamento della grande fabbrica, mentre oggi "la diffusione delle nuove tecnologie digitali" trasforma il modo di produrre "nel senso di una maggiore autonomia e responsabilità del prestatore d'opera". È la solita vecchia retorica che ha accompagnato le riforme del lavoro degli ultimi trent'anni: il mondo del lavoro non è più quello rigido della catena di montaggio, ai lavoratori è richiesta autonomia di decisione, intraprendenza, disponibilità al cambiamento. Un'affresco smentito dai fatti, come abbiamo cercato di riportare due anni fa nel nostro primo libro, e come testimoniato quotidianamente dalle storie riportate su questo sito che parlano di addetti alla pulizie, facchini, braccianti agricoli, operatori di cooperative sociali, operai metalmeccanici, insomma milioni di lavoratori per i quali la tecnologia (quando c'è) non ha certo rappresentato maggiore indipendenza dal datore di lavoro, semmai un'intensificazione dei ritmi, della pressione psicologica, delle prestazioni richieste, e quindi: un aumento dei rischi e delle malattie professionali (quasi 60.000 quelle denunciate nel 2015, la maggioranza per malattie osteoarticolari e muscolo scheletriche). 

Il discorso dei relatori è fin troppo semplice: se un imprenditore ha dato ordine di predisporre tutti i sistemi di sicurezza e di prevenzione necessari, ed avviene un incidente, non ha nessuna responsabilità. La colpa è di eventuali preposti alla sicurezza o dell'operaio stesso. Ma un operaio pressato dai propri superiori, al quale vengono fatte svolgere mansioni che non gli competono (e quindi, per cui non ha avuto la formazione necessaria), a cui viene detto di non tener conto di normative considerate esagerate perché il tempo è denaro, è veramente responsabile delle sue azioni? Un operaio a cui viene detto "questa è la minestra, se non la vuoi dietro di te c'è la fila" è veramente responsabile di quanto gli accade? Finora no, la responsabilità era comunque del datore di lavoro, dev'essere sua cura - o di suoi agenti - approntare i sistemi di prevenzione, fornire i dispositivi di protezione, vigilare che vengano utilizzati, garantire la formazione in corsi certificati. Norme in tanti casi eluse, anche per la carenza dell'attività ispettiva: nel 2015 sono state solo 21.000 le aziende controllate dall'Inail, di queste l'87% registrava irregolarità, 61.000 i lavoratori non in regola, più di 6.500 i lavoratori totalmente in nero. Ma per i relatori il problema non è questo, ma ridurre le sanzioni per i padroni, e lo dicono chiaramente: oggi la sicurezza è "un accessorio burocratico detestato perché subito dal timore di sanzioni sproporzionate".

Detestato anche perché negli allegati al testo le misure di sicurezza da prendere sono prescritte nei particolari, caso per caso. Una volta abrogati questi allegati, la prescrizione spetterà allo stesso "professionista" incaricato della certificazione: la valutazione di come eliminare i rischi non spetterà più al legislatore ma ad un privato pagato dall'impresa. Nel processo di "disboscamento" del testo unico (si passa da 306 articoli e 51 allegati a 22 articoli e 5 allegati), i cambiamenti principali sono:

- eliminazione della valutazione dei rischi e della definizione delle misure di prevenzione e protezione e sostituzione con una “certificazione” redatta da un professionista (tecnico della prevenzione e/o medico del lavoro) pagato dal datore di lavoro.
- deresponsabilizzazione del datore di lavoro in relazione a infortuni e a malattie professionali, se avrà dimostrato, tramite la “certificazione”, di avere adempiuto agli obblighi di legge.
- sostanziale eliminazione dell’obbligo di vigilanza a capo del datore di lavoro e trasferimento della responsabilità a dirigenti, preposti e lavoratori stessi.
- sgravi fiscali per le aziende “virtuose”, sempre sulla base della semplice “certificazione” del professionista.
- riduzione delle sanzioni, con l'introduzione, in caso di violazioni, di "disposizioni esecutive". Le sanzioni ci saranno solo in caso di mancato rispetto di queste ultime.

Inoltre, come si legge dal commento alla proposta di legge scritto da Medicina Democratica, il nuovo testo è occasione per abbassare ulteriormente le tutele di lavoratori "formalmente" autonomi e saltuari: si arriva infatti a tutelare la “persona impiegata in modo non episodico per attività di lavoro”, un concetto totalmente differente da quello esistente in cui la tutela è “universale” qualunque sia la forma e la durata della prestazione lavorativa ed è legata principalmente ad un qualunque rapporto di subordinazione con un “datore di lavoro”.

Purtroppo le motivazioni di quest'ennesimo attacco alla condizione di chi lavora sono evidenti: la tutela della salute dei lavoratori è un costo da abbattere per le aziende, specialmente se le conseguenze si vedono a distanza di anni. Come spiega un tecnico della sicurezza in questo approfondimento su salute e sicurezza sul lavoro di Corrispondenze Operaie: "tutti gli obblighi a tutela dei lavoratori sono visti dall'azienda come un costo. Perché fare formazione ai lavoratori ha un costo, aggiornare le macchine secondo le nuove normative ha un costo" e sono spese che le aziende vogliono tagliare, perché non comportano un profitto. Questa riforma è appena stata presentata, parliamone con i colleghi sul posto di lavoro, organizziamoci per non farla passare e per esigere che le norme sulla sicurezza vigenti vengano rispettate, facciamo pressione sui sindacati perché non accettino compromessi al ribasso. Non accettiamo sconti sulla nostra salute!

Fonti
Medicina democratica

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 17 Agosto 2016 17:06

Sveliamo il trucco del Grande Debito

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Marco Bersani - tratto da http://ilmanifesto.info

Nel 2015, secondo l’Istat, le famiglie che in Italia vivevano in povertà assoluta sono diventate 1 milione e 582 mila, pari a 4 milioni e 598 mila persone, il numero più alto dal 2005.
Sempre nel 2015, una ricerca Censis-Rbm calcola in oltre 11 milioni (coinvolto il 43% delle famiglie italiane) le persone che hanno dovuto rinviare o rinunciare a cure mediche adeguate, a causa delle difficoltà economiche. Nel medesimo anno, come in tutti gli anni precedenti, lo Stato ha pagato 85 miliardi di euro solo per gli interessi sul debito pubblico.
C’è connessione fra queste cifre? Chi dice di no non ha mai fatto parte né della categoria della povertà assoluta, né di quella che fatica a curarsi adeguatamente. E’ per questo che considera il debito pubblico italiano come essenzialmente dovuto alla dissennatezza collettiva dell’aver vissuto per anni «al di sopra delle proprie possibilità» e trova ora normale doverne pagare lo scotto (interessi compresi), sapendo che ricadrà su ben precise fasce di popolazione.
Ma è andata davvero così? Naturalmente no e pochi dati bastano a dimostrarlo.
Negli ultimi 20 anni, il bilancio dello Stato si è chiuso in avanzo primario (rapporto fra entrate e uscite) per 18 volte e la parte dei cittadini che ha sempre pagato le tasse ha versato allo Stato almeno 700 miliardi di euro in più di quello che ha ricevuto sotto forma di beni e servizi.

Come mai allora il nostro debito continua a veleggiare oltre i 2.200 miliardi di euro? Perché dal divorzio fra ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1981, e la conseguente fine della copertura «in ultima istanza» da parte di quest’ultima dei prestiti emessi dallo Stato, gli interessi da pagare sul debito sono saliti alle stelle, tanto che ad oggi abbiamo già collettivamente pagato oltre 3.000 miliardi di interessi su un debito che continua a salire e che auto-alimenta la catena, ingabbiando la vita e i diritti di tutti.
La spesa per interessi è pari a oltre il 5% del Pil e rappresenta la terza voce di spesa dopo la previdenza e la sanità. Se a tutto questo aggiungiamo il fiscal compact, ovvero l’impegno preso in sede europea a riportare il rapporto debito/Pil dall’attuale 130% al 60% nei prossimi venti anni, con un taglio conseguente della spesa pubblica di circa 50 miliardi/anno, il quadro della trappola diviene evidente: il debito serve a trasferire risorse dal lavoro al capitale e a consegnare ai grandi interessi finanziari, attraverso alienazione del patrimonio pubblico e privatizzazioni, tutto ciò che ci appartiene.

E la sottrazione di democrazia messa in campo con la riforma costituzionale, sulla quale si voterà in autunno, rappresenta solo il tentativo di approfittare della crisi per approfondire le politiche liberiste, sostituendo la discussione democratica con l’obbligo alle stesse e il necessario consenso con la collettiva rassegnazione.

La trappola del debito diviene ancor più evidente se poniamo l’attenzione sugli enti locali e le comunità territoriali, ormai giunti al collasso finanziario, grazie al combinato disposto di patto di stabilità (e pareggio di bilancio), tagli ai trasferimenti e spending review: quanti sanno infatti che, nonostante il contributo degli enti locali al debito pubblico italiano sia pari solo al 2,4%, sugli stessi si sia scaricata la maggior parte delle misure, al punto che dal 2008 i tagli delle risorse a loro disposizione siano passati da 1.650 a 15.500 miliardi (+900%) ?

Di fronte a questi dati, possiamo continuare a dire che il debito è ineluttabile e a considerare gli interessi sullo stesso normale parte del contratto stipulato? Possiamo continuare a pensare che il debito, in quanto colpa, va saldato e trovare normale che a quella cultura si educhino intere generazioni già nella scuola, con la trasformazione dei giudizi sull’apprendimento in «debiti» e «crediti»? Credo di no e, a sostegno d questa tesi, basta leggersi l’art.103 della Carta dell’Onu, quando pone l’obbligo di ogni Stato a garantire pace, coesione e sviluppo sociale sopra ogni altro e qualsivoglia impegno contratto dallo stesso.

Del resto, qualcuno può ritenere sostenibile mantenere un debito, che oltre allo stesso, comporti la sottrazione annuale di 135 miliardi di euro di risorse collettive, per pagarne gli interessi e per adempiere al fiscal compact?

Da che mondo è mondo, non si è mai visto un creditore anelare al pagamento del debito. L’usuraio teme due soli eventi nella sua «professione»: la morte del debitore e il saldo del debito, perché, in entrambi i casi, perderebbe la fonte periodica del suo sostentamento –gli interessi- e la possibilità di dominio sull’altro e sulle sue scelte in merito ai suoi averi e proprietà (nel caso degli Stati, i beni comuni).

Ecco perché il debito deve smettere di essere un tabù e deve divenire parte concreta delle battaglie per un altro modello sociale. Se il debito è oggi agitato come «lo shock per far diventare politicamente inevitabile, ciò che è socialmente inaccettabile» (Milton Friedman), occorre che le popolazioni passino dal panico prodotto dallo shock –che comporta paralisi, ripiegamento individuale e adesione alla narrazione dominante- alla sana pre-occupazione, ovvero alla capacità collettiva di iniziare ad occuparsi di sé, della collettività e del comune destino.
Rifiutando la trappola del debito e rivendicando a tutti i livelli –locale, nazionale e internazionale- la necessità di un’indagine indipendente e partecipativa che sveli quanta parte del debito è illegittima e quanta parte è odiosa –dunque da non pagare- e che affronti, partendo dall’incomprimibilità dei diritti individuali e sociali, tempi e modi del pagamento dell’eventuale restante parte legittima.

Di tutto questo se ne discuterà all’università estiva di Attac Italia, a Roma dal 16 al 18 settembre, in una serie di seminari che, partendo dal debito internazionale (con la presenza di Eric Toussaint del Cadtm), arriverà a mettere a confronto le nuove esperienze di movimento e istituzionali nelle «città ribelli» di Barcellona, Napoli e Roma (http://www.italia.attac.org/index.php).
Un’occasione per liberare il presente e riappropriarci del futuro.

29 luglio 2016

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5 Stelle, Muraro: chi di legalità ferisce di legalità perisce

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muraro raggitratto da http://www.infoaut.org

La vicenda legata all'emergenza rifiuti che imperversa sulle pagine di tutti i giornali ormai da circa due settimane anticipa il futuro prossimo delle politiche di Palazzo della Capitale. Come prevedibile, uno scontro infinito tra M5S e Pd. Riguardo la gestione dei rifiuti capire cosa è successo, gli interessi in campo, i rapporti esistenti, chi ha parlato con chi e perchè è veramente complicato, ma c'è un dato certo: l'assessore all'ambiente, Paola Muraro è parte integrante di quel passato di cui il Movimento 5 stelle ha dichiarato di voler combattere per aprire una nuova era nella politica romana. Una contraddizione che il Partito Democratico ha cavalcato immediatamente dopo la nomina degli assessori della nuova giunta Raggi. Il Pd sta attaccando duro ed è quello che si doveva aspettare il direttorio romano pentastellato. Sui servizi per l'ambiente, annoso problema di Roma, da un lato si sta verificando uno scontro tutto politico ma dall'altro, chiaramente, tra gruppi imprenditoriali. I due tipi di scontri sono tutt'altro che separati ma spesso non sono del tutto chiari: gli intrecci sono così fitti che sembra essere di fronte ad un dramma tutto interno ad una sola grande famiglia dirigenziale e il Movimento 5 stelle romano sembra stia facendo una corsa a volerne far parte. Sono passati due mesi dalle elezioni e la scelta di alcuni assessori, non solo quella di Muraro, sembra voler ripondere ad un desiderio di governo più che ad un'idea precisa di come vuol essere amministrata Roma.

Lo scontro politico di queste settimane riguarda principalmente il modo di concepire la gestione dei rifiuti a Roma adottato dall'ex sindaco Marino con il dimissionario presidente dell'Ama, Fortini e un cambiamento di direzione che sembra invece stia intraprendendo la giunta Raggi con l'assessore Muraro per l'appunto. Ma prima una precisazione sulla gestione dei rifiuti nella Capitale che non protende di essere esaustiva e/o precisa dato le numerose inchieste, vicende ed intrecci legati agli impianti comunali e privati.1

L'Ama, l'azienda municipalizzata che si occupa dei servizi ambientali di Roma capitale insieme ad Acea e Atac rappresenta una delle aziende più grosse della Capitale, conta 8.000 dipendenti, coinvolge diverse società esterne e gestisce milioni di euro. Ragion per cui l'amministrazione delle municipalizzate di Roma sono sempre state la prova del 9 delle giunte comunali e quindi nel mirino della stampa. Inoltre, attorno a queste aziende ruotano parecchi parecchi interessi che hanno rappresentato l'ago della bilancia di diverse campagne elettorali. Come è noto, durante la campagna elettorale che ha portato Alemanno al Campidoglio, i voti in cambio di posti di lavoro e appalti in Ama hanno fatto la differenza. A farne in parte luce è stata l'inchiesta Mafia Capitale. Tra i tanti, l'ex presidente di Ama, Panzironi che è stato condannato a 5 anni e 3 mesi per abuso d'ufficio e falso. Secondo l'accusa aveva assunto circa 800 persone su chiamata diretta, mentre il direttore di Ama, Fiscon è stato accusato di corruzione.

Sempre come è emerso nell'inchiesta Mafia Capitale ma di cui tutti i romani erano a conoscenza, il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti è stato gestito negli anni in maniera emergenziale da tutta la classe dirigente che si è alternata alla guida della capitale. Non c'è infatti un piano strutturato e strutturale del servizio e l'Ama non è dotata di impianti che possano contribuire all'intero ciclo dei rifiuti. Ogni anno, infatti, si presenta il “problema rifiuti” e questo spesso coincide con l'estate come sta avvenendo in queste settimane. La malagestione del ciclo dei rifiuti è creata appositamente. Non c'è la volontà di creare un piano industriale efficiente per poter risolvere le emergenze una volta per tutte. Come abbiamo avuto modo di osservare in questi anni l'emergenza è strumentale alla creazione di profitto attraverso l'accaparramento di risorse publiche. Un nodo su cui si basano tutti gli affari e i legami tra politica e malavita, tra il mondo delle cooperative, gli appalti pubblici e gli amministratori locali. Organizzare un ciclo dei rifiuti efficiente e nel rispetto dell'ambiente non va d'accordo con la possibilità di intervenire sulle possibili emergenze che si creano o che si procurano. Se c'è una buona organizzazione del ciclo dei rifiuti non c'è emergenza e quindi non c'è chi ne trae guadagno. Questo meccanismo riguarda tutti i servizi pubblici della Capitale: il sistema dell'accoglienza dei migranti, la gestione dei campi rom, i trasporti e anche i rifiuti urbani.

Ma oltre a non aver mai previsto tra Comune e Ama un vero piano industriale dei rifiuti, altri elementi contribuiscono a creare l'emergenza rifiuti a Roma che sono legati, come accennavamo prima, inevitabilmente al mantenimento dell'emergenza stessa. Gli impianti Tmb (Trattamento Meccanico Biologico) che sono a diposizione di Ama sono, secondo il dimissionario Fortini in audizione alla Commissione Ecomafie2, impianti vecchi che non riescono a soddisfare lo smaltimento dei rifiuti della Capitale e per questo motivo si è fatto uso nel tempo dei trivagliatori della ditta Calari di Cerroni. L'impianto di Cerroni che sta a Rocca Cencia è un trivagliatore ovvero un impianto che trita i rifiuti che poi saranno destinati alla discarica o all'inceneritore, quindi come sottolinea Fortini “impianti che generano rifiuti da rifiuti” e lo stesso vale per gli impianti Tmb dell'Ama. Ma l'impianto di Cerroni nel progetto iniziale doveva essere costruito a Malagrotta e “magicamente” è stato spostato a Rocca Cencia. A Malagrotta, infatti, Cerroni avrebbe dovuto rispettare la tariffazione della Regione per la trivagliatura posta a 104 euro a tonnellata mentre spostandolo a Rocca Cencia non rientreva nel “pubblico” e perciò per anni il comune di Roma ha pagato a Cerroni ben 174 euro a tonnellata invece che 104. Marino insieme a Fortini, nominato dallo stesso ex sindaco amministratore delegato di Ama dopo la vicenda di mafia capitale, hanno messo in campo la delibera “Rifiuti Zero”3 in cui si prevedevano i cosiddetti ecodistretti. Gli ecodistretti a differenza del passato e come richiama lo stesso nome della delibera, secondo Fortini, avevano come obiettivo quello di non creare altri tipi di rifiuti, come avveniva con gli impianti tmb e i trivagliatori, ma prevdeva l'uso di impianti più moderni ed ecocompatibili. In sostanza si voleva eliminare il trattamento intermedio e dispendioso dei tmb e dei trivagliatori per superare anche lo smaltimento tramite inceneritori e discariche. Questo comportava anche l'incremento della raccolta differenziata al 65% entro il 2016, per altro obiettivo mai raggiunto. In questo progetto quindi l'ex sindaco Marino aveva tagliato dal ciclo dei rifiuti gli impianti di Cerroni per due motivi: il primo perchè la tariffa era troppo alta, il secondo perchè il trivagliatore voleva essere sostituito dagli ecodistretti che prevedevano impianti più moderni e con un minore impatto ambientale come quello del compostaggio. Nel momento in cui il comune di Roma con Marino ha smesso di usufruire dell'impianto di Cerroni si sono verificati due incendi, di cui ancora si devono accertare le cause (!), negli impianti tmb di proprietà dell'ama, quello a via salaria e quello a Roncigliano creando ulteriore emergenza. Inoltre, non usufruendo più degli impianti di Cerroni i rifiuti venivano portati negli impianti di compostaggio di alcune aziende del Lazio e a Pordenone alla ditta Bioman. Durante questa estate, spiega Fortini alla Commissione, i rifiuti si sono accumulati nelle strade di Roma perchè nei mesi estivi gli impianti che ricevono i rifiuti romani al nord e nel lazio vanno in manutenzione e ricoprono solamente il fabbisogno locale. Per ovviare a questo problema, Fortini aveva bandito un bando europeo per dare il tempo al Comune di costruire gli ecodistretti a Roma, idea più volte contestata da comitati di quartiere e collettivi per la difesa dell'ambiente, con l'obiettivo di fornire la Capitale di un piano che potesse coprire l'intero ciclo dei rifiuti senza dover usufruire di impianti esterni del Lazio o del Nord Italia. Il bando offriva 660 tonnellate di rifiuti per 4 anni a 360 milioni di euro. Il bando ha ricevuto una sola offerta quella della tedesca Enki che ancora deve avere le autorizzazioni necessarie. Secondo Fortini le imprese italiane non hanno partecipato per paura delle contestazioni e delle proteste all'arrivo dei rifiuti della Capitale in altri territori del paese!

Cosa c'entra Muraro in tutto questo? Il neo assessore Muraro è andata qualche giorno fa all'Ama imponendo con tanto di telecamere a Fortini di risolvere l'emergenza rifiuti di questi mesi riaprendo l'impianto di Cerroni. Questa richiesta ha quindi scatenato il Pd romano in aula e la stampa che hanno denunciato un conflitto d'interessi. E' emerso quindi che la Muraro è stata consulente in Ama per 12 anni, di Bioman e di numerose altre aziende che hanno vinto appalti per Ama4. La stampa sostiene che il neo assessore non si può dire fosse solo una semplice consulente. Il peso che aveva dentro Ama, secondo i giornali, si evince dal fatto che ci siano delle intercettazioni di Buzzi con la Muraro stessa e in più che gli era stato proposto dall'Ad Fortini di diventare dirigente dell'Ama attraverso concorso pubblico. Come se non bastasse ricordiamo che Muraro ha un passato lavorativo nelle ditte di gestione dei rifiuti di Impregilo noto imprenditore italiano immischiato e anche indagato in affari simili in Campania. Muraro in Ama era responsabile dell'Autorizzazione integrata ambientale ovvero del controllo e della certificazione di quanto entrava e usciva dagli impianti. In un'indagine aperta dalla Procura di Velletri, dove sono stati inquisiti alcuni funzionari di Ama, è emerso che i rifiuti di un certo tipo che sarebbero dovuti andare in discarica, ad un certo punto erano stati bruciati negli inceneritori. L'assessore Muraro era proprio la responsalibile del controllo dell'attribuzione dei codici di smistamento dei rifiuti e in questi giorni si difende dichiarando di aver mandato decine di mail alla dirigenza Ama in cui avvisava le irregolarità che sono state ignorate e che ora sono in mano alla procura.

Bisogna tenere bene a mente, infatti, che il ciclo dei rifiuti è un vero e propiro ciclo produttivo. Come produrre automobili ma un po' più complicato. I rifiuti sono materia prima prodotta dall'uomo da trasformare in merce da vendere. Raccolta, smistamento, lavorazione, trasporto, vendita. La merce-rifiuto ha anche un prezzo/costo compresa di tasse o agevolazioni statali a seconda della tipologia, se è riciclabile se non lo è, se è destinata alle discariche o agli inceneritori. Insomma, la spazzatura è oro che cola. Spesso i termini cambiano ma smaltire i rifiuti vuol dire lavorarli, trasformarli in prodotti finiti. Vuol dire vendere la spazzatura ad un tot al peso, lavorarla per farla diventare un prodotto differente da quello iniziale per poi rivenderla ancora. Ecco perchè Cerroni aveva interesse ad entrare in questo ciclo produttivo, perchè c'è spesso la malavita organizzata dietro la gestione degli impianti5 e perchè cambiare i codici per lo smistamento della spazzatura sarebbe come cambiare destinazione ad un vagone pieno di lingotti d'oro.

L'assessore Muraro insieme al deputato Vignaroli e Cerroni si sono incontrati per ricostruire un patto “emergenza” e riaprire l'impianto di Cerroni di Rocca Cencia. Tutto questo come è ovvio scavalca il progetto di Marino e di Fortini e la delibera “Rifiuti Zero”. Marino infatti ha denunciato sul suo blog6 che tutto tornerà come prima e i suoi sforzi per ripulire Roma dal malaffare “non sono serviti a niente”. Ma qui parliamoci chiaro “il più pulito c'ha la rogna”. Tanto è vero che un altro dei punti degno di nota su cui sta attaccando il Pd, è proprio il ruolo di Vignaroli in questa vicenda. Il deputato 5 stelle ha partecipato all'incontro di Murano con Cerroni ed è vicepresidente della Commissione Ecomafie che nei giorni scorsi ha sentito Fortini e che a settembre sentirà anche Muraro e Raggi. Un conflitto di interessi che il Partito Democratico ha denunciato chiedendo, inoltre, le dimissioni di Vignaroli perchè incopatibile con l'inchiesta parlamentare.

Molte delle notizie, delle indiscrezioni, delle indagini sono riportate dalla stampa e come è avvenuto per i sindaci precedenti alla Raggi, come per esempio Marino, gli “scandali” portati fuori dalla stampa sono strumentali a un potere che li guida. Ma anche se potessimo dare per certo solo la metà delle notizie che appaiono sui giornali il grosso punto interrogativo riguarda quali interessi o per quali ragioni l'assessore Muraro e quindi la giunta Raggi, contrari alla riapertura di Malagrotta, vogliono riaprire il trivagliatore di Cerroni senza cercare soluzioni alternative. Nonostante, le ipotesi, le illazioni della stampa sono tutte domande a cui per il momento non è stata data risposta. Oltre le inchieste della magistratura in corso, le condanne ai danni della ditta Calari, tutti quanti sanno qual è stato il ruolo di Cerroni sulla gestione dei rifiuti a Roma. Perchè voler riaprire una strada che sembrava essere stata chiusa? Le ipotesi potrebbero essere due: la prima riguarda la necessità del movimento 5 stelle di voler dimostrare di poter risolvere alcuni problemi atavici della città nel minor tempo possibile; la seconda, riguarda il fatto che la Regione Lazio ha ricordato alla Raggi che ad Ottobre la Commissione europea verrà a Roma per verificare se sui rifiuti vengono rispettati gli standard europei. Ragioni, però, che non possono di certo bastare.

Il movimento 5 stelle alla prova del 9 del governo di una città o di un territorio non passa proprio a pieni voti. Il grido Onestà! Onesta! che ha fatto seguito alla investitura di Virginia Raggi è il monito di un giudice di fronte alla casta corrotta senza avere nessuna idea complessiva di come si può gestire una città come Roma. Ogni assessore ne ha una e questa corrisponde al suo passato da tecnico e politico. E se all'urbanistica possiamo trovare Berdni all'ambiente ci troviamo Muraro. La morale legalitaria del movimento cinque stelle onnipresente nelle campagne elettorali e trait d'union di tutto il movimento è servita a far destabilizzare il partito democratico e farlo perdere su tutta la linea alle ultime elezioni ma è debole di fronte alla mancanza di una prospettiva compiuta. Il problema, infatti, non è se i politici che rappresentano i cittadini stanno all'interno dei dettami delle leggi ma da un lato che tipo di modello si vuole applicare alla società e dall'altro il concetto stesso di democrazia rappresentativa.

Nuovi scenari infatti si aprono a Roma e nei territori sul solco di questo modello inesistente. Di fronte al Pd sappiamo bene dove colpire perché ha un'idea definita di quello che vuol fare del nostro paese e delle vite di tutti noi. Ma di fronte al 5 stelle nostro compito probabilmente è quello di allargare questo solco passo dopo passo. Il rischio di Roma sarà di nuovo l'ingovernabilità e nostro compito coglierne l'occasione. Tendere sempre di più l'elastico che faccia cadere le inequivocabili contraddizioni del Movimento 5 stelle e far spostare quella insufficiente ma genuina insoddisfazione anti-casta di una parte del paese verso un processo reale di cambiamento. Il 5 stelle ha sferrato i suoi colpi contro il Pd al grido onestà e legalità e sarà con lo stesso scatto moralistico che verrà liquidato da una casta che tutto sembra essere tranne che morta. Anzi, pronta a coptare qualsiasi possibilità altra.

8 agosto 2016

1 A tal proposito segnaliamo la corrispondenza su Radio Onda Rossa ad un compagno del No Ince di Albano http://www.ondarossa.info/newsredazione/rifiuti-roma-supremo-cerroni-nuovo-sugli-scudi
 
 
 
 
5 Con l'operazione Alchemia sono state sequestrate le le ditte Remaservice, Remaplast e Prm Service legate alla 'ndrangheta. Le ditte gestivano la manutenzione degli impianti del Salario fino al 2015 con affidamento diretto da parte di Ama.
 
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 10 Agosto 2016 14:52

Letture sotto l'ombrellone: Renzi propone un horror agli statali!

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renzi riforma madia

tratto da http://clashcityworkers.org

Come nella più classica delle tradizioni, i mesi estivi sono quelli che i governi preferiscono per annunciare o varare misure peggiorative nei confronti del lavoro: stavolta è toccato alla ministra Madia, mentre i destinatari della “riforma” sono i famigerati statali.

Dopo anni di feroce campagna mediatica contro “i fannulloni” e “i furbetti del cartellino”, il terreno  è pronto per accogliere misure di una gravità senza precedenti. Secondo le notizie trapelate dai giornali i punti salienti sono i seguenti:

•  fine del posto fisso: sono previste sanzioni per i dirigenti che non rispetteranno l'obbligo, già esistente, di indicare gli “esuberi” di personale sulla base di esigenze di programmazione economica e finanziaria. Chi si troverà ad essere in sovrannumero dovrà accettare il trasferimento, se possibile, o restare a disposizione per due anni all'80% dello stipendio: se al termine dei due anni non è stato ricollocato sarà licenziato
•  fine degli scatti di anzianità: gli aumenti salariali non saranno più legati a criteri oggettivi ma ad annuali valutazioni del dirigente, e potranno riguardare al massimo il 20% del personale: la perversa logica brunettiana di distribuzione di indennità accessorie e premialità si estende così alla parte fissa, e più consistente, dello stipendio, vietando esplicitamente al dirigente di valutare positivamente anche un solo dipendente oltre il limite fissato per legge
•  riduzione del campo d'intervento della contrattazione: molte materie vengono attribuite all'azione legislativa, dalla cancellazione dell'indennità di trasferta al buono pasto di sette euro per tutti. Va da sé che cambiare queste misure, se inserite in un testo di legge, diventa molto più difficile.

Il ricatto

La presentazione della riforma avviene in concomitanza col primo tavolo di confronto sindacale sul rinnovo contrattuale (come si sa, i contratti del pubblico impiego sono fermi al 2009): ogni irrigidimento sindacale in questo momento determinerebbe automaticamente un blocco della procedura di rinnovo (nonostante i richiami della Corte Costituzionale, il governo è in estremo e colpevole ritardo). Se i sindacati – complici, dato che le iniziative conflittuali negli ultimi anni sono state di gran lunga sottodimensionate rispetto alla portata dell'attacco – si mettono di traverso su un punto qualunque della riforma, siamo sicuri che le indicazioni governative per l'ARAN non partirebbero. Appuntamento per tutti, quindi, rimandato a Settembre.

Il referendum costituzionale

A Settembre dovrebbe partire il rinnovo dei contratti, mentre per il varo di tutti i decreti connessi alla riforma Madia ci sarebbe tempo fino a Febbraio. È possibile, quindi, che il Governo decida di rimandare gli argomenti scottanti successivamente al voto referendario, per provare negli ultimi due mesi a giocarsi qualche carta di consenso in più (misure antipovertà, chiusura cantieri, iniziative di propaganda varie); è possibile però anche il contrario, Hollande insegna: di fronte ad un consenso in caduta libera Renzi potrebbe decidere di sparare tutte le cartucce che gli restano subito, rischiando di perdere il referendum (che lui stesso ha posto come un voto di fiducia sulla sua persona), ma in cambio presentandosi di fronte ai suoi veri padroni – i padroni, appunto – come lo scolaro diligente che ha portato a termine tutti i compiti che gli erano stati assegnati; loro, i padroni, sanno essere riconoscenti a lungo con chi fa loro regali di questa portata...

...e noi?

Lo scriviamo da subito: se da un lato è fin troppo evidente l'importanza della battaglia referendaria – e quindi la necessità di investirci ogni energia – dall'altro lato sarebbe un errore accettare di leggere il referendum come un plebiscito pro o contro Matteo Renzi. Le battaglie che dobbiamo vincere sono quotidiane ed articolate su più livelli: il NO al referendum vince se articoliamo il conflitto in ogni ambito, dalla scuola alla società al mondo del lavoro. Per quanto riguarda quest'ultimo nello specifico, occorre mettere in piedi ogni tipo di iniziativa per difendere e rilanciare la contrattazione come strumento normativo del mondo del lavoro; occorre riprendere la battaglia contro il jobs act su più livelli, dalla disapplicazione dell'art.18 riformato nei settori che vedono la pubblica amministrazione come committente alla campagna per costruire città “voucher free”, dall'applicazione della clausola sociale negli appalti al rifiuto di introdurre ogni forma di controllo a distanza del lavoratore; serve insomma mettere il governo e le amministrazioni locali alle strette ogni qualvolta si toccano quei – pochi e residuali – diritti dei lavoratori, costruendo campagne nazionali sui temi elencati e anche nuove forme di organizzazione, più in grado di intercettare e organizzare il dissenso e l'opposizione sociale.

Dove vanno loro?

Che strada sta prendendo la nostra controparte? Sarebbero davvero tanti gli aspetti da analizzare: in questo caso vogliamo limitarci a ciò che il testo Madia suggerisce.

Un aspetto ci ha colpito particolarmente: la determinazione a mezzo decreto del valore del buono pasto, fissato per tutti a sette euro. Un tema tipico dei tavoli di contrattazione – anche perché viene usato come strumento di parziale recupero salariale, visto che di aumenti non se ne parla da anni – viene sottratto all'azione sindacale e deciso per legge. Un'ulteriore attacco alla contrattazione, quindi? Dipende.

La risposta, infatti, non è univoca. Assistiamo – anche qui, in Italia come altrove, tipo in Francia – ad una sorta di “biforcazione” relativa alle norme: da un lato si rafforza la legislazione nazionale per privare i lavoratori di ogni potere residuale derivato dalla loro forza sui luoghi di lavoro; dall'altro si dà sempre più spazio al livello aziendale della contrattazione perché si è rivelato essere il più adatto ad imporre ulteriori condizioni peggiorative che ancora non possono essere generalizzate. Le due tendenze, come si vede, non sono in contraddizione ma assolutamente complementari.

Questi, tra tanti, sono solo alcuni temi sui quali riteniamo sia necessario confrontarsi: ne parleremo anche in occasione dell'Je so pazzo Festival, che si svolgerà dal 9 all'11 Settembre a Napoli, all'ex OPG occupato, e che prevede un tavolo specifico sul tema del lavoro e dell'organizzazione. Partecipiamo, incontriamoci, costruiamo reti: le battaglie sono tante e difficili, ma il nostro nemico non è invincibile!

2 agosto 2016

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