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Jobs Act: il grande bluff con il trucco

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Tra gli 8 e i 10 miliardi truffati con il beneplacito dell’Inps

È ormai possibile tirare le somme dell’operazione Jobs Act e incrementi occupazionali che è stata, nell’ultimo biennio il cuore politico e pubblicitario del governodi Matteo Renzi.

Che il Jobs Act in sé considerato consiste solo in una sistematica distruzione dei diritti che assicuravano dignità ai lavoratori italiani, è ormai chiaro a tutti perché, con la pratica abolizione dell’art. 18 dello Statuto, i lavoratori sono ormai privi di difesa., contro ogni tipo di sopraffazione.

Ci si è chiesti però se questa umiliazione avesse – come a sempre ha sostenuto il patronato – il pur discutibile vantaggio di una maggiore occupabilità, ossia di una maggior propensione dei datori di lavoro ad assumere lavoratori perché ormai resi malleabili.

Per sostenere questa deteriore ed infondata tesi il governo Renzi ha pensato di ricorrere ad un (costosissimo) trucco che gli avrebbe consentito poi di menare gran vanto: si trattava di dotare i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato (ma senza garanzia dell’art. 18) di un incentivo economico davvero poderoso, così drogando al massimo le assunzioni nel periodo subito successivo al Jobs Act ossia nell’anno 2015.

E’ stata, dunque, varata la decontribuzione, in forza della quale il datore che avesse assunto nell’anno 2015 lavoratori con il «nuovo» contratto di lavoro a tempo indeterminato avrebbe ricevuto, per il triennio successivo uno sgravio contributivo fino ad 8.060,00 annui per un totale così di ben euro 24.000 per ogni assunzione. Ma appunto solo per i contratti conclusi nell’anno 2015, perché per quelli conclusi nel 2016 il regalo si sarebbe più che dimezzato.

L’unica condizione posta dalla legge era che il lavoratore da assumere non avesse già avuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato negli ultimi sei mesi precedenti, perché altrimenti, come ovvio, tutti sarebbero ricorsi a licenziamenti immediatamente seguiti dalle assunzioni con l’incentivo. La decontribuzione veniva invece concessa se il lavoratore avesse prima lavorato con contratto precario (es: a termine, di apprendistato, di collaborazione a progetto) perché queste trasformazioni sarebbero state il fiore all’occhiello del governo Renzi accreditato come grande protagonista – della lotta al precariato.

Ben presto questa «storica impresa» si è rivelata un semplice bluff con il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato appena trascorso l’anno d’oro 2015, ma quello che pochi sanno è che non si è trattato solo di un immenso dispendio di denaro pubblico senza adeguati risultati, ma, piuttosto, di un immenso furto di denaro pubblico perché consapevolmente versato, nei casi di trasformazioni di rapporti precari, a datori di lavoro i quali, 9 volte su 10 erano evasori e contravventori passibili di multe e recuperi contributivi da parte dell’Inps.

In secondo luogo vogliamo segnalare al lettore che la decontribuzione demagogica del governo ha dovuto drenare risorse per il suo «regalo agli evasori», ha dovuto abrogare il principale vero incentivo all’occupazione, che funzionava bene da oltre 20 anni, ossia quello previsto dall’art 8 l. 407/1990 per disoccupati e cassa integrati da più di 24 mesi.

Procediamo, però, con ordine: nel corso del 2015 si sono registrati 1,4 milioni di nuovi rapporti a tempo indeterminato incentivati ma, con quasi 500.000 trasformazioni di contratti a termine e quasi 100.00 di contratti di apprendistato, oltre alle trasformazioni di centinaia di migliaia di co.co.pro. (collaborazioni a progetto) figura giuridica abrogata dal 01.01.2016.

Proprio queste trasformazioni sono state le occasioni del rande furto di cui tra poco si dirà, dopo aver ricordato che nel 2016, quando la decontribuzione è stata ridotta per i contratti di quest’ultimo anno da 8.060 a 3.250 e la sua durata decurtata da 36 a 24 mesi. Allora è arrivato il risveglio dalla sbornia: infatti secondo l’Inps nei primi quattro mesi del 2016 si è avuta una diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente addirittura del 78% dei contratti a tempo indeterminato mentre tornavano cosi a dominarlo i contratti precari e a termine e addirittura vouchers, forma di mercificazione definitiva del lavoro umano.

<TB>Il bluff così è stato scoperto ma non ancora il reato che esso nascondeva e che ora denunciamo: il fatto è che le molte centinaia di migliaia di trasformazioni dei contratti precari (delle tre principali tipologie del contratto a termine, apprendistato e a progetto) nascondevano una circostanza peraltro notissima agli operatori del mercato del lavoro, e cioè che essi erano quasi sempre irregolari. Infatti o mancava una causale precisa (contratti a termine), o mancava l’insegnamento (apprendistato), o mancava in realtà il progetto (co.co.pro.) con la conseguenza che per legge quei rapporti dovevano essere considerati già tutti a tempo indeterminato fin dal loro inizio. Per conseguenza non poteva essere concessa dall’Inps la decontribuzione connessa alla loro apparente trasformazione nei nuovi contratti a tutele crescenti perché, come detto, la stessa Legge 190/2014 vietava di concedere la decontribuzione con riguardo ai lavoratori che già fossero (in realtà) a tempo indeterminata nei sei mesi precedenti.

Quello che scandalizza, allora, è che l’Inps il quale era, per l’innanzi, ben attento a perseguire i rapporti precari irregolari, andando alla loro caccia e dichiarandoli a tempo indeterminato, cosi da poter recuperare la relativa contribuzione, sia improvvisamente convertito con l’arrivo del Jobs Act e della L.190/2014 al ruolo di pacifico e innocuo «ufficiale pagatore». Così da concedere, in automatico tutte le decontribuzioni richieste per le supposte trasformazioni di rapporti o precari invece di fare ciò che doveva fare, ossia una attentissimo screening o vaglio dei contratti precari in via di trasformazione, per escludere quelli irregolari, dai quali, era già sorto fin dal principio un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Quante sono state le trasformazioni fasulle? Difficile dirlo, naturalmente, ma ammesso che potessero essere anche solo 8 su 10 e cioè 500.000 circa in tutto, il danno ovvero furto di denaro pubblico può essere calcolato in miliardi di euro, tra gli 8 e 10 nell’arco del triennio. Ognuno può d’altro canto calcolare da sé le varie ipotesi quantitative, ricordando che la decontribuzione triennale per ogni contratto del 2015 è di 24.000.
Può essere che nessuna centrale sindacale senta il bisogno di portare queste semplicissime riflessioni ad una Procura della Corte dei Conti o anche della Magistratura penale?

E’ veniamo al secondo importante profilo: l’incentivazione dell’occupazione è uno dei punti più delicati della disciplina del mercato del lavoro può facilmente dar luogo ad effetti distorsivi. Ma su un concetto vi è un accordo unanime: che l’incentivazione più importante è quella che aiuti a reinserire nel circuito lavorativo chi ne è uscito da un tempo ormai cosi lungo da far temere una emarginazione definitiva.

A questo provvedeva l’art. 8 della Legge 407 /1990, il quale concedeva a chi avesse assunto a tempo indeterminato un disoccupato o cassaintegrato da più di 24 mesi, una decontribuzione per tre anni al 100% se l’imprenditore operante del centro sud o di qualifica artigiana e del 50% negli altri casi. La grande utilità della misura è testimoniata dalla circostanza che è durata per ben 25 anni fin quando Renzi l’ha abolita per finanziare le sue trasformazioni fasulle di contratti precari irregolari.

Decisamente la normativa del lavoro del governo Renzi e degli altri governi liberisti che l’hanno preceduto, scritta sotto dettatura di Confindustria, merita soltanto di essere abrogata e rifatta da capo a fondo.

1 agosto 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 02 Agosto 2016 16:23

Governo blinda decreto che blocca salario accessorio

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Italian Democratic Party's leader Matteo Renzi talks to journalists at the Quirinale presidential palace after talks with Italan President Giorgio Napolitano, in Rome, Monday, Feb. 17, 2014. Renzi was asked to form a new government to replace the one he sacked through a stunning power-grab within his own party. Renzi drove himself to his meeting with Napolitano, mimicking the down-to-earth approach of his predecessor, Enrico Letta.(AP Photo/Alessandra Tarantino)

tratto da http://contropiano.org

Il Governo Renzi blinda il decreto Enti Locali ponendo la questione di fiducia e reintroduce il blocco del salario accessorio per le amministrazioni che hanno sforato il Patto di stabilità 2015.

“76 Province su 85 a statuto ordinario e diverse Città Metropolitane saranno costrette a tagliare la parte accessoria del salario dei propri dipendenti”, avverte Gilberto Gini, dell’USB P.I. Enti Locali.
Prosegue Gini: “A pochi mesi dal referendum costituzionale, che riguarderà anche la cancellazione delle Province, è vergognoso che il Governo si sostituisca alla volontà dei cittadini e decida anticipatamente la morte delle Province e di tutti i servizi da queste erogati”.

“Se questo testo verrà approvato – sottolinea il sindacalista – molte amministrazioni rischiano il pre-dissesto già nel 2016 ed il dissesto sicuro nel 2017. Sarà difficilissimo mantenere i livelli occupazionali e salariali attuali,  ed il rischio di vedere una busta paga ancora più misera è elevatissimo. Anche i Comuni subiranno un taglio pari al 30% dello sforamento, mettendo così a rischio le stabilizzazioni del personale precario”.

Aggiunge Gini: “Con l’avallo dei sindacati complici, che in questi anni hanno sempre minimizzato i problemi  per i lavoratori ed oggi fingono una conflittualità di facciata,   il Governo sta affossando gli enti locali del nostro Paese a favore di un centralismo che distribuisce potere e risorse a pochi e che toglie servizi ai cittadini”.

“L’USB Pubblico Impiego esprime netta contrarietà in merito ai provvedimenti contenuti nel decreto ed in particolare al blocco del salario accessorio, ed evidenzia che il contratto nazionale è fermo da oltre sette anni. Inoltre il Governo prosegue nell’atteggiamento di chiusura nei confronti della parti sociali: tutti buoni motivi per aderire allo sciopero generale proclamato dall’USB nel prossimo autunno”, conclude Gini.

Unione Sindacale di Base

22 luglio 2016

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Quella fatale attrazione della mafia per le grandi opere

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Stefano Porcari - tratto da http://contropiano.org

L’ultima in ordine di tempo è l’operazione di polizia – nome in codice “Alchemia” – effettuata in Liguria, Calabria, Lazio e in altre regioni settentrionale con numerosi arresti e perquisizioni a carico di appartenenti alla cosche della n’drangheta Raso-Gullace-Albanese e Parrello Gagliostro. Gli arrestati sono stati indagati per i reati di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, intestazione fittizia di beni e società. Un particolare niente affatto irrilevante è che allo scopo di agevolare l’inizio dei lavori del terzo Valico, le cosche mafiose hanno anche sostenuto il movimento “Si Tav”. Sono stati accertati intensi rapporti accertati tra le imprese legate alla cosca “Raso-Gullace-Albanese” con gli amministratori di alcuni comuni liguri interessati dal Terzo Valico della Tav. I comuni pagavano per la fornitura di servizi in materiale ambientale.

L’inchiesta ha rivelato che la fitta rete di sub-appalti per la realizzazione dell’infrastruttura ferroviaria del cosiddetto “Terzo valico” erano nelle mani della ‘ ndrangheta. Nel corso delle indagini, coordinate dalla Procura di Reggio Calabria, sono stati accertati stabili collegamenti con le famiglie di origine da parte di esponenti dell’organizzazione mafiosa in Liguria, attivi nell’edilizia e nel movimento terra. Anche in questo caso sono emersi contatti con politici locali, regionali e nazionali, nonché con funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione provinciale tributaria di Reggio Calabria, volti a condizionare il loro operato con reciproco vantaggio. Tra i politici coinvolti spicca il senatore Antonio Caridi (Gal), per il quale venerdì scorso la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria ha avanzato al Parlamento la richiesta d’arresto nell’ambito dell’inchiesta denominata Mammasantissima, che ha svelato parte della cupola che governa la ‘ndrangheta e ampi settori dell’economia e della politica. i clan della Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria) sarebbe stato in contatto anche il deputato di Lamezia Terme (Catanzaro) Giuseppe Galati (Ala). Per lui la Direzione Antimafia aveva sollecitato un provvedimento cautelare, ma la richiesta è stata bocciata dal Gip di Reggio Calabria.

Pochi giorni fa era stato il turno dell’Expo di Milano, in cui inchiesta e arresti sono scattati però dopo e non prima delle elezioni comunali che hanno visto prevalere come sindaco Sala, ex presidente proprio dell’Expo. In questo caso però era la mafia siciliana ad aver messo le mani sugli appalti della Fiera e sulla costruzione di alcuni padiglioni di Expo. Dal 2013 a oggi sull’Expo c’è stato un giro di appalti per 20 milioni di euro. Dietro le preziose rifiniture in legno del padiglione della Francia e gli stand di Qatar, Guinea Equatoriale, Camerun e Costa d’Avorio, così come per la passerella usata per l’Expo secondo i magistrati milanesi c’era la mafia.. Un’indagine della Dda milanese ha portato Guardia di Finanza ad arrestare 11 persone (7 in carcere e 4 ai domiciliari). Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, riciclaggio e all’appropriazione indebita, tutti aggravati dalla finalità di favorire il clan siciliano dei Pietraperzia.

C’è poi il caso clamoroso della Tav in Val di Susa in cui per anni è stato difficilissimo “sensibilizzare” autorità, procura torinese e politica al tema delle infiltrazioni mafiose nei cantieri dell’alta velocità. L’ordine di priorità della realizzazione dell’infrastruttura più costosa, inutile e devastante degli ultimi anni, era quello di procedere, anche a costo di occupare militarmente la Val di Susa e di arrestare, processare, restringere la libertà a centinaia di attivisti No Tav. L’ordinanza cautelare nell’operazione San Michele, (aprile 2014) fa emergere che, nonostante l’allora applicabilità del codice antimafia, nessun controllo era stato eseguito.

Il provvedimento di misura cautelare ha accertato la presenza della società Toro S.r.l. all’interno del cantiere di Chiomonte, accertando, altresì, che il legale rappresentante, Giovanni Toro, era personaggio legato all’ ndrangheta calabrese. Ebbene Giovanni Toro – poi arrestato – era presente all’interno del cantiere più sorvegliato d’Italia, sotto gli occhi della Polizia di Stato, della Questura e del Prefetto di Torino. Un rapporto della Commissione Europea segnalava come “secondo gli studi, l’alta velocità in Italia è costata 47,3 milioni di euro al chilometro nel tratto Roma-Napoli, 74 milioni di euro tra Torino e Novara, 79,5 milioni di euro tra Novara e Milano e 96,4 milioni di euro tra Bologna e Firenze, contro gli appena 10,2 milioni di euro al chilometro della Parigi-Lione, i 9,8 milioni di euro della Madrid-Siviglia e i 9,3 milioni di euro della Tokyo- Osaka. In totale il costo medio dell’alta velocità in Italia è stimato a 61 milioni di euro al chilometro75. Queste differenze di costo, di per sé poco probanti, possono rivelarsi però una spia, da verificare alla luce di altri indicatori, di un’eventuale cattiva gestione o di irregolarità delle gare per gli appalti pubblici”.

Tanto per non dimenticare nulla, è bene ricordare l’azienda Italcoge finita nell’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose nella Tav e che il simbolino della azienda Italcoge era ben visibile sulla ruspa che, scortata dalla polizia, buttava giù il cancello del presidio No Tav in Val di Susa. E che era un dipendente della Italcoge dal 2007 quel Bruno Iaria, condannato in via definitiva il 23 febbraio scorso come capo della locale della ‘ndrangheta di Courgné.

Infine guardiamo a oriente. Al Mose che dovrebbe “salvaguardare” Venezia dall’acqua alta (cosa che è riuscita a fare da sola per secoli). Era noto come “l’uomo delle cerniere del Mose”, quel Mauro Scaramuzza, amministratore delegato della Fip di Padova, arrestato ieri dai carabinieri assieme a Gioacchino Francesco La Rocca, figlio del capomafia “Ciccio” La Rocca, nell’ambito dell’inchiesta per la cosiddetta “variante Caltagirone”. Un “uomo cerniera” in tutti i sensi, considerato che se la ricostruzione della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Catania sarà confermata, Scaramuzza faceva da cardine tra gli interessi delle cosche mafiose siciliane e quelli delle grandi imprese di costruzioni “pulite” del Nord.

Insomma quella tra n’drangheta, mafia e grandi opere sembra essere una vera e propria attrazione fatale. I maligni dicono che l’attrazione sia nata nel 1993, durante quella trattativa stato-mafia che, in cambio della cessazione degli attentati e la testa di Riina prima e Provenzano poi, consentì alla mafia di dismettere i panni dei feroci killer per assumere quella dei colletti bianchi e approfittare della strada che gli era stata spianata per entrare nel “giro grosso” degli appalti, quello che portava al Nord e alle grandi opere infrastrutturali. Nella Capitale si sente parlare di Olimpiadi nella zona di Tor Vergata, dello stadio della Roma (e relativo insediamento edilizio intorno allo stadio) nella zona di Tor di Valle, di autostrada Roma-Latina con i primi cantieri che dovrebbero partire dalla zona Pontina. Una grattatina un po’ più sotto della superfice sarebbe gradita. Non vorremmo che, come nel caso della Tav, dell’Expo, del Mose etc. le denunce sulle infiltrazioni mafiose venissero fuori “a babbo morto”, cioè a lavori più che avviati o magari già conclusi.

20 luglio 2016

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Strage ferroviaria in Puglia, tra investimenti mancati e tagli alla sanità

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strage corato

tratto da http://contropiano.org

Una strage. Come altre che le Ferrovie dello Stato ormai quasi completamente privatizzate non smettono di produrre.

Un numero al momento imprecisato di morti – almeno 20 – e feriti (siamo già oltre i 35), tra gli olivi della Puglia, in un tratto a binario unico tra Andria e Corato, al confine tra la provincia di Bari e quella di Bat (Barletta-Andria-Trani, un’invenzione dei tempi che avere un provincia portava prestigio e poltrone).

Uno scontro frontale tra due treni locali, poco dopo le undici di stamattina, appartenenti alle Ferrovie Nord Barese (il risultato di una recente prvatizzazione), su uno dei tanti tratti in “cantierizzazione” per arrivare ad avere il doppio binario. Un treno per pendolari e studenti universitari, fortunatamente senza gli studenti liceali, perché l’anno scolastico è terminato da poco.

Lo scontro, ripetiamo, è avvenuto in aperta campagna ed è giustificabile soltanto con la mancata accensione del segnale di blocco in una delle due stazioni da cui provenivano i treni. Le prime ricostruzioni “aziendali” parlano – come sempre di “errore umano”, tacendo vergognosamente delle ragioni per cui un errore umano puà prodursi in determinate condizioni. Parliamo infatti di un sistema di trasporto su rotaia, dunque con percorso obbligato, su cui possono essere installate tecnologie e sensori a costi ormai bassissimi. Ma non lo si fa, per “risparmiare” sui costi.

Al contrario, da oltre venti anni Fs (già sotto la gestione “privatizzante” di Mauro Moretti, ex segretario della Filt Cgil traslocato quasi in una notte da quella carica a quella di amministratore delegato della Rete Ferroviaria Italiana, poi asceso alla carica di amministratore delegato di Fs e ora nello stesso ruolo in Finmeccanica-Leonardo) l’azienda ha imposto il ritorno all’”agente unico”, ovvero a un solo macchinista per treno, con il solo ausilio dell’”uomo morto”, un vecchio meccanismo a pedale che costringe il macchinista a distribuire la sua concentrazione tra la guida del treno e il pedale da premere ogni tot secondi. In queste condizioni di lavoro “l’errore” diventa statisticamente inevitabile. Basta moltiplicare le ore di guida di “macchinisti soli”, contrattualmente fissate ma con straordinario obbligato, per il numero di tratte a binario altrettanto unico. Ci si aggiunga una giornata torrida, a oltre 40 gradi all’ombra, è si vedrà che queste probabilità crescono esponenzialmente. Quando basterebbero pochi sensori per bloccare automaticamente la marcia dei treni molto prima di ogni possibile impatto.

Ma la stessa logica è stata applicata alla sanità, quindi al sistema dei pronto soccorso e dei dervizi di autoambulanza, quasi completamente privatizzato. Qui la politica dei tagli alla spesa pubblica ha rarefatto i punti di assistenza sanitaria, il personale disponibile per i soccorsi e contemporaneamente allungato i percorsi che le autoambulanze – in numero minore – debbono coprire.

Come segnala la rivista dei ferrovieri “Ancora in Marcia!”:

Non sappiamo al momento quali sistemi di circolazione e distanziamento dei treni siano in uso su questa linea, sulla quale il controllo e la vigilanza è svolto direttamente dal Ministero dei trasporti, come per altre linee ferroviarie ‘secondarie’ definite correntemente “ex concesse”.

12 luglio 2016

 

Vedi anche:

Mio padre era su quel treno…

Chi parla di errore umano è un mascalzone!

Ferrotramviaria Spa è un operatore privato
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Ultimo aggiornamento Martedì 12 Luglio 2016 19:16

Nel paese del Jobs Act il 57% dei giovani è precario

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Ocse. I salari calano, l’occupazione non cresce, aumenta la disoccupazione di lunga durata. Il consiglio a Renzi: "Continuate le riforme del mercato del lavoro: bisogna consentire di «derogare dal contratto nazionale in caso di difficoltà economica dell'impresa». Per la cronaca è l'articolo 2 della Loi Travail francese: quello che ha fatto esplodere la rivolta di un paese

Il 57% dei giovani italiani under 25 italiani è precario. Secondo l’Employment Outlook dell’Ocse, presentato ieri a Parigi, la loro percentuale è aumentata tra il 2014 e il 2015 dal 56% al 57,1%. Cresce anche la permanenza per meno di un anno sullo stesso posto di lavoro precario: dal 37,9% del 2014 al 43% del 2015. Peggio dell’Italia fanno solo Spagna e Grecia. Sono i giovani i più colpiti dalla crisi: il loro tasso di disoccupazione era al 40,3% a fine 2015, sotto il picco del 42,7% del 2014, ma doppio rispetto al 2007, il terzo peggiore dell’Ocse dopo Grecia e Spagna. In dieci anni il tasso di occupazione giovanile è crollato: nel 2015 era al 17,3% (dal 17,2% nel 2014) contro il 24,5% del 2007 e il 27,8% del 2000. Siamo penultimi, dopo la Grecia (13%).

Questo dato sull’entrata nel mercato del lavoro italiano è confermato da quello registrato sull’altra sponda anagrafica della forza-lavoro: i disoccupati di lunga durata – persone alla ricerca di un impiego da più di un anno: sono il 58,7%, il terzo peggior dato dell’Ocse (la media è del 33,8%), inferiore di 3,5 punti rispetto al picco raggiunto nel 2014. Solo Grecia (73%) e Repubblica Slovacca fanno peggio (62,3%). Per gli over-55 la disoccupazione di lungo termine è la condizione del 65% dei senza lavoro. Nel mezzo ci sono i cosiddetti «Neet» che sono aumentati del 44% durante la crisi. Per chi, invece, ha un’occupazione i salari diminuiscono. Come già dimostrato dall’Eurostat. Nel rapporto l’Ocse registra un calo dello 0,2% dei salari nel periodo 2007-2015 contro +0,5% nel 2000-2007: 34 mila dollari contro la media Ocse di 41 mila. Il costo unitario del lavoro nel 2007-15 risulta per altro di +0,4% dopo +0,6% nei sette anni precedenti. La crescita della produttività è piatta da 15 anni. Oggi si può dire che il valore perduto dei salari dal 2007 non sarà mai recuperato. Dall’Ocse sperano in una «crescita vigorosa» che non ci sarà, visto che siamo in una crescita «anemica» che non produce «occupazione fissa».

Capitolo a parte le considerazioni sul Jobs Act di Renzi. L’Ocse ne è uno degli ispiratori, quindi è di parte e mostra un atteggiamento poco istituzionale. Il Jobs Act «ha incentivato l’uso di contratti a tutele crescenti al posto di contratti temporanei con creazione netta di occupazione». Non si dice quanti sono i vecchi contratti convertiti in quelli nuovi, ad esempio. Si afferma che non sono aumentati i licenziamenti. E come potevano, visto che il rapporto arriva a registrare i dati dei primi 9 mesi di vita del Jobs Act (marzo-dicembre 2015) con gli incentivi alle imprese al massimo. Si vedrà dopo il 2018. Dai dati il Jobs Act non produce occupazione tra i giovani, né tra i lavoratori più maturi. Né aumenta i salari. Ultima indicazione dell’Ocse: la riforma continui e bisogna consentire di «derogare dal contratto nazionale in caso di difficoltà economica dell’impresa». Per la cronaca è l’articolo 2 della Loi Travail francese: quello che ha fatto esplodere la rivolta di un paese contro il governo socialista che applica questa regole made in Ocse.

8 luglio 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 12 Luglio 2016 18:07

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