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Renzi corre a salvare MortePaschi

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Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Il problema per il governo è serio: come si fa a salvare con soldi pubblici la terza banca privata italiana, senza far incazzare contemporaneamente l’Unione Europea e i contribuenti italiani?

MontePaschi è da anni sotto il tiro della speculazione finanziaria, con bilanci disastrati, manager volati via dalla finestra, altri esposti al pubblico ludibrio dopo esser stati per anni l’icona dell’Abi (l’associazione dei banchieri). Da giorni il titolo crolla in borsa, con inimmaginabili risalite ogni volta che si alza il rumor dell’intervento pubblico. Un’azione che vale 0.26 centesimi in realtà vale meno della carta – molto pregiata, in genere – su cui è stampata. L’intera banca, oggi, capitalizza meno di 780 milioni. E la Bce, pochi giorni fa, le ha inviato una lettera in cui impone di eliminare dai bilanci 10 miliardi di “sofferenze”, ossia di prestiti che non torneranno mai indietro. Una sproporzione che getterebbe nella disperazione anche il più navigato dei manipolatori di bilanci…

La Consob ha deciso di sospendere le vendite allo scoperto (si possono vendere azioni avute “in prestito”, neanche materialmente possedute) per cercare di limitare la volatilità e la velocità di caduta, che spesso costringe la Borsa a sospendere il titolo per eccesso di ribasso.

In linguaggio semplice la storica banca senese è tecnicamente fallita. MortePaschi.

Ma non è solo la terza banca italiana, è anche la prima toscana. E dopo lo scherzetto combinato ad azionisti e obbligazionisti – nella maggior parte inconsapevoli – dell’aretina Banca Etruria, un premier toscano in difficoltà tutto può fare meno che lasciarla morire nelle spire di un gigantesco bail in. Che svuoterebbe la Toscana di buona parte della sua ricchezza (comprese le imprese che finirebbero nella lista dei “cattivi pagatori”, all’origine delle “sofferenze”) e Renzi di tutto il bacino di popolarità residua.

Perciò la domanda iniziale (come si fa a salvare con soldi pubblici la terza banca privata italiana, senza far incazzare contemporaneamente l’Unione Europea e i contribuenti italiani) deve trovare assolutamente una risposta.

Intanto placando le possibili critiche o ire della Commissione di Bruxelles. Su questo fronte la trattativa è aperta, a partire dall’uso delle possibili deroghe che persino la direttiva sul bail in prevede. Spazio stretto, cartellini rossi ad ogni angolo. Anche perché le “sofferenze” totali di MontePaschi assommano a 47 miliardi, pari al 3% del Pil italiano.

Secondo i media mainstream, che annusano ogni fil di fumo in uscita dagli uffici centrali in questa vicenda (il ministero dell’economia), una soluzione potrebbe essere nell’ampliamento del fondo Atlante, creato per assorbire contemporaneamente Veneto Banca e la Popolare di Vicenza e già intervenuto pesantemente su questo fronte (di fatto è ora proprietario di entrambi gli istituti). Dal punto di vista europeo nulla osta, perché Atlante è un fondo privato, finanziato da banche private (più la Cassa Depositi e Prestiti, però, che è decisamente pubblica). Dal punto di vista concreto, però, il fondo ha già finito i soldi nel salvataggio delle due banche venete.

Morto un fondo se ne fa un altro, sempre privato e sempre ricorrendo alla mitologia greca. Quello nuovo dovrebbe chiamarsi Giasone, e andrebbe riempito con soldi provenienti da Atlante, dalla Sga (una bad bank usata a suo tempo per il Banco di Napoli), ancora dalla Cdp (che contiene i risparmi dei correntisti postali…) e da qualche fondo pensione, ma su base volontaria. In questo modo si salvaguarda il carattere “privato” del salvataggio e si tacita Bruxelles.

Ma come avviene un salvataggio in cui bisogna trasferire “sofferenze” da una banca a un fondo privato? Perché mai un altro soggetto dovrebbe “comprare” debiti che un altro soggetto non riesce a riscuotere? Perché esiste un mercato su cui questi debiti – ovviamente svalutati, quindi con perdite da iscrivere a bilancio per chi li deteneva, in questo caso MontePaschi – possono essere scambiati: oggi e domani.

Tutto il segreto sta nel prezzo. Quanto vale una sofferenza? A prezzi di mercato, difficilmente supera i 20 centesimi per ogni euro di debito nominale. Un prezzo troppo basso perché la banca MontePaschi possa venderli effettivamente, visto che – per antica convenzione – li tiene iscritti a bilancio per 40 centesimi. Alla metà di quel prezzo non resterebbe che alzare bandiera bianca e chiudere baracca. Anche vendendo a 40 centesimi la banca senese dovrebbe iscrivere quelle perdite a bilancio (una svalutazione secca del 60% delle sofferenze), costringendola a ricapitalizzarsi. Ossia ad emettere nuove azioni sul mercato. In effetti c’è qualche dubbio che qualcuno possa assumersi il rischio di metter soldi – per la terza volta in pochi anni – in una banca che si è rivelata un pozzo nero di dimensioni incalcolabili. È qui che arriva lo Stato, o meglio il governo, che ha varato una “garanzia” nominale di 150 miliardi per operazioni del genere. Non dovrebbe – nelle speranze di Pier Carlo Padoan – scucire fisicamente neanche un euro, ma semplicemente “garantire” l’emissione di obbligazioni col meccanismo del “convertendo” (ossia con obbligo di conversione a tre anni). In questo caso la Ue non alzerebbe il cartellino rosso…

Semplice. Ma perché mai il privato Giasone dovrebbe acquistare merda – è linguaggio tecnico, abbiate pazienza – a un prezzo doppio di quello di mercato? È sicuro che non potrebbe mai rivenderla allo stesso prezzo o superiore., quindi si tratterebbe di un’operazione assolutamente insensata.

Qui arriva nuovamente lo Stato, ossia il governo. Giasone comprerebbe a quel prezzo avendo la “garanzia” che il Tesoro li ricomprerebbe a 40 centesimi (o almeno 41 per ricompensare il disturbo). Dal punto di vista dell’operazione “di mercato”, con qualche difficoltà, potrebbe persino passare. In pratica, però, è una presa per i fondelli, perché Giasone si limiterebbe a fare il prestanome retribuito del ministero. Il quale sa bene che non riuscirebbe mai a rivendere quel che compra, se non con perdite clamorose.

Probabilmente l’Unione Europea chiuderebbe entrambi gli occhi e anche qualche altro organo di senso, ma è chiaro che l’operazione servirebbe soprattutto al governo Renzi per occultare – ai contribuenti, ossia a tutti noi – che sta regalando soldi nostri a una banca pur di farla sopravvivere.

Ci potreste dire: ma siete buoni solo a criticare, voi che fareste? Useremmo soldi pubblici per ristrutturare MontePaschi e farla funzionare come una banca pubblica, per azioni mirate di politica economica, magari anche guadagnandoci qualcosa.

“Ma l’Unione Europea sarebbe contraria”. Lo sappiamo. Per questo c’è Renzi, a Palazzo Chigi…

6 luglio 2016

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Report morti sul lavoro nei primi sei mesi del 2016

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mortilavoro

tratto da http://contropiano.org

Sono 300 i morti sui luoghi di lavoro nei primi sei mesi del 2016. Lo stesso numero di morti che avevamo sui LUOGHI DI LAVORO, il 30 giugno il 30 giugno del 2014. Lo stesso giorno del 2015 erano 302, un calo favoloso dello 0.7%. Questo mese c’è stata un’autentica carneficina di agricoltori schiacciati dal trattore. Sono stati 30, due anche nell’ultimo giorno del mese. La strage c’è stata anche tra i lavoratori dell’edilizia, ben 4 negli ultimi tre giorni. I morti sui LUOGHI DI LAVORO in queste due categorie sono stati il 56% sul totale. Teniamo presente che stiamo parlando solo dei morti sul posto di lavoro, se a questi aggiungiamo i morti sulle strade e in itinere le vittime sul lavoro in totale più che raddoppiano. Si alza sempre di più l’età di chi muore per infortuni sul lavoro a causa della legge Fornero e di chi l’ha votata. Obbligare a far svolgere lavori pericolosi per se e per gli altri, si può dire che è stata una legge indecente per non dire di peggio? Che è stato criminale non tenere per nulla conto della vita di chi lavora, e neppure della Sicurezza dei cittadini e degli automobilisti, se a lavorare in tarda età è un guidatore di un Tir? Se qualcuno vuole mi denunci pure, chi come me monitora i morti sul lavoro e registra queste tragedie da ormai 10 anni rimane allibito per la leggerezza con cui è stata fatta e approvata questa legge vergognosa e a favore dei più forti, che non si è fermata neppure davanti alla vita e alla sofferenza di lavoratori costretti a svolgere lavori pericolosi, stressanti e faticosi quasi fino a settant’anni. E questo riguarda anche tantissimi artigiani che muoiono numerosissimi in tarda età. Li vedi con le mani gonfie, con la schiena dolorante, con riflessi poco pronti. Insomma come definire questo autentico calvario a cui sono sottoposti questi lavoratori? E poi con la tecnologia che c’è ora com’è possibile che si assiste a giugno alla morte di un agricoltore al giorno, schiacciato dal trattore senza che nessuno in Parlamento alzi la voce per questa carneficina. Sono 66 dall’inizio dell’anno e 352 da quando si è insediato il Governo Renzi. Nessuno della minoranza PD e dell’opposizione ha niente da dire e questo solo perché il Ministro Martina delle Politiche Agricole appartiene a questa minoranza? E’ solo “ammoina” quella a cui assistiamo ogni giorno in Parlamento per problematiche che ai cittadini e lavoratori non gliene può fregare di meno? Povero nostro Paese come sei ridotto con questa classe dirigente. Un autentico e importante calo delle morti c’è stato nella Regione Lombardia nei primi sei mesi di quest’anno, nessuno è più lontano di me dalla Lega, contro il razzismo di noi meridionali ci ho anche scritto anche un libro vent’anni fa “Maruchein” (terrone) abitavo in Via del Carroccio. Ma non sono cieco e prevenuto su queste tragedie. Se il risultato che sta ottenendo la Lombardia non è frutto della casualità, come è capitato per altre importanti regioni, ma di un lavoro fatto sul territorio, tanto di capello a chi questa regione la dirige nelle varie articolazioni. Occorre capire che le morti sul lavoro sono da “conteggiare” non con assurdità come “l’indice occupazionale” e altre amenità del genere, ma sul numero complessivo della popolazione, visto che a morire sono tantissimi lavoratori non assicurati all’INAIL, o che lavorano in nero. La Lombardia ha il doppio degli abitanti delle regioni più popolose del nostro Paese, e rispetto alle altre ha da quando monitoro questo fenomeno un andamento migliore.

***

Carlo Soricelli curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro

http://cadutisullavoro.blogspot.it

SONO 300 I MORTI PER INFORTUNI

sui LUOGHI DI LAVORO dall’inizio dell’anno.

Oltre 630 se si aggiungono i morti sulle strade e in itinere.

Morti per infortuni sui luoghi di lavoro nel 2016 per regione e provincia in ordine decrescente. I morti sulle autostrade e all’estero non sono conteggiate nelle province. Quando guardate l’andamento delle regioni e delle province pensate che ci sono almeno altrettanti morti per infortuni sulle strade e in itinere.

Campania 33 Napoli (13 di questi 3 in mare), Avellino (4), Benevento (1), Caserta (6), Salerno (9). Emilia-Romagna 31 Bologna (5). Forlì-Cesena (6), Ferrara (3), Modena (4), Parma (2), Piacenza (2), Ravenna (2), Reggio Emilia (6), Rimini (1). Veneto 26 Venezia (2), Belluno (3), Padova‎ (6), Rovigo (1), Treviso (3), Verona (3), Vicenza (8). Toscana 24 Firenze (1), Arezzo (4), Grosseto (1), Livorno (4), Lucca (3), Massa Carrara (6), Pisa‎ (2), Pistoia (1) , Siena (2) Prato (1).  Lazio 22 Roma (7), Viterbo (5) Frosinone (3) Latina (6) Rieti (1). Sicilia 20 Palermo (1), Agrigento (3), Caltanissetta (3), Catania (5), Enna (1), Messina (3), Ragusa (1), Siracusa (), Trapani‎ (1). Piemonte 19 Torino (3), Alessandria (1), Asti (5), Biella (), Cuneo (9), Novara (), Verbano-Cusio-Ossola () Vercelli (1).  Lombardia 19 Milano (1), Bergamo (3), Brescia (9), Como (2), Cremona (1), Lecco (1), Lodi (), Mantova (), Monza Brianza (), Pavia (2), Sondrio (), Varese. Puglia 14 Bari (), BAT (2), Brindisi (1), Foggia (2), Lecce (2), Taranto (7)Trentino-Alto Adige 10 Trento (6), Bolzano (4). Marche 10 Ancona (2), Macerata (4), Fermo (), Pesaro-Urbino 1(), Ascoli Piceno (2). Abruzzo 10 L’Aquila (1), Chieti (5), Pescara (2) Teramo (2). Sardegna 9 Cagliari (4), Carbonia-Iglesias (), Medio Campisano (), Nuoro (1), Ogliastra (), Olbia-Tempio (), Oristano (1), Sassari (3).  Calabria 8Catanzaro (3), Cosenza (2), Crotone (1), Reggio Calabria (1) , Vibo Valentia (1). Umbria 4 Perugia (1) Terni (3). Liguria 4 Genova (2), Imperia (1), La Spezia (), Savona (1). Molise 4 Campobasso (4), Isernia (). Friuli-Venezia Giulia 3 Trieste, Gorizia (1), Pordenone (1), Udine (1).  Basilicata1 Potenza (1) Matera () Valle D’Aosta () I lavoratori morti sulle autostrade, all’estero e in mare non sono segnalati a carico delle province-

Consigliamo a tutti quelli che si occupano di queste tragedie di separare chi muore per infortuni sui luoghi di lavoro, da chi muore sulle strade e in itinere con un mezzo di trasporto. I lavoratori che muoiono sulle strade e in itinere sono a tutti gli effetti morti per infortunio sul lavoro, ma richiedono interventi completamente diversi dai lavoratori morti sui luoghi di lavoro. E su questo aspetto che si fa una gran confusione. Ci sono categorie come i metalmeccanici che sui luoghi di lavoro hanno pochissime vittime per infortuni, poi, nelle statistiche ufficiali, non separando chiaramente le morti causate dall’itinere, dalle morti sui luoghi di lavoro, risultano morire in tantissimi in questa categoria che è numerosissima e ha una forte mobilità per recarsi o tornare dai luoghi di lavoro. Anche quest’anno una strage di agricoltori schiacciati dal trattore, sono già 66 dall’inizio dell’anno, Tutti gli anni sui LUOGHI DI LAVORO il 20% di tutte le morti per infortuni sono provocate da questo mezzo. 132 sono i morti schiacciati dal trattore nel 2015 e 152 nel 2014. Contiamo molto della sensibilità dei media e dei cittadini che a centinaia ogni giorno visitano il sito. In questi nove anni di monitoraggio le percentuali delle morti nelle diverse categorie sono sempre le stesse: l’agricoltura sempre la categoria con più vittime, seguono l’edilizia, i servizi, i metalmeccanici e l’autotrasporto.

Morti sul lavoro nel 2015

Le morti sulle autostrade e all’estero non sono segnalate nelle province

SONO STATI 678 I MORTI PER INFORTUNI SUI LUOGHI DI LAVORO nel 2015

CONTRO I 661 del 2014 +2,6%. ERANO 637 nel 2008 +6,1%

L’INAIL nel 2014 ha riconosciuto complessivamente 662 morti sul lavoro, di questi il 52% sono decessi in itinere e sulle strade ma le denunce per infortuni mortali sono state 1107. Crediamo che anche per il 2015 ci siano più o meno le stesse percentuali. Nel 2015 tra gli assicurati INAIL c’è stata un’inversione di tendenza, per la prima volta dopo tantissimi anni questo Istituto vede aumentare le denunce per infortuni mortali. Ma le denunce non comportano necessariamente un riconoscimento dell’infortunio mortale. Sta a noi che svolgiamo un lavoro volontario, senza interesse di nessun tipo, far conoscere anche questo aspetto ai cittadini italiani.

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Venti domande e venti risposte sulla riforma costituzionale

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Cosa prevede la riforma della Costituzione targata Renzi-Boschi? Domande e risposte utili per comprendere contenuto e significato delle modifiche già approvate dal Parlamento e che a ottobre saranno sottoposte al voto referendario.

Alessandro Pace, Andrea Aurelio Di Todaro - tratto da http://www.dinamopress.it

1. Il contenuto della riforma costituzionale Boschi è coerente ed omogeneo?

No. La riforma Boschi ha un contenuto disomogeneo, in quanto modifica in più parti, diverse tra loro, la Costituzione vigente. Non può pertanto essere considerata una “legge di revisione” come previsto dall’art. 138 della Costituzione, secondo il quale il quesito sottoposto all’elettore dovrebbe essere unico ed omogeneo. Avendo la riforma Boschi un contenuto disomogeneo, essa coercirà la libertà di voto degli elettori che hanno a loro disposizione solo un Sì e solo un No.

2. Quali sono i fattori di criticità della riforma derivanti dal suo iter parlamentare?

La riforma Boschi è stata approvata dalla Camera e dal Senato nonostante la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, avesse dichiarato incostituzionale la legge elettorale c.d. Porcellum, sulla cui base la XVII legislatura era stata eletta. Per di più, la riforma consegue da un’iniziativa governativa e non da un’iniziativa parlamentare – come avrebbe dovuto essere – con il rischio, puntualmente avveratosi, di condizionarne l’approvazione alle scelte di indirizzo politico del Governo.

3. Ci sono altri profili di contrasto tra la riforma e la sentenza n. 1 del 2014 della Corte?

La riforma Boschi, nell’attribuire ai consigli regionali, e non ai cittadini, il diritto di eleggere il Senato, viola la sovranità popolare, di cui «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione», come affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014.

4. Perché l’elezione del Senato dovrebbe essere diretta?

Come scrisse proprio nel 1948, Carlo Esposito, uno dei massimi costituzionalisti italiani dello scorso secolo: «Il contenuto della democrazia non è che il popolo costituisca la fonte storica o ideale del potere, ma che abbia il potere; non già che esso abbia solo il potere costituente, ma che a lui spettino i poteri costituiti; e che non abbia la nuda sovranità (che praticamente non è niente) ma l’esercizio della sovranità (che praticamente è tutto)».

5. Ma dai sostenitori della Riforma si sostiene che si tratterebbe di una elezione “indiretta”. Non hanno ragione?

No. I sostenitori di questa tesi sbagliano platealmente. Leopoldo Elia, autorevolissimo costituzionalista spesso ricordato dallo stesso ex Presidente Napolitano, precisò, in maniera definitiva, che si ha elezione indiretta “in senso proprio” solo quando siano previsti a tal fine dei “grandi elettori”, come appunto accade in Francia dove il popolo elegge 150 mila “grandi elettori” che a loro volta eleggeranno 349 senatori. Affermare che il popolo italiano eleggerebbe indirettamente il Senato perché i consigli regionali, eletti dal popolo, eleggerebbero a loro volta i senatori, è quindi una vera baggianata. È come dire che il popolo italiano elegge il Presidente della Repubblica perché il Presidente viene eletto da Camera e Senato, che sono eletti dal popolo. Si tratta di una analogia superficiale e, come tale, giuridicamente improponibile.

6. La riforma abolisce il Senato?

La riforma non abolisce affatto il Senato ed anzi ne ribadisce la funzione legislativa e quella di revisione costituzionale, ancorché, non essendo stato eletto direttamente dal popolo, il Senato sarebbe privo della legittimazione democratica.

7. Quali perplessità suscita la riforma, a proposito del ruolo dei membri del “nuovo” Senato?

La riforma prevede che i senatori esercitino contemporaneamente anche le funzioni di consigliere regionale o di sindaco, senza considerare che l’importanza e l’onerosità delle funzioni senatoriali (funzione legislativa ordinaria e costituzionale; raccordo tra lo Stato, le Regioni e i comuni, con l’Unione Europea; valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni; verifica dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori ecc. ecc.) ne renderebbero aprioristicamente impossibile il puntuale espletamento.

8. Perché criticare la riforma se, come sostenuto da alcuni suoi fautori, essa non fa altro che seguire l’esempio del Senato statunitense?

Non lo ripropone affatto. È vero che negli Stati Uniti il Senato è composto da 100 senatori, esattamente come nel “futuro” Senato della Repubblica. Tuttavia, negli Stati Uniti ciascun senatore lavora a tempo pieno e gode per giunta della collaborazione di uno staff di circa 34 persone, tra consulenti e impiegati. Per contro, i senatori italiani, dovendo svolgere anche le funzioni di consigliere regionale o sindaco, non avrebbero a disposizione non solo uno staff di quella importanza, il che è giustificabile, ma nemmeno il tempo necessario per assolvere a tutte le funzioni connesse alle loro cariche.

9. È vero che i futuri senatori non percepiranno alcun emolumento e non saranno più dei “privilegiati” rispetto al resto dei cittadini?

I futuri 100 senatori, in quanto sindaci o consiglieri regionali, non saranno compensati per le loro funzioni di senatore, ma avranno soltanto un “rimborso-spese”. Godranno dell’insindacabilità giudiziaria per i fatti posti in essere nell’esercizio delle proprie funzioni - il che è condivisibile - e, ancorché senatori solo part time, godrebbero anche dell’immunità “personale” dagli arresti, dalle perquisizioni personali e domiciliari, e dai sequestri della corrispondenza, col rischio - connesso all’abnorme numero dei consiglieri regionali attualmente indagati o addirittura rinviati a giudizio - di trasformare il Senato in un refugium peccatorum.

10. La riforma attribuisce poteri legislativi all’Esecutivo, cioè al Governo?

La riforma amplia il potere d’iniziativa legislativa del Governo mediante la previsione di disegni di legge «attuativi del programma di governo», da approvare, da parte della Camera dei deputati, entro 70 giorni dalla deliberazione d’urgenza dell’assemblea. Il che rischia di restringere ulteriormente gli spazi per l’iniziativa legislativa parlamentare - attualmente ridotti al solo 20 per cento - grazie a possibili capziose interpretazioni estensive sia del concetto di “programma di governo”, sia del concetto di “attuazione del programma”.

11. È un merito o un demerito che la riforma preveda la riduzione del numero dei senatori da 315 a 100?

Nelle attuali condizioni, e tenuto conto del contenuto complessivo della riforma, è un demerito. La riforma, infatti, sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato (100 senatori) rispetto alla composizione della Camera dei deputati (630 deputati) e rende praticamente irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune.

12. Ma la riforma snellisce il procedimento legislativo. O no?

Il disegno di legge Boschi si era posto l’obiettivo di semplificare il procedimento di formazione delle leggi, ma tale dichiarazione di intenti non è stata seguita dai fatti. La riforma prevede almeno otto distinti iter di approvazione legislativa, col rischio di non infrequenti conflitti procedurali, che potrebbero addirittura configurare vizi di legittimità costituzionale di natura procedimentale, di competenza della Corte costituzionale.

13. Qual è la posizione della riforma rispetto alle opposizioni parlamentari?

La riforma Boschi, pur senza abolire il Senato, ne ha svuotato il ruolo di contro-potere politico esterno alla Camera dei deputati, senza compensare tale svuotamento con il rafforzamento del sindacato ispettivo tra cui l’introduzione del potere d’inchiesta da parte di un quarto dei componenti delle assemblee, come previsto in Germania sin dal 1919, e con successo.

Il “nuovo” art. 64 si limita infatti a rinviare ai regolamenti delle due Camere il compito di garantire i «diritti delle minoranze parlamentari» e al regolamento della sola Camera dei deputati di disciplinare «lo statuto delle opposizioni». Poiché però i regolamenti parlamentari devono comunque essere approvati dalla maggioranza dei componenti dell’assemblea, è di tutta evidenza che, grazie all’Italicum, sarà il partito di maggioranza a condizionare il destino dei diritti delle minoranze e delle opposizioni.

14. Quale impatto ha la riforma sul rapporto Stato-Regioni?

Micidiale. La riforma Boschi mentre attribuisce alla competenza legislativa esclusiva dello Stato oltre 50 materie affastellate sotto 21 numeri, dalla a) alla z), attribuisce alla potestà legislativa esclusiva delle Regioni soltanto 15 materie di contenuto prevalentemente organizzativo.

La riforma Boschi attribuisce alla competenza legislativa esclusiva dello Stato le politiche sociali, la tutela della salute, il governo del territorio, l’ambiente e il turismo che costituiscono il cuore dell’autonomia legislativa regionale.

A conferma della svolta centralistica, la riforma Boschi introduce una “clausola di supremazia statale” - soprannominata “clausola-vampiro”- grazie alla quale la Camera dei deputati, con una legge, e il Governo, con un decreto legge, potrebbero, senza alcun limite, intervenire in qualsiasi materia di competenza legislativa esclusiva delle Regioni «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale».

15. E nelle materie di competenza legislativa dello Stato?

La riforma Boschi attribuisce alla potestà legislativa esclusiva dello Stato il compito di dettare le “disposizioni generali e comuni” in tutta una serie di materie importanti quali la tutela della salute, le politiche sociali, l’istruzione anche universitaria, l’ordinamento scolastico, le attività culturali e sul turismo e molte altre, senza però prevedere, in favore delle Regioni, la necessaria potestà legislativa di attuazione.

Dimentica altresì di attribuire (a chi? allo Stato o alle Regioni?) la competenza legislativa esclusiva in materia importanti quali la circolazione stradale, i lavori pubblici, l’industria, l’agricoltura, l’artigianato, l’attività mineraria, le cave, la caccia e la pesca. Con la conseguenza, in entrambi i casi, di non risolvere il problema dell’eccessivo contenzioso costituzionale lamentato dallo stesso Governo.

16. Quale sarebbe la posizione costituzionale del Premier grazie alla riforma Boschi e all’Italicum?

Il nostro ordinamento si orienterebbe di fatto verso un “premierato assoluto”, grazie all’Italicum e alla riforma Boschi: l’Italicum trasformerebbe il voto al partito del leader in un’investitura quasi-diretta del Premier e la legge Boschi eliminerebbe il Senato come potenziale contro-potere esterno della Camera senza prevedere efficaci contro-poteri interni. Col duplice rischio, connesso all’”uomo solo al comando”, di produrre eccessivi squilibri di rappresentanza e di condizionare addirittura i poteri del Presidente della Repubblica.

17. Come cambia la composizione della Corte costituzionale con la riforma?

La riforma attribuisce al Senato, composto da 100 senatori, il potere di eleggere due giudici costituzionali ed attribuisce alla Camera dei deputati, composta invece da 630 deputati, il potere di eleggerne tre. Il che, in primo luogo, urta contro il principio di proporzionalità e, in secondo luogo, rischia di introdurre nella Corte costituzionale una pericolosa logica corporativa, che potrebbe fortemente irrigidire i rapporti interni tra i suoi membri.

18. E sui senatori a vita, la riforma cambia qualcosa?

La riforma prevede la nomina a senatore, da parte del Presidente della Repubblica, di cinque illustri personalità che abbiano «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Il che è doppiamente stravagante. In primo luogo, essi sono nominati dal Presidente della Repubblica per sette anni, e cioè per un tempo perfettamente coincidente con la durata in carica dello stesso Capo dello Stato. Sicché non è affatto capzioso immaginare che i senatori a vita possano subirne l’influenza. In secondo luogo, è comunque paradossale che cinque illustri personalità di caratura internazionale, che abbiano le caratteristiche di eccellenza appena ricordate, vadano ad esercitare il loro alto magistero culturale in un organo - il Senato - che, formalmente, la riforma dice di volere dedicare interamente alla sola rappresentanza delle istituzioni territoriali (Regioni, Comuni e Città metropolitane).

19. Ma il Senato rappresenterebbe davvero le istituzioni territoriali?

No. Il Senato continuerebbe ad esercitare le funzioni di organo dello Stato, non solo nell’esercizio della potestà legislativa ordinaria e di quella di revisione costituzionale, ma anche nelle funzioni di raccordo tra Stato, enti costitutivi della Repubblica e Unione Europea, nella verifica dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea, nel concorso all’espressione di pareri sulle nomine di competenza del Governo e in tutte le altre funzioni previste dal quarto comma del “nuovo” art. 55.

D’altra parte, non essendo configurabile una rappresentanza territoriale delle Regioni perché le Regioni avrebbero un numero diverso di seggi a seconda della popolazione e perché anche ai senatori è garantito il divieto del mandato imperativo, la natura della rappresentanza del Senato continuerebbe ad essere quella squisitamente politica-partitica, praticamente duplicando le contrapposizioni politiche della Camera dei deputati.

20. Un’ultima domanda. Il Presidente del Consiglio cita spesso il pensiero di Giorgio La Pira, autorevole componente dell’Assemblea costituente, che in tale veste affermò che la Costituzione fosse la “casa comune” degli italiani. Ritiene che la riforma Boschi persegua lo stesso obiettivo di fare della Costituzione la “casa comune” degli italiani?

Neanche per sogno. Il fatto che il risultato della sesta e ultima votazione della legge Boschi abbia registrato, su 630 deputati, 361 voti favorevoli, 7 contrari e 2 astenuti, conferma la natura “divisiva” e non “inclusiva” (la casa comune!) della riforma Boschi, che costituisce la conseguenza di quanto osservato al quesito n. 2, e cioè l’aver voluto a tutti i costi, il Presidente del Consiglio, che le modifiche costituzionali rispondessero alle scelte di indirizzo politico del Governo.

giugno 2016

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L'occasione dei comuni

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Marco Bersani - http://www.italia.attac.org

Il risultato delle recenti elezioni amministrative apre nuovi scenari nel nostro Paese: la pesante sconfitta del governo Renzi e del Pd si è espressa con una forte domanda di cambiamento, che da Napoli -con la riconferma di De Magistris- a Roma e Torino –con la netta vittoria di Virginia Raggi e Chiara Appendino, giovani sindache del M5S- attraversa l’intera penisola.

Non è un caso se questa ribellione si sia evidenziata nella scelta sulla guida dei comuni e delle città: nonostante il contributo degli enti locali al debito pubblico italiano sia risibile (intorno al 2,1%) è sugli stessi che in questi ultimi quindici anni sono state scaricate tutte le misure per farvi fronte.

Un dato per tutti: nel periodo 2008/2014, il contributo richiesto agli enti locali –fra tagli ai trasferimenti e patto di stabilità interno- è passato da 1.650 a 16.665 miliardi (!). Facile immaginare cosa abbia voluto dire in termini di taglio dei servizi e delle prestazioni sociali, abbandono del territorio e delle periferie, dispersione e solitudine sociale.

Del resto, gli enti locali sono nel mirino per un ben preciso motivo: sono loro a “possedere” la gran parte della ricchezza sociale del paese –in termini di territorio, patrimonio pubblico e servizi pubblici locali. Una ricchezza quantificata dalla Deutsche Bank in ben 571 miliardi, e da tempo nel mirino dei grandi interessi speculativi e finanziari, alla ricerca di mercati sicuri e profittevoli.

I comuni sono dunque uno dei luoghi di precipitazione della crisi e uno dei terreni su cui si approfondiranno importanti conflittualità sociali.

Per questo è bene che, fuori da una astratta neutralità degli enti locali, i nuovi sindaci siano consapevoli di alcune fondamentali battaglie sulle quali sarà richiesto loro di prendere posizione.

Il primo terreno è quello del debito, utilizzato come ricatto per permettere la spoliazione delle comunità locali e la messa a valorizzazione finanziaria di tutti i beni comuni urbani. La radicale rimessa in discussione dell’ideologia del debito, attraverso l’avvio di audit pubblici e partecipati, potrebbe essere il primo passo per le comunità territoriali verso il diritto di riappropriarsi del proprio destino.

Un secondo terreno è quello della contestazione del patto di stabilità e del pareggio di bilancio, che in questi anni hanno prodotto solo instabilità sociale e aumento delle disuguaglianze. E’ un terreno decisivo per sindaci che vogliano abbandonare il ruolo di facilitatori della penetrazione dei grandi interessi finanziari sulla società, per riappropriarsi finalmente di quello di difensori delle comunità territoriali e degli uomini e le donne che le abitano. Da questo punto di vista, la messa in discussione dell’Anci, organismo da sempre subalterno ai diktat governativi, anche pensando ad una nuova aggregazione delle “municipalità ribelli”, diventa uno dei possibili tasselli del cambiamento.

Il terzo terreno è senz’altro quello della riappropriazione dei beni comuni urbani, sia per garantire diritti fondamentali alle comunità amministrate, sia per impostare sul riconoscimento degli stessi una nuova economia territoriale, ecologicamente e socialmente orientata.

Da questo punto di vista, il contrasto da parte dei Comuni del decreto Madia di privatizzazione dell’acqua e dei servizi pubblici locali diviene dirimente, e dovrà vedere –in caso di sua approvazione- l’estendersi a macchia d’olio della disobbedienza territoriale.

Siamo dentro un tempo, in cui non si può più definirsi “sindaco di tutti” e occorre decidere se schierarsi con la città e gli abitanti che la vivono o con i poteri forti della speculazione immobiliare e finanziaria. Questione dirimente, che riguarda i sindaci, ma, naturalmente e soprattutto, le comunità territoriali, che devono riappropriarsi del futuro, iniziando dal presente.

24 giugno 2016

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La beffa del bonus Renzi

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bunus80euro

Francesco Fustaneo - tratto da http://contropiano.org

Giugno è il mese delle dichiarazioni dei redditi e per migliaia di persone quest’anno la consueta visita al commercialista è stata più amara del solito.

Colpa del bonus Irpef introdotto dall’art. 1 del D.L. n. 66/2014, più comunemente noto come bonus “Renzi” degli 80 euro.

I beneficiari del bonus sono coloro che percepiscono un reddito da lavoro dipendente e/o redditi assimilati (es. compensi percepiti da lavoratori soci delle cooperative, remunerazione dei sacerdoti, compensi per lavoratori socialmente utili, ecc).

Sono invece esclusi dal bonus i titolari di altri redditi, a mero titolo di esempio i percettori di reddito di impresa, reddito da lavoro autonomo e i pensionati.

Il bonus Irpef non spetta a coloro i quali hanno un reddito inferiore o uguale a € 8.000: in questo caso si parla di incapienza d’imposta,  infatti le detrazioni da lavoro dipendente verrebbero  ad essere  pari all’Irpef lorda dovuta.

Il bonus viene invece erogato in misura pari a 80 euro mensili, raggiungendo quindi  nell’ anno l’importo di € 960, per i dipendenti con  reddito compreso fra gli 8.000 e i 24.000 euro.

Il bonus diminuisce poi al crescere del reddito nella fascia compresa tra i 24.000 e i 26.000 euro, per poi annullarsi oltre tale soglia.

Il credito, come accennato sopra, chiaramente spetta se l’Irpef lorda è di ammontare superiore alle detrazioni di lavoro spettanti.

Milioni d’italiani, dicevamo, hanno quest’anno subito una batosta, perché costretti a restituire all’erario somme percepite che per legge  erano non dovute.

In un articolo del 1 giugno il Fatto Quotidiano stimava che 341mila persone con un reddito sotto i 7.500 euro abbiano dovuto restituire il bonus: tra questi molti si sono trovati nella situazione paradossale di aver lavorato 12 mesi nel 2015 e ciononostante, non avendo percepito diverse mensilità dalla propria ditta, hanno finito per conseguire un reddito certificato inferiore a € 8000. Da ciò l’obbligo di restituire il bonus “impropriamente” percepito: insomma “cornuti e mazziati”.

Sono stati tantissimi poi i lavoratori a subire un bagno di sangue per il motivo opposto, ossia l’aver superato le soglie reddituali previste.

Il passo falso per loro è stato quello di comunicare a chi elabora le proprie buste paghe, un reddito previsionale errato. L’equivoco verte sulla definizione stessa di reddito: il bonus Renzi non si calcola infatti sulla base del reddito da lavoro dipendente, ma sulla base del reddito complessivo.

Per comprendere quanto detto finora basta fare un semplice esempio:

Partiamo dall’assunto che il bonus spetta integralmente (960 euro annuali) a chi ha un reddito compreso tra gli 8000 e i 24.000 euro.

Per coloro che hanno un reddito che invece oscilla tra i 24.000 e i 26.000 euro il reddito viene conteggiato in base alla seguente formula:

€ 24.000<reddito< €26.000               Importo : (€ 26.000-Reddito complessivo) x € 960
                                                                                                                           2000

Ora, ipotizziamo che un impiegato statale percepisca uno stipendio lordo di € 22.300 usufruendo in busta paga del bonus integrale di € 960,00.

Al momento di stilare la dichiarazione dei redditi, l’impiegato però comunica al proprio commercialista di avere locato in corso d’anno un fabbricato in comproprietà con la moglie che gli produce un reddito ulteriore (imponibile) di € 3400,00.

In questo caso il suo reddito complessivo per il 2015 sarà di € 25.700.

Ingenuamente l’impiegato ha superato il limite per usufruire per intero del bonus.

Sfruttando la formula sopra riportata è facile capire che il bonus realmente a lui spettante è di soli € 144,00.

Pertanto sarà tenuto in sede di dichiarazione a dover sborsare la differenza ossia € 816,00 (= € 960-€ 144), cifra che cumulata all’Irpef, all’addizionale comunale e regionale comporterà un bagno di sangue per il contribuente in questione.

Il consiglio per i lettori, in relazione alle mensilità restanti del 2016, è il seguente: se non avete certezze sulle vostre previsioni di reddito, comunicate la rinuncia al bonus in busta paga; infatti nel peggiore dei casi questo potrà esservi rimborsato in sede di dichiarazione dei redditi nel 2017, qualora siano soddisfatti i requisiti reddituali.

22 giugno 2016

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