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Cucchi morì per disidatrazione. Ma perché non fu curato? E chi lo picchiò?

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La relazione della commissione del Senato sul servizio sanitario nazionale ripercorre gli ultimi giorni della vita del geometra romano di 31 anni. I giornali cercano di spostare il tiro sulla "malasanità" e sulla volontà di Cucchi di lasciarsi morire. Ma non bisogna dimenticare le percosse, i lividi e la generale incuria di cui è stato vittima

cucchi_foto«Dopo aver subito le lesioni ed essere stato ricoverato nel reparto protetto dell'ospedale Sandro Pertini con una procedura del tutto anomala», Stefano Cucchi chiedeva di parlare con un legale di fiducia, con suo cognato, con un operatore della comunità che lo aveva già seguito in passato. «Ma tale colloquio non avrà mai luogo». La relazione della commissione del Senato sul servizio sanitario nazionale ripercorre gli ultimi giorni della vita del geometra romano di 31 anni. Ci sono volute una quarantina di audizioni, alcuni sopralluoghi e molta pazienza per ottenere uno straccio di numero legale che consentisse l’approvazione. Se questi atti saranno resi pubblici o secretati sarà noto nella prossima riunione della commissione, ad aprile.
L’enfasi della grande stampa sulla disidratazione che lo avrebbe ucciso è indice della pressione incredibile da parte di chi vorrebbe confinare al capitolo “malasanità” la vicenda dell’arresto, del pestaggio, dei misteri dell’udienza di convalida, della detenzione del ragazzo di Torpignattara preso la notte del 16 ottobre da 5 carabinieri in un parco di Cinecittà e morto all’alba del 22 ottobre, nemmeno sei giorni dopo, nel repartino del Pertini. «Non si perdono dieci chili in sei giorni se uno non è malridotto. E Stefano era stato pestato», insiste sua sorella Ilaria. Solo un’infermiera di Regina Coeli, in mezzo a tanti non ricordo dei camici bianchi sentiti dalla commissione, avrebbe ammesso francamente che Stefano arrivò «pestato, senza dubbio» al carcere sul Lungotevere. Marino, medico di chiara fama, è inequivocabile: «La disidratazione è causa del blocco pre-renale che l’ha ucciso. Ma bisogna capire perché ha perso così tanto peso in pochi giorni».

 

La relazione, votata all’unanimità dalla commissione guidata da Ignazio Marino, sottolinea (non senza un’ambiguità linguistica) l’estrema protesta di Cucchi: «rifiutare, almeno in parte, le cure mediche e l'assunzione di cibo e liquidi, rifiuto che lo porterà nel volgere di pochi giorni ai gravi squilibri idroelettrolitici responsabili della morte». «Nessun medico, nella giornata antecedente al decesso, si è probabilmente reso conto che la situazione del paziente aveva ormai raggiunto un punto di non ritorno: così si spiega la mancanza di monitoraggio costante delle sue condizioni». Uno dei sindacati della polizia penitenziaria sfrutta le possibilità offerte dal linguaggio scivoloso della relazione e arriva a dire che «ha escluso che la morte di Cucchi sia dovuta alle conseguenze di traumi o lesioni ma sia invece la conseguenza di un'eccessiva perdita di peso, volontaria, in pochi giorni». Ma la commissione gli ricorda che l’indagine penale in corso (la relazione è stata spedita alla procura) dovrebbe chiarire «chi ha inferto le lesioni a Stefano Cucchi, le ragioni di una procedura così anomala per il trasferimento presso la struttura del Pertini, la responsabilità di chi non ha dato corso alle richieste di colloquio formulate dal detenuto, lasciando così quest'ultimo in una condizione psicologica che ha certamente influito sul rifiuto delle cure, e infine la responsabilità della mancata identificazione prima dell'exitus di una condizione clinica così grave da mettere a rischio la vita». Finora l’inchiesta s’è focalizzata nel periodo tra l’arrivo in tribunale, la mattina del 17, e la morte. La commissione s’è potuta occupare del cono d’ombra della vicenda, delle ore passate nelle mani dei carabinieri, dopo la perquisizione della casa, in una guardina di una caserma di Tor Sapienza? «Già quella notte Cucchi non stava bene tanto che fu chiamato il 118», ricorda la senatrice Pd, Albertina Soliani, relatrice di minoranza. Ma ufficialmente rifiutò il ricovero. Tuttavia i portantini hanno detto di aver intravisto solo gli occhi di una persona avvolta in una coperta, immobile, sulla branda di una cella sotterranea e senza luce. Importante la consapevolezza delle «lesioni inferte di recente». Un dato che sposa le risultanze dei periti che stanno preparando per fine mese l’autopsia. C’era sangue nella spina dorsale, nello stomaco, nella vescica. Le fratture erano fresche. Con buona pace di chi s’è affannato a suggerire, o a dettare, la tesi di fratture antiche per depistare la grande stampa così capace di titoloni su Cucchi a incorniciare articoli superficiali. «Cosa inventeranno ora – dice di nuovo Ilaria - per scagionare chi lo ha picchiato?». Soliani scarta l’ipotesi malasanità: «4 ore per andare da Regina Coeli al Fatebenefratelli (2 km e mezzo, ndr) non sono malasanità. E nemmeno la procedura anomala per il ricovero al Pertini». Il responsabile del Dap per il Lazio andò all’Isola Tiberina, al Fatebenefratelli, e dispose il ricovero al repartino per mancanza di piantoni. «Ma perché non al Pronto soccorso del Pertini?», si chiede ancora la commissaria. C’è un evidente disequilibrio tra il Ssn e il Dap. La legge del 2008 che trasferisce la sanità penitenziaria alle Regioni è del tutto inattuata.
Sette le «criticità» denunciate dalla commissione:
1) Le ecchimosi palpebrali sono state probabilmente prodotte da una succussione diretta delle due orbite. Analogamente, le lesioni alla colonna vertebrale sembrano potersi associare ad un trauma recente; sempre ad una lesione è collegabile la frattura al livello del sacro-coccige.
2) Il medico del carcere invia d'urgenza il detenuto al Pronto soccorso dell'ospedale Fatebenefratellì sull'isola Tiberina. Tuttavia, l'accesso all'ospedale avviene dopo quattro ore, alle 21.
3) L'ortopedico del Fatebenefratelli è consultato telefonicamente, non essendo di guardia attiva: ciò non sembra consono per un nosocomio sede di Dea di primo livello.
4) La trasmissione della cartella clinica del detenuto appare problematica sia nel trasferimento tra le diverse strutture ospedaliere, sia nel passaggio di consegna tra un medico e l'altro nell'ospedale Pertini. Nel primo ricovero al Fatebenefratelli manca la cartella clinica di accompagnamento dal carcere e mai viene successivamente citata come letta da alcun testimone. La cartella clinica non è ordinata nel diario.
5) Alla luce dell'anomala procedura di ricovero presso la struttura protetta del Pertini, è lecito domandarsi se tale percorso sia stato indotto da motivi sanitari o da esigenze organizzative dell'amministrazione penitenziaria. Le motivazioni di tale particolare procedura sono apparse comunque alla commissione lacunose.
6) Il primario responsabile della struttura protetta del Pertini non ha mai visitato il paziente. In considerazione dell'aggravarsi del quadro clinico del paziente il 21 ottobre 2009, è stato riferito alla commissione essere stata preparata da un medico una lettera di segnalazione all'autorità giudiziaria, mai inviata in realtà, a causa della morte del paziente. Ciò nonostante non viene predisposto un monitoraggio continuo delle condizioni del paziente.
7) È da notare la mancanza di qualsiasi supporto in loco descritto per la rianimazione. L'equipe di rianimatori non viene chiamata. Si riferisce che sarebbe potuta giungere in 5 o 6 minuti.
Marino, il presidente della commissione è sicuro che ci siano «evidenze che il decesso di Stefano Cucchi sia avvenuto qualche ora prima del tentativo di rianimazione, ma non credo che l'intento dei medici sia stato quello di falsificare le cartelle».

Link: Stefano Cucchi, le sette verità

Checchino Antonini

tratto da www.ilmegafonoquotidiano.it

18 marzo 2010

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