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Perché la crisi infinita ha un suo rovescio

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Perché la crisi infinita ha un suo rovescio. Un rovescio felice, quasi gioioso. E’ da questo rovescio che dobbiamo partire.  Gli e le studenti in rivolta Se dovessi definire l’essere umano,  direi che è quell’essere vivente che rende possibile la verità. La verità è amore e amore è una vita libera. Abdullah Ocalan

La maggior parte dei nostri problemi ecologici ha Ie sue radici in problemi sociali e che l’attuale disarmonia tra umanità e natura può essere ricondotta essenzialmente ai conflitti sociali.

NON CREDO CHE SI POSSA GIUNGERE A UN EQUILIBRIO TRA UMANITÀ E NATURA SE NON SI TROVA UN NUOVO EQUILIBRIO – BASATO SULLA LIBERTÀ DAL DOMINIO E DALLA GERARCHIA – IN SENO ALLA SOCIETÀ.

L’ecologia sociale non è né ecologia “umana” né ecologia “profonda”, termini e concezioni che tendono a deviare la nostra attenzione dagli aspetti sociali dell’attuale crisi ecologica.

È NECESSARIO AFFRONTARE ONESTAMENTE IL FATTO CHE, SE NON TRASFORMIAMO LA SOCIETÀ IN SENSO LIBERTARIO, GLI ATTEGGIAMENTI E LE ISTITUZIONI CHE CI SPINGONO FOLLEMENTE VERSO IL DISASTRO ECOLOGICO CONTINUERANNO A OPERARE, NONOSTANTE TUTTI GLI SFORZI CHE SI POSSONO DEDICARE A RIFORMARE IL SISTEMA SOCIALE DOMINANTE. L’ECOLOGIA SOCIALE È UN CORPUS TEORICO COERENTE, CHE CERCA NON SOLO DI SPIEGARE IL PERCHÉ DELL’ATTUALE SFASCIO ECOLOGICO MA ANCHE DI TROVARE UN TERRENO COMUNE, UNA BASE UNIFICANTE PER LE TEMATICHE AMBIENTALISTE, FEMMINISTE, CLASSISTE, URBANE E RURALI.

Fu dal nascente dominio di esseri umani su altri esseri umani, cominciato tanto tempo fa – prima ancora che emergessero le classi economiche e lo Stato – che si sviluppò l’idea del dominio sulla natura .  Quello che si andava affermando nell’ambito sociale era invece dominio reale: dominio dei vecchi sui giovani nelle gerontocrazie, degli uomini sulle donne nel patriarcato, di un gruppo etnico su un altro gruppo etnico nelle gerarchie razziali, della città sulla campagna nelle civiltà urbane… Tutte queste forme di dominio hanno un’origine e una natura comune: sono sistemi di comando-obbedienza basati su istituzioni gerarchiche. Le implicazioni ecologiche di questi sistemi sono più rilevanti ancora delle loro determinazioni economiche, in quanto comportano la distruzione di valori ecologici quali la complementarità, il mutuo appoggio, il senso del limite, un profondo sentimento comunitario e una concezione organica fondata sull’unità nella diversità. Questi valori e le istituzioni in cui si sono incarnati sono ora sostituiti dalla competizione, dall’egoismo, dalla crescita illimitata, dall’anomia e da una razionalità puramente strumentale, vale a dire dalla convinzione che la ragione non è altro che uno “strumento”, una “destrezza” nell’adeguare i mezzi ai fini e non un carattere inerente a una realtà ordinata e comprensibile. Questo vasto insieme di categorie “moderne”, che gioca un ruolo alienante sia nelle nostre interrelazioni umane sia nel nostro rapporto collettivo con la natura, trova la sua espressione più nefasta nel capitalismo – sia il capitalismo privato all’Ovest sia il capitalismo burocratico all’Est – cioè in un sistema di “crescere-o-morire” (vale a dire di accumulazione senza fine di capitale come funzione di sopravvivenza in un mercato concorrenziale), che minaccia di distruggere tutta la biosfera a meno che non venga sostituito da un nuovo assetto sociale radicalmente diverso.
Una tale trasformazione sociale non implica semplicemente l’istituzione di nuove relazioni economiche relative al possesso o al controllo della proprietà. Essa comporta l’acquisizione di una nuova sensibilità antiautoritaria, lo sviluppo di nuove tecnologie che armonizzino il nostro rapporto con la natura, di nuove comunità urbane che vivano in equilibrio con la campagna, di nuovi rapporti sociali basati sull’assistenza e sulla responsabilità reciproca, di nuove forme di sviluppo qualitativo sostitutive di una crescita quantitativa fine a se stessa. Come queste idee siano tra loro interconnesse e siano alla base di recenti movimenti sociali come quello ecologico, quello femminista e quello comunitario, e come esse consentano anche un nuovo approccio a movimenti tradizionali legati a problemi come la miseria, lo sfruttamento economico, il dominio di classe, il razzismo e l’imperialismo… tutta questa tematica sviluppata in una prospettiva ecologica.
Se il movimento ecologico,  si ritraesse dall’arena sociale, alla ricerca di una vita privata “sana”, o se ingenuamente si volgesse a una pura pratica elettorale, alla ricerca di influenza e potere, la perdita per tutti noi sarebbe irreparabile. Ho visto i cosiddetti “verdi” europei fare continui compromessi con il sistema sociale dominante, allo scopo di acquisire “potere”… con l’unico risultato d’essere progressivamente assorbiti da quello stesso potere che cercavano di trasformare. Il pensiero ecologico può oggi fornire la più rilevante sintesi d’idee che si sia vista dopo l’Illuminismo.
Può aprire prospettive per una pratica che possa veramente cambiare l’intero paesaggio sociale dei nostri tempi. Lo stile “militante” nasce da un preoccupato senso d’urgenza. è urgente e di vitale importanza non lasciare che un modo ecologico di pensiero e il movimento che ne può derivare finisca con il degenerare in nuove forme di politica statal-nazionale e in tornei partitici, da un lato, e/o in variopinte mode mistiche e spiritualistiche portatrici di quietismo e
passività sociale, dall’altro.

C’È UNA VIA, CHE NON È NÉ QUELLA DELLA POLITICA CONVENZIONALE – CIOÈ LA POLITICA STATUALE – NÉ QUELLA DEL QUIETISMO MISTICO: È LA POLITICA DIRETTA, LA POLITICA “DI BASE”, FONDATA SULLA MOBILITAZIONE COMUNITARIA E SUL FEDERALISMO MUNICIPALE, UN FEDERALISMO CHE PUÒ METTERE IN CRISI LA CENTRALIZZAZIONE STATALISTICA E LA CONCENTRAZIONE CAPITALISTICA CHE SEGNANO IN MODO NEFASTO LA NOSTRA EPOCA.

La verità non è mai stata semplice, unidimensionale. Spesso è un sottile filo rosso, per così dire, che attraversa un labirinto di errori in cui facilmente cadiamo se ci manca una visione chiara e coerente della realtà. è questo sottile filo rosso che ho cercato di seguire. Ed è questo filo che il lettore o la lettrice deve cercare e seguire fino alla fine, con la sua propria capacità di guardare oltre il presente stato delle cose.
Lo sviluppo del capitalismo inglese nel diciottesimo secolo, e la sua vittoria nel diciannovesimo, hanno alterato radicalmente tali prospettive. Per la prima volta, la competizione veniva vista come “salutare”, il commercio come “libero”, l’accumulo di ricchezza come prova di “parsimonia”, e l’egoismo come prova di un interesse per se stesso che ha lavorato come “mano nascosta” al servizio del “bene pubblico”.

CONCETTI COME “SALUTE”, “LIBERTÀ”, “PARSIMONIA” E “BENE PUBBLICO” SAREBBERO SERVITI A GIUSTIFICARE L’ESPANSIONE ILLMITATA E IL SACCHEGGIO SPUDORATO DELLA NATURA, E DEGLI ESSERI UMANI.

Durante la rivoluzione industriale i proletari inglesi non hanno sofferto meno delle grandi mandrie di bisonti sterminati nelle praterie americane. I valori e le comunità umane non sono stati oggetto di minor violenza che gli ecosistemi animali e vegetali distrutti nelle foreste dell’Africa e dell’America Latina. Parlare del saccheggio perpetrato dall’“umanità” ai danni della natura significa mistificare la realtà della selvaggia spoliazione perpetrata da uomini ai danni di altri uomini, così efficacemente descritta nei romanzi di Dickens e di Zola.

IL CAPITALISMO HA SEPARATO DA SE STESSA LA SPECIE UMANA ALTRETTANTO BRUTALMENTE E CRUDELMENTE DI QUANTO ABBIA SEPARATO LA SOCIETÀ DALLA NATURA.

La competizione ha cominciato così a permeare di sé ogni aspetto della società, non limitandosi a mettere i capitalisti l’uno contro l’altro per il controllo del mercato. Ha messo i compratori contro i venditori, il bisogno contro l’avidità, l’individuo contro l’individuo ai livelli più elementari dei rapporti umani. Sul mercato, ogni persona affronta le altre con un ringhio, anche tra i lavoratori ciascuno dei quali cerca per ragioni di semplice sopravvivenza di avere la meglio sull’altro.


NESSUN MORALISMO, NESSUN PIETISMO PUÒ CAMBIARE IL FATTO CHE LA RIVALITÀ, AI LIVELLI FINANCO MOLECOLARI DELLA SOCIETÀ, È UNA REGOLA BORGHESE DI ESISTENZA, NEL SENSO PIÙ STRETTO DEL TERMINE “ESISTENZA”. ACCUMULARE PER TOGLIERE, FAR FUORI O COMUNQUE ASSORBIRE IL CONCORRENTE È UNA CONDIZIONE ESSENZIAIE ALL’ESISTENZA IN UN ASSETTO ECONOMICO CAPITALISTICO.


Che anche la natura sia una vittima di questa furia sociale competitiva, accumulativa ed espansiva, dovrebbe essere ovvio, se non fosse che esiste una forte tendenza a farne risalire le origini alla tecnologia e all’industria come tali. Che la tecnologia moderna esalti certi fondamentali fattori economici, cioè lo sviluppo inteso come regola di vita in un’economia competitiva e la mercificazione dell’umanità e della natura, è un fatto evidente. Ma la tecnologia e l’industria come tali non trasformano ogni ecosistema, specie, porzione di suolo, corso d’acqua, e anche gli oceani e l’aria, in un mero oggetto di sfruttamento. Essi non monetizzano né danno un prezzo a tutto ciò che può essere sfruttato nell’ambito della lotta competitiva per la sopravvivenza e lo sviluppo.

PARLARE DI “LIMITI DI CRESCITA” IN SENO A UN’ECONOMIA DI MERCATO CAPITALISTICA NON HA ALCUN SENSO, COSÌ COME NON NE HA PARLARE DI LIMITI DELLA GUERRA IN UNA SOCIETÀ GUERRIERA. GLI SCRUPOLI MORALI CUI OGGI DANNO VOCE TANTI AMBIENTALISTI SAPIENTONI SONO TANTO INGENUI QUANTO QUELLI DELLE MULTINAZIONALI SONO FASULLI. IL CAPITALISMO NON PUÒ ESSERE “PERSUASO” A PORRE UN FRENO AL SUO SVILUPPO, COSÌ COME NON SI PUÒ “PERSUADERE” UN ESSERE UMANO A SMETTERE DI RESPIRARE.

I tentativi di realizzare un capitalismo “verde”, o “ecologico”, sono condannati all’insuccesso a causa della natura stessa del sistema, che è un sistema di crescita continua.

In effetti, i concetti più fondamentali dell’ecologia, come l’attenzione all’equilibrio, lo sviluppo armonioso verso una maggiore differenziazione, e infine l’evoluzione verso una maggiore soggettività e consapevolezza, si contrappongono radicalmente a un’economia che omogeneizza città, natura e individuo, e che mette gli esseri umani gli uni contro gli altri e contro natura, con una ferocia che finirà per distruggere il pianeta. Per generazioni i pensatori di sinistra hanno detto la loro circa i “limiti intrinseci” del sistema capitalistico, i meccanismi “interni” che l’avrebbero portato inevitabimente all’autodistruzione. Marx si è guadagnato il plauso di schiere infinite di autori per aver previsto che il capitalismo sarebbe crollato e sarebbe stato sostituito dal socialismo, in seguito a una crisi cronica che avrebbe comportato perdita di profitto, stagnazione economica e lotta di classe da parte di un proletariato sempre più impoverito. Osservando oggi gli immensi squilibri biogeochimici che hanno aperto buchi nello strato di ozono dell’atmosfera e innalzato la temperatura del nostro pianeta in seguito all’“effetto serra”, tali Iimiti appaiono chiaramente di natura ecologica. Quale che possa essere il destino del capitalismo come sistema con i suoi specifici “limiti interni” sul piano economico, possiamo comunque affermare apertamente che esso ha dei limiti esterni
sul piano ecologico. Certo, il capitalismo incarna totalmente la nozione bakuniniana di “male”, senza peraltro essere “socialmente necessario”. Dopo il sistema capitalistico non ci sono altre “svolte” della storia. Esso segna il termine del percorso di un lungo sviluppo sociale in cui il male ha permeato di sé il bene e l’irrazionalità ha prevalso sulla razionalità.

PER LA SOCIETÀ E IL MONDO NATURALE, IN EFFETTI, IL CAPITALISMO COSTITUISCE UN PUNTO DI NEGATIVITÀ ASSOLUTA. NON È POSSIBILE MIGLIORARLO, RICOSTRUIRLO O RINNOVARLO, SEMPLICEMENTE AGGIUNGENDO AL TERMINE UN PREFISSO DI MODA (“ECO-CAPITALISMO”). L’UNICA ALTERNATIVA POSSIBILE È DISTRUGGERLO, PERCHÉ ESSO INCARNA TUTTE LE MALATTIE DELLA SOCIETÀ, PATRIARCATO, SFRUTTAMENTO, STATALIZZAZIONE, EGOISMO, MILITARISMO, SVILUPPO FINE A SE STESSO, CHE HANNO AFFLITTO LA “CIVILTÀ” E INQUINATO TUTTE LE SUE CONQUISTE.

MURRAY BOOKCHIN

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