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Esselunga di lotta o di governo?

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esselunga_caprotti.jpgLa vicenda della lavoratrice umiliata e picchiata nel supermercato Esselunga di Viale Papiniano a Milano sta assumendo aspetti su cui vale la pena riflettere. L’impressione che si ricava dall’evoluzione della vicenda e dalle diverse prese di posizione sia sindacali che aziendali è che sia in atto un tentativo di strumentalizzazione.

Un meccanismo che ha a che fare con il futuro stesso della più grande impresa per numero di addetti dell’area milanese. E' evidente che il grave fatto accaduto rappresenta la punta di un iceberg di un modello di organizzazione del lavoro (precario e non) che è decisamente noto ai più. Solo i sindacati sembrano accorgersene adesso. Patron Caprotti si guarda bene dall’entrare nel merito dell’accaduto, ma - tramite comunicazioni a pagamento dirette alla clientela, pubblicate sui principali quotidiani nazionali - denuncia un clima di intimidazione contro la sua azienda. Non è la prima volta che succede.

Nell’autunno scorso, sempre tramite quei giornali che oggi accusa di “connivenza con il nemico”, Esselunga si lamentava dei favoritismi economici e commerciali consentiti alla Coop.  A quell’epoca, era stata ventilata dallo stesso Caprotti la possibilità di vendere Esselunga oppure di quotarla in borsa. Nel comparto della grande distribuzione organizzata - luogo di taylorizzazione moderna e alienazione antica del lavoro - Esselunga riveste il quarto posto in Italia per quote di mercato con l'8,7% - dopo Coop (17%), Carrefour (10%) e Auchan (9,3%) - con un fatturato di 5 miliardi, 132 punti vendita e 17 mila dipendenti, quasi tutti concentrati in Lombardia.

Si erano ipotizzati contatti con Wal-Mart, da tempo interessata a penetrare nel mercato italiano, o con Tesco, il colosso inglese della distribuzione. Giornali stranieri, quali il tedesco Handelsblatt, hanno parlato di una possibile intesa con il gruppo Rewe (i tedeschi che controllano Standa). E’ stato fatto anche il nome della spagnola Mercadone, in grado di acquisire  Esselunga e continuarne lo spirito. L’azienda milanese presenta ancora buoni margini di attivo, seppur con un trend inferiore a quello atteso, soprattutto grazie al fatto che ha la più elevata
produttività del settore (il che non può stupire visto l’alto tasso di sfruttamento del lavoro).

Il tentativo di prendere la leadership del settore è oramai tramontato di fronte alle campagna acquisti delle multinazionali d’oltralpe Carrefour e Auchan e le prospettive, causa anche la diffusione dei discount e la crisi dei consumi, non sono rosee.
Ecco allora la necessità di mantenere elevato il valore e l’immagine dell’impresa tramite la denuncia di politiche intimidatorie, magari per quotarsi in borsa e ottenere laute plusvalenze dalla vendita di parte del pacchetto azionario.

Dall’altra parte, in questi giorni Repubblica in particolare e altre mezzi di comunicazione hanno fatto a gara  per sollevare il caso delle condizioni di lavoro in Esselunga, trainando altri media (Tg 3 Lombardia in primis). Sul tema, oltre a Cgil-Cisl e Uil, sono intervenuti anche i giornalisti (in un comunicato la Fnsi ha denunciato l’attacco alla libertà di cronaca) e, in vista dell’8 marzo, anche il “movimento istituzionale” delle donne di “Usciamo dal silenzio” si è fatta promotrice di una campagna di boicottaggio dei supermercati Esselunga l’8 e 9 marzo.

Si tratta di un interesse improvviso un po’ "curioso". Appare infatti paradossale che Fnsi denunci la precarietà e le malversazioni sui posti di lavoro in casa d’altri, quando sembra non accorgersi dell’elevata e crescente precarietà e psico patologia di casa propria. Lo stesso dicasi per Cgil-Cisl e Uil, che mai si sono adoperate per un intervento sindacale nella grande distribuzione degno di questo nome.

Il colmo è ora che i sindacati  si apprestano ad andare alle trattative con Confcommercio, con richieste di aumenti salariali ridicoli (78 Euro medi lordi), a fronte di una proposta padronale che vorrebbe, tra le altre cose, deroghe al contratto nazionale in caso di nuove aperture e per alcune aree, la riduzione del pagamento dei primi tre giorni in caso di malattia, il peggioramento secco della attuale normativa contrattuale in materia di part-time e contratti a termine, e, in tema di orario di lavoro,  la definizione di orario medio annuo, con conseguente incertezza dell'orario giornaliero settimanale (uno egli aspetti più vessatori per i lavoratori nel settore del commercio, come dimostrano le recenti proteste a Milano dei lavoratori della catena GS, in quota Carrefour).

In un simile contesto, chi da anni denuncia l’organizzazione del lavoro nella grande distribuzione, chi ha visto la prima comparsa di San Precario - il santo protettore dei precari - non a caso in una Coop del milanese giusto quattro anni fa, chi nell’ottobre del 2006 si è visto appioppare più di una denuncia per una semplice opera di sensibilizzazione sui diritti dei lavoratori all’Esselunga di Via Ripamonti, nel silenzio assordante della stampa (ma dove stavano i giornalisti nel 2006) non può esimersi dal pensare che “c’è senz’altro del marcio in Esselunga” ma che dire del sindacato.

In ogni caso, percossi e attoniti dall’encomiabile interesse di tutta la banda sopra citata, non ci resterà che verificare nel tempo “la tenuta” dei sindacati e dell’informazione sul tema. Accerteremo, fiduciosi, l’impegno di Cgil Cisl e Uil nella grande distribuzione. San Precario non dimentica campagne così importanti tanto in fretta.

tratto da www.precaria.org
 
12 marzo 2008 

 

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