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Fuori dalla Cgil, l'importanza della "prima volta"

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Fuori dalla Cgil, l'importanza della "prima volta"

È la prima volta nella storia che due dirigenti nazionali della Cgil lasciano l'organizzazione per “andare a sinistra”, scegliendo il maggiore dei sindacati di base per proseguire una militanza che dura da una vita.

Ma questi sono tempi pieni di “prime volte”.

Non si era mai visto un presidente della Camera – per giunta nominato “in quota” a un partito formalmente all'opposizione – usare la “ghigliottina” per troncare il dibattito parlamentare ed evitare così la decadenza di un (mostruoso) decreto governativo, strozzando le non molte possibilità dell'opposizione.

Non si erano mai visti governi nazionali commissariati da organismi sovranazionali che decidono di smantellare il “modello sociale europeo”.

Non si era mai visto un disegno di legge elettorale che ribadisce esattamente i due punti centrali sanzionati come incostituzionali dalla Consulta (premio di maggioranza abnorme e assenza delle preferenze).

Non si era mai vista la pretesa di tre sindacati – Cgil, Cisl e Uil (più qualche complice minore, legato a scomparse cordate politiche, come l'Ugl) – di monopolizzare la rappresentanza dei lavoratori. Perlomeno, è dai tempi del “patto di Palazzo Vidoni” che una simile pretesa non veniva messa nero su bianco. Ma allora c'era il fascismo trionfante.

Potremmo continuare a lungo, ma ci fermiamo qui. Sono insomma tempi “eccezionali” in senso schmittiano. Ovvero pieni di “eccezioni” alla regola che vanno a fondare nuove regole, sulla base dei rapporti di forza e non più dei princìpi costituzionali. Ci muoviamo in terra incognita, senza più garanzie certe ma tra eventi che plasmano il paesaggio futuro.

La scelta di Maurizio Scarpa e Renata Peroni è figlia di questi tempi e di una visione del ruolo del sindacato che tiene insieme consapevolezza dei “tempi nuovi” e valori di lunga durata, non contingenti. Presentando la loro “svolta”, ieri mattina al Centro Congressi Cavour di Roma, hanno ragionato insieme a decine di altri “quadri” Cgil – alcuni già migrati verso Usb, altri che battagliano ostinatamente dentro il congresso che si chiuderà a Rimini all'inizio di maggio, ma con la certezza di finire “asfaltati” a causa dell'assoluto arbitrio con cui si va svolgendo il confronto interno – e di dirigenti Usb. In sala c'era anche Ezio Casagranda, dirigente e segretario storico della Cgil di Trento, uscito-espulso per le critiche radicali al “testo unico” sulla rappresentanza siglato il 10 gennaio scorso, ora dirigente locale Usb.

Del resto, la straordinaria avanzata di questo sindacato registrata all'Ilva di Taranto – dall'assenza al 20% nelle elezioni per le Rsu, in poco più di un anno – testimoniava già del cambiamento che va maturando tra i lavoratori, persino all'interno di una fabbrica storicamente “difficile”, nel settore privato ma con forte controllo clientelare-politico-territoriale. Ma di migrazioni dalla Cgil al sindacalismo di base è piena la storia degli ultimi 30 anni; si può dire che praticamente tutto questo arcipelago sia costituito da ex iscritti e delegati del fu sindacato “comunista”, ora guidato (da dodici anni) da ex fedelissimi di Bettino Craxi.

Che facciano altrettanto due membri del Direttivo Nazionale uscente – Scarpa ne è stato fino a ieri il vicepresidente – è però un evento simbolicamente importante. Non sono i dirigenti più segnalati dalla stampa mainstream, certo, ma hanno una lunghissima storia nell'organizzazione e rappresentano quindi un riferimento implicito per molti nella Cgil. Se loro hanno trovato in Usb un'alternativa all'altezza dell'ambizione – ricostruire il sindacato generale, di classe , conflittuale, in questo mondo stravolto e “eccezionale” - allora questa “alternativa” esiste davvero, è praticabile. Non si è più “costretti” a restare a vita nella Cgil per mancanza di meglio.

Va anche sottolineata la serietà di una fuoriuscita non organizzata secondo le antiche modalità della “scissione”. È il tempo dell'assunzione di responsabilità individuale, del fare seriamente i conti con i problemi; non quello degli “accorpamenti” di frammenti in contenitori teoricamente “ampi” ma dai contenuti abborracciati. E che non funzionano mai. Come in campo politico, per dirla tutta.

Le ragioni di una scelta certamente sofferta, complicata, meditata, non improvvisata, le abbiamo raccolte dalla voce si Renata Peroni, con una ragionamento che qui proviamo a sintetizzare.

***

È una scelta maturata anche con la dovuta serenità. Ho avuto una esperienza con una lunga permanenza nel luogo di lavoro, con una “scuola di formazione” - in un piccolo comune come Rovereto - fatta da due compagni, delegati operai, che mi hanno insegnato cosa vuol dire fare sindacato; e trasmesso i valori, che erano anche quelli per cui mi ero iscritta, giovanissima, al Partito Comunista. Quei valori e quella “carta costituzionale” ha guidato tutto il mio percorso, anche quando nel '92 ho assunto incarichi nella conduzione della “funzione pubblica” in Trentino, e poi, nel 2002, nella segreteria nazionale.

Riassumo il tutto in una considerazione semplice. Quando io firmo un contratto – e mi è capitato di farlo - non posso più “nascondermi” dietro le scelte di qualcun altro e devo pensare immediatamente alle conseguenze di quell'accordo sulle condizioni materiali di vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Il mantenere un radicamento forte alle condizioni materiali sui posti di lavoro ti induce “naturalmente” a stare sulla “retta via”.

Facciamo un esempio. Quando abbiamo riorganizzato tutto il settore dell'igiene ambientale, nell'ambito del contratto nazionale, Confindustria ci diceva: “ma in fondo, se l'autista del camion fa anche la raccolta dei sacchetti, andando da solo anziché in squadra come prima, cosa cambia?”. Cambia che quel lavoratore deve salire e scendere dalla vettura 400 volte nel turno. Ecco, a me piace riferirmi sempre alle condizioni concrete di lavoro quotidiano; bisogna essere in grado di tradurre le impostazioni teoriche o le strategie, lo sviluppo della contrattazione e della legislazione, nella quotidianità della gente che devi rappresentare.

L'altro elemento fondamentale, quello che mi ha fatto capire che non ce la potevo più fare in Cgil, l'ho toccato con mano quando sono tornata a lavorare, “in produzione”, facendo la micro-contrattazione sul territorio. Quando vedi che non più gli strumenti per intervenire, per difendere i lavoratori; e questi strumenti non ti vengono negati dal padrone pubblico o privato, ma dalla tua stessa organizzazione che ha rinunciato a monte ad opporre una qualsiasi resistenza a quanto sta avvenendo – che sta distruggendo il mondo del lavoro. Quando ti accorgi di questo, non puoi più cavartela dicendo ''ma io in fondo resto una persona onesta, che prova a lavorare seriamente'. Perché quel tuo lavoro non produce più risultati, difesa, benessere del lavoratore.

C'è poi un'altra grande questione. Oggi rischi di fare esclusivamente il patronato (da cui ormai derivano il 70% delle entrate della Cgil), la tutela individuale. Che pure è importante per il singolo lavoratore, ma è una cosa limitata, non cambi le condizioni di riferimento, strutturali. Oggi i lavoratori vivono una profonda solitudine; dobbiamo mettere in campo un percorso - è per questo che aderisco a Usb – per combattere prima di tutto la rassegnazione, la solitudine di quanti si sentono e sono soli sul posto di lavoro. E che non riescono a reggere lo scontro impari con il padrone.

Va chiusa la partita su quali sono stati gli sbagli della Cgil e bisogna guardare avanti. Bisogna ragionare sulla prospettiva e aprire alle esperienze e percorsi sindacali diverse. Il confronto tra esperienze diverse può essere molto utile in questa fase, perché ora dobbiamo ricostruire un percorso di resistenza e riappropriazione della consapevolezza delle proprie condizioni; quel che ormai viene negato al mondo del lavoro. Lavoratori e lavoratrici non possono più decidere sulle proprie condizioni. Quando entri in un luogo di lavoro ti ritrovi in una condizione che Maurizio definisce “da sudditi”, ma che è vera. Sei solo, e quindi senza diritti. Se manca la solidarietà di classe, la consapevolezza che è l'unità, il collettivo, a proporre e fondare il principio della “rappresentanza”, allora capisci perché molti hanno deciso di rinunciare a esprimersi, ad avere una rappresentanza sociale e anche politica. Che è poi quello sta avvenendo a tutti i livelli. È drammatico che più della metà della popolazione non esprima un'opzione politica. Per “ricostruire una sinistra” bisogna tornare sui luoghi di lavoro, ri-alfabetizzare politicamente e culturalmente, sui propri diritti.

Ed è importante il ruolo delle donne. Oltre ad abbracciare l'impegno politico e sindacale, ho avuto un approccio anche pacifista-ambientalista, ma soprattutto mi ha formato un approccio femminista. Non ho mai pensato che il sistema delle “quote” potesse rappresentare l'interesse delle donne. Può aiutare nelle fasi più nere, e oggi siamo in una fase nerissima, ma non consentono di risolvere questo problema dell'assenza della voce delle donne nel sindacato in Parlamento.

Il problema è che le donne, ad un certo punto, hanno deciso di “fare altro”. Perché quando ti scontri quotidianamente – anche dentro le organizzazioni di sinistra – con un “pensiero unico”, e non c'è una valorizzazione della differenza di genere, una decide che fa altro, costruisce delle relazioni in altra maniera. È importante il ruolo delle donne nel mondo del lavoro perché purtroppo si tratta di un mondo molto sessista. Viaggia ancora sugli stereotipi. A livello di dirigenza il “tetto di cristallo” viene sfondato da pochissime donne di grande capacità. A livello intermedio hai una pletora di donna in gamba, ma quando sali al livello della dirigenza trovi soltanto uomini. E non è mica perché si sono perse per strada...

Serve il punto di vista delle donne perché c'è un altro approccio al lavoro di cura, riproduttivo (ovviamente), ma anche produttivo. Stare dentro la discussione sindacale con questi punti di vista di genere è necessario per dare risposte migliori a livello complessivo. Non ho mai creduto neppure nei “coordinamenti donne”, perché non ci posssono essere compagne che elaborano a parte una serie di cose e poi le “trasmettono” all'organizzazione. Ci deve essere una discussione con i compagni e le compagne su alcune priorità che devono essere di tutta l'organizzazione. Altrimenti rimani “la bandierina” messa sul tema.

È accaduto anche in Cgil, e penso che molto dipenda anche dal linguaggio. Credoche il linguaggio sessuato sia il punto di partenza per una alfabetizzazione in un tempo in cui tutto va a ritroso. Le conquiste femministe degli anni '70 e successivi sembrano quasi scomparse, si è tornati agli stereotipi. Il fatto che la segretaria generale della Cgil si faccia chiamare “segretario” è per me motivo di sofferenza e di insofferenza al tempo stesso. Significa che neghi te stessa, il tuo genere, la tua soggettività. E questo si vede anche nella contrattazione. Quando tu cominci a porre dei limiti alla tutela sugli orari e i turni, tu stai pesando sulla quotidianeità delle donne molto più di quanto non avvenga per gli uomini. Quando introduci delle riduzioni in materia di malattia, cura, assistenza, maternità, stai intaccando quella sfera dei diritti che le donne si erano faticosamente conquistate. Non ci può essere l'idea che certi diritti esistono quando l'economia va bene e si restringe quando invece va male. Certi paletti debbono rimanere anche in periodi di estrema crisi. E questo manca, ora.

Sul congresso Cgil. È possibile che l'organismo dirigente della Cgil “faccia finta” di non accorgersi dei problemi giganteschi che ci sono. Nel 2009, noi della funzione pubblica e la Fiom avemmo un'intuizione modesta ma straordinaria per l'epoca: mettere insieme lavoro pubblico e lavoro privato. Vivevamo in un'epoca per cui quando andavamo a discutere il rinnovo del contratto ci dicevano “ma che volete, i lavoratori privati prendono anche di meno...”. C'era sempre stata questa separazione netta. Noi abbiamo cercato la ricomposizione – simile a quella avvenuta in Fiom tra operai e impiegati – rimettendo insieme le due maggiori categorie del “pubblico” e del “privato”. Questo progetto si è poi tramutato in una proposta di rinnovamento e ricostituzione del modello di sindacato, che aveva cominciato a scricchiolare. E che ha trovato sbocco nel documento dell'altro congresso, “La Cgil che vogliamo”, capace di raccogliere un'adesione importante in altri settori e categorie. Per esempio nella Filcams, in cui si esprimevano tutte le “innovazioni” in peggio della precarietà e dei luoghi di lavoro atomizzati. Un congresso molto combattuto, in cui sono entrati i “beni comuni”, l'acqua, il ruolo del pubblico in economia, ecc. Lì c'è stata discussione vera e scontro. Lì la Cgil si è spaventata, perché non c'erano solo i meccanici; c'era anche un pezzo “moderato” della Cgil, come la funzione pubblica, che aveva però raggiunto una certa radicalità sui temi del pubblico nell'economia, nei servizi, le partecipate, ecc.

Lì si è aperta una “guerra termonucleare” contro l'opposizione interna, e la costruzione di un gruppo dirigente fondato su un unico criterio valoriale: la fedeltà al segretario generale.

Quel gruppo dirigente ha accettato implicitamente la perdita di relazione con lavoratori e lavoratrici; ovvero il modello di sindacato che io chiamo “cislizzazione della Cgil”, il modello di sindacato per la tutela individuale, ma che non mette in discussione le relazioni generali e accetta la “centralità dell'impresa”.

Quando a monte fai delle scelte politiche, il modello organizzativo ne discende. Nella Cgil ci sono migliaia di compagni che lavorano onestamente e provano a fare una battaglia dentro l'organizzazione- Ma è ormai una battaglia impari, E anche un po' inutile, perché non consente di andare davanti ai lavoratori esponendo le opzioni di fondo. Le assemblee si svolgono in un'ora, non è stato distribuito il materiale, non si conoscono davvero le diverse posizioni.

E c'è rassegnazione. Quando sono tornata a lavorare nel pubblico, che è ancora un settore un po' “protetto”, mi sono trovata davanti a un atteggiamento disperante: “a noi sono cinque anni che non ci rinnovano il contratto, ma in fondo noi abbiamo un lavoro”. Questo significa che i padroni hanno vinto culturalmente, “nella testa” della gente. E allora non puoi continuare ad andare avanti così. Bisogna cambiare strada.

tratto da http://www.contropiano.org

2 febbraio 2014

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