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Ikea, un modello da smontare

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In occasione dell'apertura del nuovo negozio Ikea a Pisa, ripubblichiamo un articolo del 2008 sulla nota impresa svedese. Serve anche per smontare il mito che ruota intorno a questi grandi distributori di immaginario in termini di lavoro e ricchezza. In una situazione come questa è normale che 300 posti di lavoro, indotto compreso, siano visti come una cosa positiva, è umano. Ma quando si calcolano ricchezza e lavoro bisogna tenere sempre ben chiaro in testa che la grande distribuzione non è un settore come quello manifatturiero dove produzione ed esportazione portano quasi sempre posti di lavoro e ricchezze aggiuntive al territorio. La grande distribuzione crea posti di lavoro lordi che per essere calcolati al netto devono comprendere anche l'impatto occupazionale negativo che ha su interi settori (come quello del mobilio nel pisano) e del decremento dei fatturato di altre aziende della grande distribuzione (Coop, Esselunga o Carrefour a Pisa, ad esempio). È vero, Ikea porta molte persone anche da fuori sul territorio, che però consumeranno dentro la scatola blu e poi torneranno a casa. Basta fare due calcoli per sedare subito i facili entusiasmi e capire che su un territorio non è certo Ikea che fa la differenza. Non per niente la Regione ha sempre individuato Pisa come territorio prioritario per l'arrivo di Ikea, visto che la provincia pisana sarà anche quella più penalizzata in termini di concorrenza e chiusura delle aziende nel comparto del mobilio. Redazione - 5 marzo 2014

vedi anche

Il trucco olandese di Ikea (articolo)

Il trucco olandese di Ikea (video)

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Il colosso svedese del mobile visto dagli autori di “Ikea ti stima. Un modello da smontare”

Fondata nel 1943 da Ingvar Kamprad (un calvinista taccagno amico, tra il 1941 e il 1950, di Per Engdahl e Sven Olov Lindholm, leaders del movimento filonazista svedese), l’Ikea nel 2005 ha fatturato 14.800 milioni di euro e ha accolto 410 milioni di clienti nei suoi 220 magazzini sparsi nel mondo, con più di 90.000 dipendenti.

L’Ikea è una delle poche imprese così grandi a non essere quotate in borsa. La sostiene una complicata rete finanziaria tramite la Stitching Ingka Foundation (con sede in Olanda, curioso per un’impresa così nazionalista), associata alla Stitching Ikea Foundation, che possiede la Ingka Holding, che raggruppa tutte le imprese Ikea. La Ingka Holding è gestita a sua volta dalla Ikea International (sede in Danimarca), che assicura gli acquisti, la distribuzione, la vendita e in alcune occasioni la produzione stessa. La Inter Ikea Systems (sede a Delft, Olanda) è la compagnia proprietaria del marchio Ikea. La Ikano, un’organizzazione parallela, raggruppa tutte le società non integrate nella Ingka Holding e le cui sedi si trovano invariabilmente in paradisi fiscali.

Sfruttamento del lavoro. Dopo che vari reportage hanno mostrato bambini che lavoravano per subcontrattisti dell’Ikea in India, Vietnam, Filippine o Pakistan (dove venivano anche incatenati alle macchine), l’impresa ha creato un codice di comportamento, ma ai lavoratori dei 1.300 subcontrattisti vengono negati i diritti sindacali e lavorano una media di quindici ore al giorno senza contare gli straordinari. Molti degli operai che vivono lontano dalla fabbrica dormono direttamente sul posto di lavoro per non perdere tempo negli spostamenti, le cui spese gli verrebbero addebitate così come quelle dell’assicurazione sanitaria, detratte dai loro 36 euro mensili di salario. La malattia in una fabbrica del Bangladesh o dell’India significa perdere lo stipendio. La maggior parte dei controlli su questi subcontrattisti la realizza il Compliance and Monitoring group dell’Ikea, come se uno studente si desse i voti per conto suo. Più vicino a noi, l’Ikea si è distinta nella diffusione del lavoro precario o nel sabotaggio degli scioperi (in Belgio regalano un buono acquisto ai lavoratori che non aderiscono). Il loro peggior precedente è una circolare interna della compagnia in Francia che consigliava di non assumere lavoratori di colore. Secondo un sindacalista citato da L’Humanité, il direttore di un Ikea parigino ha dichiarato nel 1997 che volevano rafforzare la loro “immagine nordica" e che quindi non avrebbero messo “persone di origine straniera a contatto con la clientela”. Fu chiesto all’Ikea di smentire queste accuse, ma i responsabili della compagnia hanno fatto gli indiani.

Distruzione dell’ambiente. Dopo gli scandali scoppiati in Danimarca e Germania negli anni ‘80 per la presenza di formaldeide e altre sostanze tossiche nei suoi prodotti, l’origine del legno dei mobili esposti all’Ikea continua ad essere, per la maggior parte, di provenienza dubbia e, con ogni probabilità, ricavata senza nessun controllo da boschi russi o cinesi. Solo nel 2005 si calcola che questo legno di natura incerta ammontasse a 640.000 metri cubi. La voracità di legno dell’Ikea si alimenta con la sua strategia imprenditoriale di obsolescenza pianificata, poiché nessuno dei suoi prodotti è progettato per durare più di due stagioni e, anche se lo facesse, la sua potente macchina pubblicitaria cercherà di convincere i suoi fedeli compratori del contrario, perché uno dei suoi maggiori risultati consiste proprio nell’aver eliminato il valore patrimoniale del mobile per trasformarlo in un prodotto di consumo.

Imposizione di un modello culturale alienante. La crescente egemonia del design Ikea uniforma le case, narcotizza la creatività dei progettisti ed elimina progressivamente le particolarità culturali di ogni nazione. Il peggio è che l’Ikea non rappresenta neanche il design svedese, ma solo il suo, e pretende di creare un mondo a sua immagine. Per i lavoratori risulta alienante “passare la loro giornata lavorativa mascherati da canarini e circondati da cucine”, svolgendo un’”attività monomaniaca nel negozio allineando decine di migliaia di bicchieri” anziché fare “un lavoro a misura d’uomo che offra attività diversificate”.

La pubblicità promuove a tutta forza il consumo irrazionale, con conseguenze funeste non solo per l’ambiente, ma per le sempre più indebitate famiglie europee. E se qualcuno credesse ancora nella concorrenza, ricordi che il 75% dell’Habitat, la principale concorrente dell’Ikea, è in mano alla famiglia Kamprad. L’altro 25% lo possiede la Stitching Ikea Foundation. Tutto resta in famiglia e il monopolio si traveste da falsa libertà di scelta.

NELLO GRADIRÀ

(Traduzione e riadattamento da Rebelión)

Tratto da Senza Soste n. 24 (marzo 2008) 

 

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