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Jobs Act numero due: uno tsumani sui diritti dei lavoratori

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tratto da http://www.usb.it

La melina in atto nella maggioranza di governo sul contenuto dei due decreti legislativi di attuazione del Jobs Act, - con Renzi  che parla di rivoluzione copernicana da una parte  e i mugugni di Sacconi  dall’altra -   buona solo a riempire i giornali in giorni di magra, non ha incantato proprio nessuno.

Dalla Confindustria, infatti, solo buoni apprezzamenti per una riforma che viene considerata pari, nella sua portata (ahinoi!) modernizzatrice, a quella che “nel 1997 introdusse il lavoro interinale eliminando il tabù del monopolio pubblico sul collocamento”, proprio quella che ha prodotto la più bieca precarietà nel nostro paese senza, peraltro, alcuna misura mitigatrice della disoccupazione come redditi sociali minimi o garantiti!

Del resto il padronato ha di che gioire, prima c’è stata l’approvazione della nuova disciplina sui contratti a termine, Jobs Act n.1, poi lo Sblocca Italia con la libertà di cementificazione e devastazione del territorio, poi la legge di stabilità che, tra le altre cose, ha regalato a lor signori una sostanziosa decontribuzione sui nuovi assunti pari a 5 miliardi nel triennio e un taglio del costo del lavoro sulla base imponibile IRAP per 2,7miliardi nel 2015, che salgono a 5,6 miliardi nel 2017.
Un ottimo Natale, non c’è che dire.

Non altrettanto per noi poveri lavoratori, precari, disoccupati!

La liberalizzazione dei contatti a termine aveva già tolto qualsiasi norma regolatrice e consentito rinnovi fino a 5 volte in 36 mesi, con un potere ricattatorio enorme in un paese il cui tasso di disoccupazione è salito oltre il 13% e arriva al 14,2% contando anche i cassaintegrati.

L’introduzione del contratto a tutele crescenti contenuto nel decreto legislativo approvato il 24 dicembre, insieme alle nuove norme sui licenziamenti disciplinari e collettivi, elimina del tutto il diritto al reintegro in caso di licenziamento individuale per motivi economici ed organizzativi, non difficili da trovare di questi tempi, sostituendolo con un’indennità pari a due mesi di salario per ogni anno di attività.

Si dice che questa misura riguardi solo i nuovi assunti, ma che ne sarà di tutto quei lavoratori che, per effetto delle privatizzazioni e dei passaggi di appalto, finiranno alle dipendenze di  nuove aziende? Saranno considerati anche loro nuovi assunti, perdendo così in un sol colpo diritti maturati in anni di lavoro e di lotte?

Della stessa gravità l’assenza del diritto al reintegro nel caso dei licenziamenti collettivi, ove questi venissero decisi senza ottemperare alle norme previste dalla Legge 223 del 1991, violando cioè i criteri di scelta.  Finora era infatti previsto il reintegro e un indennizzo pari a 12 mensilità. Ulteriore discriminazione: i dirigenti anche se assunti da poco, potranno avere indennizzi da 12 a 24 mensilità, mentre i poveri cristi dovrebbero lavorare per 6 anni per avere un indennizzo pari a 12 mensilità.

Anche per i licenziamenti per motivi disciplinari il reintegro potrà avvenire solo se il giudice accerterà l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore. Niente più rapporto con le norme contenute nei contratti né valutazione del giudice sulla sproporzione del licenziamento rispetto al fatto contestato e accertato. E comunque in caso di dubbio, il padrone potrà sempre ricorrere a motivi economici/organizzativi, la via più facile!

Inutile parlare del NASPI la nuova assicurazione contro  la disoccupazione che dovrebbe coprire una platea più vasta di aventi diritto, che è stato approvato “salvo intese” ossia senza l’ ok della ragioneria dello Stato visto che manca la necessaria copertura economica!

Ultima perla: il professore Ichino, sostiene che tali norme sono applicabili anche ai dipendenti pubblici. Non si smentisce mai nel suo livore contro i lavoratori!
Oggi  i tre sindacati confederali, chi fa la voce grossa e chi emette miagolii, si dicono contrari a queste nuove norme, che in verità tanto nuove non sono davvero visto che sono almeno venti anni che va avanti lo smantellamento della legislazione e dei diritti del  lavoro, con la legge 300/70, lo Statuto dei Lavoratori, ridotto ad un ectoplasma senza che CGIL CISL UIL abbiano fatto nulla, se non a babbo morto.

Noi, per parte nostra non ci arrendiamo e nei prossimi giorni prenderemo le necessarie decisioni di lotta in ogni posto di lavoro, in ogni territorio per contrastare misure che riportano i lavoratori ad epoche lontane, con il lavoro alla mercè del capitale e delle controparti senza alcuna difesa.

Lo vuole l’Europa? Sarebbe proprio il momento di mandarla in  malora un’Europa al servizio del capitale finanziario e dei mercati, che affama i popoli e schiavizza i lavoratori!

Unione Sindacale di Base

27 dicembre 2014

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