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La finta correzione del Jobs Act sui voucher

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Ma non sono gli abusi ad aver prodotto il boom

Matteo Renzi continua a cantare le lodi del suo Jobs act ma intanto il governo prima annuncia e poi fa slittare il primo intervento correttivo ad appena due anni dalla legge delega e a poco più di un anno dall’ultimo decreto attuativo. La materia fondamentale su cui la matita blu del consiglio dei ministri di ieri sera è rimasta sospesa è quello, bollente, dei voucher su cui anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha di recente denunciato un «uso improprio». Il problema è che le correzioni annunciate e poi rimandate dall’esecutivo non cambiano granché.

Negli annunci del ministro Giuliano Poletti il problema che si vuole risolvere è quello della «tracciabilità» dei buoni-lavoro, che inizialmente dovevano servire per garantire un minimo – davvero minimo: 2,50 euro su 10 euro per ciascun ticket teoricamente orario – di copertura previdenziale e assicurativa a prestazioni del tutto occasionali come fare la spesa a una vicina invalida o un’ora di baby sittering ogni tanto, e quant’altro per arrotondare magari una magra pensione, un assegno di disoccupazione, una piccola rendita, è invece diventato un fenomeno del tutto diverso.

I voucher sono esplosi – da 15 milioni che erano nel 2011 ora sono 115 milioni e vengono pagato in questa forma 1,4 milioni di lavoratori, età media 36 anni – , un boom strabiliante che ormai copre anche gran parte del precariato di settori industriali (dall’agroalimentare alle costruzioni) e del terziario, inclusi persino numerosi lavori accessori per conto di amministrazioni pubbliche locali.

«I buoni-lavoro sono diventati il grimaldello per una destrutturazione strutturale del mercato del lavoro – dice il professor Vito Pinto dell’Università di Bari, uno dei maggiori esperti della materia – e questo non contando l’utilizzo improprio o fraudolento», su cui si incentrano invece le correzioni del governo che fissano un’ora e non più 30 giorni il limite di tempo per comunicare preventivamente, tramite sms, l’utilizzo della prestazione, i dati fiscali del datore-acquirente e quelli del lavoratore «voucherista».

«La tracciabilità telematica c’era già – spiega ancora Pinto – e la sanzione (da 400 a 2.400 euro la multa introdotta dal governo ndr) dipende dalle ispezioni, se sono programmate o no. Ciò che li rende attrattivi è che consentono un abbattimento fantastico del costo del lavoro: visto che non c’è limite di utilizzo per gli imprenditori, non conviene più fare alcun contratto a tempo determinato o di altro tipo, arrivati al limite dei 2 mila euro l’anno per ciascun lavoratore, semplicemente se ne prende un altro. È la forma di precarietà più bieca».

Chi viene pagato con i voucher non può superare la cifra dei 7mila euro l’anno attraverso questa forma di reddito che non è ulteriormente gravata da contributi e tasse (non va dichiarata nel 730) e quindi in genere non supera i tre committenti l’anno. L’imprenditore infatti non può pagare ogni singolo lavoratore così per oltre 2 mila euro l’anno. Ma può prenderne altri, tutti quelli che vuole.

Lo studio redatto per conto dell’Inps da Bruno Anastasia e altri ricercatori dice che ci sono 250 mila aziende manufatturiere e del terziario profit, cioè a scopo di lucro, che li utilizzano. E dice anche che 700 grandi committenti pagano così (5 mila euro l’anno o poco più) oltre 50 dipendenti ognuno. I controlli ispettivi, volendo dare un colpo agli abusi, potrebbero iniziare da questi soggetti che rappresentano appena lo 0,15 % delle committenze ma concentrano il 9% dei ticket emessi e sono tracciabili attraverso le comunicazioni Inps e Inail.

Sono grandi alberghi, aziende di ristorazione e del commercio, fabbriche alimentari, ma anche imprese di informatica. Ognuno di questi soggetti in media spende così 110 mila euro l’anno.

«Con i voucher c’è chi dice che si produce un’emersione del lavoro nero – sostiene Claudio Treves, segretario del Nidil Cgil riferendosi al sottosegretario Nannicini – ma è il contrario: è l’immersione del lavoro precedentemente contrattualizzato. Un lavoratore con un contratto va in pensione e il suo posto viene dato a un voucherista». Il rapporto di fine marzo dell’Inps per il ministero del Lavoro analizzando il boom del 2015 sostiene che soltanto il 7,9% dei voucheristi ha avuto un rapporto di lavoro di altro tipo nei 3 mesi precedenti al voucher.

«Ma prende in esame solo la singola prestazione – fa notare Treves -, se l’indagine allargasse il campo a lavori analoghi nello stesso settore il dato sarebbe enorme». È il circuito dei mini-job da cui è difficilissimo uscire. L’unica strada è abolire i voucher, secondo la Cgil.

1 giugno 2016

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