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Le ali del sacrificio. La ristrutturazione fredda di Alitalia

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Le ali del sacrificio

Chi pensa che i sacrifici umani abbiano fatto il loro tempo si sbaglia di grosso! Se cambia la forma non vuol dire che la sostanza si modifichi di conseguenza. Perciò, sappiate che il sacrificio umano esiste ancora, negli ultimi decenni è particolarmente in voga e si fa chiamare ristrutturazione aziendale, austerità, flessibilità, snellimento industriale, ricapitalizzazione. La morte non è più immediata, siamo più sadici che in passato e godiamo nel veder lentamente morire le persone. Un esempio? Quanti ne volete. Prendiamone però uno eclatante, il caso di Alitalia.

Il 9 giugno è stato ufficialmente annunciato un accordo che a breve condurrà all’altare Alitalia, compagnia nazionale italiana in deficit dall’inizio dei tempi, per celebrare il suo sposalizio con Etihad, azienda di voli appartenente ai ricchi emirati arabi, forse gli unici che in questi anni di crisi hanno visto aumentare in modo esasperato i loro patrimoni, grazie anche alle promozioni che hanno riguardato gran parte delle aziende occidentali a corto di liquidi. Questa nuova unione, che segue il fallito tentativo di rianimazione portato avanti dalla cordata di investitori nostrani, vedrà la compagnia araba versare ben 560 milioni di euro all’Italia che, nonostante tutto, attraverso la persona di Lupi afferma che Alitalia resterà una compagnia europea. Al di là dei legittimi dubbi, tutto sommato poco interessanti, su questa come su altre affermazioni, questo matrimonio, da tutti celebrato come sperato, necessario e di buon auspicio, per fornire la liquidità necessaria per proseguire l’attività, pone anche un diktat non da poco: la ristrutturazione comporterà qualche piccolo sacrificio, come afferma l’amministratore Del Torchio. In particolare, bisognerà espellere 2.200 lavoratori dalla compagnia italiana. Solo in questo modo, infatti, si avrà una ripresa degli utili stimata per il 2017. Per gli espulsi, continua il numero uno della compagnia italiana, «si dovranno trovare opportuni meccanismi e forme di tutela». È sul concetto di sacrificio che vogliamo soffermarci e, in particolar modo, sulla sua versione contemporanea e sul tipo di sacralità che mette in campo.

Il sacrificio è una pratica che prevede da un lato una divinità cui dedicarlo, dall’altro una vittima sacrificale e, infine, uno o più esecutori materiali. Vi è poi una ricompensa che deriva da questo sacrificio e che si assume come positiva per la collettività. Il caso di Alitalia presenta tutti questi elementi.

La vittima è semplice da individuare: sono quei 2.200 lavoratori che nel giro di un mese si vedranno recapitare la lettera di ben servito in attesa di quegli opportuni meccanismi di tutela che secondo Del Torchio, fiducioso AD dell’aviolinea italiana, si dovranno trovare (il mistero della resurrezione in salsa moderna). Beh, se riusciranno a trovarli nel giro di un paio di settimane, ci viene legittimamente da chiederci come mai non li abbiano cercati prima. Ma, si sa, sono domande faziose e non si fanno. Inoltre, è bene evidenziarlo, quei lavoratori non avranno diritto alla cassa integrazione o ad altre forme di sostegno, quindi cadranno, ma è necessario che cadano per un bene superiore, il bene di quelli che rimangono… Ma per piacere, volete davvero che crediamo che i lavoratori si stiano sacrificando per i lavoratori… che la signora Maria sarà licenziata per tenere la signora Rosa? Subdola strategia divisoria. Ma allora per chi si fa questo sacrificio? Chi è il sacro dio a cui lo si dedicherebbe? È Carlo Messina, uno dei principali azionisti, a darci la risposta vera. Questa carneficina bianca «sarà un’opportunità per tutti gli azionisti attuali e futuri» per cui, continua,«anche se dovessero esserci dei sacrifici è un’azienda che ha un potenziale importante»: in altre parole è allo stesso Messina e alla cordata di investitori che sarà dedicato questo sacrificio. Sono loro e il loro capitale il dio per cui 2.200 persone si prenderanno una pedata nel culo, soffriranno e, chissà, magari moriranno e insieme a loro morirà anche il problema degli esuberi da gestire, certamente non quelli che rimarranno a lavorare. Ma, si sa, detta così risulterebbe indigesta, mentre farlo passare per un sacrificio solidale è meglio.

Altra questione fondamentale per poter parlare effettivamente di sacrificio è la presenza di uno o più esecutori, di un pater familias oppure di un magistrato cum imperio. In questo caso noi possiamo affermare senza timori di aver una schiera agghiacciante di esecutori, che vanno dai ministri agli amministratori delegati passando per gli ormai decrepiti sindacati, contattati ormai più per amor del ritualismo che per altro. Sono loro gli esecutori che effettuano il sacrificio in una sua versione apparentemente indolore, ossia seduti comodamente a una tavolo di trattative con di fronte il contratto da firmare. Beh, sì, è finita l’epoca degli altari, anche perché in questo caso dovremmo averne uno davvero enorme per farci stare tutte queste vittime. Vi immaginate 2.200 persone in attesa di sacrificio? No, beh, nemmeno i carnefici ce la fanno, per cui meglio adottare una modalità efficiente di sacrificio di massa. Sapevamo degli Atzechi e delle loro piramidi del sacrificio. Oggi impariamo che il capitalismo globale riesce a organizzare sacrifici senza riti, senza passione; sacrifici di massa senza alcun coinvolgimento di massa: come in un’esecuzione a freddo. Sapevamo che esistevano le ali della libertà. Oggi, grazie ad Alitalia, sappiamo che esistono le ali del sacrificio.

tratto da http://www.connessioniprecarie.org

12 giugno 2014

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