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Sindacalismo di base: partire dal suo valore per prospettarne il futuro

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lavoro_precario.jpgdi Franco Lucenti

tratto da Senza Soste n.21

Ormai è un dato di fatto: il sistema sindacale italiano sta perdendo le ultime briciole di credibilità rimastegli. La causa? La forzatura di impiantare questa struttura su tre colonne (Cgil, Cisl e Uil) che si sono rivelate più che inadeguate al ruolo.

Tre momenti negli ultimi quindici anni possono definire al meglio il progressivo ed inesorabile crollo.

1992. Viene creato il sistema della concertazione. Si fa credere agli italiani che globalizzazione, Trattato di Maastricht e debito pubblico abbiano portato ad una situazione difficile dalla quale si può uscire solo con un grande accordo trilaterale tra governo, Confindustria e sindacati su politica dei redditi, pensioni e costo del lavoro. La realtà? Ben altra. Gli stessi responsabili di decenni di danni e furti al nostro paese, sull’orlo del baratro, pensarono che l’unica via d’uscita era il tentativo di portare dalla loro parte i tre maggiori sindacati, usandoli come “ambasciatori di pace” tra loro e i lavoratori.

2003. Il governo Berlusconi vara la legge Biagi, un autentico cocktail di sberle ai lavoratori che individua nella precarietà il motore delle imprese e dell’economia italiana. E la triade sindacale? A guardare. Ma non è tutto, anche i lavoratori che hanno la fortuna di avere un posto fisso devono sopportare in questi anni una caduta incredibile dei redditi (penultimo posto in Europa per crescita salariale) e una perdita devastante di potere d’acquisto.

2007. Siamo alla storia recente. Al governo c’è Romano Prodi e il suo “Centrosinistra” dal quale gli italiani si aspettano tante cose, tra le quali l’abolizione della legge Biagi. In estate arriva la prova che c’è tutta la volontà di non rispettare l’impegno. Oltre all’ennesimo attacco alla pensione pubblica, con l’Accordo di luglio arriva la conferma che in Italia precarietà è e precarietà deve essere.

E’ in questo contesto che assume rilevanza il valore del sindacalismo di base come unica frontiera ormai rimasta nella lotta a chi vuole riversare sulla “working class” tutto il marcio prodotto dal nuovo, cinico, liberismo sfrenato.

Tuttavia potrebbero non bastare la voglia e la passione di tutte quelle persone che ogni giorno resistono ai peggiori attacchi sui luoghi di lavoro per evitare lo smembramento dei diritti; serve che siano riscritte le regole per confrontarsi ad armi pari con quelle organizzazioni che già hanno dalla loro l’enorme vantaggio di budgets da multinazionali, oltre al “buon occhio” dei potenti, e alle quali non può essere concesso anche l’aiuto di un sistema (come quello attuale) nel quale nel privato svolgere attività sindacale per una organizzazione di base è in pratica un percorso ad ostacoli.

Serve che la sinistra (e non ci riferiamo ovviamente al Pd, che ha già fatto intendere come la pensa…) faccia la sinistra e metta le cose in chiaro. Da che parte sta? Con chi lotta per i lavoratori o con chi fa finta?

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