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Il nuovo-vecchio Pkk

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Alex de Jong (da Jacobin)* - tratto da http://www.communianet.org

Il Pkk e i suoi militanti sono protagonisti di un'eroica battaglia per la giustizia in Kurdistan e tra i pochi a combattere sul campo lo Stato Islamico, come a Kobane, eppure subiscono quotidianamente una terribile e sanguinaria repressione da parte del governo turco guidato da Erdogan. Per questo a loro va la nostra piena solidarietà e supporto. Solidarizzare non significa però "mitizzare", anzi la miglior solidarietà avviene nella critica costruttiva. Dall'esperienza curda c'è tanto da ammirare e imparare, ma c'è anche da capire e, se necessario, da interloquire criticamente. Per questo pubblichiamo questo articolo uscito sulla rivista statunitense "Jacobin" che, riconoscendo i meriti del Pkk, ha però un punto di vista decisamente critico su alcune sue incompiute evoluzioni ideologiche e sulla sua trasformazione democratica che ancora lascia a desiderare.

***

Prima della battaglia di Kobane, a fine 2014, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) era una forza quasi dimenticata in Occidente. Ma grazie all'eroica lotta contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria condotta dal Partito dell'Unione Democratica (PYD) – un'organizzazione siriana curda legata al PKK – è diventato chiaro che il partito e il suo fondatore in carcere, Abdullah Ocalan, non potevano essere ignorati. E non solo nei circoli di sinistra.
L'ultima volta che il PKK ha suscitato un vasto interesse è stato negli anni 90 quando ha combattuto una guerra brutale contro lo stato turco per l'autodeterminazione curda. All'epoca i suoi riferimenti ideologici erano assolutamente marxisti-leninisti ed il sostegno da parte della Sinistra era più forte tra quei gruppi che si interessavano delle lotte di liberazione nazionale nel Terzo Mondo.
Le correnti socialiste libertarie ed antistaliniste erano più scettiche additando l'orientamento nazionalista del partito e il suo carattere antidemocratico, dimostrato dalle purghe mortali dettate da Ocalan. Un altro importante punto di discussione erano le violenze che il PKK commetteva contro i civili – come le famiglie dei membri della milizia filogovernativa o gli insegnanti delle scuole pubbliche.
Ma i tempi sono cambiati e a quanto sembra anche il PKK.

Da Lenin a Bookchin

Tra gli ammiratori del “nuovo PKK” – in particolare tra gli anarchici e i socialisti libertari – c'è una leggenda comune sulla sua trasformazione. Il PKK era un partito stalinista che conduceva una guerriglia durante gli anni 80 e 90 e sebbene in Turchia abbia goduto di un sostegno sincero da parte dell'oppressa minoranza curda non è riuscito ad ottenerne la liberazione.
Inoltre aveva un difetto che gli impediva di diventare una forza genuinamente liberatrice: era avanguardista, con una struttura autoritaria e assimilava la conquista del potere statale con la liberazione. Intralciato da questi difetti alla fine degli anni 90 la lotta del PKK si è andata spegnendo, prima che Ocalan venisse arrestato dalle autorità turche nel '99.
Ma una volta in prigione, continua il racconto, Ocalan è stato costretto ad affrontare i fallimenti del marxismo, del leninismo e del progetto originario del PKK. Ha cominciato a leggere testi al di fuori del canone marxista-leninista ripensando dalle fondamenta la sua visione della liberazione e ha formulato una visione del mondo drasticamente nuova per superare i limiti del suo partito.

Murray Bookchin, un socialista libertario che vive negli Stati Uniti, è uno dei nomi più comunemente citati tra coloro che hanno avuto un'influenza decisiva su Ocalan. Bookchin è stato un marxista ma ha sviluppato una sua teoria del mutamento sociale che identifica il conflitto tra l'accumulazione di capitale – con il suo imperativo per la crescita infinita – e l'ambiente come la contraddizione fondamentale del sistema capitalista. Secondo Bookchin la lotta per salvare l'ecosistema ha un'intrinseca dinamica anticapitalista e può unire gli sfruttati e gli alienati di tutto il mondo.
La sua visione post-capitalista è di una società rimpicciolita ed organizzata attorno a municipalità autonome ed ecologicamente sostenibili. Queste municipalità – chiamate comuni – dovrebbero sostituire le grandi città, considerate una minaccia per l'ambiente e un impedimento alla democrazia diretta.
Per arrivare a questa società Bookchin ha preferito una combinazione tra azione politica e organizzazione prefigurativa – la creazione ora di strutture come le cooperative e le associazioni democratiche che possano dare un'idea di una società migliore. Secondo lui l'azione politica e questi esperimenti potrebbero iniziare a dar potere alla gente comune nelle proprie comunità.
È stato abbastanza persuasivo da convincere Ocalan che, secondo la narrazione comune, ha fatto un bilancio dei fallimenti del PKK e ha deciso di reindirizzare i propri obiettivi verso una specie di socialismo libertario chiamato “confederalismo democratico”.
Gli avvocati di Ocalan hanno poi condiviso le sue idee con il PKK che le ha sposate e ha radicalmente riformato la teoria e la prassi dell'organizzazione. Il racconto si chiude con il PKK che oggi è il centro di una lotta di liberazione molto più ampia, una sorta di gruppo di esperti che si sono dedicati a diffondere la visione libertaria-socialista di Ocalan tramite il movimento curdo. La presa armata dello stato è stata sostituita dalla costruzione di strutture prefigurative nella società civile.

Ritorno al futuro

Questa favola di un rivoluzionario in carcere che fa un'accurata valutazione delle esperienze passate e non ha paura di compiere dei cambiamenti reali pur rimanendo fedele all'obiettivo dell'emancipazione umana ha sicuramente un'attrattiva romantica. Il presunto spostamento del PKK da un “Marxismo-Leninismo” dogmatico al socialismo libertario va anche di pari passo con la concezione più diffusa che il socialismo del Ventesimo secolo è fallito a causa della malriposta fiducia nello stato e nel partito.
Comunque c'è un'altra possibile interpretazione per l'evoluzione del PKK che pone l'accento sugli elementi di continuità piuttosto che sulle rotture. In questa visione il “confederalismo democratico” attuale non è il grande cambiamento che ci è stato presentato, sebbene sia sicuramente divergente dal “vecchio” PKK.

Consideriamo la concezione del PKK della liberazione delle donne – un elemento centrale dell'attuale visione del partito sul cambiamento sociale. L'interessamento per la liberazione della donna è spesso associato alla “svolta libertaria-socialista” di Ocalan ma in verità la precede.
Le lotte delle donne sono giunte alla ribalta negli anni 90, quando il PKK è cresciuto passando dall'essere un movimento di guerriglia ad un movimento di massa. Questa espansione ha aumentato la sua influenza su un'ampia gamma di organizzazioni sociali e culturali e ha portato molte donne ad unirvisi. Già negli anni 90 un terzo dei miliziani del PKK erano donne.
Nel '94 venne fondato il Movimento delle Libere Donne del Kurdistan (che poi ha cambiato nome in Unione delle Libere Donne del Kurdistan, YAJLK) e il PKK cominciò a formare unità esclusivamente femminili, in parte perché molti guerriglieri uomini si rifiutavano di ricevere ordini da comandanti donne mentre altri speravano che delle unità di sole donne potessero aiutare a infrangere le nozioni consolidate di obbedienza e servilismo femminile. Oggi nei gruppi misti del PKK c'è una quota di genere obbligatoria: il 40% della dirigenza deve essere composta da donne mentre gli incarichi esecutivi vengono divisi tra un uomo e una donna.
Le donne del PKK attribuiscono l'introduzione di queste politiche ad Ocalan, come ha dichiarato un'attivista:
"Eravamo molto lontane dalla nostra storia ed eravamo sempre soggette alla repressione. Questo è il motivo per cui il movimento aveva bisogno di un capo. Eravamo segregate e non riuscivamo ad uscire. Il Presidente Apo [il soprannome di Ocalan] è stato l'unico che ha voltato pagina. È stato il fiore che ha bucato l'asfalto. Ci ha dato speranza... il Presidente Apo ci ha mostrato la nostra libertà personale come donne".
La concezione di Ocalan sulla liberazione delle donne è stata plasmata dalle leggende dell'esistenza di una società matriarcale durante il neolitico che presumibilmente venne cancellata dall'ascesa della società divisa in classi e dalla formazione dei primi stati. Secondo Ocalan questa oppressione è radicata negli atteggiamenti patriarcali, trasferita di generazione in generazione ed interiorizzata dalle donne. Sostiene che viene trasmessa attraverso la famiglia – soprattutto tramite le nozioni di onore maschile e di controllo sui corpi delle donne – e che la liberazione significa disimpararle.

Le idee di Ocalan sulla liberazione nazionale curda si sovrappongono con quella delle donne ed entrambe sono caratterizzate da un ritorno ad un antico passato preistorico idealizzato dove non solo le donne erano libere ma anche i curdi nel loro complesso erano un popolo egualitario ed amante della libertà. Con l'ascesa degli stati e della religione organizzata i curdi divennero alienati dalla loro identità e ciò che Ocalan definisce “mentalità curda” venne distorta. I problemi odierni risalgono tutti a questo precipitar via dallo stato di grazia originario.
Anche durante gli anni 90 il PKK faceva spesso riferimento alla storia curda, come quando Ocalan sostenne che difendere la propria “patria millenaria” era il più grande onere ed onore di tutti i curdi. All'epoca il PKK era fortemente nazionalista e Ocalan sosteneva che una “concezione dell'umanità” non fondata sul patriottismo era un “crimine insulso”.
Più di recente Ocalan ha criticato le nozioni astoriche delle nazioni e degli stati e ha dichiarato che sono costruzioni sociali. Comunque ciò che è rimasto costante è l'idea che la lotta del PKK è per far esprimere “un'autentica identità curda”. Mentre prima questo obiettivo era posto nell'ambito dell'autodeterminazione nazionale e della costruzione di uno stato oggi viene presentata come una rinascita di un utopico passato preistorico.
Malgrado la variazione sul tema Ocalan ancora insiste sull'esistenza di un'identità curda che attraversa la storia. Nel 2011 scrisse “molte delle qualità e delle caratteristiche oggi attribuite ai curdi e alla loro società possono essere viste nelle comunità neolitiche delle catene montuose cis-caucasiche – la zona che chiamiamo Kurdistan.”

La sua visione essenzialista delle identità – sia che si parli di curdi o di donne – è cambiata di poco con la sua “svolta”. Per il PKK “le donne” sono un soggetto sociale che si pone al centro dell'emancipazione svolgendo un ruolo simile a quello del proletariato nel marxismo classico – il soggetto universalmente sfruttato la cui emancipazione porterà all'emancipazione universale. Per Ocalan il “ruolo che una volta era assegnato alla classe operaia oggi ricade sulle donne.”
Ma la categoria stessa delle donne non viene mai interrogata. Secondo Ocalan le donne sono biologicamente più compassionevoli ed empatiche degli uomini ed hanno una maggiore “intelligenza emozionale”. La femminilità viene associata alla maternità – le donne “possiedono la vita stessa” e perciò si ritiene che siano più vicine alla natura rispetto agli uomini.
Ciò porta a vedere le donne come una categoria omogenea con una sola ideologia che coincide con la sua lotta di liberazione. Il partito femminile del PKK – il Partito delle Donne Libere (PJA) – ha dichiarato che “l'ideologia di liberazione delle donne è un'alternativa a tutte le visioni del mondo precedenti, sia di destra che di sinitra.”

Nel '99 l'arresto di Ocalan ha inaugurato un periodo travagliato per il PKK: molti sostenitori e membri del PKK rimasero shockati dalle sue dichiarazioni rilasciate dopo la cattura. In tribunale ha dichiarato:
"Voglio continuare la mia vita dedicandomi a due promesse: voglio essere d'aiuto alla completa realizzazione della democrazia, della pace e della fratellanza. Credo che le intenzioni dello stato [turco] siano simili. Inoltre voglio vedere il PKK cessare la lotta armata e voglio dedicarmi a questo obiettivo. Voglio che il PKK non sia contro lo stato e che entri nella legalità."
Ocalan negò la volontà del PKK di dividere la Turchia e ha insistito sul fatto che i curdi fossero in grado di vivere in libertà in una repubblica turca riformata. Ha dato la colpa della guerra al “triumvirato degli Aga, degli Sheik e degli Asiret” – forze premoderne che secondo lui avevano diviso i curdi e lo stato turco – invece di attribuirla all'oppressione nazionale contro i curdi.
Le sue dichiarazioni in tribunale contraddicevano il programma e i documenti fondativi del PKK, che in passato aveva denunciato come tradimento la richiesta per l'autonomia curda a scapito dell'indipendenza.
Ma agli inizi degli anni 90 Ocalan ha cominciato a parlare sempre più spesso di “un Kurdistan libero” e ha suggerito che in Turchia fosse possibile un'autonomia curda sulla base della “piena eguaglianza” piuttosto che uno stato-nazione curdo.
“Libertà” cominciò a significare il coltivare la “vera identità curda” e la possibilità di esprimerla. Dopo la sua cattura Ocalan rese esplicito questo mutamento di obiettivi del PKK come non era mai successo prima dichiarando: “Essenzialmente la questione curda può essere considerata una questione di libertà di parola e di cultura.” In migliaia lasciarono il movimento in segno di disaccordo e coloro che si rifiutavano di seguire la nuova linea vennero attaccati come traditori ed agenti nemici.

In prigione Ocalan ha rivisto l'idea di “libertà curda” per adattarla all'obiettivo del “confederalismo democratico”. Ispirandosi a Bookchin ora dice di rifiutare l'idea di prendere o rovesciare lo stato per raggiungere il proprio obiettivo e sostiene che i movimenti di emancipazione dovrebbero evitare di cercare la conquista del potere statale e concentrarsi sul raggiungimento della liberazione attraverso la società civile – non distruggendo lo stato ma rendendolo superfluo con questo processo. Una volta che il popolo si accorgerà “di non aver bisogno dello stato” questo appassirà lentamente.
Di sicuro Ocalan ha cambiato i propri punti di vista dopo la sua cattura ma non c'è stato un taglio netto come suggerisce la credenza popolare: già prima del suo arresto aveva cominciato ad abbandonare alcune idee associate al PKK marxista-leninista. Negli anni 80 il PKK affermava di volere un “Kurdistan socialista e indipendente” basandosi su una vaga idea di socialismo simile a quello dell'Unione Sovietica e della Cina. Durante il decennio successivo il partito ha rivisto la propria visione del socialismo.
Già nel '93 Ocalan sosteneva che quando il PKK parlava di “socialismo scientifico” non si riferiva al marxismo bensì alla propria particolare forma di socialismo che “supera gli interessi degli stati, della nazione e delle classi”. Il nuovo socialismo del PKK non era nemmeno un sistema socioeconomico ma piuttosto il termine per indicare la creazione attraverso la lotta di un “uomo nuovo” che fosse altruista, coraggioso e patriottico.
Così l'emancipazione sociale ed economica, che già era stata messa in secondo piano dalla liberazione nazionale, è finita ancor di più in ombra. Oggi nei suoi scritti Ocalan raramente tratta temi sociali ed economici dichiarando che “le questioni riguardanti una struttura economica, di classe e sociale alternativa non sono molto significative”. La sua visione di una società socialista è limitata a un forte stato assistenziale con lavoro, salute ed istruzione per tutti.
Nel '96 durante un'intervista dichiarò che la Germania era un esempio del suo socialismo.

Nessun salvatore dall'alto

Il PKK non ha buttato via il suo vecchio programma o ha adottato i suoi nuovi piani e la sua nuova autorappresentazione attraverso un processo di scelta collettiva. I dirigenti del partito hanno semplicemente eseguito le direttive di Ocalan.
Negli anni 80 Ocalan divenne il capo indiscusso del PKK. Il partito teneva dei congressi dove veniva deciso il suo programma ma Ocalan restava al di sopra di tali meccanismi e ha costruito un'organizzazione in cui i quadri assurgevano alla dirigenza dimostrando la loro lealtà nei suoi confronti.
Seguire Ocalan divenne sinonimo di dedizione alla causa della liberazione curda. Coloro che si rifiutavano di accettarlo venivano purgati. Gli altri dirigenti del partito dovevano la loro legittimità alla sua approvazione, senza la quale avrebbero perso le loro posizioni. Anche in prigione il suo potere è rimasto intatto.

Come le sue organizzazioni sorelle in Siria, Iran ed Iraq il PKK è un membro del Gruppo delle Comunità del Kurdistan (KCK), di cui è responsabile del “fronte ideologico” con la “responsabilità di attuare l'ideologia e la filosofia del presidente”. “Ogni membro del KCK deve assumere i valori ideologici ed etici del PKK come propria base.”
La lotta curda è finita sotto i riflettori per un buon motivo e la dedizione dei suoi militanti anche nelle peggiori condizioni non deve essere messa in dubbio ma la tanto esaltata trasformazione del PKK lascia molto a desiderare. Non è ancora il limpido esempio di transizione dal leninismo autoritario al socialismo libertario che viene spesso sbandierato.
Prima e dopo la cattura di Ocalan – prima e dopo ciò che il PKK ha definito “il cambio di paradigma” – un solo elemento del partito è rimasto immutato: Ocalan è “la dirigenza” (önderlik). Ma la liberazione non verrà seguendo i colpi di scena di un solo capo. La liberazione ha bisogno della lotta collettiva dietro le organizzazioni di massa che prefigurano la democrazia radicale che vorremmo vedere nel mondo.

*Fonte articolo: https://www.jacobinmag.com/2016/03/pkk-ocalan-kurdistan-isis-murray-book...
Traduzione dall'inglese di Emanuele Calitri.

31 marzo 2016

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