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Il problema di Hillary Clinton non è tanto il denaro dalle corporations, ma la sua “corporate worldview”

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[Testo di Naomi Klein tradotto, da The Nation del 06/04/2016]

Clinton è straordinariamente inadeguata al compito epico di confrontarsi con le aziende dei combustibili fossili che traggono profitto dal cambiamento climatico. 

Non ci sono molte certezze rimaste nella corsa presidenziale degli Stati Uniti, ma c’è una cosa di cui possiamo essere assolutamente sicuri: al fronte Clinton non piace parlare dei soldi provenienti dalle corporations di combustibili fossili. La settimana scorsa , quando una giovane attivista di Greenpeace ha messo alla prova Hillary Clinton riguardo ai contributi ricevuti dalle aziende di combustibili fossili, la candidata ha accusato la campagna di Bernie Sanders di “mentire” e ha dichiarato di esserne “così nauseata”. Appena lo scambio è andato virale, una schiera di potenti sostenitori della Clinton ha dichiarato che non c’è niente da capire e che ognuno avrebbe dovuto proseguire oltre.

La stessa idea che l’accettare questo denaro possa avere un impatto sulle azioni di Clinton è “priva di fondamento e dovrebbe cessare”, secondo il senatore della California Barbara Boxer. E’ “assolutamente falsa”, “inappropriata”, e non “regge”, ha dichiarato il sindaco di New York Bill de Blasio. L’editorialista del New York Times Paul Krugman è arrivato al punto di pubblicare per il fronte di Sanders delle “linee guida per un buon e un cattivo comportamento”. La prima linea guida? Chiudere le “insinuazioni che lasciano ad intendere, senza prove, che la Clinton è corrotta.”

Questo è un mucchio di artiglieria pesante per dare una sberla ad un non-problema. Quindi è un problema o no?

In primo luogo, alcuni fatti. La campagna di Hillary Clinton, compreso il suo Super PAC, ha ricevuto un sacco di soldi da parte di dipendenti e di lobbisti iscritti a società di combustibili fossili. Ci sono i tanto citati 4,5 milioni di dollari calcolati da Greenpeace, che comprendono bundling dai lobbisti.

Ma non è tutto. C’è molto più denaro proveniente da fonti non incluse in questo calcolo. Per esempio, uno dei finanziatori più importanti e attivi di Clinton è Warren Buffett. Contemporaneamente a possedere un grande mix di beni patrimoniali, Buffett è implicato fino ai suoi occhi nel carbone, compresi il trasporto e alcune delle più sporche centrali elettriche a carbone nel Paese.

Poi c’è tutto il denaro che le aziende dei combustibili fossili hanno direttamente pompato nella Clinton Foundation. Negli ultimi anni, Exxon, Shell, ConocoPhillips e Chevron hanno contribuito alla fondazione. Un’indagine dell’International Business Times ha appena rivelato che almeno due di queste compagnie petrolifere facevano parte di un tentativo di pressione verso il Dipartimento di Stato di Clinton relativamente alle sabbie bituminose in Alberta, un enorme deposito di petrolio extra-sporco. I principali scienziati del clima, come James Hansen, hanno spiegato che se non conserviamo nel suolo la stragrande maggioranza di carbonio, scateneremo livelli catastrofici di riscaldamento.

In questo periodo – l’indagine ha scoperto – il Dipartimento di Stato di Clinton ha approvato l’Alberta Clipper, un controverso oleodotto atto a trasportare grandi quantità di bitume-sabbie bituminose da Alberta al Wisconsin. “Secondo i dati federali sulle attività di lobbying esaminati da IBT”, scrivono David Sirota e Ned Resnikoff ,”entrambe Chevron e ConocoPhillips hanno fatto pressioni al Dipartimento di Stato in particolar modo sulla questione delle “sabbie bituminose” nei mesi immediatamente precedenti l’approvazione del dipartimento, così come ha fatto un’associazione di categoria finanziata da ExxonMobil”.

Hanno le donazioni alla Clinton Foundation a che fare con la decisione del Dipartimento di Stato sul gasdotto? Rendono, queste donazioni, Hillary Clinton più disposta a considerare le condutture delle sabbie bituminose come rispettose dell’ambiente, così come le prime recensioni del Dipartimento di Stato su Keystone XLsembravano concludere, nonostante i molti avvertimenti scientifici? Non c’è nessuna prova – nessuna “smoking gun”, come piace dire ai difensori di Clinton. Così come non vi è alcuna prova che il denaro, che la sua campagna ha ricevuto da gruppi di pressione del settore del gas e dai finanziatori delle attività di fracking, abbia dato forma all’attuale  (e pericolosa) opinione di Clinton che le attività di fracking possono essere messe in sicurezza.

E’ importante riconoscere che la piattaforma della campagna di Clinton include alcune politiche climatiche molto buone, che sicuramente non fanno piacere a questi donatori – ed è per questo che il settore dei combustibili fossili dà molto di più ai Repubblicani, negatori del cambiamento climatico.

Eppure tutta la confusione sul finanziamento puzza, e sembra peggiorare di giorno in giorno. Quindi è molto positivo che il fronte di Sanders non si attenga alle “linee guida per la buona condotta” di Krugman e non faccia silenzio sulle donazioni, in un anno in cui il cambiamento climatico ha contribuito a far registrare le temperature più calde da quando si è cominciato a prenderne nota. Queste primarie non sono concluse, e gli elettori Democratici hanno bisogno e meritano di sapere tutto il possibile prima di fare una scelta con la quale tutti dovremo convivere per un periodo di tempo molto lungo.

Eva Resnick-Day, la 26 enne attivista di Greenpeace che la scorsa settimana ha suscitato la reazione “così nauseata” della Clinton, ha una prospettiva molto lucida e commovente su quanto fatidiche queste elezioni siano, su quanto ci sia in gioco. Rispondendo alla dichiarazione di Clinton per cui i giovani “non fanno le proprie ricerche”, Resnick-Day ha detto a Democracy Now!:

Come movimento giovanile abbiamo fatto la nostra ricerca e per questo siamo così terrorizzati per il futuro …. Gli scienziati stanno dicendo che abbiamo la metà della quantità di tempo che pensavamo di avere per affrontare il cambiamento climatico prima di andare oltre il punto di non ritorno. E per questo motivo, i giovani – coloro che erediteranno e dovranno affrontare questo problema, sono incredibilmente preoccupati. Quello che succederà nei prossimi quattro o otto anni potrebbe determinare il futuro del nostro pianeta e della specie umana. Ed è per questo che siamo lì fuori…ponendo questioni difficili a tutti i candidati: per fare in modo che chi sarà in carica non continui ad affrontare le questioni come è stato fatto fino ad ora, ma prenda una vera e propria posizione per fare fronte, in maniera significativa e profonda per il futuro del nostro pianeta, il cambiamento climatico.

Le parole di Resnick-Day colpiscono il cuore del perché questo non sia solo un altro ciclo elettorale, e perché la rete di coinvolgimenti aziendali di Clinton è profondamente allarmante, con o senza una “smocking gun”. Chiunque vinca nel mese di novembre, il prossimo presidente entrerà in ufficio con la schiena contro il muro della questione del clima. In parole povere, siamo semplicemente fuori tempo. Come Resnick-Day giustamente afferma, tutto si muove più velocemente rispetto a ciò a cui la speculazione scientifica in materia ci ha preparato. I ghiacci si stanno sciogliendo più velocemente. Il livello degli oceani sta aumentando più velocemente.

E questo significa che gli stessi governi devono muoversi molto più rapidamente. Gli ultimi studi scientifici “peer-reviewed” ci dicono che se, in questo secolo, vogliamo battere un bel colpo verso la protezione delle città costiere – inclusa New York, il luogo in cui Bernie e Hillary chiariranno le cose – allora abbiamo bisogno di abbandonare i combustibili fossili con una velocità sovrumana. Un nuovo studio della Oxford University, pubblicato sulla rivista Applied Energy, conclude che per avere una possibilità di 50 e 50 nel raggiungimento degli obiettivi di temperatura fissati a Parigi, ogni nuova centrale deve essere a zero emissioni di carbonio a partire dal prossimo anno.

Questo è difficile. Davvero difficile. Come minimo, richiede la volontà di andare testa a testa con le due industrie più potenti del pianeta – le società di combustibili fossili e le banche che le finanziano. Hillary Clinton è semplicemente inadatta a questo compito epico.

Mentre Clinton è brava a guerreggiare con i Repubblicani, sostenendo che le potenti corporations vanno contro la sua intera visione del mondo, contro tutto ciò che ha costruito, e tutto quello che lei rappresenta. Il vero problema, in altre parole, non è il denaro di Clinton proveniente dalle corporations, ma la sua ideologia profondamente pro-corporations: una ideologia che fa sembrare il prendere soldi dai lobbisti e l’accettare dalle banche esorbitanti commissioni per i discorsi così naturale che la candidata ha difficoltà nel vedere il perché tutto questo abbia creato confusione.

Per capire questa visione del mondo, basta guardare non più lontano della fondazione alla quale Hillary Clinton lavora e che porta il suo nome di famiglia. La missione della Clinton Foundation può essere distillata come segue: c’è così tanta ricchezza sciabordante intorno al nostro pianeta (grazie in gran parte alla frenesia di deregolamentazione e privatizzazione che Bill Clinton, quando è stato presidente, ha scatenato sul mondo), che ogni singolo problema sulla terra, non importa quanto grande, può essere risolto convincendo gli ultra-ricchi a fare opere giuste con i loro spiccioli. Naturalmente, coloro che possono convincerli a fare queste ammirevoli gesta sono i Clinton, gli ultimi intermediari e affaristi della relazione, con l’aiuto di un entourage di celebrità di serie A.

Quindi cerchiamo di dimenticare, per il momento, le smoking guns. Il problema con il mondo Clinton è strutturale. E’ il modo in cui queste relazioni profondamente ingarbugliate – lubrificate dagli scambi di denaro, favori, status e attenzione mediatica –  plasmano ciò che, in primo luogo, viene proposto a livello di politiche.

Per esempio, sotto la guida dei Clinton, le aziende farmaceutiche collaborano con la fondazione in modo da abbattere i loro prezzi in Africa (evitando con comodità la vera soluzione: cambiare il sistema di brevettazione che permette loro di far pagare prezzi grotteschi, in primo istanza, alle popolazioni povere) . The Dow Chemical Company finanzia progetti idrici in India (basta però non parlare della loro connessione con il disastro sanitario in corso in Bhopal, per il quale la società ancora si rifiuta di assumersi piena responsabilità). Ed è stato al Clinton Global Initiative che il magnate di una compagnia aerea, Richard Branson, dichiarò in maniera appariscente l’impegno a stanziare miliardi per risolvere i cambiamenti climatici (quasi un decennio più tardi stiamo ancora aspettando, mentre Virgin Airlines continua ad espandersi).

Nel mondo Clinton è sempre un win-win-win: I governi sembrano efficaci, le aziende sembrano giuste, e le celebrità sembrano serie. Oh, e ancora un’altra vittoria: i Clinton crescono sempre più potenti.

Al centro di tutto c’è la convinzione canonica che il cambiamento non avviene affrontando il ricco e il potente, ma grazie ad una partnership con loro. Visto all’interno della logica di quella che Thomas Frank ha recentemente definito “la terra dei soldi”, tutte le azioni più controverse di Hillary Clinton hanno un senso. Perché non prendere i soldi dai lobbisti legati ai combustibili fossili? Perché non venire pagati centinaia di migliaia di dollari per i discorsi presso Goldman Sachs? Non è un conflitto di interessi; si tratta di una partnership reciprocamente vantaggiosa, parte di un infinito carosello di dare e prendere aziendale-politico.

Numerosi libri sono stati riempiti con i fallimenti del filantrocapitalismo in stile Clinton. Quando si parla di cambiamento climatico, disponiamo di tutte le prove di cui abbiamo bisogno per sapere che questo modello è un disastro su scala planetaria. Questa è la logica che ha dato luogo al mondo infestato dalla frode dei mercati del carbonio e alle instabili compensazioni delle emissioni di carbonio, invece di norme dure per gli inquinatori – perché, ci hanno detto, la riduzione delle emissioni doveva  essere “win-win” e “market-friendly”.

Se il prossimo presidente perderà altro tempo con questi schemi, l’orologio climatico si esaurirà, puro e semplice. Se vogliamo avere qualche speranza di evitare la catastrofe, l’azione deve essere senza precedenti nella sua velocità e portata. Se progettata correttamente, la transizione verso un’economia post-carbonio può essere in grado di fornire un gran numero di “wins”: non solo un futuro più sicuro, ma un gran numero di posti di lavoro ben retribuiti; un trasporto pubblico migliorato e a prezzi accessibili; le città più vivibili; così come la giustizia razziale e ambientale per le comunità interessate in prima persona dalle sporche attività estrattive.

La campagna di Bernie Sanders è costruita proprio intorno a questa logica: non i ricchi ad essere adulati per un po’ più di noblesse oblige, ma i semplici cittadini a riunirsi a sfidarli, ottenendo norme dure, e creando come risultato un sistema molto più equo.

Sanders e i suoi sostenitori hanno capito un qualcosa di cruciale: non sarà tutto un win-win. Perché tutto questo accada, le aziende di combustibili fossili, che hanno fatto profitti osceni per molti decenni, dovranno iniziare a perdere. Perdere più delle semplici agevolazioni fiscali e sussidi che Clinton promette di tagliare. Queste dovranno anche perdere i nuovi contratti di locazione per la perforazione e l’estrazione che vogliono; dovranno essere negati loro  i permessi per gli oleodotti e i terminali per l’esportazione che tanto bramano costruire. Dovranno lasciare al suolo migliaia di miliardi di dollari di riserve accertate di combustibili fossili.

Nel frattempo, se i pannelli solari proliferano sui tetti, le grandi aziende elettriche perderanno una porzione significativa dei loro profitti, dal momento che i loro ex clienti saranno parte del settore della generazione energetica. Ciò creerebbe opportunità per un’economia più livellata e, in ultima analisi, per bollette delle utenze più leggere – ma, ancora una volta, alcuni potenti interessi dovranno perdere (che è il motivo per cui la utility del carbone di Warren Buffett in Nevada è andata in guerra contro il solare).

Un presidente disposto a infliggere queste perdite alle società di combustibili fossili e ai loro alleati ha bisogno di essere più di un semplice non direttamente corrotto. Quel presidente ha bisogno di essere pronto alla lotta del secolo – e assolutamente chiaro su quale parte deve vincere. Guardando le primarie Democratiche, non vi può essere alcun dubbio su chi è il più adatto ad avanzare verso questo momento storico.

Le buona notizia? Ha appena vinto il Wisconsin. E non sta seguendo le linee guida di nessuno per una buona condotta.

Tradotto e inviato a Senza Soste da Aureliano Xeneizes e pubblicato su The Post-Human Times

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