Monday, Dec 09th

Last update:03:43:25 PM GMT

You are here:

Intervista ad Alexis Tsipras, leader di Syriza: noi, l'Argentina, l'Europa.

E-mail
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

syriza_TspirasMartín Granovsky

Página/12

A 38 anni, Alexis Tsipras è il leader di Syriza, il movimento politico e sociale greco che si oppone al governo conservatore e progetta di arrivare al potere per la via democratica per rompere con l'austerità come massimo principio della política. Dopo alcuni giorni della visita in Argentina, Tsipras ha accettato di mettere a confronto le due situazioni con tutte le loro similitudini e differenze.

L'Argentina continua ad essere tema di discussione in Grecia per la riduzione del debito, il default e la ristrutturazione?

–Sì, parliamo di voi.

Del default o della ristrutturazione?

–Di tutto.

E dopo questo viaggio in Argentina?

–Siamo molto più saggi. Abbiamo studiato nei dettagli il processo che è avvenuto durante e dopo la crisi. Abbiamo visto similitudini e anche differenze. Da parte del Fondo Monetario Internazionale le ricette sono state le stesse in Grecia e in Argentina. Sono state le stesse in emtrambi i Paesi le medicine che sono state date alla Grecia e all'Argentina. Uguali e scadute. Hanno fallito. Ci hanno portato alla catastrofe. Il paziente greco ricoverato in un letto europeo è in coma. Tutti i tubi e i faraci lo legano al cuore dell'Europa. È una situazione complessa. Se il paziente in coma muore, sembra che neanche l'Eurozona possa sopravvivere. Per questo dico che abbiamo similutudini e differenze tra l'Argentina del 2001 e la Grecia di oggi. Quello che è interessante è come presentano l'esempio dell'Argentina in Europa.

Chi?

–I settori più legati al sistema finanziario. L'Argentina è l'esempio di un Paese che ha detto no al sistema finanziario mondiale. I settori finanziari dell'Europa distorgono quello che è successo qui. L'esempio dà fastidio ai circoli finanziari. Per questo i centri ultraliberisti stanno cercando non solo di distorcere le cose in termini ideologici ma anche di mostrare una traiettoria storica differente. Cambiano i fatti. Durante il nostro soggiorno in Argentina e negli incontri che abbiamo avuto, c'è stata copertura da parte dei notiziari della televisione greca. Allora mettevano un'immagine mia mentre mi incontravo con un dirigente argentino e, in una parte dello schermo, mostravano esempi del corralito argentino e la gente che batteva sulle saracinesche delle banche.

Senza mettere le date di ogni cosa?

–Senza alcuna precisione. Il messaggio è chiaro: “Seguite la strada che vi propone la sinistra greca e arriverete alla bancarotta come in Argentina”.

È interessante per la Grecia l'esempio della ristrutturazione del debito con cancellazione?

–Sì, è chiaro, ma prima dobbiamo vedere cosa c'è di simile nei due Paesi e nelle due contingenze storiche. La negoziazione che ha portato a termine lo Stato argentino dopo la crisi è un esempio per studiare ed esaminare. Nei prossimi anni sicuramente questo sarà un tema di studio nelle facoltà di scienze economiche. Questo prova che quando c'è un creditore e un debitore, entrambi si trovano in una situazione difficile. Non uno solo. La negoziazione stessa lo dimostra. Ma vedo altri punti positivi ben oltre la ristrutturazione del debito. Lo sviluppo economico argentino successivo alla crisi ha resistito anche se il Paese è rimasto fuori dai mercati del prestito. Ha resistito perché contava su una base produttiva ampia ed esportatrice. Ha retto perché partendo da un certo punto ha potuto rivitalizzare l'economia interna e coprire le necessità del popolo. Nella sua seconda fase le esportazioni sono state importanti e hanno garantito la crescita del Prodotto Interno Lordo. Ma bisogna anche tener conto che quando l'Argentina ha attraversato la fase di crescita alta, anche la crescita globale era alta. E inoltre tutto è successo all'interno di una congiuntura regionale sudamericana positiva. Noi in Grecia non abbiamo nessuno dei due punti positivi. Né crescita globale né congiuntura regionale favorevole.

Il peggiore dei mondi possibili.

–Sí, ma nel frattempo cerchiamo di fare di necessità virtù. Con quest'ottica partecipiamo alla Zona Euro. La Grecia ha solo il 2,5 per cento del PIL europeo ma al contempo è al centro dell'attenzione pubblica mondiale. Questo non succede, è chiaro, per il fatto che tutti si preoccupino delle sofferenze del popolo greco. C'è il timore di un effetto domino.

Cioè il timore è un vostro punto di forza.

–Il punto è che se l'Europa continua così il principale Paese che penserà di uscire dalla zona Euro sarà la Germania. Questo significa che un Paese piccolo come la Grecia può essere una pietruzza capace di rompere la gigantesca macchina del motore ultraliberista. Per questo abbiamo subìto un attacco frontale a livello mondiale nelle ultime elezioni. Vaticinavano che sarebbe arrivato il caos. Forse possono sopportare un minimo uno scenario postneoliberista. Ma non lo possono accettare nel nocciolo duro dell'Europa.

La chiave sembrerebbe la potenzialità di danno della Grecia.

–Molte volte ho paragonato la situazione della Grecia rispetto ai suoi soci europei con altre epoche. È come la Guerra Fredda. I due schieramenti possono premere il pulsante, ma anche se qualcuno lo facesse nessuno vincerebbe. La catastrofe sarebbe per tutti.

Quale sarebbe questo pulsante?

–Il pulsante sarebbe l'esplosione dell'Euro. Ma il primo a perdere in questa Guerra Fredda sarebbe il primo che fa un passo indietro. Per questo noi ci prepariamo a un grande scontro. Abbiamo detto chiaramente che una volta al governo romperemo i trattati di austerità. Continueremo su questa strada anche se ci tagliano i prestiti. Non è una battuta. Lo faremo. Ma abbiamo bisogno dell'appoggio popolare.

–Il movimento político della sinistra greca suscita nel mondo progressista ammirazione e preoccupazione. Ammirazione per la sua veloce crescita negli ultimi anni. Preoccupazione che questa velocità potrebbe non essere sufficiente.

–Il movimento è iniziato in due piazze di Atene. Le chiameremo in questo modo: quella di sopra e quella di sotto. La piazza di sotto è sempre stata politicizzata, con assemblee tematiche, diverse conferenze. Partecipavano molti giovani. Si praticava la democrazia diretta. Ma la cosa importante è che queste manifestazioni sono state completamente pacifiche con una grande partecipazione di massa, con moltissima gente.

E cosa succedeva nella piazza di sopra?

–È stata meno partecipativa. Per questo il sistema ha avuto più paura di quella di sotto. Non era la stessa cosa che spaccare una banca o rompere un bancomat. Rompere rafforzava il sistema. Invece l'atteggiamento pacifico ha rappresentato un allarme. Bisogna tenere conto del fatto che queste reazioni spontanee e di massa sono sfociate nella caduta di due governi. Mentre invece, tornando al paragone tra le due piazze, le banche e le piccole proprietà bruciate non hanno dato risultati politici. È molto semplice: con gli incendi, il grande capitale trovava un piccolo affare per piangere.

E ora?

–Ora c'è un riflusso del movimento, una relativa recessione politica. La gente spera in cambiamenti politici rilevanti e ripone più speranza in uno scontro politico con migliori risultati. Per questo nelle due elezioni a maggio e a giugno non siamo riusciti a vincere. Anche questo ha creato una forma di stanchezza. È duro vedere che non c'erano risultati nemmeno nel senso di un cambiamento.

Qual è il cambiamento che desidera la coalizione di sinistra?

–L'unica via è abbattere il governo con mezzi democratici. Abbiamo una responsabilità della quale siamo consapevoli: gran parte della popolazione ha riposto le sue speranze nel progetto alternativo e dobbiamo rafforzare questa meta. Ma questo è al contempo positivo e negativo per noi. La gente si aspetta da noi moltissime cose.

Questo è l'aspetto positivo?

–Sí. E quello negativo è che riponga le sue speranze e si limiti ad aspettare. Il rischio della passività non esiste solo quando uno è all'opposizione. Anche in un futuro governo non potremo attuare scelte veramente alternative senza partecipazione popolare.

Cosa fate per risolvere questo problema oggi?

–La prima cosa che facciamo è dirglielo continuamente alla gente. E continueremo come prima delle ultime elezioni, con le assemblee popolari nei quartieri, nelle grandi città e sui posti di lavoro. Tchiediamo alla gente anche di partecipare agli scioperi e di far parte dei movimenti operai e sindacali che si stanno muovendo. Al contempo stiamo costruendo una grande rete sociale di solidarietà. La chiamiamo solidarietà per tutti. Dentro la crisi, qualsiasi movimento sociale è anche molto politico. Ma vogliamo creare una coscienza sociale collettiva. Non è filantropía. È coscienza sociale. Queste reti possono essere il nucleo di una nuova organizzazione sociale di massa, che a sua volta può essere il nucleo di grandi cambiamenti sociali.

Ho sentito che la preoccupava il neonazismo in Grecia. Qual è il livello di radicamento popolare dei neonazi?

–È un fatto molto triste. Questo contesto politico è nato nell'ambito della distruzione della coesione sociale della società, in combinazione con il terrore e il timore. Allo stesso tempo con le difficoltà. In questo contesto compaiono come capro espiatorio le grandi masse di immigrati.

Di dove?

–Negli ultimi anni la Grecia è diventata una prigione per immigrati. In Europa abbiamo Dublino II, il famoso trattato, che “protegge” i Paesi del nord e del centro dell'Europa. Questo crea un ammasso di immigrati in Italia, Spagna e Grecia. Nel nostro Paese gran parte della frontiera è acqua. Sono isole. Ci sono grandi organizzazioni mafiose che portano immigrati soprattutto attraverso la Turchia. La maggioranza, quando arriva, ha già percorso migliaia e migliaia di chilometri. Vengono da Paesi in guerra o da nazioni che hanno subito cambiamenti climatici drammatici. Vendono quallo che possono ai mafiosi, che li trasportano in barconi come sardine in scatola. Quando arrivano in Grecia li mettono in centri. Dopo li lasciano liberi. Fanno quello che possono per sopravvivere. Ma sono molto fragili di fronte alla manipolazione della criminalità organizzata. Decine di persone vivono ammucchiate in piccoli appartamenti. Ci sono posti ad Atene che sono già dei ghetti. In questi posti ci sono grandi scontri. È all'interno di questa complessa situazione che nasce l'ideologia della xenofobia e del fascismo. C'è una base reale da dove escono queste idee.

La crisi in tutti i suoi aspetti.

–Con la crisi questo si moltiplica. È triste, perché il popolo greco non ha un comportamento razzista. Non fa parte della sua tradizione. È un popolo di immigrati. Come può essere razzista? Come un popolo che ha organizzato la Resistenza antifascista può permettere che dal suo seno nascano movimenti neonazi? Per questo c'è un uomo di 92 anni, Manolis Glezos, che è stato un guerrigliero, che è andato al Parlamento greco a dare lezioni di storia.

I popoli apprendono dalla storia?

–La Storia la scrivono i vincitori. Bisogna vedere se questa Storia è quella vera. Ma noi vogliamo guardare alla memoria storica del nostro popolo di generazione in generazione nella costruzione di una coscienza sociale collettiva. La Grecia ha sofferto molto perché è un territorio vitale. Nell'ultimo secolo abbiamo due esempi di battaglie eroiche. Primo la resistenza nella Seconda Guerra Mondiale, quando il Fronte di Liberazione Nazionale arrivò molto vicino al potere e l'invasione del nostro Paese non lo permise. Il secondo esempio è la resistenza contro la Dittatura dei Colonnelli, tra il ’67 e il ’74. Questo ha un peso storico molto forte e continueremo ad andare avanti seguendo questo faro.

Da chi vi sentite accompagnati in Europa?

–L'Europa sta attraversando una fase di transizione. Abbiamo affrontato la mutazione della socialdemocrazia in una forza neoliberista pura. Lascia un vuoto politico immenso perché rompe i suoi legami di tradizione con fasce sociali importanti. Sono le fasce che hanno reso la socialdemocrazia egemone. Syriza è nata in gran parte in questo vuoto politico. Nel resto del sud dell'Europa avremo questa stessa traiettoria, ma forse con passi più lenti. Per questo le nostre alleanze europee cominciano con la sinistra della sinistra e finiscono con la sinistra della socialdemocrazia. Gli alleati più forti nel continente europeo sono i movimenti sociali r coloro che si convincono sempre di più che l'austerità non è la strada giusta. Qui iniziano le nostre alleanze.

In Grecia dev'essere una tentazione ispirarsi a figure classiche, no?

–Mitologiche o reali?

Non so. A piacere del consumatore.

–Scelgo una figura mitologica, allora: Ercole. Quando gli dei lo punirono, uno dei compiti di Ercole era pulire la merda. Passò mesi e mesi togliendola. Finì il suo lavoro. Allora gli affidarono un altro incarico: doveva tagliare la testa dell'Idra. Il problema è che quando tagliava una testa ne uscivano altre due nuove. Qesto succede anche con il sistema finanziario internazionale. Dobbiamo pulire la merda e affrontare l'Idra. Per questo vogliamo costruire una grande forza politica: perché non sarà facile.

Fonte: http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-210888-2012-12-30.html

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 31.12.2012

AddThis Social Bookmark Button

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy..

Accetto cookies da questo sito