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La finanza islamica conquista l'Asia

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finanza islamicaTa Kung Pao, Cina, traduzione a cura di Internazionale

tratto da http://www.inventati.org/cortocircuito/2016/01/21/la-finanza-islamica-conquista-lasia/

I prodotti finanziari conformi alla sharia si stanno diffondendo nei paesi asiatici. Soprattutto in Malesia, Indonesia e Cina

Negli ultimi anni l’espansione della finanza islamica ha riscosso un interesse crescente. In Cina i musulmani rappresentano solo una piccola percentuale della popolazione, ma ci sono già diverse imprese che usano prodotti finanziari islamici. Gli esperti fanno notare che la “nuova via della seta” (il progetto infrastrutturale lan- ciato da Pechino per collegare l’Asia, l’Africa e l’Europa) attraversa molti paesi a maggioranza musulmana e quindi la finanza che segue i precetti del Corano potrebbe avere un ruolo importante nella sua realizzazione.

Come sottolinea Viviam Jamal, direttrice esecutiva della commissione per lo sviluppo economico del Bahrein, nel Medio Oriente e nel sudest asiatico gli investimenti nella finanza islamica rappresentano un quarto della disponibilità bancaria. In questo contesto “la Cina potrebbe fare molto”, aggiunge Jamal. “Un’azione fondamentale sarebbe quella di garantire, con leggi e regolamenti, che le istituzioni finanziarie islamiche possano competere in un ambiente imparziale”.

Abdulhakeem Y. Al Khayyat, amministratore delegato della Kuwait Finance House nel Bahrein, spiega che la conformità della finanza islamica alla sharia, la legge coranica, permette di accedere più rapidamente ad alcune realtà finanziarie uniche al mondo: per esempio mercati emergenti islamici densamente popolati, come quello dell’Indonesia, e aree molto ricche, come quella del golfo Persico. “Le cause della crisi finanziaria mondiale scoppiata nel 2008 sono riconducibili alla mancanza di etica e alle speculazioni irresponsabili degli investitori”, aggiunge Al Khayyat. “La finanza islamica, invece, si basa su strumenti che rispettano degli standard morali. Questa tipologia di prodotti attira sia i musulmani sia i non musulmani. E dal momento che non provocano crisi finanziarie, la loro domanda aumenta costantemente”.

Condivisione dei rischi

Nella finanza islamica gli interessi sono proibiti, così come gli investimenti in settori condannati dalla religione: per esempio la produzione di alcol e il gioco d’azzardo. Invece sono favorite la condivisione dei rischi e la partecipazione agli utili. In ogni caso è possibile ricavare profitti. Per esempio gli investitori che comprano o vendono obbligazioni islamiche (sukuk) non possono riscuotere interessi, ma ottengono un ritorno partecipando alla proprietà del progetto finanziato.

Jamal fornisce alcuni esempi. Quando sottoscrive un mutuo per comprare una casa, l’acquirente che ha ottenuto il prestito dalla banca islamica troverà sul certificato di proprietà immobiliare due nomi: il suo e quello della banca. Sul documento sarà chiaramente indicata la percentuale posseduta da ciascuna delle parti. Durante il periodo in cui l’acquirente restituisce il prestito, le quote in possesso delle parti cambiano. Quando il prestito sarà estinto, sul certificato resterà solo il nome dell’acquirente. Questa pratica riflette i princìpi di equità e condivisione dei rischi che caratterizzano la finanza islamica. Jamal, inoltre, chiarisce un possibile malinteso: non occorre essere musulmani per accedere a questo sistema. In diversi paesi, infatti, ci sono già molte persone non musulmane che usano prodotti e servizi finanziari islamici.

Jamal ricorda che il Bahrein ha una lunga storia come centro finanziario islamico. Qui si concentrano banche e compagnie di assicurazione islamiche, istituti di formazione e ricerca, gestori di fondi e organismi internazionali che regolano e controllano il settore. Nel paese ci sono molte persone con la formazione adatta alla finanza islamica e un ambiente in grado di capire il funzionamento del settore.

Ma diversi stati, ormai, sono in competizione per diventare centri finanziari islamici. “Vogliamo contribuire allo sviluppo di questo sistema ed espanderlo a livello globale”, dice Jamal. “E quindi non possiamo che accogliere con favore l’affermarsi di centri di finanza islamica a Londra o in Lussemburgo, inoltre ci auguriamo che centri finanziari già sviluppati, come quello malese, continuino a dare il loro contributo. Il Bahrein spesso sostiene altri paesi con lo scopo di promuovere il settore. Cre- diamo che questa sia una cosa positiva e che possa produrre vantaggi per il paese”.

Secondo una ricerca recente, oggi il giro d’affari della finanza islamica è di 1.810 miliardi di dollari: 1.340 miliardi sono gestiti dalle banche commerciali islamiche, 33,4 miliardi dalle assicurazioni e 29,5 miliardi sono costituiti da obbligazioni. Nel 2020 il giro d’affari passerà a 3.250 miliardi. Quest’enorme mercato ha attirato l’interesse di molti paesi, che stanno provando a diventare “centri finanziari islamici internazionali”.

Centri di primo piano

Secondo uno studio citato da Gulf Times, un quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, oggi la finanza islamica ha solo due centri di primo piano: la Malesia e gli Emirati Arabi Uniti. Dubai, in particolare, rappresenta uno dei mercati più importanti per le transazioni basate sui prodotti finanziari islamici ed è il terzo centro almondo per lo scambio dei sukuk. Alla metà del 2014 il valore di queste obbligazioni quotate alla borsa di Dubai aveva raggiunto i 22 miliardi di dollari, di cui più di 18 miliardi erano scambiati al Nasdaq Dubai (un indice aperto agli investitori e alle aziende internazionali). La Banca islamica per lo sviluppo, inoltre, ha già avviato un piano per l’emissione di sukuk attraverso il Nasdaq Dubai pari a dieci miliardi di dollari. Questa operazione darà un ulteriore impulso allo sviluppo dell’emirato come centro finanziario islamico.

Nel maggio del 2015, invece, la Malesia ha emesso 150 milioni di dollari in obbligazioni islamiche. Il premier e ministro delle finanze malese Najib Razak ha dichiarato che “il piano permetterà di consolidare la posizione del paese come centro finanziario islamico internazionale”. Le obbligazioni lanciate dalla Malesia includono sukuk con scadenza decennale e un valore pari a un miliardo di dollari e altri titoli con scadenza trentennale per un valore di 500 milioni. Questi ultimi sono i primi titoli obbligazionari islamici al mondo ad avere una scadenza così lunga e hanno già raggiunto un valore sei volte superiore a quello iniziale: una conferma dell’alto gradimento che questi prodotti finanziari riscuotono sul mercato, e della fiducia verso il sistema malese da parte dei capitali stranieri.

Anche il presidente indonesiano Joko Vidodo ha più volte espresso la speranza che in futuro il suo paese diventi un centro finanziario islamico mondiale. Vidodo si dice ottimista, perché l’Indonesia è il paese con il maggior numero di musulmani al mondo ed è il più grande mercato mondiale per l’acquisto dei sukuk da parte degli investitori privati. Gradualmente diventerà il principale stato a emettere obbligazioni islamiche. Se il paese continuerà a sfruttare il suo potenziale, la speranza del presidente indonesiano è destinata a diventare realtà.

La nuova via della seta

In questa corsa alla finanza islamica si è ritagliato un piccolo spazio anche Hong Kong. Nel settembre del 2014 l’ex colonia britannica ha emesso obbligazioni islamiche per un miliardo di dollari, e nell’aprile del 2015 l’autorità monetaria di Hong Kong ha annunciato l’emissione di una seconda tranche di obbligazioni dello stesso valore entro la fine dell’anno. Il piano ha una durata complessiva di cinque anni. Hong Kong ritiene che con questa seconda tranche potrà consolidare la sua posizione di centro finanziario islamico emergente. In Cina non ci sono ancora istituzioni finanziare islamiche specializzate, ma molte aziende pensano di aprirsi al settore.

Il responsabile per l’area Asia-Pacifico dello Shariah Advisory Group di Ginevra, una società di consulenza specializzata nella finanza islamica, ha dichiarato all’agenzia Reuters che “sulla spinta del progetto della nuova via della seta oggi le imprese statali e private cinesi sono sempre più disposte a sviluppare iniziative di finanza islamica”. Lo Shariah Advisory Group, per esempio, sta aiutando il gruppo Hna a finanziare l’acquisto di una flotta di navi, per una cifra pari a 150 milioni di dollari: l’operazione potrebbe essere il primo prestito ottenuto da un’azienda cinese attraverso un istituto finanziario islamico. Il responsabile del progetto ha aggiunto che l’Hna ha anche intenzione di emettere obbligazioni islamiche offshore.

Lo scorso ottobre l’azienda immobiliare cinese Country Garden ha annunciato un programma per l’emissione di obbligazioni islamiche a medio termine attraverso una società controllata con sede in Malesia: il valore nominale dell’emissione è pari a 1,5 miliardi di ringgit (circa 350 milioni di dollari). È il primo esempio di titoli immobiliari islamici emessi su scala nazionale. Zhang Yansheng, direttore dell’istituto per la ricerca economica internazionale, ha dichiarato che il Ningxia, regione autonoma nel nord della Cina, potrebbe diventare la base della cooperazione finanziaria tra Pechino e i paesi del golfo Persico. La speranza è che nel giro di cinque, massimo dieci anni il Ningxia diventi un centro finanziario islamico cinese di respiro internazionale. Abdulhakeem Y. Al Khayyat, invece, ritiene che Shanghai abbia più possibilità. Secondo il manager, un centro finanziario islamico può fiorire più facilmente in una borsa tradizionale. Anche il Bahrein, infatti, prima di diventare un centro finanziario islamico era una piazza finanziaria già avviata.

La finanza islamica, infine, richiede la disponibilità di professionisti qualificati. Secondo Jamal, se la Cina vuole sviluppare il settore è molto importante che la formazione del personale avvenga anche all’estero. “Anche se i professionisti cinesi della finanza raggiungono già un livello molto alto, hanno ancora bisogno di imparare dalle migliori realtà internazionali. La Cina potrebbe per esempio inviare personale in Malesia o negli istituti di formazione del Bahrein. Oppure collaborare con questi istituti di formazione”.

22 gennaio 2016

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