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Liberi di emigrare: “Per il bene che ti voglio” di Michele Cecchini

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perilbenechetivoglioQuello tra Livorno ed il libro è un rapporto ormai da tempo consolidato. Per la tradizione  editoriale e libraria, ma anche per la prolifica produzione saggistica e  letteraria.
Michele Cecchini è uno scrittore di origine lucchese che da tempo vive a Livorno. Tra gli animatori a Lucca dell'esperienza dello spazio autogestito Il Mattaccio, dove si occupava delle attività culturali, co-fondatore del Cineforum Ezechiele 25,17 (realtà tuttora molto attiva), Michele nel 2010 pubblica il suo primo romanzo “Dall'aprile a Shantih”, con il quale ha aperto a Praga una rassegna dedicata agli esordienti italiani. Insieme a Ettore Borzacchini ha ideato, scritto e condotto il programma radiofonico “Aperte Virgolette”. Dopo la scomparsa del Borzacchini, Michele ha ripreso a metà della stagione successiva con un nuovo format radiofonico, “Saccadé”, in cui via via ospita suoi amici, tra i quali Bobo Rondelli, Pilade Cantini, Marco Malvaldi, Antonio Bardi, Daniele Caluri, Michele Crestacci e molti altri. Lo scorso 15 aprile è uscito il suo secondo romanzo, “Per il bene che ti voglio”, che ha avuto un'ottima accoglienza: il giro di presentazioni sta attraversando tutta l'Italia e il romanzo è stato 'Libro del giorno' a “Fahrenheit”, la trasmissione in onda su RadioTre. Lo abbiamo incontrato sui gradoni della Curva Nord dello stadio Armando Picchi e ne abbiamo approfittato per parlare del suo libro.

Partiamo da Livorno. Perché?
Quello a Livorno è stato, per così dire, un passaggio per me necessario ma non dettato dalle circostanze. A volte, semplicemente, capita di riconoscere i luoghi con cui si percepiscono affinità. E per quello che riguarda la mia piccola esperienza, posso confermare che Livorno è una città accogliente: mi ha aperto spazi e mi ha offerto opportunità. Con il tempo, poi ho provveduto al trasferimento professionale (adesso è docente di materie letterarie in un istituto superiore in città, ndr). Non escludo di spostarmi ancora, in futuro. Magari all'estero, chissà. Spostarsi fa bene, aiuta a crescere e a vedere le cose da una prospettiva sempre nuova.

Questo romanzo, come il primo, è edito dalla casa editrice Erasmo. Anche questa è una scelta che ha a che fare con Livorno.
Ho avuto la fortuna, tramite un amico comune, di conoscere Franco Ferrucci, editore e libraio, cui sottoposi il manoscritto del mio primo romanzo. A lui piacque e decise di pubblicarlo. Era il febbraio del 2010. Fu un gesto coraggioso, perché si trattava di un testo decisamente sperimentale. La scomparsa di Franco ha costituito per la città una perdita gravissima, perché era un punto di riferimento, un animatore abilissimo nel coinvolgere e nell'aggregare. Devo molto al suo supporto e al suo incoraggiamento. Con il mio secondo romanzo volevo contribuire alla salvaguardia e alla crescita di un progetto-chiave per la città, quale appunto la casa editrice, con cui collaboro anche per altri progetti.

“Per il bene che ti voglio” racconta di un emigrante che negli anni '30 si trasferisce negli Stati Uniti. Come è nata l'idea?
Mio nonno Umberto nel 1923 sbarcò a Ellis Island e fu uno di quelli che finì ‘a pala e piccone’. Nel corso del tempo, il ramo da parte di mio padre si è spostato quasi per intero a San Francisco. Dalle nostre parti è cosa abituale: pare ci siano più lucchesi a San Francisco che a Lucca. Ogni tanto venivano a trovarci questi parenti, i classici “ameri'ani di Lucca”: persone che a me bambino parevano piovute da un altro pianeta, vestite in modo improbabile e che parlavano una lingua tutta loro. Scrivere di queste persone è stato un po' riattraversare un pezzo della mia storia familiare.
Il protagonista del tuo libro però è un emigrante anomalo: si trasferisce negli Stati Uniti per tentare la fortuna nel circuito dei teatri Off-Broadway...
Sì, si tratta di un'emigrazione non dettata da esigenze economiche ma artistiche. Ci tenevo a rifuggire dal cliché del povero emigrante con la valigia di cartone, su cui già tanto è stato detto e scritto. Tutto sommato, il protagonista del mio libro rivendica il diritto e la libertà di spostarsi, a prescindere dal tipo di esigenza.

Alcune porzioni del romanzo sono scritte in una lingua particolare, che definisci "italiese".
Coloro che partivano per l'America, inevitabilmente si contaminavano con un altro mondo, per cui non gli era più possibile mantenere l'identità di partenza. Allo stesso tempo, non erano ancora pronti per una piena integrazione nel luogo di arrivo. I primi emigranti dunque rimangono in una sorta di limbo, finiscono per essere “non più” e allo stesso tempo “non ancora”. Nel mio personaggio questo ibridismo è evidente fin dal nome: Antonio Bevilacqua in America decide di essere Tony Drinkwater.  Ecco, in questa “terra di mezzo” abitata da chi non è più italiano e non ancora americano, rientra anche la lingua: anche qui gli emigranti si ritrovano “a metà”, perché parlano appunto 'italiese', un goffo miscuglio di italiano e inglese che qualcuno ha definito “lingua della sopravvivenza”. Per farti qualche esempio, non dicevano “lavoro”, ma “giobbo” (da job), non “strada” ma “stritta” (street), “sciumecca” invece di “calzolaio” (da shoes maker)  e così via. In calce al romanzo ho messo un piccolo vocabolario 'italiese-italiano': in qualche modo la mia vuole essere anche un'operazione di salvaguardia di questo piccolo patrimonio, che ritengo molto poetico proprio perché racconta il disperato tentativo di integrarsi, di diventare a tutti i costi qualcos'altro quando ancora non se ne hanno i requisiti. Credo che qui stia uno dei perni attorno a cui ruota il romanzo: la ricostruzione storica era per me un pretesto per parlare di uomini a metà, di terre di mezzo, di metamorfosi in corso e trasformazioni di carattere esistenziale. Tutte cose che ritengo attualissime.

A proposito di attualità: credi che la buona accoglienza ricevuta dal tuo romanzo sia dovuta anche al fatto che racconti l'emigrazione?
Non c'è stata presentazione dove non sia stato avvicinato da qualcuno che aveva il desiderio di raccontarmi vicissitudini familiari che avevano a che fare con l'emigrazione. Vicende spesso assai dolorose. Purtroppo ho la sensazione che con questo fenomeno, che ha riguardato milioni di italiani, ancora non si siano fatti per bene i conti. I manuali di storia, per dire, dedicano all'emigrazione nel migliore dei casi un paragrafo. Comprendere e conoscere quanto accaduto, viceversa, aiuterebbe non poco nella valutazione dei fenomeni attuali, anche per cogliere certe evidenti simmetrie.

La parte americana del libro si svolge anche a San Francisco, che tu delinei come una città molto mediterranea.
Sì, nel testo la rappresentazione della città ha decisamente a che fare con Livorno. Qui non si tratta solo della innegabile parentela che storicamente c'è con l'America, ma anche e soprattutto per le analogie proprio con San Francisco: entrambe hanno di fronte a sé un'isola che ospita un carcere, e poi il porto, l'accoglienza, la vocazione all'espressione artistica, ma anche la funicolare e il Cable Car, il ponce e l'irish coffee, i presidi militari. Ecco, la parentela si ritrova a mio giudizio soprattutto nella tenacia con cui San Francisco e Livorno difendono la propria libertà e i propri spazi di autonomia, anche nel sopperire a emergenze sociali, come quelle abitative e culturali.  

Un'ultima cosa: al momento hai qualche altro progetto in cantiere?
No, per ora no. La scrittura di un libro è una cosa molto gratificante ma anche molto faticosa. Le pagine sono il frutto di continui rifacimenti, di un lavoro anche doloroso, emotivamente sfiancante. Qualche idea già ce l'ho ma per il momento mi dedico alle presentazioni. In ottobre sarò a Bologna, a Mantova, ad Arezzo e altrove.

 

Redazione

Pubblicato sul numero 108 (novembre 2015) dell'edizione cartacea di Senza Soste.

Info: www.michelececchini.it


 

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