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Libro: Ribelli senza congedo (2009)

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ribellisenzacongedo.gifLA RIVOLUZIONE MANCATA o come accadde che la rivoluzione, che sembrava ad un passo, venne tradita per l'ennesima volta.

È uscito nel 2009, per le edizioni “zero in condotta”, un libro decisamente interessante dal titolo “Ribelli senza congedo”. L'autore, Marco Rossi, peraltro non nuovo a ricerche sottili ed importanti quali questa, capaci di mettere in rilievo lati oscuri della storia ufficiale ed aspetti spesso volutamente nascosti ma invece determinanti per capire certi eventi, affronta con questo testo un tema alquanto spinoso e una questione che possiamo considerare a tutt'oggi irrisolta.

Il tema è quello della resistenza, affrontato però secondo un'ottica diversa da quella della storiografia ufficiale, la quale ne minimizza l'importanza e chiude anticipatamente il capitolo; la questione quella della “rivoluzione mancata” che, verso la fine della seconda guerra mondiale e nel primo dopoguerra, sembrava essere ad un passo ma che venne ancora una volta osteggiata, tradita e bloccata proprio da coloro che, a parole, la promuovevano. Questo libro apre così lo sguardo sull'ennesimo capitolo di una “storia dell'infamia” che ha svolto un ruolo tanto importante nella storia d'italia ma non solo. Nello specifico caso italiano è degno di nota come tra i principali protagonisti di questa particolare storia ci siano uomini e movimenti politici che erano nati, almeno sulla carta, per favorire l'emancipazione e la liberazione umana, a partire da quella dei più deboli e dei più poveri. In particolar modo, il PCI e la sua schiera di vassalli, che ha recitato in questo senso la parte più importante, frenando e normalizzando il popolo ogni volta se ne presentasse la necessità e stigmatizzando e combattendo ogni impeto rivoluzionario quanto nessun partito di destra avrebbe mai potuto fare. Il libro di Marco Rossi scruta in questa melma e ci mette di fronte una volta di più a malefatte che ancora oggi si cerca di nascondere, nonostante sia passato più di mezzo secolo e molte cose siano venute in chiaro, a cominciare dunque da responsabilità e ruoli nella mancata (benché a parole sempre promessa) emancipazione del proletariato dai vincoli della invece sempre vezzeggiata e supportata (benhé a parole sempre ripudiata) società del capitale.

Ma vediamo più nel dettaglio cosa ci dice il libro stesso.

Innanzitutto, che la stessa data del 25 aprile 1945, ufficialmente riconosciuta come l'anniversario della liberazione dal fascismo, è quanto mai posticcia e decisa ad arte, con scopi precisi e “politicamente scorretti”: con questa data infatti “... si vorrebbe far iniziare e concludere l'insurrezione popolare contro il fascismo e l'occupazione nazista, negando che quella guerra civile e sociale aveva un 'prima' e, soprattutto, che conobbe un 'dopo'  tutt'altro che composto e riconciliato sotto la bandiera della cosiddetta pacificazione nazionale”. (p.7)

I partigiani infatti (specie al nord, all'epoca evidentemente non ancora contaminato da squallide ideologie leghiste), ma anche tutti coloro che speravano in una conclusione diversa della guerra al fascismo e al nazismo - in una conclusione cioè che avesse come esito una società diversa, socialista ed egualitaria, e non la macabra riproposizione della versione rammodernata (ma nemmeno troppo) della società classista e capitalista che aveva portato a quella stessa guerra - tutti questi insomma non si accontentarono certo di un formale “cessate il fuoco”, oltretutto poco dopo accompagnato da offensive e vergognose oscenità come l'armistizio per i fascisti firmato dal “compagno” togliatti o il reintegro di quasi tutti i prefetti della dittatura fascista, mossa quest'ultima che la diceva lunga sul tipo di società post-bellica che si andava preparando. Finita la guerra, e presa coscienza del tipo di macchinazione in atto, molte bande partigiane si ricostituirono e tornarono sui monti, pronte a riprendere la lotta per una più autentica liberazione. Questo episodio, cancellato con un colpo di penna da tutti i manuali di storia, rappresenta un boccone ancora difficile da digerire per la storiografia ufficiale, specie di “sinistra”. Eppure, il fenomeno non fu di poco conto, e ben difficile da gestire. Il PCI come sempre si mostrò particolarmente zelante nel reprimere o nell'aiutare la repressione di questo fenomeno di “ribellismo diffuso”. Già con la svolta di Salerno del '44, con la quale riconobbe, in nome dell'unità della nazione, la monarchia, ma prima ancora, intitolando le sue formazioni partigiane all'eroe nazionale Garibaldi – preoccupato che la lotta partigiana potesse deviare verso una lotta di classe – il PCI di Togliatti rese ben palese quale fosse l'esito del conflitto che gli interessava e verso il quale stava lavorando. Come da manuale, questo partito appiccicò subito ai ribelli l'etichetta di “elementi provocatori” che volevano impedire il ritorno alla legalità e all'ordine e chiese al CLN e a tutti i partiti di riconoscere solo l'ANPI – organismo sotto il suo controllo - come unica organizzazione rappresentativa dei partigiani. Queste misure non ebbero comunque molto successo, come non ebbero successo le calunnie nei confronti dei partigiani, calunnie come quelle sulle famose “rese dei conti” e gli abusi commessi, che vengono ripetute ad ogni pie' sospinto anche oggi, ma che restano di fatto senza fondamento. Giusto per farsi un'idea, se dopo la liberazione ci furono vendette e violenze, “si trattò comunque di una violenza … che assunse dimensioni anche inferiori rispetto a quanto si sarebbe potuto preventivare dopo oltre un ventennio di dittatura e quasi due anni di guerra civile. In Francia, in confronto, furono arrestati circa un milione di collaborazionisti, mentre le esecuzioni sommarie sono state stimate nell'ordine di diverse decine di migliaia e le sentenze capitali eseguite superarono le 700. Anche riguardo l'epurazione, 'nella classifica di severità compilate dagli studiosi stranieri, al primo posto viene il belgio, all'ultimo l'italia. L'epurazione italiana fu, relativamente, più mite di quella del lussemburgo'”. (p.17).

In altre parole, in italia per i fascisti andò tutt'altro che male: secondo il rapporto voluto dal ministro dell'interno del governo de gasperi, un'indagine presso tutte le prefetture italiane stabilì che i fascisti giustiziati dopo la fine della guerra furono 8197. Se a questo aggiungiamo il grande favore che il guardasigilli togliatti, con decreto presidenziale del 22 giugno 1946, fece ai fascisti amnistiandoli in massa e permettendone il reintegro nelle varie funzioni statali (mentre i partigiani accusati di violenze avvenute anche durante la guerra restavano in carcere), il tutto entro un clima di restaurazione capitalistica guidato dagli USA che nasceva a danno dei lavoratori e del popolo intero, non è difficile comprendere i motivi che spinsero numerose formazioni partigiane a ritrovarsi e tornare sui monti.

L'atto dunque che fece veramente sussultare i partigiani e tutti coloro che avevano lottato contro il nazi-fascismo, la vera e propria goccia che fece traboccare il vaso, fu questo armistizio per i fascisti firmato da Togliatti nel '46 nella sua veste di ministro di grazia e giustizia del governo Parri. Quale che fosse il calcolo politico con il quale venne a posteriori motivato (per ottenere voti fascisti a favore della repubblica nell'imminente referendum, per la “pacificazione nazionale”, per favorire accordi di governo e così la fantomatica lenta penetrazione nelle istituzioni borghesi etc.etc.), questa mossa venne interpretata da gran parte movimento partigiano come l'ultimo passo di una serie di provvedimenti anti-popolari dettati da interessi politici ed economici interessati a ripristinare la situazione antecedente alla fine della guerra. A rincarare la dose, il fatto che quest'amnistia non valeva per gli antifascisti e i partigiani, “processati e condannati anche a lunghe pene detentive per presunti reati commessi prima, durante e immediatamente dopo la Resistenza”, (p.34) condanne emesse peraltro da una magistratura fascista prontamente reintegrata al suo posto. “A completare il desolante quadro di generalizzata indulgenza per i fascisti, nel dicembre '53 sarebbe intervenuto un indulto presidenziale 'per i reati politici e quelli connessi, e per i reati inerenti a fatti bellici commessi da chi fosse appartenuto a formazioni armate del'8 settembre 1943 al 18 giugno 1046', con cui venivano equiparate le brigate nere alle formazioni partigiane. Al dicembre 1952, il ministero di grazie e giustizia giunse ad 'escludere che vi siano stati condannati per collaborazionismo i quali abbiano interamente espiato la pene loro inflitta'”. (p.35)

La reazione non si fece attendere: scoppiarono tumulti un po' ovunque, e nacquero formazioni come la “Volante Rossa” che organizzarono una vera e propria caccia ai criminali fascisti tornati in libertà. Tuttavia i comandi alleati, instauratisi al potere una volta finita la guerra, con la complicità dei loro vassalli di destra e di sinistra, si adoperarono per tamponare questa emergenza. Più ancora però, restaurarono ai loro posti industriali, banchieri e finanzieri implicati con il fascismo (praticamente tutti). Ma non furono soli in quest'opera di “ripristino” dello status ante quo. La CGIL, anch'essa mai doma protagonista di questa ideale “storia dell'infamia”, firmò coi padroni accordi che permettevano licenziamenti e la “tregua” salariale, motivando il tutto con “la necessità di risanare i bilanci aziendali e non aggravare l'inflazione”. (p.41) La Nuova Italia era (quasi) fatta, persino la Costituzione “si inserì nel quadro di ristabilimento dell'ordine patronale, come annotato da Pietro Calamandrei: 'per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere una rivoluzione promessa'. In questo modo venivano giuridicamente riconosciuti diritti civili e libertà formali, destinati a rimanere lettera morta, incanalando così la futura iniziativa della sinistra politica e del movimento dei lavoratori in un'infinita quanto perdente lotta per l'applicazione e il rispetto del dettato costituzionale, mentre la classe padronale rinnovava il suo dominio incrementando i proventi con l'avvio della ricostruzione”. (p.41)

Queste illuminanti parole fanno da epilogo a questa storia mancata, quella di una rivoluzione intravista e assaporata, ma ancora una volta frustrata sul nascere e corrotta in particolar modo ancora una volta proprio da quelli che sarebbero, molto teoricamente, dovuti esserne i protagonisti e i soggetti principali.

Subito dopo l'amnistia, nel '46 rinascono le prime formazioni neo-fasciste, e da lì si riproporranno continuamente, nelle varie forme e nei vari modi che tutti sanno, fino ad oggi, che sono tornate ad essere il problema sociale che sono. La stessa polizia di Scelba, tragicamente nota al movimento operaio post-bellico, si nutrì di questa linfa.

Resta tuttavia viva e valida anche oggi l'istanza libertaria e di giustizia sociale che mosse praticamente tutto il movimento partigiano, come il testo di Marco Rossi ben mette in chiaro. Riprendendo le parole di un partigiano veneto citato nel libro, il quale dice: “Noi partigiani non siamo in congedo, siamo ancora mobilitati. Il nemico che avevamo ieri l'abbiamo ancora oggi” (p.72), ci sarebbe credo solo da aggiungere che il nemico non è solo un avversario politico, ma più ancora un sistema sociale criminale e assurdo, che la storia e l'umanità non possono più sostenere e verso il quale e' necessario resistere oggi come allora.

Inviato a senzasoste.it da Cybergodz

19 gennaio 2010

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