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Rete: Un manifesto contro il pensiero unico neoliberista

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almareUn “Manifesto per la libertà del pensiero economico” affinché si riapra il dibattito sulle diverse impostazioni teoriche nel momento in cui si è palesata la crisi delle “teorie economiche dominanti” e del “fondamentalismo liberista che da esse traeva legittimazione e vigore”: a promuoverlo è l’Associazione Paolo Sylos Labini, impegnata a tener viva la memoria ma soprattutto lo spirito di impegno civile del grande economista italiano scomparso quattro anni fa.
Le prime firme sono quelle di economisti ed intellettuali molti diversi fra loro in quanto a formazione, esperienze professionali, ambiti di interesse e approccio teorico ai problemi dell’economia, tutti però accomunati dalla volontà – e ancor prima dalla presa d’atto di una stringente necessità – di procedere ad una riapertura dell’“universo del discorso” dopo gli anni del conformismo e della “verità unica” imposta nella scienza economica.
Fra i vari nomi troviamo quelli di Giorgio Ruffolo, Alessandro Roncaglia, Paolo De Joanna, Luciano Barca, Giorgio Lunghini, Mario Pianta, Luciano Gallino, Mario Sarcinelli, Michele Salvati, Stefano Fassina, Loretta Napoleoni, Nadia Urbinati, Riccardo Realfonzo, Roberto Artoni, Cristina Comencini, Roberto Petrini, Giulietto Chiesa. Hanno aderito inoltre la rivista Critica Liberale, i portali di informazione economica Sbilanciamoci.info ed Economia e Politica, e l’Associazione Rossi-Doria.
In un celeberrimo passaggio della Teoria generale John Maynard Keynes scrive che “le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle.
Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso gli schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di qualche anno addietro”.
In effetti non è possibile capire le ragioni profonde della crisi globale esplosa nel 2007-2008, così come quelle alla base del mutamento strutturale che ha investito le nostre società negli ultimi 30 anni, senza fare riferimento alle idee che in campo economico si sono imposte come egemoni nello stesso arco di tempo, dettando l’agenda programmatica dei governi o fornendo una legittimazione teorica alle iniziative politiche di questi ultimi.
Si legge infatti sul Manifesto: le teorie economiche dominanti “non avevano colto la fragilità del regime di accumulazione neoliberista” e hanno anzi “partecipato alla edificazione di quel regime, favorendo la finanziarizzazione dell’economia, la liberalizzazione dei mercati finanziari, il deterioramento delle tutele e delle condizioni di lavoro, un drastico peggioramento nella distribuzione dei redditi e l’aggravarsi dei problemi di domanda”. È venuto quindi il momento di “dare spazio alle teorie alternative – keynesiana, classica, istituzionalista, evolutiva, storico-critica nella ricchezza delle loro varianti – nell’insegnamento e nella ricerca”. “Le concentrazioni di potere (nelle università, nei centri di ricerca nazionali e internazionali, nelle istituzioni economiche nazionali e internazionali, nei media), come quelle che hanno favorito nella fase più recente l’accettazione acritica del fondamentalismo liberista, debbono essere combattute”. Ciò significa anche, si legge ancora nel Manifesto, avviare una rilettura critica del metodo di ricerca così che “la raffinatezza tecnica dell’analisi” non divenga più “un obiettivo autoreferenziale” responsabile peraltro dell’appiattimento della formazione dei giovani economisti. Se lo scopo della ricerca è quello di conoscere la realtà sociale che ci circonda la scienza economica non può non avvalersi dell’“interscambio con le altre scienze sociali” e di un vasto ventaglio di strumenti, “dall’analisi storiografica a quella econometrica, dall’analisi delle istituzioni alla costruzione di modelli matematici”.
Per uscire dalla crisi e contribuire a riformare le nostre società in direzione di una maggiore giustizia sociale e stabilità il Manifesto elenca anche una “nuova agenda” fatta di cinque punti: nuove forme di integrazione fra mercato, Stato e società; ripensamento delle regole e degli obiettivi dell’integrazione economica globale; nuovo umanesimo del lavoro; riduzione delle disuguaglianze; sviluppo più equilibrato, più attento all’ambiente e alla qualità della vita.
L’iniziativa del Manifesto promosso dalla Associazione Sylos Labini – con il prestigio delle firme che lo hanno già sottoscritto – rappresenta un segnale di straordinaria importanza non solo per il mondo scientifico-accademico ma anche per il mondo politico ed i movimenti della società civile. In un Paese come il nostro, nel quale la politica istituzionale sembra essere sempre più avvitata in una spirale di autoreferenzialità, appare urgente riportare il dibattito alla centralità dei bisogni dei cittadini e alla loro dimensione materiale, nel tentativo di dare risposte concrete ad una crisi della quale sentiremo ancora a lungo le conseguenze. È possibile firmare il “Manifesto per la libertà del pensiero economico” sul sito dell’associazione Paolo Sylos Labini (clicca qui).
di Emilio Carnevali
pubblicato su: micromegaonline
(4 febbraio 2010)
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