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Rifiuti Zero - Una rivoluzione in corso: una recensione del libro

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RIFIUTI ZERO – UNA RIVOLUZIONE IN CORSO

di Paul Connett, con la collaborazione di Rossano Ercolini e Patrizia Lo Sciuto

Dissensi edizioni, 2012

rifiuti zero copertinaI recenti avvenimenti che hanno interessato l'AAMPS, e che sono ben lungi dall'esaurirsi, mettono in rilievo la criticità della gestione dei rifiuti oggi, e la necessità di trovare una risposta adeguata ad un problema tanto scottante. Livorno in questo senso non rappresenta certo un'eccezione quanto piuttosto un esempio particolarmente significativo di gestione sconsiderata, che si protrae da molti anni e che ha individuato solo nell'incenerimento e nella discarica la soluzione al “problema rifiuto”, e insieme della crisi epocale che sta subendo un certo tipo di “civiltà”, il cui senso ultimo può essere riassunto con il motto “produci, consuma, crepa”.

Può essere utile, in questo senso, leggere (e trarne qualche importante suggerimento da un) il bel libro, uscito nella primavera 2012, a cura di Paul Connett (professore di chimica e tossicologia alla St. Lawrence University e fondatore della strategia “Rifiuti Zero”), dal titolo Rifiuti Zero – una rivoluzione in corso, scritto in collaborazione con Rossano Ercolini e Patrizia Lo Sciuto, due nomi anch'essi ben noti (specie il primo, vincitore nel 2013 del Goldman Environmental prize, una sorta di “Nobel” dell'ecologia) nel panorama della lotta alle discariche e agli inceneritori in favore del riuso e del riciclo – in una parola, del passaggio della concezione del rifiuto da scarto a risorsa.

In un momento storico in cui la crisi si manifesta anche come crisi ambientale - con un riscaldamento globale che sta sconvolgendo il clima terracqueo e un fiorire di nocività e mafie legate alla gestione dei rifiuti - la strategia “Rifiuti Zero” rappresenta una concreta inversione di tendenza e indica verso una possibile via d'uscita da questa situazione oramai quasi fuori controllo.

Il libro di Paul Connett esce dunque in un momento particolarmente importante, e prova a fare il punto della situazione, enucleando le motivazioni e i punti forti della strategia, riportando molti esempi di tentativi più o meno riusciti di applicazione nel mondo di questa stessa strategia e infine la testimonianza di alcuni protagonisti di questa avventura, chiudendo con una intervista di Patrizia Lo Sciuto a Rossano Ercolini.

La tesi di fondo è che sia impossibile per la terra sostenere gli attuali ritmi di consumo e l'annessa produzione di rifiuti. Non si dà il tempo alla terra di ricostituire le risorse, si blocca cioè il meccanismo della rigenerazione che ha sostenuto la terra per ere intere – prima almeno dell'arrivo dell'homo oeconomicus. “I rifiuti sono l'evidenza che stiamo facendo qualcosa di sbagliato” (ivi p.11). Con la rivoluzione industriale abbiamo imposto al pianeta tempi lineari mentre la natura funziona per cicli (vedi a questo propsito il video “la natura delle cose” prodotto da GAIA, Global Alliance for Incineration Alternatives: https://www.youtube.com/watch?v=0ZzbDhcs5B0). Traino nefasto di questa folle baracca è la pubblicità, che induce ad un consumo malato e criminale.

La strategia “Rifiuti Zero” vuole essere una risposta a tutto questo. Essa significa innanzitutto prendere una nuova direzione sin dall'inizio. Non si deve cioè intervenire più sullo stadio finale del ciclo della merce, quindi il rifiuto, per smaltirlo, incenerirlo o che altro, ma su quello iniziale, che comincia con una migliore progettazione industriale e finisce con uno stile di vita “post-consumista”.

L'industria deve cominciare a progettare i prodotti in modo che gli imballaggi possano essere riutilizzabili o riciclabili, e i prodotti stessi concepiti per avere una vita lunga ed essere facilmente smontabili e riparabili. Importante è anche abolire, nelle fasi della produzione, l'uso di sostanze tossiche. L'impatto sull'ambiente e sulla salute umana degli effetti di queste sostanze è temibile e rappresenta un costo sociale notevole, sia in termini di denaro che di vittime (quindi anche sanitario). In Inghilterra esiste la WEEE (Waste Electrical and Electronic Equipment) che è una legge la quale obbliga i produttori di materiale elettrico ed elettronico a raccogliere, trattare e riparare a loro spese quel materiale una volta che il consumatore lo dismette. In realtà questo obbligo si è rivelato persino redditizio per le imprese di quel ramo, perché da quegli apparecchi dismessi estraggono oro e materiali preziosi, al tempo stesso risparmiando molto sia sui costi di smaltimento che su quelli di produzione (molta “materia prima” se la trovano così già in casa). Un esempio importante in questo senso è la compagnia XEROX, che in questo modo raccoglie il 95% del materiale e risparmia una media di 76 milioni di dollari all'anno. (vedi p.16) Per queste ragioni, molte aziende hanno intrapreso un simile percorso (una lista è qui ==> http://www.grrn.org/page/zero-waste-business-profiles). “Il rifiuto solido è l'aspetto visibile dell'inefficienza” (ivi p.16)

La strategia Rifiuti Zero richiede 10 passi, qui brevemente sintetizzati:

1-separazione alla fonte – è importante dividere bene i rifiuti. La suddivisione ottimale è in 12 categorie (vedi III capitolo), ma in una città del Giappone sono arrivati a 28!

2-raccolta porta a porta – va ben organizzata, e di solito si fa con 3 raccoglitori (come a San Francisco, dove hanno raggiunto il 78% di raccolta differenziata già nel 2011), max. 4 (come nella maggior parte dei comuni italiani che l'hanno adottata). Importante curare bene la raccolta dell'organico.

3-compostaggio – parte forse più importante del riciclo. La frazione organica si trasforma da maleodorante rifiuto, che genera metano e percolato in discarica, in prezioso concime per l'agricoltura. L'incenerimento di questa componente causa invece forti emissioni di CO2, che contribuiscono all'effetto serra. Altro aspetto importante del compostaggio è che, come accade per esempio a Zurigo dove si incoraggia il compostaggio collettivo, questa pratica favorisce la socialità e lo scambio (esiste persino un sito, purtroppo solo in inglese, per diventare “maestri di compostaggio”: http://www.gardenorganic.org.uk/composting/mastercomposter.php).

4-riciclo – dal punto di vista economico, è preferibile che i punti di riciclo si trovino vicini alle città, perché richiedono molta forza lavoro e sono prossimi alle industrie, loro “clienti” naturali. Questo dovrebbe creare un ciclo armonico fra campagna e città, dove la campagna ricicli l'organico anche della città, e la città ricicli i rifiuti non organici anche della campagna. Un esempio “vivente”: in Canada, precisamente in Nova Scotia (provincia di 900.000 abitanti), i rifiuti riciclati vengono per lo più' utilizzati dalle industrie della provincia stessa. Il risultato sono stati la creazione di 1000 posti di lavoro per la raccolta e il trattamento dei materiali e altri 2000 nelle industrie che usano materie seconde.

5-riuso, riparazione e decostruzione (non distruzione) dei vecchi edifici - il riuso e la riparazione di oggetti che non sono ancora rifiuti (ma lo diverrebbero senza questi passaggi) è un'altra attività che porta reddito e occupazione, oltre a far bene all'ambiente. Urban Ore (http://www.urbanore.com/) è una struttura che si trova a Berkeley, California, ed è gestita da più di 30 anni da due coniugi, ora in pensione. Fattura 3 milioni di dollari all'anno ed impiega stabilmente 30 dipendenti ben pagati e assicurati. Altro esempio: Recycle North (http://www.resourcevt.org/) che fattura un milione di dollari e impiega 27 persone. Come accade per il compostaggio, anche questo tipo di iniziative promuove la socialità, e gli esempi di cui sopra sono diventati centri di riferimento per le comunità locali. Insieme a queste attività, va di pari passo la decostruzione (quindi non la distruzione) di vecchi edifici, oppure il loro rinnovo – anche se la decostruzione crea più posti di lavoro e permette il recupero di molto materiale di valore (esempi: Renovators Recycling ==> http://www.renovators-resource.com/reno/index.php, ad Halifax, sempre in Nova Scotia, oppure Sonrise Recycling ==> http://www.recycleworks.org/)

San Francisco (850.000 abitanti) sta dimostrando che già solo la combinazione di questi primi 5 passi ha portato, come abbiamo detto, già nel 2011 ad una raccolta differenziata pari al 78% dei rifiuti, eliminando inoltre gli inceneritori

6-iniziative di riduzione dei rifiuti – i passi precedenti non eliminano comunque del tutto i rifiuti, perché ne resta sempre una frazione residua, per quanto ridotta al minimo. Per affrontare anche questa parte, occorrono alcune misure da applicare, come ad esempio proibire o tassare le buste di plastica, promuovere il sistema di erogazione senza imballaggio, dove i clienti portino i loro contenitori da riempire (in Italia l'ottimo esempio di Effecorta, a Capannori ==> http://www.effecorta.it/), utilizzare sempre più il vetro per i liquidi e recuperarlo e riusarlo (in Ontario, Canada, sono stati creati più di 2000 posti di lavoro per recuperare e pulire le bottiglie di birra, a spese dell'industria della birra - che evidentemente ci guadagna da tutto questo - e non della comunità), usare pannolini lavabili, etc.etc.

7-incentivi - è importante anche che amministratori sensibili introducano sistemi che frenino la dismissione di frazione residua. Uno e' il “pay-by-bag”, cioè si acquista il sacchetto per l'indifferenziata, e ovviamente più se ne produce, più se ne acquista, più si è penalizzati economicamente. Normalmente la gente si lamenta quando partono queste iniziative (preferiscono morire di tumori evidentemente), però sempre un amministratore sensibile e un attimo sgamato può bilanciare la “sofferenza” introducendo un “premio”, facendo cioè pagare meno chi produce meno residuo rispetto al previsto (per esempio, rispetto alla media dell'anno precedente)

8-separazione residuo e centro ricerca rifiuti zero - “La differenza chiave tra lo smaltimento dei rifiuti (discariche e inceneritori) e la strategia Rifiuti Zero è nel modo in cui è trattata la frazione residua. Lo smaltimento cerca di far sparire i residui, la strategia Rifiuti Zero ha bisogno di renderli ben visibili”. (ivi p.26) Da qui l'importanza dello studio sul residuo, che va inviato ad un centro di separazione e ricerca rifiuti zero, che è il contrario della discarica. (es. Nova Scotia ==> http://www.reduceyourwaste.ca/). Anche qui ovviamente c'è creazione di posti di lavoro, anche se di tecnici più specializzati (che possono comunque essere formati). “Il centro per lo screening del residuo e di ricerca rifiuti zero è il passo decisivo verso rifiuti zero e la sostenibilità”. (ivi p.28)

9-responsabilità industriale – come detto in precedenza, si tratta soprattutto di studiare e trovare forme diverse di imballaggi, che siano riciclabili e riusabili, e produrre oggetti durevoli e facilmente riparabili. Con le industrie si tratta di contrattare: visto che loro conoscono solo il tintinnare dei talleri sonanti, sono disposte a scendere a patti se vengono toccate proprio li', nel vivo. Capannori ad esempio ha saputo, grazie a Rossano Ercolini trovare un accordo con Lavazza per le confezioni del caffè per le macchinette stile bar. Il principio di fondo dovrebbe essere “Se non possiamo riusarlo, riciclarlo o compostarlo, l'industria non dovrebbe produrlo e noi non dovremmo comprarlo. Nel XXI secolo abbiamo bisogno di una migliore progettazione industriale e di una migliore educazione al consumo” (ivi p.29). L'aiuto alla progettazione industriale dovrebbe essere uno dei compiti dei centri di ricerca rifiuti zero.

10-discarica piccola temporanea – Infine, almeno fino alla completa realizzazione della strategia Rifiuti Zero, sarà necessario prevedere una piccola e transitoria discarica per il residuo veramente non recuperabile. Nel migliore dei casi, attualmente le discariche meglio organizzate cercano di affinare il sistema di controllo del rifiuto internamente alla discarica stessa, provando soprattutto a tenere sotto controllo – spesso e volentieri senza successo - quello che il rifiuto produce (cercando quindi di minimizzare il percolato, raccogliere il metano prodotto dalla decomposizione, dividere le masse di rifiuti con strati di terra). La “piccola discarica temporanea” gestita secondo i criteri della strategia Rifiuti Zero controlla invece principalmente che cosa entra nella discarica, quindi ha un approccio radicalmente diverso da quelle tradizionali. Si tratta essenzialmente di evitare al massimo l'entrata di rifiuti tossici e di materiale organico (qui si torna all'importanza fondamentale del compostaggio).

Rifiuti Zero si dimostra così essere una strategia agli antipodi di quella legata all'incenerimento: “L'incenerimento converte 3-4 tonnellate di spazzatura in una tonnellata di ceneri che nessuno vuole. Rifiuti zero converte tre tonnellate di spazzatura in una tonnellata di compost, una tonnellata di riciclabili e una tonnellata di educazione” (ivi p.32-33). Inoltre, fa risparmiare da 3 a 4 volte più energia di quanta non ne produca qualsiasi inceneritore (vedi http://www.airqualitymatters.ca/wp-content/uploads/Jeffrey-Morris.pdf) e per alcuni materiali, per esempio il famoso PET, cioè la plastica delle bottiglie, fino a 26 volte di più! (vedi http://www.pembina.org/pub/1449, e anche http://www.glu.org/en/system/files/FS3energy.pdf).

Ovviamente, affinché tutti questi suggerimenti non restino solo tali, ma si trasformino in intervento concreto, occorre una “volontà politica” che sembra, al momento attuale, manchi – al di là di proclami o buone intenzioni, ed anche di pratiche “virtuose” esistenti che comunque realizzano solo in parte, e spesso malamente, i dettami di questa strategia. Una “volontà” che abbia anche il coraggio di scontrarsi con gruppi di potere e interessi di multinazionali, e questo forse è ciò che manca sopra ogni cosa, perché per la politica “ufficiale” potrebbe significare letteralmente sputare nel piatto dove mangia. Senza pensare che sia la panacea di tutti i mali, ma consapevoli del fatto che può essere un importante viatico verso un altro tipo di civiltà - questa sì autentica -, la strategia Rifiuti Zero è invece oramai ineludibile e non rimandabile, e di essa occorre farsi carico con decisione, “imponendola” là dove tentennamenti o depistaggi finiscono per rinviarla. Ma per far questo, ancora una volta dovranno tornare ad essere protagoniste le persone stesse, senza demandare ad altri, che teoricamente dovrebbero “rappresentarne” interessi ed aspirazioni, l'effettiva realizzazione di progetti così importanti, almeno se vogliamo dare una chance di vivibilità ad un mondo che diventa sempre meno “sostenibile” e vivibile, in molti sensi.

inviato a Senza Soste da Massimo Maggini

gennaio 2015

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