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Uscito nelle librerie "Stadio Italia. I conflitti del calcio moderno"

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StadioItaliaDopo alcune settimane di ritardo dal 7 aprile è finalmente disponibile nelle librerie l'atteso volume Stadio Italia, i conflitti del calcio moderno, un libro collettivo , al quale hanno partecipato anche vari autori livornesi, che analizza e mette al centro della riflessione sul calcio, "i poteri e le istituzioni che governano il gioco, l’economia che lo ristruttura completamente, i conflitti che lo attraversano. È così una controinchiesta, una prima descrizione dei meccanismi di potere che, trasformando il calcio, trasformano ben più delle regole di un gioco".  Riproponiamo per l'occasione anche sul sito gli estratti già pubblicati sull'ultimo numero cartaceo (marzo) di Senza Soste.

Quali conflitti si giocano attorno al calcio moderno, quello cresciuto sotto i riflettori delle pay tv? Quali tecnologie di controllo, quali modelli di consumo, quali normative di sicurezza nascono sul terreno del calcio moderno per essere esportate nel complesso della società? Come sta cambiando la cultura del tifo mentre il calcio è un brand televisivo maturo difeso da una legislazione di sicurezza? Che ne è delle tifoserie, dei conflitti aperti dal calcio, mentre si progettano stadi che coincidono con i centri commerciali? E infine, quale è la natura inquieta del gioco del calcio, sport attorno al quale, come nessun altro, si giocano miriadi di conflitti?
Queste ed altre domande si è posto il volume collettivo Stadio Italia, i conflitti del calcio moderno, Casa Husher, Firenze (pg. 250, euro 14,00) curato da Silvano Cacciari e Lorenzo Giudici.  Il libro, per un totale di undici autori di cui molti livornesi,  tenta di offrire una sistematizzazione e raccolta di materiali nuovi, inediti, spiazzanti con una bibliografia che fa i conti con le più recenti produzioni d’Oltremanica su questi argomenti. Affronta i temi dei conflitti legati al calcio dal punto di vista della storia soggettiva delle curve come dei comportamenti delle istituzioni del controllo, del marketing legato al football come prodotto, delle modalità di racconto del gioco tramite il cinema e la televisione. Il testo contiene poi un’inchiesta sulle mutazioni della tifoseria livornese: come viene vissuto oggi l’evento calcistico e quale giudizio viene dato dal resto della città nei confronti di chi vive il calcio in curva.
Nel complesso gli autori invitano a ripensare lo stadio come paradigma, il centro simbolico di un insieme di pratiche, di relazioni, di memorie e di identità che ospita al suo interno un gioco per sua natura destinato a generare conflitti. Non ridurre a questioni di ordine pubblico, gli elementi di tensione che attraversano il calcio e l’intero tessuto sociale in cui è immerso offre un nuovo punto di osservazione per valutare temi decisivi per un’analisi del potere ai giorni nostri.
Applicati al calcio, all’ultras, i dispositivi di controllo e repressione del dissenso,  finiscono infatti per circolare in tutte i settori “caldi” di un contesto sociale: lo stadio diventa a quel punto un laboratorio di un modello sociale da imporre altrove.
Del resto chi ha vissuto sulla propria pelle la continua opera di contenimento della “cultura da stadio” aveva appeso da tempo alla “balaustra” uno striscione inequivocabile: “Leggi speciali: oggi per gli ultrà, domani in tutta la città”. Una segnalazione ignorata per essere poi percepita nella realtà della piazza in particolare con le vicende di Napoli 2001 e del G8 genovese: pratiche di polizia “fuori controllo” che fecero gridare allo scandalo i cittadini ma che non sorpresero eccessivamente chi aveva già subito gli abusi di prassi che non sottostavano a “regolari” garanzie giuridiche.  Per introdurre i materiali del libro presentiamo alcuni estratti proprio di un’intervista ad un tifoso sampdoriano che ha partecipato agli incidenti del luglio 2001 che dimostrano la capacità degli ultras, non comune nelle strade di Genova, di sapere rispondere alle strategie de-regolarizzate della polizia, assumendo, con altri soggetti, un ruolo di primo piano nella resistenza alla dichiarazione di guerra che il potere repressivo, e non altri, esternarono con brutale violenza a protezione di quel summit.

 

scavalcalementotifosi
Hai partecipato, in qualche modo, alle discussioni che hanno fatto da sfondo alle giornate genovesi anti-G8?
No. Non ho seguito un granché la fase dei preparativi. Con qualche altro sono stato a sentire un paio di cose del Genova Social Forum
ma ce ne siamo andati via ben velocemente [..] dai discorsi che sentivi, non solo nessuno di questi pensava di andare in piazza ad attaccare gli sbirri e provare non dico a far saltare ma per lo meno a disturbare sul serio il G8, ma non prendevano neppure in considerazione l'idea che fossero proprio gli sbirri a venire a cercare te.
Ma voi, come gruppi di tifosi, siete scesi in piazza in maniera unitaria, anche da un punto di vista organizzativo?
[…] Ci siamo andati portandoci dietro delle cose ma senza un piano in testa. L'idea era quella di stare a vedere come buttava e poi metterci dentro alle situazioni che ci sembravano meglio. In piazza, ma lo sapevamo già da prima, avremmo trovato altri gruppi come noi. Tra noi non c'era un'organizzazione ma un po’ l'idea, come in parte è stato, che quando ci sarebbe stato da muoversi lo avremmo fatto come siamo abituati a fare.
Un modello che avete ripreso dall'esperienza maturata nelle vicende legate allo stadio?
Sì, in gran parte l'esperienza dello stadio e di tutto quello che succede intorno era il bagaglio che un po’ tutti condividevamo. In piazza ci siamo comportati allo stesso modo almeno all'inizio anche se poi, parlo almeno per il mio gruppo e per qualche altro, abbiamo seguito molto il modello dei black block.
Per quale motivo?
Un po’ perché il loro modello operativo, parlo proprio da un punto di vista tecnico, non era molto distante dal nostro. Cioè, forse è il caso che mi spiego meglio. Anche loro si è visto che erano abituati a muoversi per gruppi non troppo numerosi che dovevano conoscersi molto bene tra loro. Si è visto da come si muovevano. Erano pressoché perfetti. E questo vuol dire che tra loro erano molto uniti e ognuno aveva una fiducia cieca nell'altro. Questo succede solo tra gruppi che sono molto legati, che condividono molte cose. Questo è una cosa che li rendeva simili a noi perché, anche nei gruppi da stadio, quando ti devi mettere a fare le cose le fai con quelli con i quali condividi gran parte della tua vita. Per fare gli scontri e non combinare casini devi essere legato con chi li fai, sapere che su di lui puoi contare come su un fratello. Per questo non basta la semplice condivisione di una fede calcistica così come, credo, per quanto riguarda i black block non basta la condivisione di un'idea politica. In piazza, non di rado, ti giochi il culo e lo puoi fare solo con chi sei molto affiatato. Con tutti gli altri puoi coordinarti, decidere di colpire insieme in un certo modo. Questo va bene, ma, quando poi si tratta che ognuno deve fare la sua parte, la cosa migliore è che ogni gruppo veramente affiatato faccia il suo. I black, da quello che ho visto, si muovono in un modo molto simile anche se con maggiore organizzazione e coordinazione. Io e molti di noi ne siamo rimasti letteralmente affascinati. Questo per quanto riguarda l'aspetto diciamo tecnico, del modo di stare in piazza, ma poi anche perché il loro modo di muoversi ci è sembrato quello che più pagava. In questo sono molto diversi da noi. Infatti, contrariamente a noi che soprattutto eravamo abituati al confronto diretto con gli sbirri, loro riducevano il più possibile il contatto. Non andavano alla ricerca del corpo a corpo come di solito facciamo noi. Quando attaccavano gli sbirri lo facevano all'improvviso, da una posizione di forza, se li tiravano dietro ma allo scopo di liberare una zona, dove altri gruppi intervenivano per fare le loro storie. In questo modo, attraverso attacchi improvvisi e veloci ripiegamenti non facevano più capire un cazzo agli sbirri, che si affannavano a corrergli dietro senza mai riuscire a ingaggiare un vero e proprio contatto con loro[...] Molti di noi hanno finito con l'unirsi a loro, rimanendo entusiasti non solo della loro tattica in piazza, ma anche di come erano attrezzati per reggere le situazioni, riuscendo a cavarsela in ogni circostanza, usando al meglio tutto ciò che la città gli offriva. Una cosa che ci ha molto colpito era come loro avessero dietro soprattutto degli attrezzi da lavoro che usavano per recuperare, strada facendo, gli strumenti di offesa e di difesa che gli servivano. Con quelli hanno smontato mezza città. Questo è stato un insegnamento molto utile. Con qualche cacciavite, chiave inglese, pinze e tenaglie è possibile recuperare una quantità di materiale offensivo e difensivo impressionante. A questo punto anche il materiale incendiario non hai bisogno di portartelo dietro perché lo puoi recuperare in un sacco di posti. I supermarket, tanto per dire, ne sono pieni. Un'altra cosa che ci ha parecchio impressionato è stata la loro conoscenza quasi perfetta del territorio. Si muovevano come se a Genova ci fossero nati.[..]. Dopo il G8 abbiamo iniziato a muoverci [come gruppo ultras, ndr] tenendo maggiormente a mente quel tipo di insegnamento.

 


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