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Crisi di Dubai: a rischio i capitali per il rigassificatore di Livorno?

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Nella foto la Golar Frost ormeggiata in Sudafrica (2008) prima di prendere la direzione di Dubai

Il 26 novembre la notizia si è abbattuta come una bomba sui mercati finanziari: la Dubai World, la holding statale che controlla colossi del settore immobiliare, della logistica, della finanza e dell’energia del piccolo emirato, ha chiesto ai creditori un rinvio di sei mesi sul debito. Insomma la Dubai World con i suoi 60 miliardi di dollari di passività (pari al 70% dell’intero debito statale) è sull’orlo del fallimento.

Secondo il Credit Suisse, le banche occidentali, soprattutto svizzere, francesi, inglesi, tedesche e americane, sono esposte per circa 40 milioni di dollari.

Come abbiamo potuto leggere sulla stampa (poco) e sulla rete (molto), il Dubai rappresenta il simbolo della crisi economica di questi anni. Staterello appartenente alla Confederazioni di sette emirati costituita fra il 1971 e il 1972 (Emirati Arabi uniti, 83600 kmq, 4 milioni e 800 mila abitanti), il Dubai ha vissuto un’incredibile espansione negli ultimi 15 anni. Praticamente privo di petrolio, il Dubai ha puntato tutto sul settore immobiliare. Politiche fiscali molto “leggere” (il Dubai occupa il 31° posto fra i “paradisi fiscali”) hanno favorito l’arrivo di consistenti capitali stranieri, investiti soprattutto nella trasformazione di questa città-stato in una “dream city”: la città dei sogni. Uno sviluppo turistico tipo Las Vegas, fondato sugli investimenti speculativi e sullo sfruttamento di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri, veri e propri schiavi senza diritti in un paese fra i più totalitari del pianeta. Capitali ingenti per realizzazioni immobiliari faraoniche per speculazioni finanziarie inimmaginabili fino a pochi anni fa.  Una curiosità: anche Berlusconi ha investito in Dubai, dove ha fondato una propria società, la Sweet Dragon ltd, e ha acquistato una lussuosa villa in uno dei quartieri più esclusivi della città, l’area di Al Barari. Berlusconi avrebbe dovuto visitare il Dubai durante la sua recente “missione” nei paesi del Golfo Persico ma evidentemente le voci del crack in arrivo lo avevano convinto a rinviarla a tempo indeterminato. Se non altro ha evitato di dire qualche stupidaggine sulla fiorente economia del paese …

I sintomi della crisi deflagrante erano visibili da tempo: la crisi economica scoppiata nell’autunno 2008 aveva colpito duro in Dubai, provocando la chiusura di molti cantieri. E’ bastato che la crisi mondiale abbia rallentato l’arrivo dei capitali per far scoppiare la “bolla” e mettere in ginocchio le finanze del Dubai.

A questo punto i nostri lettori si domanderanno, incuriositi, perché parlare del crack finanziario del Dubai sul sito del Comitato. Semplice: perché la Golar Frost, la gasiera che la OLT vorrebbe far diventare il primo rigassificatore galleggiante del mondo, si trova proprio in Dubai. Più esattamente, la Golar Frost si trova nei cantieri Drydocks World, i più grandi della regione ai quali la SAIPEM ha dato l’incarico di trasformarla in terminal di rigassificazione. Il problema è che i Drydocks World sono uno dei “gioielli” della Dubai World, la holding statale che come si è visto è sull’orlo del fallimento. Secondo quanto riferiscono autorevoli fonti specializzate, Staffetta quotidiana del 24 novembre, la Drydocks World aveva previsto di terminare i lavori (che sembra di capire non sono ancora iniziati) a metà 2010. A questo punto è lecito domandarsi se il cantiere avrà la possibilità di realizzare quanto pattuito con la SAIPEM o se la Golar Frost sarà costretta a trovarsi un altro cantiere, o se ci saranno dei ritardi che potrebbero pregiudicare tutto il progetto che, per la verità, nonostante tutti gli strombazzamenti pubblicitari procede con una notevole lentezza, basta ricordare che la OLT ha avuto l’autorizzazione alla realizzazione del terminale da quasi quattro anni (febbraio 2006). Noi siamo gli ultimi a lamentarci di questa lentezza, però segnaliamo che le difficoltà di questi giorni non fanno che sommarsi a quelle, più volte segnalate, e che riguardano soprattutto la mancanza di un contratto con gli eventuali fornitori del gas liquefatto da far arrivare a Livorno. Mentre si parla, sia pur senza l’insistenza che meriterebbe, di una gigantesca “bolla del gas”, cioè di una massa di gas che l’Italia è costretta a comprare anche se non ne ha bisogno considerati i cali dei consumi (crisi economica e autunno particolarmente mite), sarebbe interessante sapere da dove la OLT intende far arrivare il “suo” gas e a chi intende venderlo. Risposte che abbiamo fatto più volte ma che rimangono appese su quel muro di gomma che la OLT e i poteri forti, politici ed economici, che la sostengono hanno eretto da sempre attorno a questo progetto che, oggi come ieri, si conferma dannoso per l’ambiente, pericoloso per i rischi di incidente disastroso ma anche completamente inutile.

Link: Trieste alla guerra del metano contro l' impianto che fa paura

Inviato a Senza Soste da Maurizio Marchi

1 dicembre 2009

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