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La lunga storia della discarica al Limoncino (spunti per la riflessione)

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Limoncino_cava_lavoriE' vero che dopo l'allucinante seduta del Consiglio Comunale dell'altra sera potrebbe non accadere moltissimo, e sarà interessante verificare come Provincia e Comune cercheranno di modificare, in MEIUS per i cittadini, titolari di un diritto inalienabile alla salute, in PEIUS per l'imprenditore, titolare del business e delle connesse autorizzazioni, l'ampio tabulato dei rifiuti (o non rifiuti) ammessi dai protocolli istituzionali alla Discarica del Limoncino. Ma è altrettanto vero che se per una ventina di giorni non fosse stato frapposto un blocco all'ingresso dei camion nell'area della discarica-green, il lungo e articolato procedimento di ricognizione tecnico-politica che nel corso di un decennio ha preceduto le autorizzazioni vere e proprie, non sarebbe mai venuto alla luce. Lo stesso privato che ha investito qualche milione di euro nella discarica, già nel 2000 ottiene infatti un'autorizzazione comunale alla "coltivazione" dell'ex cava attiva. Un'autorizzazione della durata di dieci anni, rilasciata a norma di una pianificazione regionale delle attività estrattive di fine anni 90, che secondo lo stesso attuale Vice Sindaco e Assessore all'Ambiente Toncelli dovrebbe scadere fra qualche giorno, esattamente il 30 corrente mese, con la prospettiva pressochè automatica di un rinnovo decennale. Guarda caso. Quella pianificazione generale regionale, valutata compatibile con un Piano Strutturale che data 1998 e un Regolamento Urbanistico sforacchiato dalle varianti che risale al 1999, non è mai stata modificata da un Piano Provinciale di dettaglio (delle attività estrattive, appunto), e questo è abbastanza singolare, vista l'estrema complessità (e mutabilità) dello scenario che emerge dalla lettura delle carte messe a disposizione dal Comune di Livorno nella Commissione che ha preceduto l'infuocato Consiglio di mercoledi. Una complessità che riguarda la molteplicità dei siti estrattivi che insistono sul territorio, la loro collocazione perimetrale alle aree collinari e la stessa frenetica evoluzione della normativa che determina la classificazione di rifiuto.

Veniamo poi a sapere che le azioni di ripristino sono state frutto di una concertazione fra Comune ed un Ente di categoria (Confindustria) interessato allo smaltimento delle terre derivanti dall'attività edilizia, cioè della principale filiera economica prodotta dal nostro sistema produttivo (si fa per dire) negli ultimi vent'anni, con il territorio beffato due volte, prima dalle costruzioni e poi dagli scarti di lavorazione. Veniamo a sapere anche che quel Piano ha un nome suggestivo, il Programma Atlante, e viene battezzato con due decisioni di Giunta Comunale, una del 2003 e l'altra, decisiva, del 2007, cui si salda la richiesta di smaltimento (peraltro astrattamente lecita) del "coltivatore" Bellabarba nel 2008, da cui le conseguenti attività autorizzative del Comune e della Provincia ovviamente prive di qualsiasi ricontro e contributo popolare. Dunque, uno scenario complesso che senza quell'improvvisa indignazione popolare non sarebbe mai venuto alla luce. E che forse spiega, nonostante l'ineccepibile richiamo delle normative, come si debba lavorare ancora molto per tenere insieme l'interesse generale, il business e la trasparenza amministrativa.  

Inviato a Senza Soste da Sergio Nieri

25 settembre 2010


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