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Nubi nere su Telegate

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L'incontro in Provincia con Kutufà non ha fatto altro che ufficializzare lo stato di agitazione dei lavoratori. Ora serve un incontro con Seat

telegate_guasticce.jpgMattinata importante a Palazzo Granducale dove Rsu e sindacati hanno incontrato il Presidente della Provincia Kutufà per fare il punto della situazione di Telegate, il call center di Guasticce che dà lavoro a 400 persone e di cui Seat si vuole liberare.

Sindacati e lavoratori hanno formalizzato al presidente lo stato di agitazione dei lavoratori, passaggio formale dovuto per annunciare la possibilità di scioperi o proteste nel caso in cui la situazione dovesse precipitare.

Seat Pagine Gialle al momento ha formalizzato la volontà di vendita della tedesca Telegate (di cui Telegate Italia fa parte) attraverso il sistema dell'"offerta vincolante" con scadenza 31 dicembre. Chi è interessato all'acquisto deve fare un'offerta che però è di sua natura vincolante. Probabilmente gli operatori interessati faranno un'offerta bassa in modo tale da ripartire poi per una trattativa privata. Questo meccanismo fa pensare che la situazione non si sblocchi prima di un mese. Al momento pare ci siano le offerte di Contacta e Call&Call più una terza sulla quale c'è uno stretto riserbo.

Ma il nodo della questione è un altro. Verrà garantito il lavoro ai 400 dipendenti part-time (eccetto una ventina di team leader full time) a tempo indeterminato? Al momento a questa domanda non c'è risposta anche perché non è possibile conoscere ora il piano di investimenti e il tipo di servizio che vorrà impostare il nuovo acquirente. Però a questo punto diventa determinante sapere cosa vorrà fare Seat. Infatti pare che Seat voglia vendere tutta la galassia di partecipate straniere ma non è detto, anzi pare improbabile, che si voglia privare dei servizi 12.40 e 89.24.24 che sono fra i servizi più richiesti dell'intero panorama dei call center. In più Telegate ha una sede anche a Torino e c'è il rischio che voglia concentrare in uno solo dei due call center determinati servizi.

Insomma, la situazione è in divenire e al momento qualcuno spera che Seat non venda Telegate visto che alcune delle ultime esperienze di vendita di call center in Italia non sono andate certo benissimo (vedi il caso Eutelia) ed in ogni caso Seat è un colosso che gestisce due importanti servizi. Tuttavia Seat ormai non investe più almeno da un anno sui servizi dei call center e punta diretto su internet, fatto che in ogni caso lascerebbe ugualmente dubbi sul futuro.

Intanto il presidente Kutufà ha preso atto della situazione e come primoa azione concreta ha detto di voler portare ad un tavolo a Livorno i dirigenti Seat per capire meglio le loro intenzioni e per ricevere garanzie circa il mantenimento dei livelli occupazionali.

Una cosa è certa: questa volta la città non potrà stare a guardare un'altra azienda che se ne va dopo soli 4 anni dopo aver beneficiato di aiuti e accordi che le hanno dato la possibilità di fare profitti in cambio di lavoro. I lavoratori, le istituzioni e la città devono muoversi prima che un dirigente Seat venga a Livorno a suonare le campane a morto.

Confidiamo che il coraggio mostrato in passato da una parte di lavoratori Telegate, emerga anche questa volta e che questa vertenza diventi la vertenza di una città che inizia ad arrabbiarsi.

red. 30 dicembre 2009

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gestisce i due più impor

Seat vuole sbarazzarsi del call center Telegate

Il call center Telegate - che occupa al Lingotto 300 persone con il servizio, tra gli altri, dell'892424 - sarebbe in procinto di essere ceduto da Seat Pagine Gialle, che ne è proprietaria dal 2001, così come già avvenuto per la sede tedesca. In lizza due aziende del settore: la torinese Contacta e la milanese Call&Call.

La Seat è molto prudente e afferma che «siamo in una fase di valutazione preliminare, ma per ora non c'è nulla di concreto». L'ipotesi di cessione allarma il deputato del Pd, Stefano Esposito: «E' fondamentale che ogni vendita nel settore salvaguardi il futuro produttivo del call center. Bisogna evitare a ogni costo che si replichino casi drammatici come Phonemedia che ha generato il disastro di Agile-Eutelia. Basta con avventurieri e speculatori».

E aggiunge: «Si devono garantire i posti di lavoro e le funzioni che in questo caso sono rilevanti, non si tratta certo di lavoro povero. Invito gli enti locali a vigilare sulla cessione».

In sintonia il segretario Fiom, Giorgio Airaudo: «La Seat non ci ha comunicato alcunché; e noi chiediamo che l'azienda ci informi subito sulla situazione e su chi sono gli acquirenti».

Prosegue: «Chi acquista deve sapere che in quel call center i lavoratori si sono conquistati il diritto alla stabilizzazione; diritti che non possono essere intaccati». Se alcuni call center, come Telegate utilizzano il contratto metalmeccanico altri sono inquadrati con quello delle telecomunicazioni.

E Renato Rabellino della Slc Cgil spiega che «a livello nazionale con Call&Call non abbiamo avuto esperienze positive al contrario di Contacta, una azienda seria, dove non ci sono mai stati collaboratori a progetto e dove abbiamo fatto accordi importanti sui livelli e sul premio di risultato».

Il panorama della categoria - che occupa a Torino almeno 10 mila addetti - è molto variegato. Dice Rabellino: «In tre call center, Contacta, Icare e Comdata che insieme danno lavoro a oltre 1700 persone, le cose funzionano e gli accordi di stabilizzazione danno risultati. Ma nella categoria ci sono anche tanti sottoscala dove in troppi lavorano senza regole».

Poi c'è il caso drammatico di Agile-Eutelia dove non vengono pagati gli stipendi da quattro mesi. Ieri un gruppo di dipendenti del Comune dove hanno lavorato un centinaio di addetti Agile ha invitato i colleghi a versare un contributo al fondo di solidarietà.

Rabellino ricorda che la crisi ha ovviamente creato problemi anche ai call center e che oggi il timore maggiore è legato alle delocalizzazioni: «Le grandi società mettono in vendita i servizi a prezzi talmente bassi da rendere impossibile a una azienda seria di ottenere il contratto. Questo rischia di spingere le imprese verso la Romania».

MARINA CASSI

La Stampa, 19 dicembre 2009 

 

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