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C’era una volta

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lucarelli_corriereE’ con enorme difficoltà che ci troviamo a scrivere quanto segue.
Cristiano, perché Lucarelli per noi era Cristiano, era uno di noi. Ci sentivamo rappresentati da lui, era motivo d’orgoglio per gran parte della comunità livornese, e non solo (come spesso si è detto a sproposito) per i tifosi del Livorno e per gli ultrà in particolare. Cristiano ci rappresentava, era una sorta di ambasciatore a giro per il mondo della migliore livornesità. Una persona semplice, cresciuta tra il popolo, che non aveva mai rinnegato le proprie origini, schietta, che diceva quel che pensava e che non aveva paura di essere giudicata forte del fatto che le sue esternazioni, spesso dirompenti e raramente diplomatiche, erano il pensiero di un’intera comunità che stava al suo fianco. Sapevamo che il suo sentirsi “comunista” aveva basi non troppo solide, ma per noi era un dettaglio perché nella sua semplicità Cristiano aveva dimostrato davvero, in più occasioni, di condividere alcuni di quei valori che differenziano un “compagno” da una persona qualunque.
Cristiano è stato un grande calciatore. Cristiano Lucarelli, probabilmente, è stato e resterà per sempre una bandiera del Livorno. Una bandiera di quelle vere, sebbene la tifoseria, su questo, fosse spaccata ancor prima che decidesse di trasferire armi e bagagli in una sperduta e triste città ucraina. A molti tifosi, specie quelli della gradinata e della tribuna, non sono mai andate giù le esternazioni di taglio politico, la difesa a spada tratta delle Bal sempre e comunque. “Lasci stare la politica – dicevano in tanti – che così il Livorno lo danneggia e basta”. A noi invece piaceva così, perché era il nostro Robin Hood. Difendeva l’indifendibile, ovvero ciò che per convenienza nessuno voleva difendere.
Qualcosa si ruppe per sempre il 15 aprile 2007, quando il pareggio di Livorno-Reggina fu combinato a tavolino per salvare entrambe le squadre. In campo quel giorno, oltre a Cristiano, c’era anche Alessandro, ma con la maglia della Reggina. Il pubblico, curva Nord compresa, contestò pesantemente quella triste messinscena. Un’indignazione sacrosanta. “Meglio in B che salvarsi così”, era il commento generale allo stadio quel giorno. Ce ne furono per tutti, anche per i Lucarelli, pesantemente offesi da quella tribuna che non aspettava altro che una giustificazione per vomitare addosso a Cristiano la colpa del suo essere così diverso da loro e di contribuire a veicolare un idea di Livorno, squadra e città, che non era la loro.
Quel giorno Cristiano si distaccò per sempre dalla sua gente. Non se la prese solo con quelli della tribuna, ma con l’intera tifoseria, Nord compresa. Non si rese conto che quel pareggio che significava salvezza era stato un tradimento nei confronti della sua gente, una farsa resa peraltro ancor più indigeribile dal suo appello fatto pochi giorni prima del match di andare in massa allo stadio a sostenere gli amaranto nella partita dell’anno.
Malgrado ciò, Cristiano se ne andò – secondo noi – da bandiera. Anche se la destinazione furono i petrorubli della mafia ucraina. Se ne andò polemicamente, convinto in cuor suo – forse a ragione – che in quei 4 anni in amaranto aveva dato più di quanto aveva ricevuto.
Quello che parte per Donetsk, poi va a Parma e infine ritorna, è un’altra persona. Nel 2007 si avventura in un’esperienza imprenditoriale fallimentare, aprendo un quotidiano senza arte né parte, politicamente ambiguo. Anziché fare un quotidiano di analisi o di inchiesta, coerente con le idee politiche che aveva sbandierato ai quattro venti, si propone di fare la guerra al Tirreno e lo sfida sul suo stesso campo, ma quel che ne esce è solo la sua brutta copia (e ce ne vuole). Paga profumatamente direttore e caporedattore ma per i primi mesi fa lavorare 13 ore al giorno, senza alcun giorno di “corta” né di ferie, i giovani giornalisti che compongono la redazione, molti dei quali inizialmente senza contratto. La redazione, limitata numericamente, viene indebitamente infoltita da collaboratori sulla carta esterni, alcuni dei quali in realtà svolgono a tutti gli effetti la mansione di redattori ordinari lavorando quotidianamente nella sede di piazza Attias. La maggior parte di questi non viene pagata, ad altri vengono dati 100 euro una tantum, i più fortunati arrivano a prenderne 200 ma solo quando Lucarelli decide di pagare, ovvero raramente. Chi riesce ad ottenere qualcosina di più, dopo un’estenuante trafila fatta di telefonate, appuntamenti non rispettati e minacce di rivolgersi agli avvocati, viene pagato al nero. Gli ultimi due anni e mezzo del Corriere sono solo una lenta agonia. Il giornale chiuderà il 10 novembre di quest’anno dopo aver cambiato tre direttori. Lucarelli ci rimetterà circa un milione e mezzo di euro e quel poco che restava della sua credibilità. I 15 dipendenti, invece (dieci giornalisti e cinque poligrafici), sette mensilità mai pagate più la quattordicesima (ci chiediamo perché non abbiano mai fatto neanche un’ora di sciopero, ma questo è un altro discorso). Vengono avvertiti della chiusura del giornale la sera alle 8 col giornale ormai in chiusura, pronto per essere inviato in tipografia: viene detto loro che la società editrice, la Adriano Sisto, era stata messa in liquidazione la sera prima (nonostante fosse creditrice di 400mila euro nei confronti della concessionaria di pubblicità, la Pubblistadium, amministrata dalla moglie di Lucarelli). Tutto ciò malgrado lo stesso Lucarelli, sia direttamente che per bocca del suo commercialista Alessandro Paternostro, aveva più volte ribadito che il progetto sarebbe andato avanti e che sarebbero stati pagati tutti gli arretrati. Lucarelli non avrà poi più alcun contatto con nessun giornalista del Corriere. Né una telefonata di scuse né di spiegazioni. Anzi: la cosa paradossale è che sembra si sia lamentato della scarsa gratitudine da loro mostrata nei suoi confronti. “Gli ho dato da lavorare per tre anni e nemmeno una telefonata di ringraziamento”. E non è una battuta. Del resto, già dai primi tempi del Corriere, amava ripetere in giro che lui aveva dato da lavorare a una quindicina di persone. Peccato non le pagasse, o le pagasse poco, o le pagasse quando voleva lui. Nei giorni scorsi i giornalisti hanno tentato invano di raggiungerlo telefonicamente ma lui si è sempre fatto negare, affermando che non era a conoscenza della situazione del giornale.
Senza andare a scomodare la vicenda Unicoop e le vergognose dichiarazioni di Mr. Cami (il plurale di camion), alias Maurizio Lucarelli, su come fa colazione e come pranza (le responsabilità dei genitori non possono e non devono essere accollate ai figli), non possiamo esimerci dall’osservare che dopo aver fatto la guerra a Spinelli perché colpevole di non amare il Livorno di cui ha tenuto la presidenza in questi anni solo per continuare a coltivare i suoi interessi imprenditoriali in porto, Lucarelli compra la Carrarese proprio per permettere al padre di entrare nel porto di Marina di Carrara.
Infine lo scandalo della casa popolare, la vicenda che rinchiude definitivamente il mito Lucarelli nel mogano e lo seppellisce per sempre anche se in questo contesto trova la forza di resuscitare per fare una cosa che lo farà restare per sempre nella memoria dei tifosi come esempio negativo di livornese arricchito: la querela al forum di alelivorno, ultimo baluardo nel web di un amore verso la maglia amarnto che non esiste quasi più.  Ogni commento, oltre che doloroso, è perfino superfluo.
Cosa resta del fu Cristiano? Restano i ricordi, molti dei quali struggenti. Resta la sua presenza furtiva in curva nelle trasferte nei campi di C, quando lui, già giocatore affermato in serie A, simulava infortuni per poter andare la domenica a vedere il suo Livorno. Restano le lacrime che molti di noi hanno versato in Baracchina Rossa quando in conferenza stampa, con un colpo di scena che nessuno si aspettava più, affermò con gli occhi lucidi che sarebbe rimasto a Livorno. Restano quei 100 metri col pugno chiuso in casa di Berlusconi all’esordio nel calcio dei padroni, quell’arrampicata sulla rete ad Auxerre, il gollettone a Pandev sotto la Nord. Resta l’orgoglio di un combattente che per la maglia amaranto scendeva in campo anche con una gamba sola. Resta la riconoscenza per quel sentimento di appartenenza urlato al mondo intero – e chissenefrega se ci ha creduto davvero o se è sempre stata una farsa -. Resta la gratitudine per quei pullman noleggiati per fare tornare i “bimbi” da Roma (in barba alle norme federali), dove erano stati segregati dalla solita banda di fascisti in divisa, e per aver difeso la curva quando questa neanche più esisteva.
E proprio perché eri uno di noi, ci resta una grande amarezza e la sensazione di aver perso una piccola parte di noi stessi. (red.)

23 dicembre 2010

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