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Livorno al ballottaggio, sola con la sua storia e senza Renzi e Grillo

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rigoreSiamo arrivati al dunque. Domenica Livorno si ritroverà ad un ballottaggio per decidere il sindaco dei prossimi 5 anni di governo della città. Non abbiamo sondaggi ufficiali o ufficiosi, ma c'è una sensazione diffusa che i candidati non siano lontani.

Come Senza Soste abbiamo seguito tutta la campagna elettorale cercando di parlare di contenuti e programmi e su quella base abbiamo cercato di farci un'idea, e dare un'idea a chi ci legge, su queste elezioni. Abbiamo notato come in questi mesi una parte di città sembra essersi risvegliata da un menefreghismo e un torpore che ha permesso a chi ci ha governato fino ad oggi di fare il comodo suo, senza fiato sul collo. È questo il dato più importante, perché solo una piccola parte del futuro di questa città passa dalle urne, quella infinitamente più grande passa invece dalla voglia diffusa di organizzarsi, informarsi, svegliarsi.

Domenica tuttavia i cittadini livornesi possono iniziare a sfilare il tappo a questa città immobile. Noi non facciamo appelli al voto, facciamo delle analisi secondo le nostre idee e la nostra interpretazione della realtà. E pare chiaro per chi ci ha seguito in questi mesi che noi riteniamo un bene per la città che il Pd perda, perché solo questo sommovimento può riportare un po' di ossigeno nelle teste delle persone e un po' di paura in quelle di chi fino ad oggi ha governato con ossequio ai poteri forti, interessi personali e cialtroneria. Sappiamo bene che quando si apre un tombino sigillato esce tanta merda sottoforma di ambigui imprenditori che aspettavano la fine di un'era, personaggi incapaci che pensano di aver inventato la politica o pericolosi cialtroni. Ma sappiamo anche che quando un potere pluridecennale se ne va, libera anche tante energie spesso represse in questa cappa di piombo che ha sempre visto coesi partito-sindacato-amministrazione.

Dopo aver valutato pro e contro ed aver visto le facce e i programmi di chi si propone come alternativa, pensiamo che questo rischio valga la pena di correrlo e che sia giusto che il Pd sia mandato via. Specialmente dopo aver assistito ad una campagna sul ballottaggio talmente vuota da essere combattuta vergognosamente sui temi dell'antifascismo e del pericolo delle destre europee alleate con il M5S. Proprio loro, il Pd, che di questi valori hanno portato avanti solo la vuota retorica scagliandosi spesso contro i movimenti e coloro che in queste battaglie si riconoscevano.

In questi giorni abbiamo assistito anche alla presenza di un terzo partito, quello degli astensionisti. Tra questi ci sono coloro che lo sono ideologicamente e coerentemente da sempre, e quelli che legittimamente il M5S non lo vogliono votare (per proprio convincimento e propria storia politica). Su questi niente da dire. Ma ci sono anche quelli che urlano ai quattro venti la loro astensione per strizzare l'occhio e far vedere al Pd che loro non sono complici di chi li vuole mandare a casa. Non si sa mai che vincano... Anche perché l'astensione, in un certo senso, è come un voto al Pd, visto che parte col netto vantaggio del primo turno.

Ma c'è anche un ultimo dato importante su questo ballottaggio che ha assunto sul panorama nazionale una valenza simbolica: l'assenza di Grillo e Renzi. Il primo perché, con un'immagine offuscata dalla batosta alle Europee e con l'abbraccio mortale con Farage, sa che la sua presenza non aiuterebbe e che per governare i territori servono capacità e serietà, non urla e battute che spaventano gli elettori. Renzi invece ha deciso di abbandonare il Pd locale anche se una parte della sua assenza è dovuta alle possibili contestazioni. In città giravano già voci di franchi tiratori renziani al primo turno che hanno votato per altre liste o non hanno votato. Ora l'assenza di colui che poteva rilanciare l'immagine grigia del partito dà a tutti questa conferma. Come abbiamo già scritto, fra 5 anni ci troveremo un Pd pieno di giovani rampanti e imprenditori impostati a fare gli illusionisti politici. Un Pd forse ancora peggiore di questo ma che drenerà voti a destra e trasversalmente tra le classi sociali. Chi vuole affondare il Pd deve farlo domenica. Dopo potrebbe essere troppo tardi.

Redazione - 6 giugno 2014

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Anche Renzi è contro il Pd livornese

renzi-cuperlo-civatiSe il mancato arrivo in città di Beppe Grillo è sostanzialmente dovuto al brutto risultato alle europee, quello di Matteo Renzi è da ricercare altrove. Avrebbe fatto carte false Ruggeri per godere dell’effetto-Renzi: la presenza del presidente del Consiglio avrebbe sicuramente favorito il rientro di una buona fetta di quel 17% (13% se considerata la coalizione) di voti di differenza - probabilmente fondamentali per l’elezione del nuovo sindaco – tra chi a Livorno ha votato PD alle Europee ma non alle Amministrative.

Un po’ come accadde nel ventennio fascista, quando progressivamente sempre più politici locali si accostarono al Duce per convenienza, anche a Livorno le fila dei piddini renziani si sono ingrossate mano a mano che Renzi e le sue lobby diventavano più potenti. Alle primarie del 2009 i politici livornesi del PD della corrente renziana si contano sulle dita di una mano. Quattro anni dopo, quando è palese a tutti che Renzi farà un sol boccone dell’amorfo Cuperlo e molti di quei bersaniani decidono di fare il salto della quaglia. A cominciare dal sindaco uscente Cosimi, fino a quel momento uno dei bersaniani (e degli anti-renziani) più convinti. Come una sorta di Fort Apache in salsa labronica, però, la segreteria livornese resta tuttora bersaniana (o cuperliana, se preferite).

Renzi, che di un’eventuale sconfitta di un improbabile candidato sindaco (in quota Cuperlo) quale Ruggeri gliene frega meno di zero (anzi!), ha deciso di servire la vendetta su un piatto rigorosamente tenuto in freddo. 6 mesi per la precisione, da quando Ruggeri, dando indicazione di voto per Cuperlo alle Primarie, parlava di Renzi più o meno indirettamente come espressione di una sinistra personalistica, incline al populismo, autoreferenziale: «Il nostro voto a Cuperlo – diceva Ruggeri al Tirreno sei mesi fa – guarda alla necessità che non si perda un'idea di sinistra moderna non personalistica, poco incline al populismo, senza la quale il Pd non sarebbe più il Pd ma un'altra cosa, totalmente differente. Il nostro voto è per un segretario del Pd, non per un candidato premier, non è contro nessuno ma per un'idea, ricordandoci tutti che questo è il nostro partito adesso e lo sarà anche dopo l’8 dicembre».

Un’enclave di cuperliani in un mondo di renziani non può certo essere vista di buon occhio da un accentratore egocentrico quale Renzi, specie se i risultati raggiunti sono fallimentari. Ruggeri ha provato a rovesciare le responsabilità sui suoi compagni di partito (e di corrente fino a sei mesi fa) buttando ulteriore benzina sul fuoco. “Punto e a capo” è il suo slogan, come se il governo della città fino ad oggi fosse stato in mano all’Amadio. Il più imbelvito per questa improbabile e vergognosa exit-strategy scelta dal triumvurato Filippi-De Filicaia-Ruggeri è proprio Cosimi, che a taccuini chiusi e a microfoni spenti ha fatto intendere che la resa dei conti all’interno del quartier generale di via Donnini è già iniziata.

Renzi, decidendo di non venire a Livorno, ha dato indicazione di voto. Perché una sconfitta del PD a Livorno – un modello di PD che non gli appartiene perché ritiene superato - porterebbe alle dimissioni di De Filicaia e al rimpasto di tutti i quadri locali dal segretario fino ai cuochi dei circoli. In caso contrario, le guerre intestine proseguirebbero a colpi di coltello per spartirsi le poltrone vacanti e i posti di potere. E a rimetterci, per altri cinque anni, sarebbe ancora una volta la città di Livorno.

Per una volta, date retta a Renzi. E votate tutti contro questo PD.

redazione 6 giugno 2014

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