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Livorno, l’Irpet fa difficoltà a nascondere la bomba su cui siamo seduti

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bomba_orologeriaLa lettura del rapporto Irpet dicembre 2011 sullo stato economico del Sel livornese impone, prima di tutto, delle considerazioni nette quanto apparentemente astratte e lontane. Se si vuol superare la grave, e dannatamente epocale, crisi economica del territorio è infatti impensabile che i check sull’economia locale siano prodotti esclusivamente da istituti come l’Irpet. Non è solo questione di metodologia di assemblaggio dei dati e di uso delle categorie di analisi, che per l’Irpet si riducono all’applicazione dello scarno apparato concettuale standard del neoliberismo, ma proprio di modalità con le quali il sapere viene prima costruito e poi diffuso.

L’Irpet funziona infatti secondo criteri istituzionali tipicamente top-down: negozia temi d’analisi con le istituzioni, costruisce una cornice di ricerca compatibile con il loro funzionamento,  e con le loro faticose mediazioni interne, produce sapere che circola entro ristretti ambiti di vertice. La società, quando c’è, si adeguerà. L’opinione pubblica ufficiale toscana dà poi notizia delle loro ricerche, tra una banalità e un delitto, in modo frammentario ed episodico. Al di là del fatto che il sistema del sapere regionale è a rischio collasso, corroso dal clientelismo come dall’autoreferenzialità delle punte di eccellenza, c’è una logica in tutto questo. L’idea che innovazione ed economia, non solo rigorosamente capitalistiche ma anche acriticamente neoliberali, siano esclusivamente governabili dall’alto. Entro un sistema di decisioni che è lo stesso immutabile da un ventennio (ed oltre): istituzioni, imprese, soggetti  concertativi con i media che ratificano l’immutabilità di questo livello di decisione. Con il resto della società regionale che ha naturalizzato questo paradigma comportandosi, quando ci riesce, come un soggetto che semplicemente chiede, sempre con scarso successo in tutti i gradi di radicalità conflittuale, risorse e diritti a chi decide. E qui la considerazione che si impone, introducendo il discorso su Livorno, è questa: il modello verticistico di produzione di sapere in Toscana non produce, né produrrà, ricchezza per tutti almeno nel prossimo decennio mentre un modello orizzontale di produzione di sapere non produrrà ricchezza se resterà al livello di critica o di opinione.

E qui la questione non è solo politica ma riguarda proprio le modalità con le quali si produce, e si distribuisce, ricchezza. Se il sapere circola in alto anche la ricchezza è destinata a depositarsi su quei piani. E il problema è tanto più stringente quando il capitalismo  si ritira dai territori, lasciando livelli di ricchezza insufficienti per la riproduzione del ciclo vitale. Livelli che non si colmano certo solo con le manifestazioni, i presidi, i referendum o le petizioni online. Insomma, non è certo solo questione livornese, la vera posta in gioco per la costruzione di una ricchezza dal basso, che entri pienamente nel ciclo vitale, è la produzione e la circolazione grassroot di sapere. Tema difficile da affrontare, non solo per l’enorme complessità sociale che abbiamo davanti, ma per la modalità eticista, moralista, formale-costituzionale con la quale i movimenti dal basso, nelle differenti gradazioni, si comportano da anni sui territori. Siamo nel mezzo di profonde trasformazioni, con fortissime ricadute sui territori, che non verranno certo fermate dai richiami etici né dai moniti contro “la casta che ruba” o tantomeno dalla costituzione. Anche nel ritiro dai territori, parziale o esteso a seconda delle economie locali, il capitale si esprime secondo criteri di potenza. Anche se nel segno della devastazione. Senza una risposta in termini di potenza, che non necessariamente è di composizione speculare a quella del capitale, in grado di rigenerare i territori beh, davvero auguri a tutti.
Istintivamente verrebbe da dire che si tratta di riprendere i temi ormai classici della società della conoscenza. Non fosse che quest’ultima ha due caratteristiche: ha fallito come modello sociale, tanto che si disinveste sul sapere della popolazione concentrandosi solo sul ciclo dei brevetti e sul loro rapporto con il profitto a breve, e dove ha funzionato ha imposto un profondo dualismo, in termini di distribuzione di ricchezza ma anche di coesione sociale, tra reti e territori in grado di produrre sapere e quelli  in grado solo di subirlo. Se immaginare reti di piccole comunità locali autosufficienti non ha senso, di fronte alla complessità di richiesta di  beni e servizi anche altamente tecnologici che attaversa ogni territorio, non lo ha nemmeno chiudersi di fronte al problema della digitalizzazione della società nel mondo capitalistico strutturata in modo tale che la ricchezza si depositi invariabilmente verso l’alto. Lasciando, ed è questa la novità, ampie e persino mature porzioni di società di fronte all’inedito problema della sopravvivenza. Che non sarà risolto richiamando le istituzioni storiche a ruoli e a comportamenti magari formalmente dovuti ma materialmente inesigibili.

Non c’è da dubitare che i movimenti attuali siano lontani da questa dimensione. Ma neanche del fatto che i problemi del prossimo futuro, aperti dalle ristrutturazioni come dalle distruzioni e dalle concentrazioni di capitale nel nuovo liberismo, impongono ai soggetti sociali di uscire dal minimalismo, dallo specialismo, dall’occasionalismo e dalla genericità con i quali si sono caratterizzati troppi movimenti in Italia nell’ultimo quarto di secolo. E’ l’uscita dalla centralità dell’impresa, per la produzione di ricchezza socialmente diffusa e in grado di sedimentarsi sul ciclo di vita, che si impone come tema e come pratica territoriale del prossimo futuro. E’ noto che i movimenti questo tema, nel migliore dei casi, sanno solo sfiorarlo. Deve essere anche noto però che l’impresa non è più in grado, neanche ad un alto livello di sfruttamento del lavoro, di garantire il ciclo vitale. E che le istituzioni dell’oggi esistono per ratificare la ritirata del capitale dai territori fin dove il capitale lo ritiene necessario.

LIVORNO IN PROSPETTIVA

Queste considerazioni valgono, in maniera radicalizzata,  se prendiamo ad analisi l’area livornese. La deindustrializzazione del territorio, peraltro evidenziata dal susseguirsi delle analisi Irpet, degli anni ’80 e ’90 ha prodotto una altrettanto radicale trasformazione della morfologia sociale livornese la cui ondata è arrivata fino a noi. Sostanzialmente sono evaporati i grandi soggetti classici organizzati, rimasti senza eredi, che costituitivano l’asse della redistribuzione delle ricchezze sul territorio. Per quanto la redistribuzione fosse paternalistica, ineguale e legata ai canoni di una società sia patriarcale e disciplinare che amorale e felicemente dissipativa. La società livornese oggi si presenta come una forbice divaricata all’estremo tra una politica istituzionale, di demenziale e infimo livello culturale e politico, impegnata nella dura lotta per la sopravvivenza (dei nessi clientelari che la compongono, delle risorse necessarie per la propria riproduzione) e una società frammentata, costituita da network chiusi ed estranei tra loro, che si riproduce per adattamento alle continue mutazioni ambientali. Una parte della società livornese ha ancora i mezzi, frutto della finanziarizzazione delle ristrutturazioni territoriali dei decenni precedenti,  per restare entro i cicli completi di consumo mentre si sta allargando la componente che si adatta sempre peggio, e con forti difficoltà, ai nuovi livelli di vita imposti dalla crisi.

Il fatto che la cultura popolare locale sia rimasta in sonno, o sostanzialmente latente, di fronte alla grave crisi non è un segnale da trascurare. Significa che la frammentazione sociale del territorio ha avuto per adesso il sopravvento e che è latente, detto con linguaggio sociologico, l’ordine morale (da non confondere con il moralismo) con il quale rispondere alle difficoltà. Non si deve però far l’errore di pensare che la cultura popolare sia scomparsa. Riemerge con il suo portato solidaristico, persino nelle metropoli, in caso di disastro grave (terremoto, attentato) o di disastro gravemente percepito. Solo che riemerge per come si è congelata lungo magari lunghi anni di sonno. Se non la si sa coltivare durante gli anni di latenza c’è il rischio che quando riemerge, in una forte crisi, si manifesti come un fenomeno sostanzialmente inservibile.
Di fronte a questo scenario, nel rapporto dicembre 2011 l’Irpet traccia una prospettiva, nonostante cautele ed eufemismi, piuttosto pericolosa per l’economia livornese. Già immediatamente dopo la crisi del 2008 l’istituto regionale sosteneva, con un occhio all’economia globale, che i livelli economici pre-crisi sul territorio  livornese sarebbero stati raggiunti nel 2014-15. Il sindaco (parola grossa, visto il personaggio), di fronte a questo rapporto, non si era allarmato più di tanto sfruttando, alla Berlusconi, la prognosi di sette anni di guai come previsione del periodo esatto dell’uscita dal tunnel. Alla crisi del 2008, di fatto ancora da smaltire, si è però aggiunta quella del debito sovrano dei paesi Ue, delle banche europee e dell’euro. Poteva accorgersene prima anche l’Irpet ma quando si è costretti a pensare,  con  automatismi degni del dogma, che il mercato corregge i propri errori solo creando ulteriore mercato di previsioni sbagliate si fanno queste ed altre.

L’entrata in recessione dell’economia italiana, dopo le finanziarie patriottiche della coppia vintage Monti-Napolitano, garantisce quindi che i livelli pre-crisi del 2007, qualsiasi cosa significhi questa parola, a Livorno non verranno raggiunti né nel 2014 né nel 2015. Con questi dati di fatto siamo quindi di fronte alla possibilità di una società livornese che rischia di affrontare difficoltà anche estreme e ad un ceto politico che, persa persino la capacità di minimizzare, semplicemente si darà alla diserzione tutte le volte che sarà possibile. La riprova? Si guardi a quali politiche di sostegno all’economia e alla società livornese sono state approntatate dal ceto politico locale in previsione, dal 2008-9, di almeno un quinquennio di guai. Il nulla è un concetto che rende bene l’idea per il tipo di politiche messe in cantiere. In compenso si è passati dalla minimizzazione dei problemi al continuo “non possiamo per via dei tagli di Roma”, ogni volta che la politica ufficiale è chiamata in causa, e alla conflittualità interna alla maggioranza, e al più grosso partito di maggioranza, per il controllo delle risorse che spettano direttamente alla politica e che scarseggiano anche su quel terreno.

Inoltre, lo avevamo segnalato come Senza Soste, diversi mesi fa l’Irpet sosteneva che i livelli occupazionali del 1997 a Livorno sarebbero stati raggiunti solo a metà degli anni ’20 di questo secolo. Una previsione da urlo di Munch, che è scivolata nella completa ed interessata indifferenza della politica livornese, e che manifesta inoltre una particolarità. Quella di essere ottimistica perché è stata formulata ipotizzando un qualche scenario di crescita, nel breve e medio periodo.  Prima delle quattro manovre patriottiche, e depressive, auspicate da Napolitano, e della recessione adesso già in atto. E di un anno, il 2012, che ha potenzialità per far rivedere al ribasso le stime di crescita occupazionali fino al decennio successivo. In questo senso non si pensi di scherzare con la storia economica: i territori sono disseminati di  storie “decenni perduti” che, in assenza di politiche anticicliche, si susseguono con la facilità del battito di ciglia. Su questi due temi, tendenze dell’economia capitalistica livornese e occupazione, qualche certezza però ce l’abbiamo. Nessuna delle forze politiche della sinistra, istituzionale e non,  è oggettivamente in grado, al momento, di mettere le mani in quest’ordine di problemi.  E il sistema istituzionale, sostanzialmente una revisione al ribasso delle tecnologie di governo dei decenni precedenti, è obsoleto quanto inadeguato ad affrontare le sfide dei prossimi anni. In un contesto dove non sono tanto messi i discussione i livelli di sopravvivenza di questa o quella sigla ma il piano elementare della vita di un territorio dai servizi, alla casa, al reddito all’accesso al sapere.
Insomma serve una innovazione politica, di segno radicale, particolarmente dinamica e marcata. La spinta per generarla può venire dalle necessità tipiche della lotta per la sopravvivenza. Qui non va sottovaluta la forza sociale che genera la percezione collettiva di questo ordine di problemi.

LIVORNO NELL’ULTIMO RAPPORTO IRPET

Il rapporto Irpet sul Sel livornese di dicembre è stato commentato dalla stampa, e poi automaticamente dal ceto politico, come un testo che certifica che, proprio per il 2011, il Pil livornese è aumentato di un punto. Facile a questo livello superficiale di lettura commentare, come ha fatto il sindaco di Livorno, che “la città tiene” ed altre amenità del genere specie di fronte a giornalisti, quando non sull’attenti, compiacenti o timorosi. In verità, anche usando l’aumento del Pil a breve per misurare la salute di un territorio, il dato in sé può essere nettamente preoccupante. Basta compararlo con le necessità di crescita annua del Pil di cui il territorio avrebbe bisogno per uscire nel medio periodo dalla crisi. Qui non spariamo numeri ma quando la produzione industriale della provincia livornese perde, secondo un altro rapporto Irpet, circa il sette per cento in un anno si comprende come un centesimo di punto di aumento di Pil non serva poi a molto al territorio comunale. Da notare poi come, nel rapporto Irpet di dicembre, non si provi poi a dare un’idea di quanto lavoro produca un punto di Pil che, secondo come è strutturato, serve solo alla statistica e al bilancio di qualche azienda. La stessa Irpet, nel rapporto sull’occupazione da noi menzionato in primavera, prima della crisi affermava  che nel bienno successivo al 2010 il Pil livornese sarebbe aumentato in presenza di contrazione dei livelli occupazionali. Il fenomeno si spiega con una maggiore tendenza al risparmio di lavoro che le aziende mostrano nei periodi di ristrutturazione. Fatto sta che la “ripresa” di questo tipo, pronosticata per 2-3 anni successivi al 2010 sembra proprio essersi  già conclusa con il 2011. E risparmiando occupazione entro caratteristiche sistemiche tutte livornesi di scarsa produzione di unità di lavoro: come afferma l’Irpet negli ultimi quindici anni “mentre si è avuto in Toscana un aumento del 10% delle unità di lavoro, a Livorno la crescita è stata nettamente minore (+ 2 %)” (pg. 17, rapporto irpet, dic. 2011). Evidentemente questa pur bassa crescita del 2 per cento va messa in comparazione con il crollo dell’occupazione complessiva visto lo stesso allarmato rapporto Irpet citato sullo stato preoccupante dell’occupazione livornese fino alla seconda metà degli anni ‘20. Per l’oggi l’Irpet afferma “nello specifico il tasso di occupazione [livornese, ndr] è inferiore a quello toscano di circa 3 punti percentuali nell’anno 2008 [quello di partenza della crisi]” (pg. 19 rapporto citato).
Insomma questo mitico un per cento di aumento di Pil livornese oltre a somigliare al classico rimbalzo tecnico, dopo due anni di recessione piena, non fa che confermare le tendenze strutturali del territorio di espulsione della popolazione dalla dimensione del lavoro, e quindi del reddito, e di una parte sempre più crescente della cittadinanza. Lo dice la stessa Irpet, e questo passaggio è stato accuratamente omesso sia dai lanci di agenzia che dal sindaco (ammesso, e non concesso, che l’abbia letto o che sia in grado di leggere un rapporto in termini analitici): “la ripresa registrata nel corso del 2011 non è quindi tale da consentire il recupero delle perdite precedenti, né tantomeno un recupero rispetto alla diffusione media del lavoro sul territorio […] .Inoltre, gli avviamenti [al lavoro, ndr] hanno riguardato in larga parte tipologie contrattuali “precarie”, che segnalano il clima di incertezza che continua a coinvolgere la ripresa” (pg. 26, rapporto citato).
L’un per cento di aumento del Pil livornese, abbellito come “ripresa”, non convince così nemmeno l’Irpet. Che, al di là del rispetto dei cerimoniali istituzionali e del proprio scarno apparato concettuale neoliberista, manifesta preoccupazioni reali per il futuro del Sel livornese. Già parlando della situazione nazionale, e nello specifico delle manovre Monti, l’Irpet afferma che nel medio periodo nel complesso dell’Italia  la produzione di ricchezza “molto difficilmente potrà raggiungere i (pur bassi) livelli livelli pre-crisi” (pg. 9, rapporto citato). E qui bisogna dire che, nonostante le cautele e un titolo del rapporto che lascia spazio alla possibilità di uscita dalla crisi, compiuto un check sistemico l’Irpet formula, anzi fa formulare ai dati e ai soggetti analizzati, un giudizio molto secco sul futuro del Sel livornese, anch’esso occultato dalla stampa mainstream: “Tutti questi fattori hanno alimentato la percezione del 2011 non come l’anno successivo a quello della svolta, ma come quello precedente a possibili nuove ricadute all’interno della crisi” (pg. 24, rapporto citato).
Seguono poi i consigli liberisti dell’Irpet per “agganciare la ripresa”, quando ci sarà rimuovendo che, per rimettere in marcia territori come il nostro questa dovrebbe avere caratteristiche cinesi, senza intravedere veri scenari di inversione di tendenza. Per quelli si confida negli anni ’20. Del resto lo dicono Angela Merkel e la presidente del FMI e quindi queste previsioni hanno tutta l’aria di essere realistiche. Ma quali conseguenze rischia di avere a Livorno un ulteriore decennio, e oltre, senza occupazione, con l’economia in devoluzione sulla morfologia del territorio, sui servizi, sulla casa, sull’assistenza sociale, sulla salute, sulle modalità stesse di riproduzione della vita?
Non può dirlo l’Irpet, che pure nell’ultimo rapporto lancia dei lineamenti di analisi sulla demografia locale, che deve pensare ad agganciare “la ripresa” (mito che la ricerca oggettivante para-istituzionale insegue da un ventennio) non possono dirlo i partiti locali che a malapena hanno gente che riesce a scrivere un comunicato (quando va detto, va detto).  Qualcuno dovrà pur dirlo. Anche perché senza questi parametri d’analisi l’intervento politico è inefficace. E’ finita l’epoca della politica fatta a braccio, per improvvisazioni sul tema. Questo è un mondo ostile e complesso che politicamente, e non solo, uccide chi non ha conoscenze di una complessità anche maggiore dell’ambiente in cui si riproduce.

Si tratta quindi di capire lo scenario per come è: il capitalismo, l’impresa, le istituzioni sul nostro territorio almeno nei prossimi due lustri non sono in grado di garantire il ciclo di vita all’intera popolazione, meno che mai servizi, e questo fenomeno va capito a fondo per invertire la tendenza e garantire livelli di vita accettabili alla popolazione. A sinistra è chiaro che è finito il semplice paradigma della rivendicazione dei diritti individuali, in modo antagonista o partecipativo: dall’altra parte, o come avversario o come referente, comincia a non esserci nessuno al quale strappare qualcosa in qualsiasi forma rivendicativa. Quando istituzioni e imprese si ritirano dal territorio infatti non lasciano ad arrangiarsi che una sorta di striscia di Gaza di inoccupati, disoccuppati, sotto-occupati, lavoratori a tempo indeterminato o addirittura professionisti con gravi difficoltà a far quadrare i bilanci senza alcun referente economico o istituzionale. E’ poi evidente che l’inversione di tendenza, quando si tratta di produrre o conservare ricchezza, segue poco il ritmo delle parole d’ordine che possono bucare o meno l’opinione pubblica. Ci deve essere una capacità di mobilitazione generale, di fare lavoro politico, di saper creare grosse masse di sapere necessarie alla produzione, socialmente orizzontale, di ricchezza che ha caratteri necessari quanto tutt’altro che scontati. Inoltre il sistema politico locale, non è tanto questione di formule elettorali, proprio perché agonizzante va liquidato per essere costituzionalmente adatto ad una economia locale, orizzontale, egualitaria, ecologicamente centrata, priva di sprechi ma anche di pauperismo, creativa ed innovativa. Se striscia di Gaza deve essere, mantendo la metafora, non ha senso lasciare l’amministrazione agli israeliani specie se questa, oltre ad essere in agonia, governa su parametri dettati da Tel-Aviv
D’altronde la politica ha regole ferree: sopravvive non certo chi prende coscienza del baratro un centimetro prima dell’abisso ma chi è in grado di innovare entro le tendenze della storia. Ducum voletem fata, nolentem trahunt, il fato guida chi vuol farsi guidare e trascina chi non vuole, diceva Seneca. Evitiamo di farci trascinare in un processo che potrebbe essere lungo, drammatico, costellato di dolore.

per Senza Soste, nique la police

26 dicembre 2011

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