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Livorno, prefetta di ferro o di latta?

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prefetturaÈ inutile nasconderlo. Da diverse settimane la politica istituzionale livornese bisbiglia, ed è il suo sport preferito, di un possibile commissariamento del Comune di Livorno. Ci sono voci fantasiose, pittoresche, e anche quelle che ritengono di essere ben informate. In queste voci si annidano speranze di protagonismo di personaggi patetici e calcoli precisi di corridio. Sul, chiamiamolo, timing del commissariamento ne abbiamo sentite diverse. Anche se c’è stata una certa convergenza di voci legata alla coincidenza delle elezioni romane oppure a presunte novità in termini di avviso di garanzia del sindaco sulla questione Limoncino o, infine, ai giudizi formali attesi su legittimità Cda Aamps e concordato. Il bisbiglio, come capita in questi casi, ha preso consistenza anche sul piano pubblico. Abbiamo visto posizioni sul rischio commissariamento legato alla privatizzazione dei servizi, sul modello del commissario Tronca a Roma, letto considerazioni sul fatto “che Livorno è già commissariata da Grillo”, notato che l’ex consigliere di centrodestra Tamburini ha mandato una lettera alla stampa in argomento dove si dice con nonchalance che, siccome i 5 Stelle una piccola maggioranza ce l’hanno, per far saltare il banco può intervenire solo la prefetta. Tamburini è probabilmente rimasto ai tempi del podestà, incurante di qualsiasi maggioranza democratica, ma è un problema suo. A noi, a parte informare sulle voci senza malizia o mitologie, interessano i fatti. Quelli che emergono alla luce del sole. E i fatti per adesso sono due. L’attivismo della prefetta sul fronte emergenza casa e ciò che dice la legge in materia di scioglimento. Mettendo tra parentesi la questione ex Atleti, dalla quale si capisce che la prefetta sceglie luoghi e ditte riferendosi direttamente a Roma come se il territorio fosse cosa morta, sul fronte casa la prefetta invece, facendosi forza della legge Lupi, ha cominciato a tagliare luce e acqua con disinvoltura.

Ci si chiede quale sia lo scopo di tanta agitazione sulla prefetta. Alimentare tensione sociale, emergenze? Favorire soluzioni “commissariali”? Le risposte non sembrano essere lontane dalle domande. Perché non si vede, in questo comportamento, una logica tendente all’allentamento delle tensioni sociali e di risoluzione delle criticità più acute in materia. Responsabilità è anche della politica livornese - ferma alla riverenza curiale nei confronti del potere nominato dalla capitale, schemi di comportamento da burocrazia sabauda e da pettegolezzo di corte - per cui nessuno chiede alla prefetta apertamente, di fronte all’opinione pubblica, di chiarire posizioni e logica complessiva delle misure prese. Solo che la politica livornese ama comportarsi da colonizzata: non tratta i problemi con le istituzioni centrali da pari a pari ma da subordinata che cerca di usare ciò che arriva da Roma per veleni interni e posizionamenti di cordate.

Ma tutto questo attivismo ha una base materiale? Siamo andati a vedere la legislazione che parla del caso più hot per la politica livornese: l’ipotesi di attivismo della prefetta in vista dell’eventuale scioglimento del consiglio comunale. Caso vissuto non in termini scolastici visto che, nella nostra città, c’è chi fa ipotesi di lavoro sia sullo scenario sciogimento che su quello normale mentre, oltre ai pittoreschi solisti della politica, c’è chi guarda con concretezza a questa possibilità. La prima possibilità, come è accaduto recentemente a Viareggio, è legata allo scioglimento per mancata approvazione del bilancio. Poi c’è quella per dimissioni o impedimento permanente del sindaco. La terza è legata a gravi motivi di ordine pubblico e, infine , c’è quella per dimissioni di oltre metà del consiglio. Tenendo conto che lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, fortunatamente, non fa parte della casistica livornese andiamo un attimo nel dettaglio sui quattro punti. Il bilancio, e il nostro non è un giudizio di merito ma di procedura, non mostra avere un iter che lo possa assimilare al caso Viareggio. Viene quindi a cadere la prima ipotesi. Nell’ipotesi, invece, di scioglimento del consiglio per dimissioni consiglieri, viste le posizioni pubbliche, non ci sono i numeri. Oltretutto, la maggioranza tiene per un voto, ma tiene. Poi, i gravi motivi di ordine pubblico non ci sono, dovrebbe scoppiare una rivolta tipo Reggio Calabria 1971 per sciogliere il Comune. Cosa rimane? La “violazione di legge” che può essere intesa in due modi. Il primo in caso di comportamenti che contraddicono la carta costituzionale (es. Dichiarare che la città agisce in conformità dei principi fascisti) e non è il caso di Livorno. Il secondo è quello della presenza di un atto lesivo della autonomia dell’ente locale stesso. Ovvero qualcosa che comprometta la stessa funzionalità dell’ente comune o, nel complesso, la funzionalità complessiva del sistema dei pubblici poteri sul territorio. E qui gli occhi sono immediatamente rivolti alla questione Aamps, ai prossimi pronunciamenti sulla legittimità del Cda e del concordato. Comunque vada su Aamps, e il nostro anche qui non è un giudizio di merito, un ipotetico intervento commissariale sui rifiuti non significherebbe il commissariamento. Un esempio? A Perugia la locale azienda dei rifiuti, la Gesenu, ha subito un commissariamento, e la sua controllata Ecoimpianti ha ricevuto una interdittiva antimafia, ma non è stato commissariato il comune, di centrodestra, che ha vinto le elezioni 2014. Non sarebbe quindi facilissimo, sempre in linea di ipotesi, dimostrare che a Livorno c’è una gravità tale di fatti da commissariare il comune quando in Umbria una controllata del comune ha ricevuto una interdittiva antimafia e il sindaco è rimasto dove era. Il motivo? Perchè, oltre al fatto che il sindaco non è mafioso, il commissariamento della partecipata non compromette la funzionalità dell’ente comune. Anche l’interruzione di servizio pubblico, che è sempre un’ipotesi che potrebbe toccare Aamps, non è facilissima da mettere, eventualmente, in campo per la prefetta. In sostanza la prefetta è co-responsabile del funzionamento dei servizi pubblici sul territorio. Per commissariare dovrebbe dimostrare che è in atto una interruzione del servizio pubblico ma anche di aver operato, fino al momento  del commissariamento, per farlo funzionare. E in modo da non essere lei co-responsabile dell'interruzione per aver fatto marcire la cosa. Terreno minato, perché ci sarebbe il rischio di certificare un tardivo intervento, solo a cose marcite, della prefetta stessa. Poi ci sarebbe da dimostrare che una interruzione Aamps lederebbe in modo tale la funzionalità dei servizi del territorio da richiedere il commissariamento del comune. Anche questo, come abbiamo visto nell'esempio di Perugia, non è automatico. Non è quindi facile, oltre a questioni più strette di opportunità politica nazionale (in caso di sconfitta di Renzi, il M5S potrebbe tornare utile ad una gestione tranquilla del post-referendum e certi precedenti, invece, peserebbero) mettere mano ad un commissariamento. Poi, magari, interviene il fatto grosso che cambia lo scenario. Ma deve intervenire, farsi realtà, uscire dalle astrazioni. Ancora non lo si è visto.

L’impressione è quindi che la prefetta più che di ferro sia di latta. O meglio, di ferro con chi reclama, giustamente, il diritto alla casa. E che fra l’altro lo fa mobilitandosi dal basso e risolvendo, almeno parzialmente, un dramma che riguarda centinaia e centinaia di persone senza ledere diritti altrui (e non ci pare poco). O nelle decisioni calate dall’alto, come per l’ex albergo Atleti, dove fa da cinghia di trasmissione dei ministeri per arrivi e appalti riguardanti i rifugiati. Di latta, invece, per i desideri dei poteri forti. Quelli che bisbigliano di liste civiche pronte magari non appena l’atto di imperio della prefetta scioglierà la giunta. O quelli che intervistano imprenditori miracolo, esperti bolliti di economia dei distretti per preparare un terreno delegittimatorio che, vedi mai il caso, può tornale utile un giorno. Insomma un’altra testimonianza della paralisi di chi si sente classe dirigente solo perché rilascia dichiarazioni, parla con chi le rilascia o posta su Facebook. Ah, poi ci sono i maghi della politica istituzionale, quelli che vogliono organizzare in grande stile una mozione di sfiducia contro il sindaco ma senza avere i numeri per farla passare. L’importante è finire incensati sul Tirreno, propagandare la propria figura di politici del nuovo millennio e accreditarsi ai poteri forti della città. Che la mozione poi sia quasi certamente respinta è, semmai, un problema secondario.

Tutto questo a testimonianza di come il lavoro di ricostruzione della politica in città debba, di fatto, ancora cominciare. Certo, casomai la responsabilità dell’amministrazione sta nel non aver un indirizzo preciso, praticato, deciso (oltre che a garanzia dei diritti) sulle politiche sociali. Ci sono, e ci sono stati, ondeggiamenti che hanno favorito un atteggiamento da protagonista della prefettura. Ma come abbiamo ripetuto più volte, l’atteggiamento strumentale delle opposizioni verso la prefetta e verso le ipotesi di commissariamento sono del tutto distaccate dalla risoluzione dei problemi, gravi, che la città sta attraversando.

redazione, 17 giugno 2016

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