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Spettri di Livorno: la contrazione economica permanente e la Lega Nord

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ghosts of marsGhosts of Mars, tra i film a torto ritenuto trai minori di Carpenter, ci riporta all’idea di come una civiltà, che ha fatto enorme fatica a formarsi, possa essere messa in pericolo dal ritorno di forze primordiali, feroci e sconosciute. In Carpenter le forze primordiali sono scatenate dall’incedere del lavoro, in quanto fantasmi che fuoriescono da un sito minerario. Gli spettri di Livorno, invece, emergono grazie al sistematico ritrarsi del lavoro, e della ricchezza, dal territorio. Riproponendo così quella forma primordiale e feroce che, in fondo, sta nei timori collettivi di una popolazione: qualcosa che percepisce trasformazione della propria città in luogo spazzato dal vento, dai rimpianti e attraversato dai fantasmi.

C’è inoltre da rimanere stupiti di come il dato più serio, tra quelli elettorali e quelli sulla ripresa dei mutui sulla casa attesa come la pioggia durante la siccità, non sia stato discusso pubblicamente a Livorno. Stiamo parlando del dato sulla deflazione che, da molti mesi consecutivi, ormai staziona stabilmente sui nostri territori.

Dall’estate dello scorso anno (cfr. La deflazione di Livorno non durerà un giorno) c’erano tutti i termini per una discussione seria sugli strumenti da adottare per cominciare ad affrontare il problema sul piano locale. Anche perché l’evidente deflazione da salari che affligge Livorno, dove i prezzi si adeguano alla spirale verso il basso dei redditi, nasconde questioni strutturali che riguardano il territorio. Questioni che non saranno certo risolte dalla crescita zero, o sottozero, sul piano nazionale. Ma non solo, sul piano della politica istituzionale livornese, non si è inquadrata la questione delle deflazione. C’è anche da scommettere che quando ritornerà un po’ di inflazione si parlerà genericamente di “ripresa” stando ben attenti a evitare di capire se si tratta di stagflazione: aumento dell’inflazione accompagnato da stagnazione economica.

Oltretutto per il futuro non risulta alcuno studio dedicato all’impatto sull’economia livornese di Darsena Europa, accordo di programma, area di crisi complessa. E tutto questo grazie, forse, al vecchio rapporto tra rimozione e trauma. Tanto più si rimuove il problema dell’assenza di efficacia di politiche istituzionali, realmente impotenti al di là della volontà dei singoli, tanto più si è destinati ad incontrarlo traumaticamente in forma brutale. Vedi la, ormai lunga, fila di tavoli istituzionali, che hanno avuto paurose difficoltà, per non dire di peggio, ad affrontare le questioni del lavoro da Delphi a TRW fino a quella in corso di People Care. Resta il dubbio, e risulta molto difficile dirlo senza ironia, su come alcune forze politiche possano parlare di necessità di un “tavolo per il lavoro” quando questa formula, specie se basata sulle vestigia della defunta concertazione, ha ormai completamente fallito. Non solo, se questa formula non fallisse, e ritrovasse vigore in un accordo di area di crisi complessa, significherebbe demandare ad un privato, con compito di privatizzare, la politica economica, e del lavoro, del territorio. E di fare politica dei redditi al ribasso. Gli accordi di crisi complessa prevedono, espressamente, infatti il monopolio di Invitalia nel fund-raising di capitali per le aree di crisi. Invitalia, a parte le questioni su sprechi e superstipendi, comunque secondarie quando si parla di politiche economiche, ha un chiaro obiettivo: non tanto quello di creare posti di lavoro, ma di adattare quanto possibile i territori a quell’abbassamento dei livelli salariali necessario per valorizzare i capitali. Una volta che Invitalia si sarà eventualmente scelta gli interlocutori per mettere capitali su Livorno le (si fa per dire) politiche industriali della città si giocheranno tra questi soggetti. Tra l’altro in un atteggiamento deflattivo, la cui vicenda della trattativa, oggi conclusa, sulla contrazione, o congelamento a seconda dei punti di vista, dei livelli salariali della acciaieria con il nuovo gruppo algerino può insegnare molte cose. A chi le vuol vedere: il pubblico, di marca PD, esiste per offrire occasioni di investimento al privato il quale, a sua volta, chiede la mano pubblica per arrivare ad ottenere peggiori livelli salari rispetto agli accordi precedenti. Per non parlare di una assenza di politica dei servizi sul territorio per cui abbiamo accordi che incidono sul locale in assenza di politiche di aggiustamento.

Livorno avrebbe quindi bisogno non certo di una Invitalia ma di una propria specifica istituzione, come è stata la Spil prima di essere trasformata in uno strumento per gonfiare la bolla immobiliare, in grado di fare politica economica pubblica, in sinergia col locale, per la rigenerazione del tessuto produttivo, e sociale, del territorio. Pubblica non a caso: i privati, sempre più apolidi nella composizione societaria e dei capitali, non hanno alcun interesse a fare una politica locale del lavoro. Cercano piuttosto un livello politico territoriale in grado di contrarre, per i loro margini di profitto, redditi e stipendi. Se ne è accorto persino un sindacalista della Fiom di Piombino quando, durante la trattativa con Cevital, si è lasciato scappare questa frase di questo tipo: “con gli stipendi così bassi si dimostra assenza di interesse verso l’economia locale che invece si dovrebbe nutrire di salari”. E questa, pericolosa, contraddizione tra economia locale ed economia di scala i retori dei “tavoli del lavoro” non riescono a vederla. E tantomeno gli effetti perversi di questi tavoli, degni di stare in un racconto di Allan Poe: tanto più sono invocati per salvare l’economia territoriale tanto più nutrono la sete luciferina delle economie di scala che si riproducono sottraendo risorse alle economie locali. Aggrapparsi in ultima istanza a Invitalia, quindi, non salverebbe la città. Nel migliore dei casi, e dovrebbe andare tutto bene, servirebbe solo a guadagnare un po’ di tempo.

Ma c’è dell’altro, in materia di risorse destinate alle economie territoriali, la questione del cambiamento di ruolo delle amministrazioni locali ci spiega molto, dopo la questione dell’assenza di politiche economiche locali, sul governo dell’evoluzione delle istituzioni da parte dello stato centrale. Governo al quale un territorio deve saper rispondere con una decisa creatività amministrativa. Ma, in materia, facciamo parlare il sindaco di Camaiore dalle pagine del Tirreno. Vale la pena di fare una lunga citazione perché l’intervento è di quelli importanti. Fa capire come è radicalmente mutato il ruolo dei comuni nell’ultimo quadriennio. Con una premessa: stiamo parlando delle politiche di restrizione dei bilanci delle amministrazioni locali a partire dal governo Monti (e della famosa lettera di Draghi e Trichet al governo italiano che hanno preceduto queste politiche. Ecco l’intervento sul Tirreno del sindaco di Camaiore (il grassetto è nostro, ndr):

“La cosiddetta "era Monti", inaugura un periodo di profondi cambiamenti in cui la finanza pubblica – termine che sintetizza l'importanza delle risorse economiche destinate all'attuazione degli indirizzi della politica - vede tramontare definitivamente il federalismo fiscale, il ricorso ai mutui per investimenti e il meccanismo dei residui finanziari dell'ente, lasciando spazio alla IUC, al fondo di solidarietà comunale e all'armonizzazione dei bilanci. Queste ultime tre voci racchiudono meccanismi di origine "centrale" che, giustificati dalla necessità di contenimento e controllo della spesa pubblica "allegra", hanno innescato una trasformazione del ruolo dei Comuni: da enti di gestione e programmazione di politiche locali si è passati ad una natura mista di enti prevalentemente di gestione degli indirizzi centrali, con un margine residuo ed esiguo di imposizione e spesa autonomamente determinate. [..] E per quello che resta nelle casse dei Comuni,bisogna fare i conti con gli "accantonamenti" che impongono di mettere in cassaforte ingenti risorse per garantire i crediti esigibili ma non riscossi - e con il "riaccertamento"- simile agli accantonamenti, ma più pesante perché volto a recuperare l'incapacità di incasso dell'ente cumulata negli ultimi dieci-quindici anni-. Nella sostanza, ai cittadini, chiediamo quanto o più di prima, ma il nuovo sistema finanziario assorbe risorse nelle pieghe della contabilità e li sottrae alla scuola, al sociale, alle manutenzioni e agli investimenti [..]”.

Un marxista vede subito dove si sta andando. Non è solo questione di assetto istituzionale Il governo delle risorse finanziarie tende all’accentramento non solo entro una politica di tagli, che deve favorire i profitti delle privatizzazioni, neanche solo entro una politica di bilancio, che in ultima istanza deve pur favorire l’attuale assetto dell’euro, ma per permettere il primato delle economie di scala sui territori. In ogni caso al pubblico, come misura per uscire dalla crisi del Big Money, è stata tolta la capacità economica di progettare. E in assenza di risorse finanziarie pubbliche, e di possibilità autonome di investimento, il privato che opera in economia di scala ha le armi, ovvero le risorse finanziarie, in grado di dettare le leggi delle ristrutturazione del territorio. E queste leggi fanno saltare contratti di lavoro, peggiorandoli, e cambiano ruolo e forma delle amministrazioni locali costrette a plasmarsi per le esigenze del privato, da trimestrale di cassa non certo da futuro di una economia locale, piuttosto che per l’investimento nel pubblico, servizi compresi.

A questo punto, uno degli spettri di Livorno trova una reale materializzazione. All’assenza di politiche pubbliche dell’economia territoriale, per cominciare a combattere la deflazione locale in tempi non biblici, corrisponde la, certificata e permanente, carenza di risorse pubbliche, imposta dalle politiche di austerità dell’eurozona, utili per investire proprio sull’economia locale. Insomma, Livorno attualmente non ha una Spil del XXI secolo, non ha risorse e, a giudicare dai dibattiti in corso, non mostra nemmeno idee in materia. Oltretutto la questione è difficile da percepirsi pubblicamente finché l’idea che passa è che investimenti pubblici e privati sono la stessa cosa basta che siano soldi. Diventa così tutta una retorica della caccia al privato senza neanche capire che può trattarsi benissimo di capitali che, sull’economia locale, hanno impatto deprimente. In questo la vicenda rigassificatore insegna molto: 900 milioni affluiti, poche decine di posti di lavoro, bollette più care e quindi meno soldi per i consumi.

L’altro spettro di Livorno, riflesso della assenza di base materiale per le politiche economiche del territorio, sta nella mancata assunzione di questi problemi nella vita politica municipale. Non solo, ancora lo scorso anno –basta andare a vedere nei programmi elettorali- le elezioni amministrative si sono svolte come se questo passaggio epocale nelle politiche municipali –da enti di programmazione economica del territorio a attori forzati della sottrazione delle risorse del territorio con residui di spesa a disposizione- non fosse ancora avvenuto. E, oltretutto, dopo le elezioni, le stesse forze politiche si sono mosse come se esistesse ancora una struttura di istituzionale di sostegno alle zone di crisi invece già smantellata, nel senso delle risorse a disposizione, già da diversi anni. Polemiche comprese, perché quando si muove sul piano della surrealtà la politica non è seconda nemmeno a Jarry. Basta vedere la composizione della giunta e le richieste delle opposizioni: tutti si muovono, chi in buona fede chi in modo strumentale, come se l’assetto istituzionale del comune fosse quello in vigore fino al 2011. Senza nemmeno tener conto che le più importanti istituzioni di governance, come la Autorità Portuale, escono dall’orbita territoriale lasciando scoperto il territorio sul piano più complessivi strumenti di politica economica. Senza menzionare il fatto che le forze sociali (sindacati, associazioni datoriali) hanno perso forza propulsiva e capacità di innovazione fin da prima della stagione della concertazione (e parliamo dei primi anni ’90). Oltretutto l’enorme confusione tra vita amministrativa e vita politica sul territorio, come se fossero la stessa cosa, non aiuta ad entrare nel nodo dei problemi.

In ultima istanza alle forze politiche territoriali, alle quali si è aggiunta ora la Lega, ormai prive di una vera base materiale per fare indirizzo economico non resta che invocare una politica da attuarsi grazie ai residui di cassa, e già il nome dice tutto, rimasti alle amministrazioni comunali. Per cui abbiamo, non a caso, una vita politica locale basata, straordinarie polemiche su chi ha tagliato meglio o è stato più parsimonioso, differenti visioni del risparmio per liberare residui di cassa e politiche economiche dello strapuntino o delle pochissime migliaia di euro. Mentre nei momenti più duri non manca l’invocazione, corale per carità, di politiche centrali che, è bene ricordarlo, non arriveranno mai. Perché la crisi dal 2008, assieme all’introduzione del pareggio di bilancio nella carta costituzionale ha finito per cambiare non solo la costituzione materiale ma anche quella formale, assieme alla forma-stato, della Repubblica. Ma a Livorno ci sono i maestri della costituzione che non si sono accorti che quella del 1948 ha oggi la stessa validità dello statuto Albertino dopo l’introduzione dello statuto dei lavoratori. Ma in un mondo di spettri politici è anche possibile che qualcuno creda di vederla operante. E trova persino chi lo prende sul serio.

Quindi retorica a palla –immaginifici nuovi patti sociali o fantasie, per quanto oneste, sui benefici del “taglio dei “costi della politica” – mentre i margini materiali di manovra economica, cioè la sostanza, sono pari ai pochi spiccioli realmente in mano. Questa non è contingenza: è il destino della politica locale se vuol morire col territorio di cui parla. Altrimenti c’è la capacità di reinventarsi le istituzioni come strumento di programmazione economica. Oltre le caratteristiche e le specificità dello stato nazionale. Tenendo conto, e l’hanno capito in tanti, che l’accordo di programma per Livorno è un santo che non suda. Tradotto in italiano: pochi soldi per il rilancio del territorio.

Già sul territorio oggi c’è la Lega. Non a causa di un lavoro politico ma, per adesso, come riflesso elettorale di un successo di audience televisivo. La Lega è però l’ultimo frutto velenoso di un processo di tribalizzazione della politica locale già iniziato da anni. E precisamente da quando, bloccato lo sviluppo e quindi la creazione di nuove risorse, Livorno si è trasformata in teatro di uno scontro tra gruppi per l’accaparramento di risorse fattesi sempre più scarse (posti di lavoro, di comando, risorse finanziarie). Non è certo solo una caratteristica locale, anzi, ma a noi ci interessa il riflesso sul territorio. Ha cominciato il PD, dove gli scontri tra fazioni erano il segno che mancavano risorse da redistribuire su tutti i piani, alla fine la tribalizzazione della politica ha toccato tutti. Ora sono arrivati i maestri dello scontro puro e semplice, tutti contro tutti, per ciò che rimane ovvero la Lega. Che della politica delle risorse scarse, dei residui di cassa, ha fatto bandiera. La Lega si batte in tanti modi. Quello definitivo è invertire il declino sul territorio. Gli appelli alla buona educazione servono a poco. Se Livorno non trova le proprie istituzioni di rilancio economico gli spettri, quelli riducono in polvere un territorio, rimangono tutti: deflazione, contrazione economica e del ruolo del pubblico sul locale, Lega Nord.

E, come per la deflazione, gli spettri di Livorno dureranno più di un giorno. Ghosts of Leghorn e vai.

Per Senza Soste, nique la police

5 giugno 2015

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