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La criminalità vera è ai vertici delle banche

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La criminalità vera è ai vertici delle banche

Claudio Conti - tratto da http://contropiano.org

Non è facile trovare su un giornale un articolo così tranchant nei confronti dei poveri disgraziati che hanno accettato di trasformare i propri soldi sul conto corrente in “obbligazioni subordinate” delle quattro banche salvate dal governo, perdendo tutto.

Poi si guarda meglio, si vede che il giornale in questione è La Stampa – organi di casa Fiat, con grandi punti di contatto con IntesaSanPaolo – e ci si rende conto che questo articolo è una difesa a spada tratta del diritto di una banca a prendere per i fondelli i propri clienti.

Sul caso ci siamo già espressi, e se fossimo dei cretini potremmo limitarci a dire – come fa mr. Manacorda - “v'è piaciuto giocare con la finanza? Ben vi sta”.

Cos'è che non funziona in una posizione del genere? In primo luogo il fatto che accetta tutti i presupposti fasulli che il capitale stesso propone. Ossia che tutti i soggetti in campo siano sullo stesso piano, possiedano tutte le informazioni indispensabili e agiscano dunque nella piena consapevolezza dei propri interessi e dei relativi rischi.

Basta guardare i protagonisti della vicenda per capire che così non è mai, né in questo caso, né in altri. In cima a tutti stanno i dirigenti delle banche, gli stessi che le hanno fatte fallire concedendo a se stessi e a pochi altri clienti “pregiati” prestiti milionari trasformatisi in “sofferenze”, insomma soldi che non tornano indietro. Costoro hanno deciso freddamente di “promuovere” presso tutti i correntisti la trasformazione dei liquidi in obbligazioni emesse dalla stessa banca. Prima in obbligazioni ordinarie, poi – al rinnovo – in obbligazioni subordinate, ovvero rimborsabili solo eventualmente, dopo aver soddisfatto altri soggetti con diritti superiori. Un po' come avviene nei fallimenti, dove si usa distinguere tra creditori privilegiati e “chirografari”. I primi ricevono qualcosa dalla svendita degli asset, i secondi – in genere – nulla.

In mezzo ci sono gli impiegati della banca, quelli che hanno ricevuto un incentivo monetario – tanto più appetibile dopo il sostanziale blocco degli aumenti contrattuali in atto da quasi un decennio – per suggerire ai clienti “la dritta” giusta, presentando l'investimento in termini assolutamente sicuri, con guadagni facili.

Sotto a tutti, come si dice in borsa, il “parco buoi”. Ossia persone di cultura e competenza diversissima, dal piccolo commerciante al pensionato ottuagenario, attirati con la promessa verbale di piccole cedole annuali. Ovvio che nel parco buoi ci sia qualcuno che ha gli strumenti per comprendere cosa sia un'obbligazione subordinata, mentre la maggior parte in questi casi sente parlare una lingua aliena.

Ma in ogni caso tra i tre livelli non c'è alcuna parità. Nè formale, né – tantomeno – sostanziale. Diciamo che siamo al limite, ed oltre, della circonvenzione di incapace.

Dunque i dirigenti di tutte le banche che abbiano rifilato ai correntisti le proprie obbligazioni – è prassi comune, generalizzata, non tipica di quelle quattro banche – andrebbero perseguiti penalmente, espropriati di ogni avere per rimborsare almeno in parte i turlupinati (capiamo che questo ridurrebbe di molto il patrimonio futuro di Maria Elena Boschi, il cui padre era vicepresidente di Banca Etruria, ma ci sembra che possa reggere la botta, no?).

Non arriva a tanto Jonathan Hill, commissario Ue ai servizi finanziari, ma ci si è avvicinato dicendo che quelle banche "hanno venduto prodotti inappropriati a persone che forse non sapevano cosa compravano". E non sembra una approvazione della formula del "salvataggio" scelta dal governo Renzi...

Se un intero sistema bancario è arrivato al punto di saccheggiare i conti correnti dei clienti, vuol dire che siamo un po' oltre i crimini ordinari delle banche. E che tutti i discorsi sulla “solidità” del sistema stesso, così come quelli che considerano i piccoli risparmiatori alla pari con i dirigenti delle banche, sono propaganda da rapinatori.

***

Sul Bianco in ciabatte: è giusto salvare gli investitori che hanno perso i soldi?

FRANCESCO MANACORDA

Se domattina uno qualsiasi di noi si avventurasse in costume e infradito sul Monte Bianco non potrebbe certo sperare in unsalvataggio rapido e garantito. Perché allora alcuni investitori che hanno sottoscritto obbligazioni subordinate di quattro piccole banche dell’Italia centrale salvate dal fallimento dovrebbero avere un trattamento privilegiato?

Perché dovrebbero usufruire di quella che il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha chiamato «un’operazione di natura umanitaria»?

Chi ha messo i soldi nelle obbligazioni subordinate (si chiamano così proprio perché il loro rimborso è subordinato al rimborso di altre categorie di creditori) lo ha fatto in cerca di rendimenti migliori di quello che potevano garantire obbligazioni più sicure o semplici titoli di Stato. Una scelta legittima, a patto che ad essa si accompagni anche la chiara percezione del fatto che a rendimenti maggiori corrispondono - senza eccezioni - rischi più alti di perdere parte o totalità del proprio capitale. Se la scelta è stata fatta con questa coscienza non c’è alcun intervento umanitario da fare; se invece la scelta è avvenuta per scarse o - peggio ancora - false informazioni da parte delle banche, allora siamo di fronte a un’ipotesi di reato. Anche perché, in base alle leggi, proprio le banche devono controllare se l’alpinista è abbastanza vestito. Fuor di metafora, devono valutare il grado di esperienza e conoscenza dell’investitore e in base a quello consentirgli solo gli investimenti a lui adatti.

La tragica notizia di un pensionato di Civitavecchia  che si sarebbe suicidato proprio per una perdita di centomila euro in obbligazioni subordinate di Banca Etruria sembrerebbe confermare che siamo di fronte a una sorta di darwinismo economico: chi se la cava di fronte al linguaggio spesso cifrato dei contratti bancari sopravvive; chi resta in trappola, magari per mancanza di cultura finanziaria, soccombe.

Ma muoversi sull’onda di questa emozione sarebbe un errore. I cittadini vanno considerati come adulti responsabili, che eventualmente vanno tutelati prima degli incidenti di percorso attraverso regole uguali per tutti; non poveri incapaci da soccorrere dopo gli incidenti, con soluzioni inevitabilmente discrezionali e destinate a creare nuove discriminazioni. Se venissero rimborsati in parte gli obbligazionisti delle quattro banche affondate - i primi che hanno provato sulla loro pelle le nuove regole sui salvataggi bancari, che sia a livello europeo sia a livello italiano sono state approvate in molti casi dagli stessi politici che oggi gridano allo scandalo - perché non dovrebbero essere aiutati altri investitori in difficoltà?

E poi il paternalismo governativo rischia di alimentare i peggiori sospetti: ci sarebbe stata tanta solerzia di dichiarazioni ministeriali se invece degli obbligazionisti di banche marchigiane e aretine - zone ad alta concentrazione di elettori Pd - lo scivolone finanziario avesse colpito ad esempio i leghisti veneti coinvolti in un qualche tragicomico esperimento bancario modello Credieuronord?

Se gli investitori hanno le loro responsabilità, questo non vuol dire però che le banche ne siano esenti. Se è vero che la maggior parte degli istituti stanno attenti a non piazzare ai loro correntisti prodotti anche potenzialmente tossici, è anche vero che chiunque abbia un amico o parente bancario sa che le reti di vendita sono spesso sottoposte a una forte pressione per piazzare ogni mese una certa quantità o un certo tipo di prodotti finanziari. Evitare possibili conflitti d’interesse rischia di essere difficile, specie per prodotti più complessi come sono appunto le obbligazioni subordinate. Per questo ieri la Banca d’Italia ha proposto che questo tipo di prodotti non possa più essere venduto ai clienti privati. E per questo bisognerebbe forse pensare che se per alcune banche è così difficile resistere alla sirena del conflitto d’interessi, allora si debbano prendere per tutti misure anche più drastiche, come il divieto di vendere obbligazioni proprie ai correntisti. Se in alta montagna arrivano troppi alpinisti male attrezzati e si moltiplicano gli incidenti o gli addetti ai controlli si danno una regolata o qualcuno penserà che sia meglio chiudere la funivia.

11 dicembre 2015

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