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Ciao Sekine che questa terra possa esserti lieve

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Sekine Traore. 27 anni. Maliano. Poche informazioni che non restituiscono niente di una vita intera, ma che possono già aiutare a ricostruire come Sekine sia finito a lavorare a Rosarno, come sia arrivato in Italia e che cosa abbia dovuto affrontare per raggiungere quest’Europa. Sekine Traore. Sekine Traore. Ripeto il nome decine di volte, perché mi sembra di conoscerlo già, ma sulle prime non riesco a capire. Sekine Traore, 27 anni, maliano. Sekine! Io Sekine l’ho conosciuto. Io e tanti altri che lavorano nell’accoglienza in questa città. Mantengo la speranza per un po’, sperando in un caso di omonimia, d’altronde Traore è un cognome diffusissimo tra i maliani, ma alla fine una foto su internet mi conferma quello che speravo non fosse vero. Sekine Traore ha vissuto a Roma prima di andare in Calabria, in un centro di accoglienza per senza fissa dimora dove è stato accolto e dove ha ricevuto assistenza e aiuto per poco meno di un anno. Un centro in cui è finito dopo essere uscito dai percorsi di accoglienza destinati ai richiedenti asilo come lui, percorsi il più delle volte insufficienti a dare dignità ed autonomia, spesso incapaci di affrontare con mezzi adeguati i traumi che molti si portano dietro. E una volta che si esce da lì il cammino sembra essere segnato: la strada, gli insediamenti informali ai margini delle città o i ghetti delle campagne meridionali dove la criminalità organizzata o gli imprenditori agricoli capitalizzano al meglio le politiche escludenti nei confronti dei migranti. Il percorso di Sekine è stato proprio questo ma si è interrotto brutalmente davanti ad un carabiniere che non ha saputo fare altro, davanti ad un ragazzo di 27 anni, probabilmente impaurito e scosso, con in mano un coltello di cucina e nient’altro, che premere il grilletto.

L’unica forma di Stato che Sekine ha trovato a Rosarno lo ha assassinato.

Era un ragazzo come tanti Sekine, come i migliaia che lasciano l’Africa per scappare dalle guerre, dalle persecuzioni o semplicemente dalla fame e dalla miseria che l’Occidente ha gentilmente lasciato loro in eredità dopo secoli di colonialismo e rapina. Un ragazzo come tanti che affrontano un viaggio interminabile e pericolosissimo che quando non uccide lascia ferite invisibili che cambiano per sempre la vita di queste persone. Traumi che sorgono in una delle tante tappe di queste rotte infinite, che sia il deserto, la prigione a cielo aperto che da anni è la Libia o il cimitero di acqua che ormai è diventato il Mediterraneo. Ferite che piegano per sempre e che lasciano segni indelebili che avrebbero bisogno di cure e percorsi specifici che raramente trovano.

Ma oggi, mentre corriamo il rischio concreto che Schengen crolli su se stessa, mentre in Grecia migliaia di persone sono intrappolate senza poter decidere autonomamente della loro vita, sembra proprio che le politiche sull’immigrazione di questa Unione Europea e degli Stati membri, abbiano un solo obiettivo: non esclusivamente impedire a migliaia di persone di essere accolte dignitosamente, ma sfiancare quelle che arrivano e trasformarle in corpi docili e ricattabili, non senza diritti, ma senza il diritto ad averne. La Fortezza in cui siamo arroccati, fatta di razzismo istituzionale e xenofobia dilagante, di sfruttamento e schiavismo e di tanti che hanno speculato e continuano a farlo su queste tragedia, non può che avere questo obiettivo.

La storia di Sekine ci parla di questo ed è per lui che dobbiamo gridare a gran voce che i morti nel Mediterraneo hanno dei mandanti con nomi e cognomi che siedono nelle istituzioni europee e nei governi nazionali; che lo sfruttamento nella campagne italiane, dove tanti rifugiati e migranti sono costretti ad accettare paghe vergognose, è possibile grazie a precise leggi e all’assenza totale di controlli da parte dello Stato; che è ora di dire basta ad un’accoglienza emergenziale e concentrazionaria che annulla i diritti e la dignità dei singoli e impedisce la costruzione di reali percorsi di autonomia e sostegno; che è ora di piantarla con una gestione securitaria ed allarmistica del fenomeno migratorio che dà ogni giorno linfa vitale alla xenofobia e al razzismo. Lo dobbiamo fare per Sekine e per le migliaia di persone che perdono la vita nel tentativo di forzare la muraglia che i governi hanno innalzato tra noi e loro. Ma lo dobbiamo fare anche per noi, per quella generazione europea che ha gli stessi anni di Sekine, le stesse speranze e la stessa voglia di dignità che ogni giorno viene calpestata da un’austerità che rende anche noi sempre più precari e insicuri. Lo dobbiamo fare per impedire che l’Europa diventi patria dello sfruttamento e del razzismo e per rivendicare, invece, l’apertura delle frontiere, la solidarietà, l’accoglienza dignitosa.

Lo dobbiamo fare perché Sekine potremmo essere tutti noi.

Ciao Sekine, che questa terra che ha spezzato i tuoi sogni, che ti ha emarginato, sfruttato e infine ucciso, possa esserti lieve.

16 giugno 2106

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