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Da Rosarno a Roma, sola andata

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Dopo la deportazione da Rosarno circa duecento immigrati sono a Roma. Abbandonati al loro destino, molti dormono nei pressi della stazione. Una ventina di loro da qualche giorno è ospite di un Centro sociale. La solidarietà di un territorio ha permesso loro di iniziare ad organizzarsi, per essere trattati come persone e lavorare dignitosamente

rosarno_immigrati_pullmanLink: Sui fatti di Rosarno (Intervista a Franco Piperno)

Alcuni di loro li abbiamo visti salire sui pullman che li hanno letteralmente scaricati nel CIE di Bari, altri sono partiti con biglietti di sola andata verso varie destinazioni, abbandonati al loro destino.

In duecento circa si sono ritrovati a Roma senza un tetto, senza un lavoro e senza aiuto. Hanno dormito (e molti ancora dormono) nei pressi della stazione Termini e sono ormai tre settimane che vivono per strada, con temperature che nel mese di gennaio sono oscillate tra gli 0°C e 10°C. Da qualche giorno circa venti di loro, provenienti da paesi come la Costa d'Avorio, il Mali o la Guinea, sono stati accolti nel centro sociale ex-snia sulla Prenestina. Grazie alle diverse realtà che operano sul territorio si è improvvisato un luogo di prima accoglienza nel centro sociale e si è attivata una rete spontanea di solidarietà che nel giro di pochi giorni ha messo in campo tutte le risorse per garantire una risposta immediata ai bisogni primari; e così sono stati raccolti materassi, vestiti, coperte e sono stati garantiti loro sia il supporto legale necessario per il riconoscimento dei permessi di soggiorno sia l'assistenza sanitaria gratuita di Medicina solidale.
I ragazzi senegalesi del quartiere che, a loro volta, lo scorso 5 ottobre avevano subito la caccia al negro da parte della guardia di finanza, con conseguente processo ancora in corso, si sono mostrati subito disponibili e li hanno aiutati con lezioni di italiano e cucinando per loro i piatti tipici della loro terra d'origine.
Piccoli esempi di solidarietà umana, quella a cui non siamo più abituati.
Dopo i primi giorni, in cui la capacità di comunicare dei ragazzi arrivati dalla Calabria è stata difficile perché animata dal sospetto e dalla paura, sono cominciati i racconti, su quello che è successo a Rosarno ma anche sul dopo. E ci hanno raccontato per esempio che gli altri  (quelli ancora accampati nei pressi della stazione) non vogliono entrare in luoghi chiusi per paura di essere sorpresi dalla polizia e rinchiusi in qualche lager all'italiana. Tanti dei circa duemila deportati si sono dispersi in alcune città del sud, alcuni sono ritornati in Africa, altri hanno preferito tornare a Rosarno piuttosto che mendicare.
Quello che vogliono tutti, indipendentemente da quello che hanno fatto dopo essere fuggiti da Rosarno, è avere un permesso di soggiorno per lavorare dignitosamente, perchè il loro primo pensiero va alle famiglie lontane a cui nelle attuali condizioni non possono mandare nemmeno quei pochi spiccioli che prima guadagnavano.
Ieri pomeriggio ai venti ragazzi già sistematisi alla ex-snia se ne sono aggiunti molti altri per discutere tra loro ed iniziare ad organizzarsi. E' nata così l'assemblea dei lavoratori africani di Rosarno a Roma. Hanno scritto un comunicato in cui raccontano la loro condizione e parlano di come vivevano e come lavoravano.
Vogliono essere trattati come persone, “human being” come spesso ripetono ai pochi giornalisti che li intervistano. Vogliono che il permesso di soggiorno per motivi umanitari, già concesso agli undici aggrediti a Rosarno, sia esteso a tutti, vogliono che il governo non li abbandoni per strada come ha fatto fino ad ora.
Nei giorni della rivolta chiedevano questo, chiedevano diritti e li chiedono ancora e con la stessa determinazione perchè si sentono “degli attori della vita economica di questo paese”, come del resto loro stessi dicono nel comunicato che hanno scritto: “I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono”.

 

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