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Il governo della mobilità 2. Il Regno (Unito) del workfare contro il welfare per i migranti. Parte I

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di GABRIELLA – Leeds Solidarity Network

tratto da http://www.connessioniprecarie.org

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→ Vedi anche Il governo della mobilità #1: Libertà condizionata e mobilità vigilata

Il governo della mobilità2

Dal 10 novembre 2014 i migranti arrivati in Inghilterra per ricerca lavoro (definiti jobseeker) potranno richiedere il «Job Seeker Allowance» (una sorta di sussidio per chi è disoccupato) per soli 3 mesi. Dopo di che essi dovranno sottoporsi a un colloquio che attesti che esiste per loro una «autentica prospettiva di trovare lavoro» e dimostrare la loro «occupabilità». Si tratta dell’ultima di una serie di misure prese negli ultimi 12 mesi dal Governo «Con-Dem», volta a restringere l’accesso ai benefit sociali per i migranti provenienti dai 30 paesi membri dello Spazio Economico Europeo (SEE), il quale comprende i 27 paesi membri dell’UE e in più l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia.

L’accesso dei migranti al welfare state del Regno Unito non è mai stato semplice. Già a gennaio 2014 è stato stabilito che tutti i jobseekers provenienti dall’UE devono aspettare 3 mesi prima di poter chiedere i sussidi di disoccupazione («out of work benefits»). Questo provvedimento è stato reso possibile dall’emendamento del governo inglese ai Regolamenti sull’Immigrazione del 2006 (SI 2006/1003), emendamento volto a ridurre a «un limite massimo assoluto di sei mesi il mantenimento dello status di lavoratore per ogni cittadino del SEE che sia un lavoratore involontariamente disoccupato e che abbia lavorato per meno di 12 mesi prima di perdere il lavoro involontariamente». Il nuovo regolamento, introdotto a novembre, ha ridotto a 91 giorni il periodo di fruizione del sussidio di ricerca lavoro che era, da statuto, di 6 mesi per presunzione di idoneità fino a prova contraria. La nuova disposizione implica che, dopo 91 giorni di sussidio JSA basato sul reddito, se i migranti del SEE non dimostrano di aver ricevuto una credibile offerta di lavoro possono perdere i benefit e il diritto a risiedere nel Regno Unito come jobseeker.

In che misura il principio di libera circolazione di chi migra in cerca di lavoro nell’Unione Europea, definito principio chiave dell’Unione, è messo in discussione dall’irrigidimento della normativa sul welfare a livello nazionale? La legislazione europea permette già agli Stati membri di limitare le prestazioni sociali destinate ai migranti «inattivi». Ciò è possibile grazie alla direttiva del Consiglio e del Parlamento Europeo 2004/38/EC, che stabilisce che il diritto a risiedere nel Regno Unito e ad avere accesso alla previdenza sociale – garantito ai cittadini dell’UE «inattivi» e non aventi lo status di jobseeker da più di 3 mesi e meno di 5 anni – è soggetto a una condizione: quella di «avere sufficienti risorse e un’adeguata copertura assicurativa e sanitaria». Se da un lato l’enfasi dell’UE è posta sui migranti «inattivi», il Regno Unito si porta avanti coi tempi e prova a stabilire delle condizionalità anche per i jobseekers. A tal proposito è cruciale la trasformazione della categoria di lavoratore in quella di jobseeker, trasformazione apportata dall’emendamento ai Regolamenti del 2006 sull’immigrazione che intende ridefinire i diritti alle prestazioni sociali. Come è stato messo chiaramente in evidenza dal governo del Regno Unito sul proprio sito internet, si tratta di un modo per aggirare il fatto che «essere considerato ‘lavoratore’ secondo la normativa europea rende possibile un più ampio accesso alle prestazioni per lavoratori e disoccupati, come la JSA, il Sussidio per la Casa, il Sussidio Familiare e il Credito d’Imposta Familiare».

Testare e governare: il salario coatto

La risposta del governo è la seguente: oltre a dover dimostrare di risiedere da tre mesi nel Regno Unito per poter chiedere qualsiasi benefit, i migranti devono ora soddisfare i requisiti di un «Test di Residenza Abituale» molto rigido. Solo così possono richiedere una Job Seeker Allowance in base al reddito e – a partire dal primo luglio – possono ottenere un Credito d’Imposta Familiare e un Sussidio Familiare. Con il «Test di Residenza Abituale» i migranti possono ottenere il «diritto di residenza», dimostrando che sono arrivati nel Regno Unito per cercare un lavoro. Essi devono inoltre dimostrare che hanno intenzione di stabilirsi nel Regno Unito e di «prendervi dimora temporaneamente». Sottoponendosi a questo Test di Residenza Abituale «perfezionato» i migranti del SEE sono tenuti a rispondere più dettagliatamente, adducendo un numero maggiore di prove, alle domande personalizzate da parte del personale dei job centers che effettua i colloqui.

Questo personale può attingere a un elenco di 200 domande, che possono riguardare i tentativi fatti dai migranti per trovare lavoro prima di arrivare nel Regno Unito e il loro livello di conoscenza della lingua inglese. È assolutamente evidente quanto queste pratiche risultino ostili e discriminatorie per un migrante appena arrivato in un paese e che sta cercando di guadagnarsi da vivere. Alla base di questo attacco pervasivo al diritto dei migranti di richiedere prestazioni sociali c’è l’idea che le persone vengano qui ad approfittare del sistema e che, di conseguenza, debbano dimostrare di avere una reale opportunità di lavoro o di essere «sinceramente» in cerca di lavoro.

Eppure, i disoccupati non sono gli unici a essere soggetti a un monitoraggio e a una disciplina crescenti nel Regno Unito. Il dibattito è andato oltre la demonizzazione del cittadino/migrante che, godendo di prestazioni sociali, prosciugherebbe le risorse del welfare state nazionale. In questo periodo pre-elettorale la feroce competizione per chi produrrà il più popolare discorso anti-immigrazione e proporrà le più rigide misure contro i migranti sta erodendo i diritti di cittadinanza anche per quei migranti che sono riusciti a ottenere lo status di lavoratore. A marzo 2014 il governo ha deciso di introdurre una soglia di reddito minimo per fare in modo che i sussidi vadano in misura ancora maggiore solamente a chi «realmente lavora». Più precisamente, i migranti dovranno dimostrare che negli ultimi tre mesi hanno guadagnato abbastanza da raggiungere il livello di reddito a partire dal quale i lavoratori dipendenti iniziano a pagare l’Assicurazione Nazionale. Questa soglia corrisponde più o meno a 150 sterline a settimana (l’equivalente di un lavoro di 24 ore settimanali pagato con il minimo salariale nazionale) ed è una soglia difficile da raggiungere, soprattutto per coloro che sono assunti con i sempre più diffusi «contratti a zero ore», molto usati nei settori ad ampia forza lavoro migrante.

La strumentalizzazione dell’immigrazione e il discorso contro gli abusi dei migranti diventano particolarmente strategici per i diversi partiti in lizza alle elezioni nazionali. Come è già emerso in Il governo della mobilità #1, la retorica del «turismo del welfare» è diventata il catalizzatore della retorica anti-immigrati nei Paesi «più ricchi» dell’UE, incluso il Regno Unito, che attrae i migranti dal Sud e dall’Est Europa in fuga dalla crisi.

L’elemento chiave della retorica del turismo welfare – cioè che i migranti si spostano fondamentalmente per ottenere gli incentivi finanziari offerti dal sistema di welfare del paese di immigrazione – è stato smentito da moltissimi studi, inclusi quelli commissionati dalle istituzioni europee per dare una risposta alle questioni poste dagli Stati membri sul presunto abuso dei migranti ai danni dei loro sistemi di previdenza sociale. Le ricerche svolte nei paesi dell’UE hanno dimostrato che è basso il numero di migranti «inattivi» provenienti dai paesi dell’UE che godono di prestazioni sociali non contributive o che sono idonei per avere accesso all’assistenza sanitaria.

I migranti rappresentano solo una piccola percentuale (tra l’1% e il 5%) di tutti coloro che richiedono prestazioni sociali, spesso perché, avendo un lavoro, è meno probabile che prendano la pensione di disabilità o la disoccupazione (nel 2013 il tasso di occupazione dei cittadini in mobilità era in media del 77,7%, rispetto al 72% dei cittadini nazionali; si veda il Memorandum della Commissione Europea intitolato 2014 Mobilità lavorativa all’interno dell’UE).

Cittadinanza differita

Eppure, come abbiamo visto, il governo del Regno Unito si preoccupa di erigere nuove barriere anche per i migranti occupati. Secondo le parole sull’immigrazione pronunciate da Cameron nel dicembre 2014, gli assegni familiari sono un esempio di sussidio per i lavoratori di cui i migranti godono molto più che in altri paesi ricchi dell’UE. La sua conclusione è stata che «nel futuro coloro che vogliono richiedere crediti di imposta o assegni familiari devono vivere qui e contribuire al nostro Paese da almeno 4 anni». Questa recente dichiarazione definisce i contorni di una «cittadinanza vigilata» o di una cittadinanza sociale temporaneamente «differita» per i migranti a cui viene essenzialmente detto: puoi entrare solo se sei disponibile a farti sfruttare. Dovrai dimostrare di essere integrato nel mercato del lavoro rinunciando a qualunque forma di cittadinanza sociale per almeno i primi cinque anni. Il partito laburista è stato un po’ più generoso e, come condizione per l’accesso dei migranti SEE alle prestazioni sociali, ha suggerito solo due anni di residenza nel Regno Unito.

A parte che, banalmente, le persone in difficoltà economiche tendono a spostarsi soprattutto per trovare un lavoro decente, piuttosto che per vivere con un magro sussidio di disoccupazione o con sussidi supplementari per i lavoratori, si potrebbe mettere in discussione la stessa capacità di attrazione che un Paese come il Regno Unito, rispetto ad altri Stati europei, può esercitare sulla base del suo sistema di welfare. L’idea che il sistema di sussidi per i lavoratori crei un maggiore incentivo per i migranti a spostarsi nel Regno Unito, piuttosto che in altri «paesi magneti» come la Francia e la Germania, è smentita da studi recenti, che mostrano che i sussidi per i lavoratori nel Regno Unito non fanno aumentare il reddito delle persone quanto in questi altri Paesi. In altre parole, mentre il valore di questi sussidi è più alto in termini assoluti (rappresentando tra il 60% e il 77% del salario), essi vanno rapportati all’effettivo incentivo economico a trasferirsi nel Regno Unito, e cioè alle aspettative salariali, che sono comparativamente inferiori. Il salario minimo nel Regno Unito è più basso rispetto a quello francese, olandese, belga, irlandese e tedesco. Inoltre bisogna considerare che qualunque comparazione ha senso se si paragona il reddito al netto di tasse, sussidi e affitto; anche facendo una stima per difetto del costo dell’affitto, il reddito medio del Regno Unito, al netto delle imposte e dei sussidi, resta in fondo alla scala.

Complessivamente il Regno Unito sembra spendere in termini reali per la previdenza sociale molto meno rispetto ad altri Paesi e, come hanno ricordato alcuni attivisti per il diritto al welfare: «il valore dei sussidi nel Regno Unito è diminuito in termini reali negli ultimi 30 anni e ora si è stabilizzato a meno di metà del livello necessario al mantenimento di un minimo socialmente accettabile di qualità della vita». In realtà, il discorso attuale sul turismo del welfare e sulla migrazione come un peso per la previdenza sociale nazionale rappresenta una sorta di copertura per distrarre le persone dai massicci tagli alla spesa pubblica: con la Spending Review del 2010 ci sono stati tagli per ben 80 miliardi di sterline al settore pubblico, di cui 18 miliardi di tagli ai servizi di welfare a cui erano destinati, e 2,6 agli enti locali. Perciò, per «difendere» i tagli, il governo ha bisogno di creare un capro espiatorio. Quest’ultimo si riflette nella figura dello «scroccone» dei sussidi, essendo colei o colui che fa richiesta un cittadino sfaticato o, ancora peggio, un migrante.

Credito universale, ma non per tutti

La retorica contro i migranti che richiedono prestazioni sociali si è concentrata soprattutto sul presunto abuso di sussidi in denaro di tipo non contributivo, e cioè di quelle prestazioni disponibili anche per coloro che non hanno pagato i contributi previdenziali. La Job Seekers Allowance calcolata sul reddito e il sostegno al reddito per le pensioni di disabilità e invalidità sono esempi di queste prestazioni di tipo non contributivo. Le diverse forme di sussidi saranno spazzate via dall’onnicomprensivo sistema del Credito Universale, che accoglierà la maggior parte degli inglesi che godono di prestazioni sociali entro la fine del 2018/2020. Il Credito Universale sostituisce una serie di prestazioni subordinate a condizioni di reddito e crediti di imposta per le persone in età da lavoro. Eppure, come annunciato ripetutamente negli ultimi mesi dal Ministro del Lavoro e delle Pensioni), i jobseekers provenienti dal SEE non potranno fare domanda. Come per quanto riguarda le suddette trasformazioni dell’uso delle categorie di «lavoratore», «jobsekeer» e «inattivo», il governo sostiene che la limitazione dell’accesso al Credito Universale non violerà le norme dell’UE, poiché non si tratta di una prestazione volta a facilitare l’accesso nel mercato del lavoro.

Grazie alla natura ambivalente di questa forma di prestazione sociale – che non ha precedenti nella legislazione europea – il Regno Unito sembra confidare sul fatto che riuscirà nel futuro a limitare l’accesso alle prestazioni per la disoccupazione senza infrangere il principio europeo della libera circolazione dei lavoratori. Dal momento che il Credito Universale è considerato una forma di «assistenza sociale», il Ministro sembra sicuro che sarà possibile escludere i non-cittadini dalla sua fruizione. Infatti, questi meccanismi di esclusione fanno già parte della regolamentazione europea, secondo cui gli Stati membri non sono obbligati a pagare l’assistenza sociale dei migranti che cercano lavoro. Se da un lato esistono ancora margini per mettere in discussione la legislazione nazionale che impedisce ai jobsekeekers europei di fare domanda di Credito Universale, dall’altro è difficile negare che i diritti sociali per i «free movers» all’interno dell’Unione Europea siano ancora molto fragili. Sotto la pressione di un crescente discorso anti-immigrazione e delle difficoltà economiche in Europa, il principio della libertà di circolazione sta diventando sempre più precario e subordinato alla capacità degli individui di lavorare oppure di essere economicamente autosufficienti.

25 gennaio 2015

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