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L'Italia spinge il Frontex su posizioni militaristiche

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La denuncia dell'Agenzia per il controllo delle frontiere: «L'approccio di Maroni riflette la visione miope del governo in materia di immigrazione, e l'Italia ha giocato un ruolo fondamentale nel guidare l'Ue verso una politica improntata al solo contrasto» Parla l'esperta Baldacchini: «Politiche inefficaci»

immigrati_mareL'Italia vuole portare Frontex su posizioni sempre più militaristiche, è questa l'analisi di Anneliese Baldacchini, responsabile immigrazione di Amnesty ed esperta di riferimento su Frontex. L'Agenzia per il controllo delle frontiere esterne della Ue è sotto i bisturi in vista di una riforma che dovrebbe ampliarne le competenze con l'assunzione di «un nuovo ruolo operativo», ma senza arrivare a praticare quei respingimenti che tanto piacciono al Viminale. E così, chiusa, almeno per ora, la polemica Roma-Bruxelles con la decisione della Commissaria Ue agli interni di aiutare finanziariamente l'Italia e di lanciare una missione nel canale di Sicilia, resta aperta la questione di cosa potranno fare i mezzi ed il personale europeo di Frontex. Oggi e nelle crisi future.
Il mandato di Frontex non può essere modificato eccezionalmente senza l'accordo unanime del Consiglio europeo. Cosa ha in mente il ministro Maroni quando parla di «nuovo ruolo operativo»? Credo parli del nuovo regolamento proposto dalla Commissione che rafforza i poteri di Frontex, ma è ancora in discussione e non sarà di certo approvato in occasione della gestione di questa crisi.
Quali misure pratiche potrebbero allora essere messe in campo dal vertice europeo sull'immigrazione invocato da Berlusconi? Verranno solo ribaditi alcuni indirizzi politici, ma non verrà adottata nessuna misura concreta. Ora tocca agli Stati membri dimostrare la loro solidarietà accogliendo parte degli immigrati arrivati a Lampedusa. Ma vista la timida proposta francese (accoglienza di soli casi marginali, ndr) non si può essere più di tanto ottimisti.
Nessuna misura straordinaria dall'Europa quindi, a parte l'aiuto finanziario che non si sa ancora esattamente a quanto potrà ammontare. Frontex farà quello che ha sempre fatto: pattuglierà le acque internazionali di fronte alla Tunisia e fornirà un aiuto logistico per le identificazioni, continuando a sollevare grandi problemi di trasparenza nel suo operato.
Le regole non sono chiare? In assenza di una clausola sul monitoraggio indipendente l'Agenzia spesso non rende conto a nessuno. Nell'Atlantico, per esempio, Frontex opera anche in acque di stati terzi, ma le regole di ingaggio sono scritte negli accordi bilaterali tra Spagna, Mauritania e Senegal che non sono pubblici. In più l'agenzia non è perseguibile per i respingimenti che infrangono il diritto internazionale essendo la responsabilità solo degli stati membri. Ma questi la rimbalzano a Frontex in un gioco di sotterfugi che favorisce la violazione dei diritti umani.
Maroni ha parlato di «esodo biblico», di 80 mila potenziali migrati pronti a riversarsi in Italia quando cominceranno le partenze anche dall'Egitto. Quanto c'è di allarmistico in queste parole? Sarei curiosa di sapere da dove ha ricavato questo dato. L'approccio di Maroni riflette la visione miope del governo nei confronti del fenomeno immigrazione, un fenomeno naturale, inarrestabile, e che ha bisogno di politiche complesse e lungimiranti per essere gestito. L'Italia ha giocato un ruolo fondamentale nel guidare l'Ue verso una politica sull'immigrazione irregolare improntata al solo contrasto frontale. Da qui il futuro di Frontex, nata come un'agenzia per condividere le buone pratiche di frontiera, e diventata invece un corpo repressivo a sfumature militaristiche. Se passasse il nuovo regolamento, l'agenzia acquisterebbe potere di coordinamento a fianco degli stati membri e si munirebbe di mezzi militari propri.
Cosa si dovrebbe fare al vertice? Bisogna ridimensionare il problema. Rendersi conto dell'inefficacia delle politiche messe in campo finora, come per esempio i miliardi dati a Gheddafi che non hanno fatto altro che far cambiare le rotte dei migranti verso la Grecia, al prezzo di ulteriori sofferenze. E investire nei paesi d'origine, in aiuti concreti per lo sviluppo sostenibile. Che si dice sempre, ma non si fa mai abbastanza.

Nicola Flamigni

tratto da www.globalproject.info

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