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Milano da morire

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milano_rivolta_via_padovaSe guardiamo ai fatti di Milano, non dimentichiamo Rosarno. In Calabria per la prima volta i migranti arrivati da tutt’Italia per guadagnarsi da vivere nei campi (20-25 euro al giorno per 10-12 ore di lavoro) hanno reagito all’infame caccia allo straniero, sport non solo lì assai praticato. E a Milano gli stranieri protestano non solo per l’uccisione di uno di loro, ma contro il muro di esclusione, ottusità e razzismo che la società italiana ha eretto intorno a gente di cui ha bisogno, ma a cui non vuole concedere nulla, a partire dai diritti elementari: esistere come persone, vivere in pace, ottenere riconoscimento civile e sociale.

Ma a Milano è emerso qualcosa di più: il fallimento ufficiale della non-politica verso gli stranieri con cui la destra, manovrata dalla Lega, ha creduto di affrontare le migrazioni. Se Bossi, a cui un certo fiuto non manca, ha smentito le sparate sui rastrellamenti casa per casa del suo allievo Salvini, vuol dire che ha sentito puzza di bruciato. E cioè che l’ottusità razzista si stava ritorcendo contro la Lega. Da due decenni la destra domina e amministra Milano. Da quasi dieci, con l’eccezione del breve e insignificante intermezzo Prodi, la destra controlla le politiche di ordine pubblico (Scajola, Pisanu e soprattutto Maroni). Ed ecco che la città simbolo delle vandee italiane (dalla Lega agli ex socialisti, dagli ex fascisti al Pdl e Cl) si rivela quella più conflittuale, più cattiva e meno vivibile. Mettiamo in conto anche il fallimento dei progetti edilizi faraonici e ora le mazzette (il prode Prosperini è sempre stato tra i più esagitati contro gli immigrati). Scricchiolii della cultura decisionista, del manganello e dell’espulsione. E intanto la figura del Capo si impantana ogni giorno di più, tra risibili comparsate all’estero, processi incombenti, riforme al palo, economia a rotoli, dittatori dell’emergenza ridimensionati. Un flash di 18 anni fa: poco prima dello scandalo di Mani Pulite, l’allora sindaco Pillitteri fu contestato dai tranvieri al deposito di Lambrate, vicino alla via dove è stato fischiato il vicesindaco De Corato…

La non-politica migratoria del governo, tutta al negativo, basata com’è su paura, sparate sull’insicurezza e appelli alla xenofobia sta diventando un incubo che si morde la coda. Più si strumentalizza la questione migratoria a fini di consenso, più si lasciano marcire i conflitti urbani, in un crescendo senza fine. Dove porterà tutto questo? Conoscendo stoffa culturale e lungimiranza politica di chi ci governa, c’è da pensare al peggio. Anche perché non si vedono modelli alternativi alla destra.

È facile per Pd e IdV, di fronte alla pura e semplice evidenza, accusare il governo di cavalcare la paura. Ma dov’erano prima quei partiti? Sono sicuri di avere la coscienza a posto? Sono sicuri che Penati e Chiamparino, per non parlare di De Luca, solo per fare i primi nomi che vengono in mente, la pensino diversamente dal sindaco Moratti o dall’ineffabile Maroni in tema di ordine pubblico? Secondo me, no. Vuol dire che un’inversione della politica che il nostro paese segue da venticinque anni in tema di immigrazione non è pensabile. Quando mai si è ragionato in termini di cittadinanza effettiva come principale strumento per l’integrazione degli stranieri nella nostra società, a ogni livello, dalla scuola, al lavoro e ai diritti civili? Poiché così non è mai stato, è facile che altre Rosarnoe altre vie Padova ci attendano.

Alessandro Dal Lago

tratto da 
Il Manifesto del 16 febbraio 2010
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