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Privato sociale, una pacchia per troppi

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Privato sociale, una pacchia per troppi

"Speriamo che il 2013 sia un anno pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso così cresce l'erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve: evviva la cooperazione sociale"

Alessandro Avvisato - tratto da http://contropiano.org

Non si può negare che Salvatore Buzzi - impiegatuccio di banca con un omicidio alle spalle - possieda una sua greve capacità di sintesi: le disgrazie sono tali solo per chi le subisce, per tutti gli altri sono un affare. In ambiente capitalistico nulla sfugge a questa ferrea legge, neanche la morte (guardate i tariffari delle pompe funebri, per credere).

Ogni giornalista attento, stamattina, ha immediatamente tracciato il paralleo con il costruttore Piscicelli, quello che "alle 3 e mezzo di mattina ridevo da solo nel letto", dopo aver saputo del terremoto a L'Aquila. Sdegno, indignazione, degrado morale, ma non si vergogna...

Sì, va bene, ma un briciolo di ragionamento sul perché ci troviamo così spesso a parlare di esseri ignobili che gioscono per le sciagure altrui? E' vietato?

Ogni giornalista anche disattento punta l'indice sulle "cooperative", qualcuno anche sul "terzo settore". Ma perché il presidente di una "cooperativa sociale" si augura mille sciagure (per gli altri) esattamente come un palazzinaro baro? Qual'è il meccanismo economico, impersonale come Il Fato, che li rende uguali?

E' un meccanismo criminale che si chiama "privatizzazione". Vi sentite ripetere ogni giorno che "il privato in economia va meglio del pubblico; è più efficiente, onesto, rispettoso delle regole e delle leggi". Vogliamo vederli da vicino, questi maestri di morale? Vogliamo guardare in faccia gli Schmidheiny dell'Eternit, l'Espehnhan di ThyssenKrupp, i Riva dell'Ilva, l'Anderson della Union Carbide (Bhopal) e quelli di mille altre stragi "legali"?

In Italia dobbiamo accontentarci, non abbiamo molti grandi imprenditori. Quando si è deciso di privatizzare si è regalato, se c'era un margine serio per fare profitti (Italsider, Telecom, Alitalia, ecc). In tutti gli altri casi si preferisce fornire una garanzia con soldi pubblici al "servizio privatizzato". Vale per le "ricostruzioni" come per le grandi infrastrutture, così come vale per le sciagure (dalla Protezione civile al Terzo settore). In tutti questi casi c'è l'appalto, il subappalto, l'emergenza che fa saltare le procedure, l'affidamento senza gara, ecc.

Il "mondo di mezzo" è fatto di mezzani, sensali, faccendieri, procacciatori di favori, di voti, di poltrone. Gente che può sedere sulla poltrona del consiglio di amministrazione privato e magari - a rotazione - su quelle di assessore, parlamentare, consigliere, autorità di controllo... E' il nostro capitalismo straccione, in cui si fa "impresa privata" solo se c'è la certezza preventiva del guadagno. Il "rischio di impresa" va bene per giustificare profitti inauditi, stipendi e bonus privi di ogni logica economica, non sul serio.

Chi ancora oggi chiede di privatizzare ulteriormente - ad esempio, Renzi con le "partecipate", le aziende di trasporto pubblico locale, ecc - chiede di fatto un allargamento di questo tipo di "business a garanzia statale". Ed è fisiologico che si crei il cortocircuito tra "risoluzione privatistica del bisogno sociale" e "corruzione dei funzionari o amministratori pubblici".

Fisiologico perché il "bisogno" puòanche  essere gonfiato o ridotto per via politica (e mediatica), anche con mezzi sbrigativi. Sempre Buzzi, nella sua greve sinteticità, dopo aver inutilmente pressato la cooperativa - vera, questa volta - che gestiva il centro di accoglienza per richiedenti asilo di Tor Sapienza, prende al balzo l'occasione (o concorre a promuovere) la "rivolta del quartiere". Mentre fascisti e "coglionati" assediano la palazzina in cui la presidente Gabriella Errico è insieme ai suoi assistiti, Buzzi telefona alla "rivale" per dirle: “Resisti, Gabriella, mi raccomando”. Per poi confortarla:  “Non ti preoccupare. Ora faccio un paio di telefonate e sistemo”. Detto fatto, la "rivolta" si placa.

Risultato semplice, preparato, pianificato. Subito dopo, al telefono con i fascistoni che avevano mandato i fascistelli a Tor Sapienza, poteva gioire: “Ora, ho in pancia quella lì del Sorriso”. Un "protettore" esoso, che con una mano ti taglieggia e con l'altra ti spiega che potrebbe andare anche peggio.

Non ci fa una gran figura il ministro dell'interno che, ancora il 26 novembre, riferiva: “Al momento non ci sono riscontri sulla presenza di elementi dell’estrema destra romana o ultrà delle tifoserie locali negli scontri verificatisi a Tor Sapienza lo scorso 11 novembre”.

Ma non ci fanno una bella figura neanche i fascioleghisti alla Borghezio e Salvini, diciamolo. Al massimo, la loro "invadenza" potrà esser servita ad alzare il prezzo per l'affidamento della gestione del prossimo campo rom. A Roma come a Bologna...

12 dicembre 2014

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