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Burkini, la polemica di due mondi mai così vicini

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burkiniDiciamo le cose come stanno: la polemica sul burkini nasconde un grande terrore delle società occidentali e, prima di tutto, del continente europeo. Quella di non riuscire a secolarizzare i costumi, in questo caso in senso fin troppo letterale, delle popolazioni che adottano una religione non cristiana e, prima di tutto, musulmana. Mai come oggi, dal dopoguerra, nelle società occidentali c’è stata questa paura diffusa nel dover governare immigrati e profughi. Fino a ieri, in un modo o in un altro, si è pensato che questo compito fosse favorito da un processo di secolarizzazione ovvero di un fenomeno che, grosso modo, alla lunga rendesse simili residenti e immigrati, occidentalizzando questi ultimi nel reddito e nelle abitudini. Ma qui, vedere, da trent’anni a questa parte, il mondo che mangia lo stesso hamburger sotto lo stesso brand, da Mosca a Pechino a Cleveland ha creato qualche illusione sul potere occidentale di determinare i comportamenti nella società globale.

Il processo di secolarizzazione dei costumi, degli immigrati, grosso modo nelle nostre società, dal dopoguerra fino agli anni ’90, è sempre stato pensato in due stadi. Il primo quello della legittimazione di spazi e pratiche non occidentali in paesi occidentali, in modo da creare un senso generale di accettazione e tolleranza; il secondo quello di lasciar lavorare quel generale che si chiama “tempo che scorre”. Ovvero quella strategia silenziosa, quella mano invisibile che ammorbidisce i comportamenti che passa tra messa al lavoro di milioni di persone, l’intervento su menti e corpi società dei consumi, dell’educazione, della cultura di massa e, per qualcuno, anche di una cultura politica. In quel modo il processo di secolarizzazione –il passaggio dei costumi dalla sfera della morale religiosa a quella delle scelte personali- neutralizzava conflitti, allargava i mercati e permetteva alla politica istituzionale di concentrarsi quanto possibile al business. Negli ultimi venti anni questo schema –che ha applicazioni molto diverse a seconda dei paesi di cui si parla- è saltato. Moleenbeek, se si vuole è l’esempio più chiaro di questo fallimento o, se vogliamo, della rottura di un ciclo storico di integrazione. Era uno storico quartiere operaio di Bruxelles, vera e propria porta dell’immigrazione in Belgio, con la classica squadra di calcio che ruotava attorno alla community operaia anche di origine italiana, campione del Belgio metà anni ’70 e finalista Uefa stesso periodo. Scomparso tutto, classe operaia e squadra di calcio, si aprono spazi per nuove ondate migratorie extraeuropee. Nonostante che Bruxelles diventi un polo attrattivo di economia e servizi dall’intero continente, per le istituzioni europee che ospita, Molenbeek non segue un nuovo processo di completa secolarizzazione dei costumi. Fino a diventare covo per la Jihad esterna, esportando combattenti in Siria, e quella interna. Quella che ha provocato l’attentato all’aereporto di Zaventen.

Oltretutto l’immigrazione è vista, anche dalla politica, spesso secondo l’ottica di un paradosso: va bene come elemento flessibile al lavoro ma non come popolazione residente. Si pensi al caso degli immigrati in Spagna, andati a nutrire il boom di manodopera della bolla immobiliare pre-crisi o all’Inghilterra che tende a chiudere quanto possibile le porte: si riconosce l’utilità della forza-lavoro quanto si cerca di combattere il suo essere anche residente. Nelle società neoliberali che viviamo, oltretutto, non è previsto, nè prevedibile, un intervento finanziario massiccio a sostegno della neutralizzazione degli effetti dell’immissione di forza lavoro nei paesi che la richiedono. Il problema quindi è vissuto, gratta gratta, come una criticità difficilmente risolvibile. Altra questione è quella della perdita di attrattiva, sul piano identitario, della società dei consumi, di quella liberale figuriamoci delle culture politiche occidentali spente e prive di attrattiva. Per cui nelle generazioni nate, o cresciute, in occidente è facile vedere una riscoperta, o una rielaborazione, di comportamenti delle culture di provenienza. Del resto la connessione in tempo reale, e su più piattaforme, forma una miscela sia di cultura globale che di rielaborazione personale che vede la religione come protagonista della formazione di quest’ultima. Siccome non siamo stati tra quelli che, pur sostenendo con piacere i processi di liberazione che si sono innestati, si sono spellati acriticamente le mani durante la “Twitter revolution” della primavera araba possiamo dire tranquillamente che era chiara, da tempo, una cosa. Ovvero le tecnologie della messa in contatto istantanea di gruppi e persone non presuppongono, automaticamente, la creazione di una folla democratica e autoemancipata. Piuttosto, in quei paesi, tendono a creare una situazione di ambivalenza, tra forma della mobilitazione democratica e insorgenza della jihad digitale, nella quale è ideologico vedere la sola, sicura prevalenza della prima. Infatti, tra costituzioni riviste in peggio, dopo la primavera araba, guerre civili e tentativi di imposizione della sharia non è che abbiamo proprio visto prevalere i diritti dell’uomo. Ma che in politica molti credessero automaticamente agli slogan della rivoluzione tecnologica californiana degli anni ’90 era evidente. L’ondata tecnologica californiana non è stata inquadrata negli anni ‘90 nella sua portata realmente rivoluzionaria nè è stata inquadrata, ai tempi della primavera araba, quando ha mostrato anche il suo risvolto reazionario. Per cui, nel sovrano terrore di tutto l’occidente, su Twitter non solo l’Isis, come un Renzi qualsiasi, emette comunicati e lancia la linea politica sul proprio magazine (neanche fosse Repubblica..) ma circolano miriadi di modelli di burkini a disposizione della curiosità, e delle scelte di consumo, di milioni di donne musulmane praticanti. Già, perchè il burkini è la rielaborazione musulmana di un modello di consumo, il costume al mare, che qui è una mediazione tra innovazioni nella tecnologia dei tessuti, desiderio di sfogliare cataloghi online e conformismo religioso. Ed è anche un oggetto controverso: in Egitto può rientrare in qualche Fatwa, mentre alcuni teologi musulmani lo difendono come legittimo. E mentre Valls, il primo ministro francese lo innalza a simbolo della negazione dei diritti dell’uomo, un giudice tedesco lo ha prescritto a una ragazza musulmana per poter tornare a frequentare corsi di nuoto. Che ci siano controversie, sia nella cultura islamista che in quella occidentale, sul burkini è quindi chiaro. Deve essere chiaro che è un costume attraverso il quale leggere la paura occidentale di non saper governare i processi migratori, non confidando più di tanto sulla secolarizzazione. Proibire è un riflesso di paura. Nella speranza che la repressione colmi quel vuoto di sicurezze, nella politica occidentale, lasciato dalla crisi dei processi di secolarizzazione.

Ma quando ti proibiscono qualcosa scatta automaticamente la difesa del bene che ti è proibito, l’affermazione della tua libertà passa dalla tua capacità o meno di difenderlo o di custodirlo in segreto. In Francia, all’inizio del millennio, ci sono state manifestazioni per la libertà di portare il velo. Solo il disorientamento politico del repubblicanesimo francese, poteva aprire una battaglia, che dura da lustri, sulla proibizione del velo nei luoghi pubblici. Dando così occasione di sbandierare il vessilo della libertà, quello si valore da 14 luglio francese, a rivendica il diritto di portare quell’oggetto oltretutto negando valori di emancipazione. E’ quindi evidente, ma non ci voleva la riprova sul campo, che non è con la proibizione dell’abbigliamento, in una classificazione parossistica che vede la mutanda troppo lunga come legalmente inaccettabile, che si stemperano le tensioni aperte da nuovi e vecchi comunitarismi religiosi, da integralismi comportamentali. Come è evidente che non è il divieto ma l’accettazione, quel senso microfisico del vivere quotidiano che ti fa capire che non ci sono nè barriere nè indifferenza, che rompe tanti steccati. Quelli che il jihadismo vuol mantenere. Ma il punto più importante è, ci venga perdonato il materialismo, un altro. Nelle nostre società la popolazione bianca, persino fasce significative di quella specializzata, è vista come eccedente. Accettata finché riesce a consumare, poi espulsa da processi reali di cittadinanza, confinata ai margini della sopravvivenza. A maggior ragione questo vale per la popolazione immigrata e i rifugiati: per loro non solo non sembra funzionare il dispositivo di integrazione pensato fino a venti anni fa ma sono visti ormai come nodi di una rete che importa i conflitti, e i morti, delle guerre in Medio Oriente. Ma tutto questo non si può (ancora) dire nelle retoriche ufficiali. Quelle che, dall’Ue a (quasi) tutti gli stati nazione che la compongono trasudano di sviluppo, integrazione tolleranza. Allora ecco che appare il costume da bagno come specchio, e pretesto, di una serie di proibizioni, disciplinamenti e segregazioni che le retoriche ufficiali non possono fin qui esprimere. Ma che, così la politica ufficiale spera, servono per colmare quello vuoto di disciplinamento che la secolarizzazione assicurava. Ma è un grosso errore, una cosa di cui non si vedono i vantaggi, che tutti rischiamo di pagare perchè non farà altro che accendere gli animi. Alla fiera delle dichiarazioni non poteva certo mancare il nostro paese dove la polemica (si fa per dire) politica è esplosa in assenza dell’oggetto. Visto che per avvistare i burkini in Italia ci vorrebbe un monitoraggio satellitare. Ma la politica istituzionale vive di questo, bolle speculative della comunicazione politica, accorate prese di posizione sul nulla. Nessuna strategia, nessuna soluzione prospettata di problemi che, comunque vada, paiono, dietro le quinte delle dichiarazioni ufficiali, irrisolvibili. Nessuna attenzione, oltreutto, al fatto che il burkini in Italia si direbbe un fatto statisticamente nullo tanto è raro l’utilizzo, Tanto, come sempre, se esploderanno i conflitti reali verrà mandata un pò di polizia sul campo e dato qualche appalto per carità e assistenza. Il resto, polemiche che surclassano il filone demenziale del cinema americano anni ’80, andrà in onda su Twitter. Dove gli account di Alfano, di Renzi e di Salvini stanno nello stesso spazio digitale di quelli di tanto integralismo religioso musulmano. Ma si sa, come direbbe un altro utente di Twitter, Gasparri, tra “noi” e “loro” mica condividiamo gli stessi valori. Peccato che, altro che guerra di civilità, condividiamo le stesse tecnologie della comunicazione, gli stessi stili di consumo digitale. Si tratta di modalità di consumo culturale che, come nella primavera araba, sono in continuo bilico tra il dare la spinta a processi democratici come a quelli di autoreferenzialità islamista. Basterebbe vedere le stesse biografie dei foreign fighters per scorgervi non tanto l’irrimediabile islamista radicale che vive di versetti ma un qualcuno che avrebbe potuto essere portato altrove. Le prese di posizione come quelle del primo ministro francese servono solo a far spostare l’equilibrio verso il peggio. Neanche Al Baghdadi avrebbe potuto sperare, per far leva sul consenso alimentato dal vittimismo, in una tale scomunica, da parte occidentale, di comportamenti musulmani: “incompatibile con i nostri valori”. D’altronde l’occidente ha paura di perdere il governo delle proprie metropoli e, in nome di questa paura, ci si attacca anche ai costumi troppo lunghi. Quanto alla politica italiana, viene a mente Ashley Brillant, storico vignettista anglo-americano che tenne seminari da leggenda, sulla satira e sulla politica, durante l’estate dell’amore californiana del ’67: “"alcuni cambiamenti sono così lenti che non te ne accorgi, altri sono così veloci che non si accorgono di te". E’ quello che sta accadendo alla politica italiana, neanche vista dai veloci cambiamenti in corso, che è riuscita a litigare su un fenomeno che in Italia, a malapena si scorge.

redazione 18 agosto 2016

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