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Estate 2011, quando la moneta travolse la democrazia

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“Tis all in pieces, all coherence gone” (John Donne)

democracy_deadJohn Donne figura ibrida di poeta, religioso e parlamentare inglese vissuto tra il XVI e il XVII secolo, è noto in Italia per questi versi di An Anatomy of the World che rappresentano la ricezione britannica alla nuova scienza di Galileo e alle scoperte di Keplero. Donne fissava in questo modo le sensazioni dei suoi contemporanei di fronte al fatto che, in forza delle vincenti teorie di Galileo e Keplero, non stesse cadendo tanto una concezione della scienza quanto un sistema politico ed un ordine del mondo. E Donne, in fondo, non è che un poeta della vigilia della grande crisi: morirà nel 1631, un decennio prima della guerra civile inglese quando il crollo di un sistema politico e di un mondo lasceranno il testimone ad una tragedia epocale.
La nostra epoca invece è fatta per non prendere sul serio i poeti, tanto meno nella loro capacità di percepire la direzione impressa dalla storia. Può solo affidarsi alla lettura della interpretazione degli algoritmi per la previsioni in borsa per capire se un periodo storico stia volgendo al termine . Eppure, una volta ascoltato il responso degli algoritmi, sempre alla storia e alla sua direzione si torna per costruire un qualsiasi progetto politico. E quel che ci dicono gli ultimi mesi sembra piuttosto chiaro: un’economia mondiale basata da un decennio su tre pilastri -consumo Usa, crescita cinese e moneta europea- non solo non tiene ma rischia davvero di vedere questi pilastri scontrarsi l’uno contro l’altro (si veda l'ottimo articolo di Mike Davis su Il Manifesto del 31 luglio). E infatti, nel mezzo di diversi giorni di tempesta su tutte le borse mondiali si sommano tutti gli aspetti della crisi capitalistica, quelli da caduta del saggio di profitto e quelli da bolla finanziaria, in un periodo solo e su una scala geografica che coincide con le dimensioni del pianeta. E nel bel mezzo del tifone un disperato Prodi, ripreso dal Guardian, si è sfogato a Radio 4 inglese con queste parole: “Non si capisce più chi comanda”. Se l'Inghilterra del '600 ha avuto un John Donne a noi, più prosaicamente, è toccato Romano Prodi che della crisi di un mondo riesce solo a percepire che non esiste più una struttura di comando alla quale adeguarsi. Dal crollo della grande catena dell'essere a quello della catena di comando: se alla nostra epoca difettano i poeti non si può dire che i pragmatici siano riusciti a tenere questo mondo in piedi.

GIORNI STORICI PER LA DISSOLUZIONE DELLA DEMOCRAZIA DA PARTE DELLA MONETA

Negli anni '20, durante una fase convulsa della prima globalizzazione liberista (1870-1944) Karl Polanyi scrisse un articolo, sulle difficoltà della Gran Bretagna a risolvere contemporaneamente le esigenze di bilancio e le necessità dell'assistenza sociale. L'articolo portava un titolo estremamente significativo: ”Inghilterra tra moneta e democrazia”. La scelta dei “conti in ordine”, come si chiamano oggi i bilanci secondo una metafora falsamente intuitiva tratta dalla vita di tutti i giorni, o quella dell'assistenza sociale. Quella della moneta o quella della democrazia visto che l'assistenza sociale era chiesta dalla parte maggioritaria della popolazione britannica. Allora non ci furono dubbi: sia il governo laburista che quello conservatore, alternandosi, appoggiarono le esigenze della moneta impoverendo il paese e creando le condizioni per il più poderoso sciopero dei minatori che la storia d'Inghilterra ricordi (1926, chiamato dagli storici The General Strike, lo sciopero generale per eccellenza, fatto proprio contro gli effetti sociali delle misure liberiste di rafforzamento della moneta volute l'anno precedente da Winston Churchill). Oggi, rispetto all'Inghilterra di allora qualcosa è cambiato: la moneta non rispetta più nemmeno le forme della democrazia, non esercita quel soft power in grado di convincere il potere politico ad appoggiare le proprie esigenze. Semplicemente salta il potere politico, umiliandolo pubblicamente. Come fece Odoacre nei confronti di Romolo Augustolo: eletto capo da diverse tribù di barbari si dichiarò re in Italia, depose Romolo ponendo fine al quella che ormai era solo una finzione ovvero l'impero romano.
Il declassamento dei titoli americani da parte di Standard and Poor's, nonostante le proteste del governo americano, rappresenta quindi quella che possiamo chiamare la decisione di Odoacre. Quella di mettere fine ad una storica ma esaurita finzione politica e legittimare il potere reale. Declassare il valore dei titoli pubblici americani è stato quindi un atto politico che ha segnato la sottomissione del governo americano alle agenzie di rating, quando per lungo tempo era avvenuto il contrario. Lo stesso rappresentante di Standard & Poor's, tanto per parlare chiaro, ha detto pubblicamente che la decisione del declassamento dei titoli Usa è “più politica che tecnica”. Il rating da oggi si occupa giudicare in ultima istanza gli atti politici degli stati, pena il ritiro degli investimenti, a causa dei giudizi negativi delle agenzie, per chi non segue le indicazioni. Un rovesciamento violento del concetto e della pratica di sovranità popolare, e senza sparare un colpo, efficace quanto un'invasione militare straniera su larga scala. Un rovesciamento probabilmente dettato dalla necessità, da parte di una vasta platea di soggetti del mondo globale, non più di condizionare ma di dettare direttamente e pubblicamente ordini agli stati.
Come Odoacre Standard & Poor's è infatti espressione di diverse tribù, del potere monetario come politico ed economico globale, anche in lotta tra loro: capitali apolidi (più di quanto si immagini), fondi di investimento, destra repubblicana americana (che con la sua idea di small government è funzionale all'esternalizzazione del grande potere globale ai capitali), clan speculativi distesi su tutte piazze finanziarie globali (quelle che trattengono il 30 per cento del capitale mondiale in sedi ufficiali e quelle che trattano il restante nelle sedi informali). Tribù che mostrano però un tratto comune: l'indipendenza da qualsiasi vincolo politico e giuridico nazionale e sovranazionale, la necessità di continuare a perpetuare il loro stile di vita, che coincide con il consumo delle risorse materiali e immateriali di un pianeta, liquidando e facendo cassa di ogni vincolo formale anche quello dettato dal rispetto dello stato più potente del mondo. E in un mondo dove Apple, una singola corporation, ha una liquidità maggiore dell'intero stato federale americano, si comprende come in un periodo di crisi questo stato andava prima o poi ridimensionato ed umiliato.

Il rapporto Geab, sullo stato della crisi sistemica globale, del 14 giugno scorso aveva il grande pregio di dire letteralmente che la seconda ondata, legata adesso al debito degli stati, della crisi aperta con i subprime sarebbe partita con il mese di luglio del 2011. Secondo i ricercatori del Geab la crisi dei subprime aveva smaltito, distruggendo capitali fittizi ed economie reali, 15.000 miliardi di dollari di titoli tossici. Quella che si sta aprendo adesso, sempre secondo il Geab, deve smaltire i restanti 15.000 di titoli tossici. A questo rapporto bisogna aggiungere due elementi: che la crisi dei nostri giorni coincide, per un ampio spettro di analisti, con l'annuncio di una recessione globale e che stavolta, a differenza del 2008, la moneta prende il potere solitamente riservato, anche per rispettare le forme, alla democrazia.
Il rappresentante di Standard and Poor's, intervistato dalla Cnn sui motivi del declassamento dei titoli Usa, che detta seccamente la linea di comportamento ai democratici e ai repubblicani per il prossimo anno e mezzo, che coincide con il periodo della campagna presidenziale, rappresenta quindi la cifra e il simbolo di questo cambiamento di potere.
Giusto Pinochet, nella prima intervista televisiva dopo l'assalto al palazzo presidenziale difeso da Allende, era stato più perentorio nei toni nei confronti di una nazione.
Alla decisione di Odoacre da parte di Standard & Poor's, di togliere la finzione del primato del potere politico mondiale al governo federale degli Stati Uniti, segue quindi il timore diffuso per gli spiriti animali della borsa. Da Repubblica allo Spiegel, da Bersani al cancelliere dello scacchiere britannico risuona lo stesso così lo stesso slogan: “Placare i mercati”. E' il motto, inciso a caratteri di fuoco sulla pietra, della sottomissione delle democrazie alla moneta. E, di riflesso, dell'evaporazione di ricchezze e di aspettative di vita per intere popolazioni, compresa la nostra.

PETAIN IN ITALIA

Si comprende quindi che sull’Italia si sono riversate tensioni di tipo globale che vanno ben oltre lo specifico del, già grave, declino del sistema paese. La crisi italiana del mese di luglio non era quindi l'eccezione di un paese pittoresco, aggredito dalla severità calvinista del mercato, ma la spia di una più potente crisi globale. Eppure, liberandosi dal provincialismo di un paese culturalmente asfittico e minimale, si sarebbe dovuto capire che quando il terzo mercato delle obbligazioni al mondo, l'Italia, entra in crisi il problema non è di un paese ma è sistemico. E’ bene comprendere inoltre, come hanno fatto notare sia il Financial Times Deutschland e la Frankfurter Allgemeine che gli attori finanziari stanno scommettendo, e si stanno parametrando, su una recessione mondiale nel 2012. Il dibattito italiano si è invece focalizzato sulle misure da strapaese liberista chieste da Confindustria e Cgil sui “costi della politica”, sulle privatizzazioni, sull'equità dei tagli come se queste misure da bricolage economico sortissero effetti diversi dal collassare un paese sollevando solo, e solo nell'immediato, qualche trimestrale di cassa dello stato o qualche bilancio aziendale a breve. La verità, nuda, tragica e priva di retorica è un'altra: di fronte ad una nuova recessione (aspetto economico globale della crisi) l'Italia ha una struttura economica che, come e forse peggio di quella recentissima del 2008-9, subirà una contrazione del Pil più ampia di altri paesi con maggiori difficoltà di ripresa; di fronte alle convulsioni dei debiti sovrani (aspetto finanziario globale della crisi) l'Italia rischia invece di essere mandata alla deriva dagli altri partner europei, come un vero e proprio battello carico di esplosivo non disinnescabile mandato a disintegrarsi in mare aperto (lo Spiegel dà tutto questo per scontato e speriamo che esageri). La combinazione, che può farsi perversa, di questi due fattori può riportare questo paese a condizioni di miseria collettiva sconosciute da qualche decennio. Esagerazioni? Basti ricordare che il potere d'acquisto perduto, dai ceti medi e medio-bassi italiani, con la crisi del '92 non è stato mai recuperato in vent'anni. Se la crisi finanziaria attuale, come sostiene Le Monde, rischia di essere di una ampiezza maggiore di quella dei subprime si comprende come si sia entrati in un periodo decisivo per il futuro di almeno due decenni di questo paese. Con la differenza, rispetto agli anni '90, che si gioca tutta sulle modalità di commissariamento del governo. Allora a commissariare il parlamento fu la Banca d'Italia oggi, basta leggere le parole per niente sibilline di Mario Monti sul Corriere, gli attori protagonisti sono la Bce, la commissione europea, qualche banca d'affari e qualche hedge fund di peso. In Italia, alla perdita di ricchezza sta così corrispondendo l'evaporazione immediata della sovranità nazionale. Salvo che sui media italiani, contenitori tossici del teatrino della politica, dove si continuerà a parlare di Casini, di Bersani, di Alfano come se politicamente esistessero sul serio. Oggi il parlamento italiano ha infatti la stessa piena sovranità reale del governo di Vichy durante l'occupazione tedesca. Può quindi occuparsi di orario di alcool test per i giovani, di tempi di permanenza nei Cie, di documenti sulla bioetica, del rinnovo della tessera del tifoso, della cerimonia di chiusura dei 150 anni dell'unità nazionale. Tutto molto bello per i giornalisti di Repubblica o del Giornale ma la sovranità politica, economica, monetaria, fiscale è altrove. E, a differenza della repubblica di Vichy, nessuno sa veramente a chi debba rendere conto il Pétain italiano. Di qui tutta l'angoscia di Romano Prodi. Quella dello sciumbasci capo, ascaro di un certo rango nel mondo globale ormai andato, che non trova più un potere coloniale al quale votarsi.
In ogni caso, una seduta negativa in borsa in più o in meno nei prossimi tempi non cambierà la sostanza: anche in Italia, e con minor resistenza, la moneta ha travolto la democrazia e vaporizzato la sovranità nazionale reale.

La democrazia liberale in Italia chiude così il proprio ventennio da operetta, apertosi con il bipolarismo, con la tragedia del trasferimento delle decisioni concrete sul destino del nostro paese ad un altrove che, al momento, non sa nemmeno cosa farsene della penisola. Davvero quando si vedono le facce di disperati come i dirigenti della Cgil, che seriosamente dicono che “bisogna evitare il default” (In nome di cosa? Dei dividendi di qualche azionista a Francoforte o a Singapore?), di patetici impettiti, come Bersani e Di Pietro felici di “tranquillizzare i mercati”, di spiritosi di provincia autoelevatisi a caso letterario (Tremonti) c'è da interrogarsi su quali abissi esistenziali conduca l'autoreferenzialità umana. E di una classe (si fa per dire dire) dirigente che si fa si fa commissariare dall'estero quando neanche si sa chi comandi oggi davvero su questo paese e cosa questo ipotetico qualcuno voglia fare dell'Italia. E che, all'indomani dell'effettivo commissariamento, riesce solo a litigare su chi si sia fatto commissariare per primo scattando sull'attenti però al momento in cui, da un punto imprecisato dell'Europa, scatta l'ora di eseguire gli ordini. Che, fa bene aggiungerlo, al momento non sono neanche portatori di una precisa strategia. Resta quindi una domanda, dopo Berlusconi chi sarà il prossimo Pètain in Italia? Bersani, Alfano, Casini, lo stesso Monti si candidano a rivestire una carica che di potere reale ha solo le vesti cerimoniali. Fino a quando, anche in Italia, converrà a qualcuno tenere in piedi questa finzione.

Si dimentica spesso che la fine della seconda guerra mondiale furono definiti due grandi tabù. Di solito si parla solo di uno: quello della guerra mondiale. Nei confronti del quale per impedirne il ritorno fu creato l'Onu. L'altro grande tabù, oggi non solo dimenticato come tale ma anche santificato come protettore della ricchezza, era la globalizzazione finanziaria. Causa strutturale di due guerre mondiali. Il sistema di Bretton Woods fu creato proprio per impedire il ritorno di questo genere di globalizzazione. Se si pensa un'uscita da questo sistema, questo insegnamento, e il monito che contiene, va riportato alla luce.

Sono giorni storici, l'ordine che crolla è il quello del '71. Proprio nell'agosto di quaranta anni fa, il dollaro si sganciava dall'oro creando le premesse per la demolizione di fatto di Bretton Woods e per l'imporsi del neoliberismo dei decenni successivi.
John Donne potrebbe cantare oggi i suoi versi per il dollaro: la decisione di Standard & Poor's pone fine al primato politico degli Usa su un mondo liberista e su un ordine delle cose. Ma non deve interessare più di tanto il compiacimento di una agenzia di rating verso sé stessa, nel momento in cui questa si sente il nuovo Odoacre. E' all'ordine del giorno piuttosto il problema di salvare, ricostruire, rinnovare e sviluppare una società degna di essere vissuta. Il resto, in fondo, è un dispaccio di agenzia al quale si aggiungerà un altro e un altro ancora. La salute di una società, fortunatamente, è ben altra cosa.

per Senza Soste, nique la police

7 AGOSTO 2011

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