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Perché Concutelli sì e Battisti no? Una risposta inquieta

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Concutelli_77Nei giorni si scorsi si è aperto pubblicamente un dibattito sulla concessione dei benefici della riduzione della pena a Pierluigi Concutelli, storico esponente del fascismo stragista italiano degli anni ’70. Se ne sono occupati i media principali del paese, per quanto in sezioni riservate, e ha preso la parola Eugenio Occorsio. Si tratta del figlio del magistrato Vittorio Occorsio ucciso, e rivendicato politicamente, proprio da Concutelli il 10 luglio 1976. Eugenio Occorsio è un giornalista di Repubblica e, sulle pagine del quotidiano romano, ha scritto queste parole: “occhio per occhio non è una regola, è l’opposto delle regole. È questa la differenza tra chi è membro di una società civile  [… ] e chi invece ha scelto di starne ai margini come i terroristi”.

Eugenio Occorsio ha quindi scelto concetti schematici e parole molto semplici per mettere in discussione la necessità dell’ergastolo anche nel caso di un fascista conclamato, omicida e niente affatto pentito. Definisce così un’idea di società civile in cui la giustizia si norma attorno al problema della reale pericolosità di un individuo, in un momento storico diverso da quello del processo, non attraverso criteri di vendetta. Mette insomma in discussione il mito della certezza della pena. L’ergastolo a Concutelli a lungo ha avuto senso, seguendo le parole di Eugenio Occorsio, ma oggi non più. La certezza della pena di un processo degli anni ‘70 assumerebbe così oggi il sapore dell’inutile rivalsa del passato sul presente.

Le parole di Eugenio Occorsio mostrano una istintiva repulsione verso un criterio di giustizia comunemente definito tribale o medioevale. L’accenno all’occhio per occhio è semplice quanto chiaro e forte nel significato che assume. Si tratta però di rendersi conto che la società italiana, quando si è trattato di esponenti di area politica opposta a quella di Concutelli, si è data criteri di giudizio e di condanna decisamente tribali ed espressi sempre in modo compiaciuto.
Lo stesso fatto che la parola decisiva su Concutelli l’abbia data Eugenio Occorsio, figlio del magistrato ucciso, rivela il carattere pubblicamente tribale di questa concezione della giustizia. Foucault nei seminari di San Paolo del Brasile ricordava come l’istituzione della parola decisiva, sul destino delle sorti del condannato, da parte dei consanguinei dell’ucciso fosse uno dei tratti distintivi della giustizia medievale. Infatti da trent’anni le parole decisive in materia di giustizia su questo genere di temi non sono dei giuristi, dei filosofi, degli scrittori ma dei parenti. Neanche tutta la rete di esperti a seguito dei dispositivi di trattamento tecnologico del crimine, che cercano di rendere scientifico il loro discorso a cavallo tra la psicologia e la criminologia, può qualcosa di fronte alla parola dei parenti medialmente diffusa. Più che di società civile si tratta quindi di emergenza di un’area di comportamenti neotribali e mediali che, in nome della sofferenza dei parenti, si è impossessata di temi che non sono privati ma riguardano l’intera società. E sulla spettacolarizzazione della sofferenza dei parenti i media italiani, Repubblica in testa, hanno prima aperto un genere, sia letterario che televisivo, poi l’hanno sviluppato sino all’attuale fase di estremo manierismo. Siamo così di fronte ad una più che trentennale santa alleanza tra il familismo, i cui drammi privati chiedono di essere elevati a criterio di giudizio universale, e l’effetto dolore che nei media alza sempre audience e fatturato.

Eugenio Occorsio ha di fatto rotto questi schemi anche se la sua parola è decisiva proprio in virtù dell’egemonia storica di questa santa alleanza. Definisce in questo modo un’idea di giustizia sulla quale bisogna riflettere. Concutelli, per quanto fascista e omicida, non è Eichmann e nemmeno Priebke. Su di lui non si applicano i criteri del male assoluto per cui la persecuzione della giustizia cessa solo con l’estinzione del perseguito. Si può essere d’accordo su queste conseguenze delle parole di Eugenio Occorsio. La persecuzione dei nemici dell’umanità, quali sono fascismo e nazismo, deve conoscere una gradualità dettata dalla contingenza storica e dal tipo di società nella quale ci troviamo. Assimilare Concutelli, che chi scrive trova persona assolutamente spregevole, a Eichmann non ha senso. Non perché entrambi non siano nazisti ma perché riproduce una logica di continua emergenza e di tribunali speciali che, se reiterata, fallisce come forma di governo della coesione sociale. La concezione del nazismo come male assoluto nasce dopo una guerra che ha prodotto cinquantacinque milioni di morti, di cui sei milioni nei campi di sterminio. Concutelli, in quest’ottica, è il residuo storico di una guerra civile a bassa intensità che si è dispiegata in questo paese lungo tutti gli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80. Si possono trovare altri criteri di giustizia rispetto ad Eichmann.

Ma se Concutelli non è Eichmann cosa è Cesare Battisti? Quale caso rappresenta?
A sentire due grandi, ma veramente grandi, esponenti della cultura italiana, come Umberto Eco e Adriano Prosperi, se non si tratta di Eichmann perlomeno si tratta di Priebke.  Recentemente sia Eco che Prosperi hanno infatti affermato che il governo Berlusconi non ha credibilità perché non è riuscito ad assicurare alla “giustizia” (parole loro) Cesare Battisti. L’ex militante dei Pac, riparato all’estero dal 1981, e nel frattempo divenuto uno scrittore di successo per Gallimard. Ora sia Eco che Prosperi non solo conoscono benissimo l’importanza, e il prestigio, di Gallimard nell’editoria globale ma hanno anche gli strumenti per valutare un terreno importante e scivoloso. Ovvero il grado di pericolosità sociale di uno scrittore dalle sue opere e l’evoluzione, culturale e anche psicologica, tra il Battisti di oggi e quello della Milano della fine degli anni ’70.
Bene, sia per Eco che per Prosperi, Battisti è rimasto al fermo immagine di quegli anni. Le sue opere, e il fatto che abbia pubblicato per una casa editrice patrimonio della cultura globale, non contano. Non se ne sono nemmeno occupati. Mentre le condizioni di salute di Concutelli, fascista irriducibile, inducono a rivedere la sua situazione detentiva le opere e l’ottima salute culturale di Battisti non sbloccano questo fermo immagine vecchio di oltre trent’anni. Nonostante che sia Eco che Prosperi siano ospiti frequenti delle pagine di Repubblica. La stessa testata che ha pubblicato l’inervento di Eugenio Occorsio e per la quale il figlio del magistrato ucciso lavora. Ma perché l’operazione di contestualizzazione storica della figura di Concutelli funziona e quella di Battisti no?

Il punto decisivo per rispondere non sta nel fatto che Concutelli ha subito una lunga detenzione mentre Battisti ha alternato carcere, evasione e latitanza. Oggi si tratta di dettagli. Non è un dettaglio invece il fatto che ormai ci troviamo di fronte ad un rovesciamento completo delle concezioni del male assoluto. Per cui dai Concutelli, e quindi da destra, la concezione del male assoluto da perseguire in modo permanente, senza mai smobilitare, si è infine spostata ai Battisti e cioè a sinistra. Siamo quindi al fermo immagine non tanto di Battisti ma della fine degli anni ’70.  Il lessico della giustizia e della politica ufficiale italiana è infatti fermo da qualche parte, tra il caso Moro e quello Cirillo, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. In questo senso si comprende come il fascismo non sia sentito come problema perché non lo era nell’agenda politica ufficiale di quel periodo specifico. Un pericolo storico per la società italiana, perché messo tra parentesi durante un breve lasso di tempo, viene così cancellato come tale. Si arriva quindi al paradosso di negare una soluzione politica a sinistra, per chi ha cominciato una guerra civile a bassa intensità come risposta a Piazza Fontana, e di favorirla per chi, in quegli anni, stava dalla parte degli stragisti che misero la bomba alla Banca dell’Agricoltura a Milano. Il patetico caso dei manifesti sulle “BR in procura a Milano”, che contiene tanti di quei rovesciamenti della realtà da far venire le vertigini, si spiega proprio in quest’ottica. Perché ancora oggi è politicamente vincente chi si impadronisce del linguaggio delle istituzioni emerso durante quel preciso, e limitato, momento storico. Perché quello è stato un momento in cui i partiti hanno prodotto una coralità legittimata di intenti, e ricevuto un consenso maggioritario, che ancora oggi si intende clonare e replicare anche oltre il preciso momento storico che l’ha generato. Come abbiamo visto negli anni scorsi la clonazione di quel linguaggio ha travolto ogni confine del ridicolo: sono stati, in modi diversi, accusati di fiancheggiare il “terrorismo rosso” soggetti come i social forum, la Cgil (!), la Fiom, Beppe Grillo, persino le uova sono state equiparate alla P38, per non parlare di Facebook definito “pericoloso come i gruppi extraparlamentari degli anni ‘70”  dal presidente del Senato in un discorso ufficiale.

Ecco perché Concutelli si e Battisti no. Si va ben oltre l’ideologia della partita doppia che voleva assimilare fascismo e comunismo. Nell’ eterno fermo immagine della fine degli ’70, attorno al quale si sono cristallizzati i linguaggi della politica ufficiale, il male assoluto sta a sinistra. Per la destra si possono quindi trovare parole di umana comprensione. E così esponenti di un partito al governo, La Destra di Storace, possono festeggiare il compleanno di Hitler e attaccare il 25 aprile. Contro di loro, e contro chi ha messo a Roma un manifesto che esalta lo squadrismo, solo rumori di fondo. Provate pubblicamente a sventolare il numero de L’Espresso dei primi anni ‘80, non di Controinformazione, che parla delle torture ai militanti del movimento alla Procura di Milano durante il periodo di Cesare Battisti. E vedrete se ci sarà un rumore di fondo oppure se un intero dispositivo politico, culturale, mediatico non si muoverà contro di voi. Per fermarsi solo quando vi sarete arresi e avrete negato le vostre stesse parole. Avrete sperimentato così qual è il male assoluto per la società italiana ufficiale di questi anni. Non il fascismo, s’intende.

“Quando c'è una sospensione dei combattimenti veri e propri, esiste un tipo di guerra che non dà tregua, giorno e notte, e cioè la guerra di propaganda”. (George Orwell)

per Senza Soste, nique la police

24 aprile 2011

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