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Risale la produzione? Peccato ci voglia mezzo secolo per tornare a livello 2006

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homer munchSappiamo benissimo, lo vediamo tutti i giorni, che la politica oggi vive di opinione pubblica, sensazioni a distanza e di retorica. In questa dimensione ha funzionato bene, mentre ora sta scricchiolando, il marketing renziano. Marketing che, in economia, si dispone sempre in questo modo: impadronirsi dei dati, recitarli in modo positivo, come una scossa comunque benefica per il paese e tacciare di “gufi” tutti coloro che non appartengono a questo genere di recitazione. Un punto di forza di questa operazione di marketing sta nel lamento di critici che, spesso, non hanno una grossa idea di dove voler andare. L’elemento reale del marketing renziano dei dati lo vediamo in questo post magistrale di Mario Seminario su Phastidio (http://phastidio.net/2016/10/05/le-tirocinanti-del-lancio-ansa/ ) dedicato all’operazione da spin doctor di due deputate Pd sulle statistiche di Giovani Si. Un insuccesso reale, Giovani si appunto, viene, sul terreno della retorica, trasformato in un successo da twitter. Ma il metodo è quello: impadronirsi dei dati, commentarli enfaticamente e guai ai “gufi”. Spesso l’approssimazione dei critici dà una mano a queste operazioni ma, si sa, alla fine la realtà e i fatti hanno la testa dura. Una testa dura la manifestano anche i dati sulla produzione ma, come sappiamo, siamo in periodo pre-referendario, e quindi, a maggior ragione, lo spettacolo viene prima di tutto. Ecco quindi che ci troviamo di fronte all’uscita degli ultimi dati destagionalizzati sulla produzione.

Il problema, dal punto di vista della comunicazione politica dei dati, è che siamo in stagione referendaria e di legge di stabilità. La pubblicazione di ogni dato deve servire di certo non per una discussione di marca habermasiana nell’opinione pubblica, fenomeno che andrebbe comunque desacralizzato, ma per rafforzare l’effetto consenso attorno al governo. Ecco quindi che i media, ognuno nella propria piattaforma (dalle app, alle tv generaliste ai giornali) sparano un dato: produzione al più 4 per cento in agosto. Sparato così, come “inatteso”, è stato scritto cosi’, si ottiene quell’effetto spettacolo voluto dall’esecutivo. Quello di un governo “che tiene” nonostante la crisi, di una legge di stabilità che può godere della ripresa economica. Per ottenere questo effetto, psicologico e soprattutto politico, bisogna ovviamente isolare il numero dal contesto, puntando sull’effetto simbolico, sacrale, energetico del numero comunicato. Per cui questo 4 per cento, sparato su ogni piattaforma, alla fine sembra davvero qualcosa. Ora, sulla convergenza statistica spettacolo-esecutivo-media mainstream, un conglomerato che negli altri paesi europei non si dà in questo modo, ci sarebbe da dire molto. Ma la cosa, bisogna dirlo, oggi sembra interessare poco. Come se la possibilità di usare Facebook avesse neutralizzato la portata reale dei problemi strutturali di una democrazia. Passiamo quindi direttamente alla lettura del dato. Inteso non come numero che cerca legittimazione grazie alla frase “finalmente una buona notizia” ,utile solo per qualche lancio su Twitter, ma come elemento che ha significato se letto nel contesto nel quale è stato prodotto. Mettiamo qui a fuoco tre questioni.

Prima questione: il generale agosto

L’aumento della produzione in agosto, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, è stato rilevato in un mese dai “livelli di produzione tradizionalmente molto bassi” (http://www.ligurianotizie.it/istat-sorpresa-la-produzione-industriale-ad-agosto-aumenta-come/2016/10/10/220516/ ). In poche parole il dato non è rappresentativo dell’intero settore produttivo italiano perchè si era in agosto. A luglio, mese lavorativo pieno, l’indice della produzione è aumentato dell’1,7. Il dato sulla produzione di agosto, come ammette un media “euforizzante” su questi dati come il Tgcom va a comporre un aumento trimestrale della produzione dello 0,4 per cento. Il dato di agosto non fa quindi, al netto delle sparate, proprio parte di un balzo di tigre dell’economia italiana. Se poi andiamo a confrontare questo aumento dello 0,4 con il crollo della produzione italiana otteniamo un dato non propriamente sereno. La ripresa alla renziana significherebbe un RECUPERO della produttività persa dal 2006 in circa CINQUANTA ANNI. Basta dare un’occhiata a questa tabella http://blog.gavekalcapital.com/wp-content/uploads/2015/09/41.jpg 20 per cento di produzione industriale persa dal 2006, dare a Renzi un arrotondamento al 0,5 di aumento della produttività annuo e si arriva a quaranta anni per colmare il ritardo accumulato da allora. Mentre se non si vuol fare l’arrotondamento a Renzi, che non è certo il colmo della simpatia, si arriva a toccare, nel migliore dei casi a sfiorare, la quota mezzo secolo per toccare, di nuovo, la quota di produzione del 2006.

Seconda questione: la crisi dei beni durevoli

Se andiamo a vedere nel dettaglio cosa è aumentato, e cosa no, nei dati sulla produzione vediamo che l’operazione porta significati importanti. Per quanto riguarda i settori di attività economica esaminati dall'Istat, la produzione industriale dell'Italia è aumentata nella fabbricazione di mezzi di trasporto, nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo. Le diminuzioni maggiori si sono riscontrate nell'attività estrattiva, nei prodotti farmaceutici, e nell'industria tessile e dell'abbigliamento. In particolare è stato registrato un forte aumento della produzione di automobili, pari al +41,9% rispetto al 2015 e del +9,5% nei primi 8 mesi di quest’anno. Insomma, l’auto ha tirato, pur nel contesto reale delineato dagli stessi dati Istat, depurati dalla comunicazione politica spettacolo, quella mainstream, che esiste per il puro supporto governativo. Pur dandosi una forma di informazione scientifica. Ma il dato più significativo, di queste rilevazioni, sta nella crisi dell’acquisto dei beni durevoli da parte degli italiani. Questa crisi ci fa capire due cose: la prima è che la produzione, quando c’è, è per l’esportazione. La seconda è che la società continua la propria crisi di riproduzione. Infatti l’agenzia di stampa Agi, riprendendo i dati, elaborati su base Istat, dell’unione nazionale consumatori, a commento del dato produzione di agosto 2016, ricorda che i beni di consumo durevoli acquistati da singoli, coppie, famiglie sono in calo del 40 per cento dal 2007. E quelli non durevoli, e così i dati sconfiggono il moralismo che si inventa un sovraconsumo frivolo di telefonini, sono, sempre dal 2007, in calo del 2,7 http://www.agi.it/rubriche/la-voce-delconsumatore/2016/10/10/news/industria_produzione_agosto_4_1_balzo_top_da_5_anni-1149709/ . Insomma, cosa gira dell’economia del paese, è orientato all’export non alimenta la riproduzione della società. Anche perché tra i beni di consumo durevoli, statisticamente, vi sono anche le automobili. C’è quindi una asincronia tra produzione di auto e crollo dei beni durevoli di consumo tutta da leggere. Al netto della propaganda. Come è da leggere l’aumento della produzione di auto in Italia rispetto all’aumento degli indici di produttività per unità lavorativa in Europa dal 1999. L’Italia è cresciuta, in questa speciale classifica, meno della metà dell’area Euro e della Germania http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/refreshTableAction.do?tab=table&plugin=1&pcode=tsdec310&language=en . E’ evidente che picchi della produzione come quelli rilevati, nella maniera che abbiamo contestualizzato, ad agosto sono finanziati non tanto dalla capacità produttiva, in un paese che ha tante strozzature, ma soprattutto dal basso costo del lavoro. Il fattore che, come un serpente che si morde la coda, spiega il crollo dell’acquisto dei beni durevoli quasi un decennio.

Questione conclusiva: economia stagnante, società in declino, spettacolo permanente

Una considerazione poco lontana dall’uso della statistica in comunicazione politica: quante cazzate sono state sparate, nella politica pubblica, mentre il paese perdeva dei livelli di produttività come se fosse sotto bombardamento. Mentre i livelli di consumo regredivano. Ma non sotto la forza di chissà quale critica al consumismo ma sotto la spinta materiale della crisi. Quanta priorità data a personaggi inutili, a leggi elettorali, a orge di parole senza senso a polemiche roventi giocate sul vuoto. E si che oltrettutto, almen formalmente, l’Italia dovrebbe avere i famosi sindacati maggiormente rappresentativi a presidio della produzione. Se i media devono avere funzione di preparre il feedback dei comportamenti sociali e istituzionali questo feedback oggi puo’ essere tradotto con una sola parola: suicidio.

L’ultimo punto è che, propaganda a parte, non c’è una reale percezione della profondità della crisi. Questo paese deve ancora realizzare che questa non è una crisi economica, una bassa congiuntura che attende la salvifica alta marea, ma di modello. Le retoriche politiche infatti si fermano a promettere efficienza, onesta, funzionalità come se fosse un problema di ordinare gli oggetti in un cassetto. Finchè le retoriche sono queste non si può che concludere con l’immancabile “auguri”. A noi non a loro. Nel frattempo godiamoci questo spettacolare, sorprendente aumento della produzione. Sui media sembra tutto vero, nel mondo reale si vedrà. Magari tra mezzo secolo.

redazione, 12 ottobre 2016

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