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PER NON DIMENTICARE

Usa tra fascismo, isteria e Donald Trump

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Michele Paris - tratto da http://www.altrenotizie.org

Il fascismo strisciante che pervade la classe dirigente americana continua a trovare sfogo nelle uscite pubbliche del candidato alla presidenza per il Partito Repubblicano, Donald Trump. La più recente “proposta” dell’attuale favorito per la nomination, cioè lo stop pressoché totale all’ingresso dei musulmani negli Stati Uniti, è stata condannata da molti a Washington, anche se essa si inserisce in un clima di isteria anti-islamica che la politica e i media ufficiali sembrano alimentare in maniera deliberata.

L’imprenditore miliardario aveva affermato lunedì nel corso di un comizio in South Carolina che la misura sarebbe di natura temporanea, in attesa che il governo elabori una strategia adatta contro la minaccia del terrorismo jihadista. Per giustificare il divieto di ingresso negli USA per coloro che professano la fede musulmana, Trump ha fatto riferimento alla decisione presa dall’amministrazione Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale di chiudere in campi di detenzione gli immigrati di origine giapponese, tedesca e italiana, vale a dire a uno degli episodi più gravemente lesivi delle libertà individuali nella storia americana.

Trump è stato subito investito da un’ondata di polemiche ma il giorno successivo ha rilasciato una serie di interviste televisive nelle quali ha soltanto parzialmente rettificato le precedenti dichiarazioni, sostenendo che i musulmani con cittadinanza americana sarebbero esclusi dal bando nel caso tornassero negli USA dopo essersi recati all’estero, per poi confermare sostanzialmente i concetti già espressi.

Simili “sparate” di Donald Trump non sono una novità per la campagna elettorale in corso e in molti continuano a minimizzarne la portata, giudicandole come l’espressione di un candidato imprevedibile e fin troppo schietto, sebbene attestato su posizioni decisamente estreme rispetto al baricentro politico Repubblicano.

Se le affermazioni di Trump appaiono per contenuto e forma effettivamente al di là di quanto i suoi colleghi repubblicani hanno proposto in questi mesi, la sostanza delle sue parole è tuttavia di fatto coerente con la linea avanzata dal partito e dagli altri candidati alla Casa Bianca.

Il secondo favorito alla nomination repubblicana nei sondaggi, il senatore del Texas Ted Cruz, aveva ad esempio già chiesto di vincolare l’accoglimento dei profughi siriani alla loro fede, ammettendo i cristiani ed escludendo invece i musulmani. Più di un’aspirante alla presidenza, tra cui lo stesso Trump, si era detto inoltre favorevole a mettere sotto sorveglianza tutte le moschee sul suolo americano.

Almeno anche un politico Democratico, il sindaco di Roanoke, in Virginia, qualche settimana fa aveva citato favorevolmente l’internamento degli americani di origine giapponese durante il secondo conflitto mondiale, lasciando intendere che quel provvedimento adottato in piena guerra contro il nazi-fascismo potrebbe essere ipotizzabile anche oggi, essendo in atto una guerra contro il fondamentalismo islamista.

La deriva autoritaria che lasciano intravedere simili dichiarazioni conferma la disposizione anti-democratica della classe dirigente borghese negli Stati Uniti e non solo. A ricordare la disponibilità a calpestare senza troppi scrupoli gli stessi principi democratici fissati da quest’ultima era stato quasi due anni fa il giudice ultra-reazionario della Corte Suprema, Antonin Scalia, il quale in un discorso pubblico aveva invitato i suoi ascoltatori a non illudersi circa la possibilità che l’istituzione di campi di detenzione per gli oppositori dello stato non possa tornare a essere una realtà anche oggi nell’eventualità di una qualche crisi nazionale.Il ritorno nel dibattito politico di richieste e proposte più adatte a uno stato totalitario che non a una democrazia liberale non è ovviamente un’esclusiva degli Stati Uniti. L’istigazione di sentimenti anti-musulmani e xenofobi, assieme all’ingigantimento di una minaccia terroristica che è peraltro la conseguenza delle politiche occidentali di aggressione dei paesi arabi, è alla base di recenti leggi e disegni di legge per aumentare a dismisura i poteri di sorveglianza delle forze di sicurezza - come in Francia e in Gran Bretagna - o ha già favorito il via libera parlamentare all’autorizzazione ad allargare le operazioni di guerra contro l’ISIS/Daesh dall’Iraq alla Siria, com’è accaduto ancora a Londra.

Tornando agli Stati Uniti, anche gli stessi critici di Donald Trump sono responabili del clima di eccitazione anti-musulmana, a cominciare dall’amministrazione Obama. Il presidente Democratico ha tenuto un discorso al paese sul terrorismo domenica scorsa, nel quale ha tra l’altro attaccato i Repubblicani per le loro proposte anti-islamiche, tralasciando però di ricordare come la politica estera da egli stesso promossa continui a risolversi in guerre devastanti e occupazioni militari di paesi musulmani.

Sul fronte Repubblicano, poi, sono state molteplici le voci di coloro che hanno sostanzialmente approvato la più recente proposta di Trump. Il già citato senatore Cruz, considerato in ascesa dai sondaggi più recenti, ha formalmente respinto lo stop indiscriminato agli ingressi dei musulmani negli USA ma ha elogiato il suo collega/rivale per avere sollevato la questione della sicurezza dei confini americani.

Altri ancora hanno cercato di giustificare le loro simpatie per le tirate fascistoidi di Trump con la presunta sintonia di quest’ultimo con la popolazione statunitense. Trump, cioè, starebbe soltanto dando voce a sentimenti razzisti diffusi nel paese, quando in realtà, a parte alcune frange estreme e l’elettorato Repubblicano facente capo al fondamentalismo cristiano, sembra esserci ben poco entusiasmo per le posizioni di estrema destra della classe dirigente di Washington tra lavoratori e classe media. Politici e media agitano piuttosto lo spettro dell’islamismo integralista per avanzare la propria agenda reazionaria e dividere la popolazione lungo linee razziali e religiose, oscurando deliberatamente le implicazioni di classe alla base della crisi della società americana.

Il più recente prodotto legislativo di questo clima avvelenato è stata l’approvazione questa settimana da parte della Camera dei Rappresentanti di una serie di restrizioni al programma trentennale di ingresso negli Stati Uniti senza la necessità di un visto per i cittadini di 38 paesi. La misura, che dovrebbe servire a rendere più sicuro il paese, ha ottenuto il sostegno di ogni singolo deputato Repubblicano e della larghissima maggioranza di quelli Democratici.

La nuova legge, appoggiata anche dalla Casa Bianca, dovrà ora superare l’ostacolo del Senato e potrebbe imporre controlli più severi su coloro che intendono entrare negli USA dopo avere visitato negli ultimi cinque anni almeno uno di questi quattro paesi: Iran, Iraq, Siria e Sudan.

La preoccupazione principale che avrebbe guidato la stesura del provvedimento è legata al numero relativamente elevato di cittadini europei recatisi in Siria per combattere nei ranghi dell’ISIS/Daesh, poi tornati in patria e quindi potenzialmente in grado di entrare in America senza la necessità di ottenere un visto.Anche sorvolando sul fatto che, almeno inizialmente, i musulmani con passaporto di un paese occidentale che hanno raggiunto la Siria sono stati spesso incoraggiati dai loro governi, visto l’identico obiettivo dell’abbattimento del regime di Assad, la misura in discussione al Congresso di Washington va considerata come un altro dei tentativi di alimentare i sentimenti anti-islamici e di ampliare i poteri di controllo sui singoli cittadini.Infatti, le restrizioni al regime “visa-free” sarebbero implementate principalmente in risposta alla strage della scorsa settimana a San Bernardino, in California, dove hanno perso la vita 13 persone.

Questa legge, però, non avrebbe contribuito a evitare il massacro, visto che Tashfeen Malik, una dei due responsabili dell’attacco assieme al marito di passaporto USA, Syed Farook, non era giunta negli Stati Uniti dal Pakistan grazie a questo programma, bensì a un altro lasciato inalterato dal provvedimento, quello ciè che consente di evitare le pratiche per l’ottenimento di un visto ai futuri coniugi di un cittadino americano.

10 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Dicembre 2015 13:00

Era l’8 dicembre 2005 e liberavamo Venaus

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[Tratto da NO TAV la Valle che Resiste – a cura del Centro Sociale Askatasuna e del Comitato di lotta popolare Velleità Alternative autoproduzioni – Febbraio 2006

Foto di Carlo Ravetto e Luca Perino]

tratto da http://www.notav.info

L’idea di riprendersi Venaus è concreta, i giorni di blocco sono stati giorni impareggiabili, e il sondaggio popolare decreta la manifestazione. Tutti sono convinti dell’utilità di una manifestazione, tutti sanno che il movimento ancora una volta ci può riuscire. E’ chiaro quello che si andrà a fare, con l’astuzia e la determinazione che contraddistinguono ormai il movimento bisogna provarci. Il giorno prima i preparativi sono frenetici, un commerciante di Rivoli che affitta e ripara generatori di corrente è un no tav convinto, e si dice disposto a donare per la causa un container per ricostruire il presidio, la nostra base logistica per reinsediarci a Venaus. Lo andiamo a prendere il giorno prima del corteo, gli facciamo fare il giro dei blocchi in statale e dovunque passa è salutato da un’ovazione.

E’ il comune di Bussoleno a mettere a disposizione il furgone che lo deve caricare e che vogliamo portare a Venaus, l’area individuata è quella del prato davanti all’ingresso del cantiere.

La manifestazione è convocata per la mattina alle 10.30 in Piazza della stazione a Susa, è la manifestazione del riscatto, siamo almeno 10.000, e chi c’è sa cosa fare, sa che questo è il corteo della svolta, oggi ci riprendiamo Venaus!

Le strade sono presidiate in maniera massiccia dalle forze dell’ordine, il bivio dei Passeggeri è chiuso da uomini e mezzi, così come la strada che da Mompantero porta a Venaus, solo Giaglione è libera. Il percorso della manifestazione è semplice e il movimento lo conosce già: l’ultima volta il 4 giugno, lo abbiamo fatto in 30.000, e quella stessa piazza l’abbiamo riempita di 50.000 no tav allo sciopero generale della Valle. E’ questo il passaporto della manifestazione, tutto questo più le botte prese nella notte di Venaus, e l’occupazione dell’ autostrada: è questo che si legge sui volti votati alla riscossa. Alcuni compagni sono giunti da fuori per partecipare a quella che sarà la Manifestazione per eccellenza.

Aprono i sindaci, davanti a loro una schiera di giornalisti e cameraman, anche loro hanno capito che oggi il movimento farà notizia, a seguire il container addobbato con il nonno combattivo della bandiera disegnato su una tavola di legno enorme, dietro ancora si apre il corteo con una talpa in gommapiuma che simboleggia gli scavi sospirati di Venaus il furgone dell’amplificazione dei comitati, il camper no tav e dietro migliaia di persone con le bandiere, i cartelli autoprodotti, e tanto coraggio.

La manifestazione si snoda in salita, alla prima curva verso Venaus ci si prepara, dietro al container i compagni si schierano: 7 scudi di plexigass, uno per ogni lettera vergata in rosso a comporre il più combattivo dei NO TAV e ai lati 2 scudi con i manifesti che chiamavano a raccolta per la manifestazione del 4 giugno, elmetti da cantiere in testa ed il pensiero rivolto al bivio dei Passeggeri, passaggio simbolico verso il cantiere, nonche il primo punto da cui hanno impedito il libero accesso a Venaus.

Dal furgone si spiegano una volta in più le ragioni del corteo, si salutano le realtà venute da fuori, e si dichiarano le intenzioni di scendere a Venaus; quando la testa del corteo giunge ai Passeggeri i sindaci contrattano il passaggio del container e di una delegazione, intorno si crea una folla incredibile che si posiziona man mano dietro agli scudi formando un’onda d’urto e tutt’intorno sulle collinette antistanti a formare quasi una curva di tifosi per la partita che da lì a poco si giocherà.

Dal furgone si continua a spiegare la situazione, “oggi siamo noi a provare a passare i blocchi, abbiamo anche noi gli scudi, spingeremo verso Venaus!”, l’intervento è accolto da applausi e grida d’incitamento, inizia la contesa, passa il container e la polizia si schiera compatta a chiudere il varco, le arieti no tav ci provano e si comincia a spingere, il contatto è determinato, la polizia carica ma non riesce ad andare oltre pochi centimetri dalla propria postazione, calci e manganelli colpiscono gli scudi e chi ne rimane fuori. Nicoletta Dosio è colpita in pieno volto da una manganellata che gli rompe il naso, la professoressa sanguina vistosamente, il corteo spinge e risponde alle cariche, volano oggetti ed è naturale che sia così. I compagni della fila di scudi sono circondati da gente che non si tira indietro, molti sono di Venaus, tutti sono lì per provarci. Non si indietreggia , la massa spinge e la colluttazione dura diversi minuti. Dalle curve sopra le collinette si scattano foto e si fanno riprese, ma soprattutto si incita a non mollare l’azione, dalla casa accanto al blocco vola qualche vaso di terracotta all’indirizzo della polizia, un anziano no tav colpisce un poliziotto con l’ombrello. E’ il momento, il corteo si divide, una parte prosegue in su verso Giaglione e si riversa giù dalla montagna per i sentieri. Tutti i punti sono buoni, inizia a nevicare quasi a rendere la coreografia della giornata di resistenza alpina perfetta, al bivio dei Passeggeri continua il fronteggiamento ma inizia a filtrare gente dai lati dello schieramento delle forze dell’ordine che ormai allo sbaraglio si aprono sconfitte. Sono migliaia i no tav che sono già al cantiere, l’area è recintata a ferro di cavallo, il prato su cui si sono costruiti i giorni meravigliosi di resistenza sono circondati da quella rete rossa che vilmente i tecnici di CMC, passamontagna calato sul volto, protetti dalla polizia, hanno piantato nel terreno durante la notte del blitz. I manifestanti si dispongono tutt’intorno alla rete, a guardar bene sembra quasi che si aspetti il segnale del via. La discesa sotto gli osceni piloni dell’autostrada, già vergati a vernice con due scritte no tav enormi, è composta da una cascata colorata di no tav, da Giaglione scendono i furgoni e il resto della manifestazione che passa vicino alla chiesa di Venaus le cui campane, ancora una volta, scandiscono i rintocchi della lotta.

Il via arriva, la rete cade sotto i piedi di chi si va a riprendere la propria terra, i no tav guidati da una bandiera issata si dirigono verso il cantiere con la polizia che indietreggia chiudendosi a testuggine. Le reti sono divelte, prese a calci persino dai bambini, la rete arancione è sequestrata e servirà poi a comporre scritte no tav sui prati antistanti. E’ una massa enorme quella che invade il prato, l’avanguardia della manifestazione intima alle forze dell’ordine la fuga, è ancora una volta la bialera a separare no tav e agenti, che disperatamente tentano ancora di disperdere la folla. Due lacrimogeni lanciati oggi non fanno di certo desistere nessuno! “Via!” è il segnale e si entra nel cantiere, lì i mezzi di CMC e LTF, lasciati incustoditi, vengono giustamente danneggiati, camper, gru e macchinari saranno resi inutilizzabili, i wc chimici formeranno una barricata verso la via interna dove gli agenti si sono ritirati.

Nel tragitto verso l’interno del cantiere vengono individuate le provviste delle forze dell’ordine che vengono requisite e distribuite tra i manifestanti. L’altra parte del prato è gremita di manifestanti, il prato del cantiere è completamente invaso, la forza pubblica è schiacciata nell’unico rifugio lasciatogli. Si schierano a difesa dell’ingresso principale, sono ridicoli, gli viene costruita una barricata in faccia laddove sorgeva il vecchio presidio, non sanno cosa fare, sono immobili e palesemente preoccupati.

Siamo ovunque, è di nuovo tutto del movimento, la gente è euforica. Nel prato si dà vita ad un comizio dove tutti acclamano la liberazione di Venaus, c’è chi la chiama la battaglia di VenausGrado in ricordo di Stalingrado, e anche il paesaggio innevato facilita i paragoni. Persino gli amministratori sono euforici, “ci siamo ripresi la dignità riprendendoci il cantiere” dice il sindaco di Venaus, “in montagna abbiamo sempre vinto” afferma il sindaco di Susa”, “A sarà düra” risponde la gente, il comizio è di tutti, la virttoria è collettiva.

Ignare le forze dell’ordine annunciano il prossimo ritiro che non avverrà, ma rimarranno mogie e schierate all’interno di quella piccola area rimastagli.

La giornata si completa calando sul prato il container, dando vita al nuovo presidio, bandiera no tav e albero di natale in cima, inaugurazione del sindaco e del più assiduo presidiante, Biagio fuochista di Venaus.

E’ sancito, Venaus è libera.

Per gli elicotteri di polizia e carabinieri rimane un’enorme scritta NO TAV fatta con la rete che hanno messo, aiutati dai manganelli, la notte del 5.

La gente di Venaus rimane sul posto, quando cala il buio in corteo si torna a Susa, la vittoria è schiacciante, il corteo è festoso e cantando Bella Ciao torna alla piazza da dove è partito, dove c’è una piccola distribuzione di viveri e bevande calde.

Nella serata una fiaccolata porterà alcune centinaia di abitanti della Val di Susa a sfilare festeggiando la vittoria tra Venaus e Novalesa.

La prima pagina dei quotidiani, la prima notizia dei tg ed ogni discussione è aperta dalla notizia “La Valle di Susa si è ripresa Venaus”, questo è il risultato di quell’8 dicembre, nel nome della dignità di un popolo che diventa comunità in lotta, che sa diventare movimento, che se serve sa come e quando combattere.

8 dicembre 2015

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L'odio. Vent'anni dopo

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Locandina7dicembreDicembre 2003. L'associazione don Nesi/Corea sceglie di iniziare le attività socio-culturali con la proiezione del film "L'odio".

Da allora non ci siamo più fermati, e per quanto riguarda la sola attività del cinema abbiamo proiettato fino ad oggi circa 450 film.

La scelta di quel film non fu certo casuale. Da un quartiere periferico come Corea, a Livorno, cercavamo di osservare una periferia di una capitale, Parigi, il dipartimento “93”, quello di Seine Saint Denis. Lo stesso che sarebbe stato teatro, nel 2005, di furenti e lunghi scontri.

Profeticamente accompagnammo la proiezione con la consapevolezza che la pellicola rappresentava uno sguardo sincero e in presa diretta sui guasti di un pezzo di società e fotografava cambiamenti socio-politici decisivi per le future generazioni. Ma già nel 2003, rispetto al 1995 - anno in cui è stato girato il film - appariva come il ritratto di una lontana età dell’oro.

Alla fine della proiezione esprimemmo dubbi sul fatto che un ragazzo nero, un arabo e un ebreo potessero essere amici, nel 2003. Oggi è ancor più tutto frammentato, anche causa dell’ascesa dell’Islam radicale (nel 1995 la presenza dell’Islam era ancora un fattore trascurabile e doveva ancora arrivare l’11 settembre 2001...) e dell'islamofobia che si richiamano vicendevolmente. La condizione di oppressione sociale ed economica e una società sempre più escludente e marcatamente diseguale hanno favorito maggiori divisioni e tensioni; ora non si tratta più solo di giovani contro la polizia o lo Stato, ma anche di giovani che vogliono uccidere gli ebrei o andare in Siria. La Haine parlava di amicizia e forse di una qualche speranza. Oggi si potrebbe realizzare solo un film sulla disperazione.

Ma malgrado tutto è utile e necessario, a distanza di 20 anni dall’uscita nelle sale, rivedere questa sorta di “trattato sociologico” per comprendere la debacle politica e sociale di un pezzo della metropoli, per contribuire alla denuncia dell’abbandono di intere fasce di popolazione. Dopotutto i ragazzi protagonisti degli attentati contro Charlie Hebdo e del venerdì 13 novembre sono cittadini europei, francesi o belgi poco importa, per lo più nati e vissuti nelle nostre periferie di città spesso ordinate e splendenti che vogliamo tanto accanitamente difendere dall’altro. Sono ragazzi generati dalle nostre periferie e in fondo è proprio la nostra stessa civiltà che li ha alimentati attraverso la discriminazione e l’esclusione.

Sono passati 20 anni. E da allora in effetti sembra sempre più drammaticamente vero che “il problema non è la caduta, ma l’atterraggio...”

 

Stefano Romboli – Associazione don Nesi/Corea

 

 


 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 07 Dicembre 2015 17:42

Morti sul lavoro: non semplici numeri di una statistica

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morti lavoro 1400tratto da http://www.infoaut.org

Pochi giorni fa l'Inail ha pubblicato i dati relativi ai primi dieci mesi del 2015 per quanto riguarda i lavoratori morti sul lavoro. Da Gennaio a Novembre il bilancio è terribile e i dati (ancora in fase di controllo) parlano di quasi mille lavoratori deceduti sul posto di lavoro o mentre vi si recavano.

Un'inversione di tendenza rispetto agli anni scorsi dovuta al continuo accanimento dei governi di questo Paese sui diritti conquistati dai lavoratori con le lotte dei decenni passati.

Dal governo Berlusconi in poi, tagli alle ASL e all'ispettorato del lavoro si sono moltiplicati, senza però che gli effetti fossero visibili al netto del rallentamento generale dell'attività economica generato dalla crisi: semplicemente meno lavoro uguale meno morti sul lavoro. Un processo di smantellamento dei controlli che non sembra arrestarsi ma che, anzi, ha avuto un ulteriore acceleramento col jobs act di Renzi, che prevede la nascita di un ispettorato generale del lavoro dall'accorpamento di tutte le attività di vigilanza e di controllo (comprese INPS e INAIL).

Con il pretesto di semplificare le ispezioni ed eliminare "i troppi controlli" si andrà di fatto verso une gestione ancora più flessibile delle normative sulla sicurezza del lavoro. I due settori più colpiti sono costruzioni e manifatturiero, e seguire il comparto della logistica (non c'è traccia invece, del comparto forze dell'ordine nonostante lo starnazzare dei sindacati di polizia sul lavoro dei "nostri eroi in divisa" che si pretende essere tra i più pericolosi).

2 dicembre 2015

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Ultimo aggiornamento Giovedì 03 Dicembre 2015 23:38

Paralleli Isis-Br sulla stampa italiana: un commento di Barbara Balzerani

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Senza aggiungere parola alcuna, perche’ sarebbe inutile e ridondante, vi lascio con un testo di Barbara Balzerani.

Un commento a uno dei tanti articoli di merda usciti dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi

[QUI un commento di Enrico Porsia, ex militante Br della colonna genovese]

tratto da da baruda.net

In questi ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi, abbiamo dovuto misurare il livello raggiunto dai media, dai commentatori, dai politici, nella gara di mistificazione dello stato di salute delle “relazioni internazionali”. Naturalmente i nostri illustri maître à penser non si sono lasciati scappare l’occasione per sbandierare il parallelo tra l’Isis e le Brigate Rosse, con relativo pannicello caldo dei rimedi democratici già sperimentati negli anni ’70. Tra i tanti spicca un articolo comparso su Il Secolo XIX a firma Marco Peschiera. Qui si passa di livello e l’attenzione si accentra sul fenotipo del terrorista: dal brigatista Dura ad Abaaoud, il terrore fa rima con kalashnikov, recita il titolo dell’articolo.11146616_863831070373438_5944984602612390121_n Ho dovuto aspettare prima di poterlo commentare per non farmi travolgere dalla furia e dalla tentazione di difendere la memoria di Roberto, perché Marco Peschiera non è all’altezza di un nemico e perché Roberto non ha bisogno di essere difeso. La miseria che ha guidato tanta penna è difficilmente raggiungibile, dalla sottolineatura lombrosiana della somiglianza fisica, gli occhi, la barbetta, il sorriso, dei due psicopatici serial killer, fino a informarci di altre strabilianti similitudini: stessa età e stessa ora in cui sono stati ammazzati. Il giornalista ci dice che Riccardo Dura è stato un bambino abbandonato dal padre, cresciuto da una madre con cui aveva un rapporto difficile. Un disadattato cresciuto in una periferia di emarginati. Fino ad incontrare le Brigate Rosse. E’ vero, Roberto non è venuto fuori da una famigliola con la gallina e il mulino bianco, faceva parte di una generazione che ha buttato all’aria convenzioni e istituzioni, come la famiglia, ma ha trovato il modo di ricostruirsene una, facendosi amare dai compagni che l’hanno conosciuto e farsi “adottare” da nonna Caterina, la cui altezza mette ancora più in evidenza l’evidente nanismo del signor Peschiera. E’ vero Roberto non si era adattato, e che difetto sarebbe? Roberto non era un borghese, più o meno piccolo, adattato al sistema più ingiusto nella storia dell’umanità e neanche un emarginato conformato agli ingranaggi dell’esclusione delle nostre periferie. Roberto era un comunista, un rivoluzionario ed era in numerosa compagnia nella sua disaffezione ad adattarsi. Non ancora pago l’articolista ci dice che, nonostante i suoi titoli da killer esperto, non aveva partecipato al sequestro di Aldo Moro perché neanche Mario Moretti, “l’enigmatico capo delle Br ricco di contatti con ambienti massonici e di spionaggio”, si fidava di lui, nonostante l’avesse “usato” anche per i rifornimenti in medio oriente di carichi di armi, soprattutto i famosi Kalashnikov. Armi usate non solo dall’Isis ma soprattutto a via Fani! E qui la professionalità del signor Peschiera raggiunge il culmine, visto che ormai anche i bambini sanno la marca e l’efficienza dei mitra usati quel 16 marzo. Ma non è certo la corrispondenza ai fatti che preoccupa il giornalista. Gli basta il fango per esporre le sue tesi.

28mar3

Il cadavere di Riccardo Dura, giustiziato dallo Stato nel sonno.

Siamo alla fine del racconto. Roberto muore ammazzato insieme agli altri compagni “crivellato di colpi in un covo, in mutande e maglietta” con “tre buchi nella testa”. E’ vero Roberto era in mutande e non solo perché stava dormendo ma anche perché i comunisti come lui, per straordinaria simbologia, non hanno tasche, né conti all’estero. Disadatti al grande affare della politica. A Roberto hanno sparato in testa Sono entrati di notte, mentre dormiva e non con l’intenzione di neutralizzarlo. Come è stato per altri e altre. A quei tempi sarebbe stato strano il contrario. E allora perché non si dice invece di straparlare di sistemi democratici per combatterci? Ma è giusto così, perché con gli strumenti della democrazia un pugno di potenti ha saccheggiato, compiuto assassinii e genocidi, affamato e depredato risorse, scatenato guerre, comprato e corrotto…

Di recente sono andata sulla tomba di Roberto, a Staglieno. Ho carezzato la lapide, la foto, la dedica dei suoi compagni, ho risentito per intero lo stesso dolore. Se ne faccia una ragione signor Peschiera. Per tanti non adatti Roberto è stato un fratello, un compagno fidato, amato, rispettato, mai dimenticato. Si auguri di meritare la stessa fortuna.

26 novembre 2015

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Ultimo aggiornamento Venerdì 27 Novembre 2015 11:17

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