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PER NON DIMENTICARE

Il colpo di spugna: 70 anni fa l'amnistia sui crimini fascisti

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116 ss amnistia

Il 19 giugno 1946 il leader socialista Pietro Nenni riassumeva così nel suo diario la giornata parlamentare di quel giorno: “Oggi Consiglio dei Ministri per elaborare il testo dell’amnistia (…) Tendenza di De Gasperi: mettere fuori tutti i fascisti. Tendenza di Togliatti: mollarne il meno possibile”. Il testo di legge che fu approvato appena tre giorni dopo rispecchiava questa seconda impostazione. Il Pci, scrive lo storico Mimmo Frassinelli, “voleva trasformarsi in partito di massa, e aveva la necessità di rompere il ghiaccio con quei settori della società italiana che avevano servito il regime”.

Il segretario del Pci Palmiro Togliatti era all’epoca il Ministro della Giustizia ed era laureato in Giurisprudenza. Volle scrivere di suo pugno la legge, contrariamente a quanto spesso si è letto sul fatto che sarebbero stati i funzionari ministeriali a ispirarla, “fregando Togliatti” (come ebbe a dire Pietro Secchia). I funzionari e i magistrati, spesso di provenienza fascista, furono però quelli che una volta chiamati ad applicare la legge ne utilizzarono tutte le ambiguità per darne un’interpretazione molto “benevola”: in appena quattro giorni la Corte d’Assise di Roma scarcerò ottantanove fascisti accusati di collaborazionismo o di altri gravi reati.

L’elenco dei criminali che sarebbero stati liberati è impressionante: si va da Grandi a Federzoni, da Bottai a Scorza, da Alfieri a Caradonna, da Acerbo ad Ezio Maria Gray, da Renato Ricci a Giorgio Pini, da Teruzzi a Junio Valerio Borghese, da Cesare Maria de Vecchi ai collaboratori della banda Koch. Il caporione del Msi Giorgio Almirante nel 1974 scriverà: “Sarebbe ingeneroso non ricordare l’amnistia voluta da Togliatti per i fascisti”. E sarebbe stato davvero ingeneroso dato che due terzi dei parlamentari del Msi ne avevano beneficiato. La legge permetteva agli amnistiati perfino di ricoprire cariche pubbliche.

L’amnistia suscitò ovviamente grande sconcerto e indignazione negli ambienti della Resistenza: in tutto il nord vi furono rivolte, manifestazioni di protesta, appelli e petizioni. Molti partigiani proposero di riprendere le armi e tornare in montagna. In provincia di Cuneo decine di ex combattenti si asserragliarono per più di un mese nel paesino di Santa Libera. A Casale Monferrato, nel 1947, fu necessario l’intervento dei carri armati, la mediazione del leader della Cgil Di Vittorio e la promessa che non sarebbe stata concessa la grazia per calmare gli animi durante il processo ad alcuni criminali fascisti.

Abbiamo visto uscire - disse Sandro Pertini - quelli che hanno “incendiato villaggi e violentato donne”. E in effetti le sentenze pronunciate dai tribunali hanno del clamoroso: comandanti di plotoni d’esecuzione assolti per non aver sparato e violentatori condannati solo per “oltraggio al pudore”.

I commenti più duri vennero dal Partito d’Azione. Ernesto Rossi definì la legge “una dimostrazione di imbecillità e incoscienza”, mentre Piero Calamandrei “il più insigne monumento all’insipienza legislativa”.

Quel che è certo è che il Pci di Togliatti nell’immediato dopoguerra giocò un ruolo decisivo nella smobilitazione delle migliori energie della Resistenza mettendo le basi per quella lunga repressione antipopolare che parte dalle elezioni del 18 aprile 1948 e si conclude solo negli anni ’60.  

NOTA
Cfr. l’articolo di Nello Ajello su Repubblica del 21 giugno 2006 e il libro “L’amnistia Togliatti” di Mimmo Franzinel
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Nella foto: i torturatori fascisti della “Banda Carità” accolgono l’applicazione dell’amnistia esultando e salutando “romanamente” durante il processo tenutosi a Lucca nel 1951.

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 116 (giugno 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Domenica 19 Giugno 2016 16:35

Di sconfitta in sconfitta. Lo Stato Islamico è alle corde?

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daesh

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Le milizie agli ordini del governo di ‘unità nazionale’ libico hanno affermato ieri di aver riconquistato lo strategico porto di Sirte, finora roccaforte in Libia dei jihadisti dello Stato Islamico, i cui combattenti si sono rifugiati in alcuni quartieri centrali della città oppure sono riusciti a fuggire all’interno del paese, nel deserto. “La battaglia non è stata dura come pensavamo” ha detto una fonte del governo libico, il che forse significa che come spesso accade i membri del Califfato hanno preferito ad un certo punto sottrarsi alla battaglia e ripiegare piuttosto che soccombere.
In base alle incomplete informazioni per ora a disposizione, comunque, intensi combattimenti starebbero continuando in varie zone della città. Secondo i servizi di intelligence delle potenze occidentali che hanno inviato le proprie forze speciali in Libia, nel paese distrutto dall’intervento della Nato del 2011 lo Stato Islamico potrebbe comunque ancora contare su circa 5000 combattenti.

La caduta di Sirte, se dovesse essere confermata, potrebbe rappresentare un altro grave colpo all’organizzazione fondamentalista alle prese con le offensive degli eserciti locali e delle forze schierate dalle grandi potenze non solo in Libia, ma anche in Siria ed Iraq.

Il prossimo 29 giugno, il Califfato di Abu Bakr al Baghdadi compie due anni di vita. La ‘statualità jihadista’ transnazionale fu infatti proclamata pomposamente dallo Stato Islamico (ex Isis) nella città irachena di Mosul, eletta a propria capitale dagli uomini dell’organizzazione fondamentalista sunnita che allora controllavano un territorio pari a quello dell’intera Gran Bretagna a cavallo tra Siria e Iraq. Nel giro di due anni però, grazie all’offensiva delle milizie popolari curde e dai peshmerga del governo autonomo di Erbil – sostenute da Usa,  Francia e Gran Bretagna anche con forze speciali inviate sul terreno – e delle forze lealiste siriane e irachene – coadiuvate invece dall’aviazione russa e dalle milizie sciite libanesi e iraniane – il Califfato è passato dalla massima espansione al punto più basso, ed oggi molti analisti descrivono Daesh (dall’acronimo in arabo) come una realtà alle corde.

Dopo la prima vera sconfitta subita a Kobane nel gennaio 2015, ad opera delle forze curde organizzate dal Partito dell’Unità Democratica (Pyd), forza gemellata con il Pkk, negli ultimi sette mesi – grazie soprattutto dopo il massiccio intervento militare russo del settembre scorso – gli estremisti dello Stato Islamico hanno perso il controllo o sono assediati in almeno 6 città dall’alto valore simbolico e strategico: la città curda di Sinjar e la sunnita Ramadi (insieme a Tikrit e Bijii) già liberate verso la fine del 2015, con la roccaforte Fallujah sul punto di essere persa in Iraq; Palmira liberata dall’esercito di Damasco nel marzo scorso, Minbej a nord di Raqqa ormai completamente assediata, la cui conquista renderebbe molto difficile gli approvvigionamenti e i rifornimenti assicurati dalla Turchia attraverso la frontiera a poca distanza; in Libia la roccaforte Sirte liberata almeno in parte.

Certamente è troppo presto per considerare lo Stato Islamico come una esperienza ormai sconfitta, visto l’alto numero di combattenti a disposizione, le reti di complicità o quantomeno di tolleranza assicurate da alcuni stati mediorientali – la Turchia così come l’Arabia Saudita e le altre petromonarchie – e le grandi ricchezze accumulate in anni di contrabbando di opere d’arte, tassazione dei territori occupati e compravendita del petrolio e del gas sui ‘distratti’ mercati internazionali.
Ma è anche vero che nelle ultime settimane si è assistito a una recrudescenza dello scontro tra Daesh e altre reti jihadiste concorrenti, con al Qaeda e altre sigle fondamentaliste che stanno tentando di approfittare delle difficoltà del Califfato per accreditarsi e rafforzarsi nei territori abitati da popolazioni sunnite che soffrono i progressi delle potenze e delle forze sciite e quelle dei curdi.

Stando ai rapporti di alcuni analisti e di varie intelligence, negli ultimi mesi si stanno moltiplicando le defezioni dalle milizie dello Stato Islamico, con centinaia di combattenti che tentano di scappare o di tornare ai loro paesi di origine, scontrandosi spesso con una cieca repressione da parte dei settori fedeli alla direzione del movimento che non esita a torturare ed uccidere chiunque tenti di abbandonare i ranghi ora che la situazione non è più così promettente come in passato.

Dopo almeno un anno di bombardamenti poco più che simbolici da parte delle aviazioni degli Stati Uniti e di alcune potenze sunnite – finanziatrici di Daesh ma anche alleate di Washington in una lotta contro il jihadismo che a lungo non ha fruttato risultati concreti – la situazione sul terreno è repentinamente cambiata convincendo molti dei sostenitori del Califfato a decidere di ‘cambiare aria’. Se nei primi mesi del 2015 i miliziani di Daesh hanno visto spesso la controparte scappare consegnando loro vasti territori quasi senza colpo ferire – soprattutto in Iraq, dove importanti città sono state letteralmente abbandonate a sé stesse sia dai peshmerga di Erbil o dalle truppe di Baghdad – a partire dall’offensiva curda per liberare Kobane e poi ancora di più dopo l’intervento russo a difesa dei lealisti siriani la situazione è mutata notevolmente. Combattere per il Califfato è diventato improvvisamente assai più pericoloso, e con le prime sconfitte il morale dei miliziani è cominciato a calare, insieme alla crescente consapevolezza tra i combattenti del carattere economico e geopolitico – più che religioso o etico – del progetto jihadista. La diffusa corruzione tra i dirigenti e l’aumentare della repressione e degli abusi contro le popolazioni locali o contro i miliziani considerati ‘fuori linea’ – chi decide di abbandonare i ranghi viene considerato un traditore e sommariamente giustiziato – stanno facendo il resto. La repressione per ora sta ritardando la dipartita di qualche migliaio di ‘volontari’ tra Siria e Iraq, in particolare di quelli provenienti da vari paesi asiatici, africani e occidentali che tentano di assicurarsi una via di fuga sicura prima di defezionare.

Il ritorno ai paesi di origine preoccupa molto – almeno ufficialmente – le intelligence e i governi occidentali, che temono che i foreign fighters (per anni ampiamente tollerati dalle forze di sicurezza dei rispettivi paesi perché utili alla destabilizzazione del governo siriano) possano riorganizzarsi in Europa e sferrare un numero crescente di attacchi nell’ambito di un cambiamento di strategia destinato ad imporsi man mano che Daesh perde le sue roccaforti in Medio Oriente e in Nord Africa. Ma se vuole continuare a sopravvivere è indubbio che lo Stato Islamico deve puntare a mantenere il controllo su un territorio omogeneo – lo ‘Stato Islamico’ o Califfato, appunto – pena la perdita di appeal rispetto ad altre organizzazioni fondamentaliste concorrenti.

Recitare il de profundis di Daesh, allo stato, può risultare assai azzardato. L’organizzazione, dall’inizio del suo arretramento in Medio Oriente, ha scientificamente perseguito la colonizzazione e l’infiltrazione di altri territori – Libano, Yemen, Egitto – e quindi potrebbe ripartire da altri focolai costringendo le varie potenze che la combattono a intensificare i propri sforzi e i fronti bellici. Inoltre il Califfato può sperare nella ambigua politica estera statunitense, oltre che nella continuazione di un certo sostegno da parte delle potenze sunnite, minore rispetto al passato ma ancora consistente.
Washington (così come le petromonarchie) non mira alla distruzione totale dell’entità jihadista, ma a un suo sostanziale indebolimento. La permanenza di alcuni focolai dello Stato Islamico, per quanto ridimensionati, in Siria, in Iraq e nel resto del Medio Oriente potrà infatti consentire all’amministrazione Usa di continuare a svolgere un qualche ruolo in quell’area del mondo dove l’egemonia a stelle e strisce è sottoposta a un forte stress a causa dell’emergere di potenze regionali con proiezione internazionale (Israele, Turchia, Arabia Saudita…), nell’ottica di una destabilizzazione e di una tribalizzazione  dell’area che richiama il vecchio ma sempreverde ‘divide et impera’.

13 giugno 2016

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Acqua Pubblica - Buon compleanno referendum!

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Compleanno referendum 20165 anni fa abbiamo vinto contro le privatizzazioni di Ronchi, oggi fermiamo il decreto Madia! 

In questi giorni il referendum sull'acqua bene comune e per la difesa dei servizi pubblici compie 5 anni. Sono stati anni vissuti pericolosamente. Anni in cui l'esito referendario è stato ripetutamente messo sotto attacco dai Governi succedutisi alla guida del Paese. Solo la persisente mobilitazione del movimento per l'acqua ha finora evitato che venisse completamente stravolto.

Il 12 e 13 giugno 2011, infatti, oltre 26 milioni di persone si recarono alle urne per bloccare il progetto del Governo Berlusconi di definitiva privatizzazione dell'acqua e dei servizi pubblici locali.

10 giorni prima della scadenza referendaria l'allora Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, pubblicava sul suo profilo Facebook il seguente post: “Referendum. Vado a votare sì all’acqua pubblica ...".

Ora Matteo Renzi è Segretario del PD, Presidente del Consiglio e il PD è il principale partito di maggioranza.
Quali migliori condizioni per attuare l'esito referendario e rispettare la volontà popolare?
Ma qual'era la volontà popolare?

Così la riassumeva la Corte costituzionale: "rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua."

Invece il Governo ha deciso di muoversi lungo una direzione contraria, soprattutto con i decreti attuativi della legge Madia, i cui obiettivi espliciti, riportati nella relazione di accompagnamento, sono “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità” e il “rafforzamento del ruolo dei soggetti privati”.

Il decreto Madia sui servizi pubblici locali vieta, inoltre, la gestione pubblica per i servizi a rete, quindi acqua inclusa, e ripristina l’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nella composizione della tariffa, nell’esatta dicitura che 26 milioni di cittadini avevano abrogato.

E' significativo che proprio mentre milioni di italiane e italiani stanno per votare le future amministrazioni delle loro città, il Governo discuta un decreto che, di fatto, viola l'art. 75 della Costituzione e sposta la gestione dei servizi pubblici dai consigli comunali ai consigli di amministrazione. Bloccare questo progetto è innanzitutto una questione di democrazia.

Per cui in questi giorni sono in programma decine di iniziative diffuse sui territori e prosegue la raccolta firme sulla petizione popolare per il ritiro di questi decreti nell'ambito del “Firma Day” promosso dalla campagna sui referendum sociali e costituzionali.

Inoltre, come movimento per l'acqua, contestiamo lo stravolgimento della legge per la ripubblicizzazione dell'acqua compiuta dalla maggioranza alla Camera il 20 Aprile scorso.

Per questo nei giorni in cui ricorre il 5° compleanno del referendum nelle iniziative in programma intendiamo ribadire la richiesta di ritiro immediato del decreto Madia e il ripristino del testo originario della legge per l'acqua.

Roma, 10 Giugno 2016.

Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua

http://www.acquabenecomune.org/notizie/nazionali/3323-acqua-pubblica-buon-compleanno-referendum

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Ultimo aggiornamento Lunedì 13 Giugno 2016 22:53

Piano Condor: storica sentenza in Argentina contro gli aguzzini

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pianocondor

Marco Santopadre - tratto da http://contropiano.org

Un tribunale di Buenos Aires ha inflitto ieri pene comprese tra gli 8 e i 25 anni di reclusione a 15 dei 17 imputati, giudicati colpevoli di aver messo in atto un piano concordato tra le dittature del Sud America per sopprimere gli oppositori. Al momento della lettura della sentenza, durata più di un’ora, l’aula del tribunale era gremita di sopravvissuti alle torture e di familiari delle vittime, molti arrivati anche da altri Paesi latinoamericani. Quando i giudici hanno finito di leggere, il pubblico ha urlato «Presente!».

Si tratta di una sentenza storica. Per la prima volta il verdetto di un tribunale certifica l’esistenza del piano Condor, il progetto criminale messo in atto negli anni settanta nei Paesi del Cono Sur per eliminare fisicamente e con ferocia chiunque si opponesse al fascismo come sistema politico e al neo-liberismo come dogma economico. “Mai prima ci furono condanne così nette e quindi non importa che molti degli imputati siano morti nel frattempo”, afferma alle agenzie di stampa Nora Cortinas, 88 anni, madre de Plaza de Mayo linea fundadora, che dal 30 aprile del ’77 non ha saputo più nulla di suo figlio Carlos Gustavo, inghiottito dal regime militare argentino.

A Buenos Aires, Nora con tanti altri familiari di desaparecidos e associazioni per i diritti umani, ha ascoltato in un’aula silenziosa il lungo elenco dei nomi dei 15 condannati e i reati commessi: gli ex ufficiali Santiago Riveros, Manuel Cordero Piacentini e l’agente della Side Miguel Ángel Furci a 25 anni di prigione, e l’ultimo capo della giunta militare argentina, di origine italiana, Reynaldo Bignone, a 20 anni di carcere. Venticinque anni anche per l’ex colonnello uruguayano Manuel Cordero, responsabile, tra l’altro, della sparizione di Maria Claudia Garcia, nuora incinta del poeta argentino Juan Gelman, che ha cercato instancabilmente sua nipote, strappata al seno della vera madre rapita, torturata e uccisa e cresciuta da un militare e da sua moglie.

“E’ il primo uruguayano condannato per la vicenda di mia mamma, per me è molto significativo”, ha detto a caldo Macarena Gelmans. La sentenza sul Piano Condor è “molto importante per sottolineare che prima del Mercosur economico c’è stato un Mercosur del terrore. La rete repressiva tentava di non lasciare opportunità a quelli che volevano opporsi al terrorismo di Stato”, spiega il ministro plenipotenziario all’ambasciata argentina a Roma, Carlos Cherniak, il quale ritiene che questo verdetto possa costituire un “punto di riferimento per la memoria di quegli anni in tutta la regione, anche in quei Paesi che non hanno potuto fare giustizia”.
Furci, l’unico imputato presente in aula al momento della lettura della sentenza, è stato dichiarato colpevole di 67 sequestri di persona e 62 casi di tortura, per le azioni commesse nella prigione illegale chiamata «Automotores Orletti».  Sono stati invece assolti gli ex direttori del liceo militare General Espejo de Mendoza, Carlos Horacio Tragant e Juan Avelino Rodríguez.

La Corte ha proceduto per reati specifici verso persone specifiche che vanno dalla privazione della libertà alle torture ma la novità è che i giudici hanno condannato la maggior parte degli imputati per “associazione illecita nell’ambito del Plan Condor che è consistito materialmente – ha letto il giudice – nel reato di privazione della libertà commesso” da parte militari che hanno abusato della loro funzione e “reiterato” l’orribile crimine di aver fatto sparire, torturare e uccidere decine e decine di persone tra Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Perù.

pinochetvidela

Quando il processo è iniziato tre anni fa, nel febbraio 2013, gli accusati erano 25. Solo 17, però, sono rimasti in vita: otto sono deceduti e tra questi il dittatore argentino Jorge Videla (nella foto insieme a Pinochet). L’inchiesta che ha portato al processo è iniziata quando, nel 1992 in Paraguay, furono scoperti quasi per caso gli archivi dettagliati del Piano Condor. 

Finora, nonostante i più di 30 anni trascorsi dalla firma del criminale patto, siglato il 28 dicembre del 1975 a Santiago del Cile e trovato appunto in quello che è stato ribattezzato “l’Archivio del Terrore”, nessuna sentenza giudiziaria aveva riconosciuto l’esistenza di questa ‘associazione a delinquere’ formata da tutti i regimi di estrema destra dell’America Latina.

La causa è stata istruita con un lavoro lunghissimo: sono stati ascoltate centinaia di testimonianze di persone appartenenti a tutte le nazionalità dei Paesi coinvolti nel Piano Condor; c’è stato il contributo attivo di associazioni di diritti umani e di organizzazioni internazionali; sono stati esaminati 423 fascicoli della commissione nazionale sulla sparizione di persone; centinaia di documenti delle Forze armate; decine di migliaia di documenti declassificati del Dipartimento di Stato americano, ricorda il Cels (Centro de estudios legales y sociales). D’altronde il Piano Condor fu pensato e attuato grazie al fondamentale sostegno degli Stati Uniti e dei suoi apparati militari e di intelligence, interessati a sostenere regimi fascisti e liberisti in linea con le esigenze politiche e gli interessi economici di Washington.

Le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche il 9 agosto di quest’anno, ha precisato il giudice. “Tra le carte degli archivi del terrore che ho scoperto nel 1992 in Paraguay – racconta il premio Nobel alternativo 2002 e membro dell’associazione dei giuristi americani, Martin Almada, nella prefazione di un libro di Federico Tulli sui “figli rubati” italiani – c’era un documento fondamentale”, datato 25 novembre 1975, e “c’era scritto che si trattava di un’operazione militare organizzata in collaborazione tra le polizie dei sette Paesi del Cono Sur con lo scopo di salvare la civiltà cristiana e occidentale dalla morsa del comunismo”. Un’operazione, ricorda Almada, che si è svolta “sotto l’ala protettrice della Cia statunitense” e che tra “il 1975 e il 1985 portò alla morte per omicidio almeno 100mila persone, l’intera classe pensante dell’America latina”.

La sentenza di ieri in Argentina, sperano in molti, potrebbe avere un effetto domino sul resto del continente dove finora l’impunità per gli aguzzini dei regimi militari degli anni ’70 e ’80 è stata quasi assoluta. In Brasile, ad esempio, dove una legge impedisce ai tribunali di processare i responsabili dei crimini commessi durante la dittatura (1964-1985). Un altro processo contro gli aguzzini del Piano Condor è in corso a Roma, e coinvolge 30 ex militari e civili di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, accusati della sparizione e della morte di 43 oppositori, tra i quali molti di origine italiana.

29 maggio 2016

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18 maggio ’44. Dante Di Nanni muore combattendo

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Schermata del 2016-05-18 11:59:10

tratto da http://contropiano.org

Dante Di Nanni nasce a Torino il 27 Marzo 1925 da una modesta famiglia di immigrati pugliesi, di giorno lavora come semplice operaio in fabbrica, la sera frequenta invece assiduamente la scuola per proseguire gli studi.
Allo scoppio della II° Guerra Mondiale si arruola nell’Aereonautica Militare, ma subito dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943 si unisce ai partigiani della Brigata Garibaldi per poi confluire nei nuclei clandestini dei GAP dove si distingue per il valore e coraggio dimostrati in innumerevoli azioni di combattimento e sabotaggio, durante una delle quali viene però ferito gravemente da alcuni colpi di arma da fuoco e costretto a trovare rifugio all’interno di una abitazione del quartiere popolare di Borgo San Paolo.

Quì, circondato da centinaia di camicie nere e tedeschi, resiste per ore all’impari assedio falcidiando i nemici a raffiche di mitra e bombe a mano riuscendo persino ad arrestare l’incedere di autoblindo e un carroarmato.
Alfine, terminati esplosivo e munizioni, raccogliendo le ultime forze rimaste s’affaccia dal balcone coperto di sangue, gli assalitori hanno qualche attimo  di esitazione perchè non si aspettavano di avere di fronte un solo uomo  e a lui tanto basta per salutare con il pugno chiuso la folla nel frattempo accorsa e poi gettarsi giù sul selciato per non farsi catturare vivo.
Era il 18 Maggio 1944, e sarà pur vero che gli eroi muoiano giovani e belli, che l’abbiano ucciso cento e cento volte e che siano passati così tanti anni, ma neppure oggi i fascisti si sentono sicuri perchè sanno che ancora gira per la città Dante Di Nanni.

Nel video, il grade pezzo dedicatogli dagli Stormy Six;

Così lo ricorda l’Anpi:

Nato a Torino il 27 marzo 1925, caduto nella stessa città il 18 maggio 1944, motorista, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Maggio 2016 13:16

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