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PER NON DIMENTICARE

Francia, è di nuovo attacco al mondo del lavoro a 10 anni dal Cpe: intervista a una ricercatrice

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cpeSembra un revival. 10 anni fa esatti, la Francia si rovesciava nelle piazze contro il tentativo di riforma del lavoro giovanile espressa dal C.P.E (una proposta di legge che semplificando, permetteva di licenziare senza giustificazione nei primi due anni di impiego, i lavoratori assunti con meno di 26 anni), fortemente voluto dall'allora ministro Villepin, ma poi ritirato da Chirac dopo mesi di mobilitazioni concluse con la straordinaria manifestazione di oltre 3 milioni di persone proprio il 28 marzo 2006. Oggi è il governo del socialista Manuel Valls a ritentare una pesante riforma del lavoro con la Loi travail, già ribattezzata "Jobs Act alla francese", ma come allora la risposta non si è fatta attendere. Sono centinaia i licei bloccati e le università in agitazione e puntuali fiumi di persone scorrono per le vie del paese nel tentativo di rigettare quello che è stato percepito come uno sdoganamento della flessibilità e della precarietà. Per avere un quadro più chiaro delle proteste che ci sono state e della grande manifestazione che si terrà il 31 marzo, abbiamo contattato L., ricercatrice universitaria e oggi, come dieci anni fa, parte attiva della mobilitazione.

1) Puoi fare una breve sintesi di questa legge e degli effetti più criticati dai suoi oppositori?

Questa legge propone in pratica di distruggere il diritto del lavoro e le conquiste sociali ottenute grazie a decenni di lotte. 

Le proposte principali sono di definire le indennità di licenziamento (così da poter essere “budgettate" nel caso di piani sociali), di permettere di aumentare le ore lavorative senza un accordo collettivo, di modificare le condizioni di lavoro senza un accordo maggioritario dei sindacati (basta ottenere la firma del 30% dei rappresentanti, anche contro l'opinione della maggioranza degli altri), di permettere alle imprese di decidere di un piano sociale senza dover giustificare di difficoltà economiche, di rendere legale il licenziamento di un lavoratore che rifiuta delle modifiche del suo contratto di lavoro,  etc etc.. Per il dettaglio:  qui oppure qui.

 2) Quali analogie ci sono tra queste proteste e quelle del 2006 contro il CPE?

Parecchi partecipanti sono "vecchi" del CPE e molti tra i più giovani ne parlano come di un esempio. La differenza principale è che il discorso e le rivendicazioni si sono subito allargate (stato di emergenza, migranti, islamofobia, "déchéance de nationalité"..). Poi non si tratta di un contratto ma di un disegno di legge molto più ampio che riguarda il diritto del lavoro in generale. Ma come all'epoca del CPE, le mobilitazioni liceali e studentesche sono massive e probabilmente decisive.

3) Come è organizzata la protesta? Chi vi partecipa? Ci son delle organizzazioni di riferimento? Quali sono le prospettive?

Come notato prima, licei e università sono in prima linea. Poi le organizzazioni sindacali dei lavoratori seguono a malo modo (bisogna ricordare che in Francia il tasso di tesseramento non supera il 6%). Si nota un'attenzione elevata al controllo se non esclusione delle organizzazioni sindacali, in particolare universitarie. L'UNEF,  il sindacato maggioritario molto legato al PS è regolarmente escluso dai dibattiti e i modi di selezione dei rappresentanti (per il coordinamento nazionale delle università per esempio o anche solo le tribune delle assemblee) sono pensate in modo da non permettere una presa di controllo decisionale dai militanti tesserati. Nelle assemblee più organizzate come a Parigi 8, si nota inoltre un'attenzione alla parità, alla rappresentazione degli studenti "racisés" o non-bianchi (anche se finora poco efficiente) e all'esclusione dei discorsi o parole sessiste o omofobiche. Queste preoccupazioni erano quasi assenti delle assemblee durante il CPE. In questo si può dire che c'è una grande maturità dei dibattiti. 

Si parla molto di convergenza delle lotte anche se le applicazioni pratiche sembrano difficile da attuare. Intanto qualche comitato uscito dalle assemblee sono andati ad incontrare dei lavoratori delle ferrovie, per esempio, e un'assemblea "interlotte" si è tenuta a Parigi 8 ieri sera. Si sono anche visti dei collettivi di sostegno ai migranti che lottano da mesi contro la caccia ai migranti che si perpetua per tutta Parigi in certe assemblee (a Parigi 8 in particolare). Le prospettive sono molte ma il 31 marzo (giornata di sciopero e azioni nazionali) darà un'idea del proseguimento.

4) Ai tempi del CPE si diceva che i francesi invidiavano all'Italia l'esistenza e l'attivismo degli spazi sociali, mentre gli italiani guardavano con ammirazione alla determinazione delle proteste sindacali francesi. Il quadro è ancora questo? Son nate esperienze dal basso in Francia? La forza della piazza nel contrastare le riforme del governo è sempre tale?

Sì, mi sembra che la situazione è ancora abbastanza questa. Le mobilitazioni di piazza sono massive (in questo caso si vedono 100.000 persone in piazza ogni settimana, solo a Parigi), il movimento è principalmente studentesco (anche se i licei non sono da dimenticare, moltissimi sono stati bloccati o occupati da un paio di settimane) e i sindacati di lavoratori hanno un peso importante malgrado il tasso ridicolo di tesseramenti. Le "esperienze dal basso" nuove che si possono notare riguardano in particolare dei collettivi di denuncia delle violenze poliziesche e del razzismo di stato. C'è stata qualche mese fa una "marcia della dignità" con delle organizzazioni finora poco visibili tipo afro-femministe, collettivi contro l'islamofobia, collettivi di quartieri popolari etc. che ha incontrato un successo notevole. Rivendicazioni che si possono paragonare, anche se lontanamente, a quelle portate da movimenti come "black lives matter" stanno quindi emergendo ma per ora non c'è nessuna convergenza di queste lotte con quella che si sta giocando oggi, con il rischio che si attui una divisione simile a quella sperimentata durante il CPE tra studenti e giovani dei quartieri...

redazione 29 marzo 2016

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Ultimo aggiornamento Martedì 29 Marzo 2016 17:36

Neoliberismo a mano armata: 40 anni fa il colpo di Stato in Argentina

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113 ss argentinaL’incubo iniziò con una voce gracchiante che nelle prime ore del 24 marzo del 1976 lesse alla radio un breve comunicato: “Si comunica alla popolazione che a partire da oggi il paese si trova sotto il controllo operativo della Giunta militare. Si raccomanda a tutti gli abitanti il più assoluto rispetto alle disposizioni e direttive che vengano emanate da autorità militari, di sicurezza o di polizia, così come la massima attenzione nell’evitare atteggiamenti individuali o di gruppo che possano rendere necessario il drastico intervento del personale in servizio”.

In Argentina era il sesto colpo di Stato in meno di cinquant’anni, quindi niente di nuovo. E niente di inatteso: tutti ormai da tempo sapevano che i militari avrebbero preso ancora una volta il potere abbattendo il corrotto governo di Isabelita Martínez, la vedova di Juan Domingo Perón, morto nel luglio del 1974. Isabelita ormai era solo un pupazzo nelle mani di José López Rega, detto el brujo (lo stregone), tessera P2 n. 591, fondatore della Triple A (Alleanza Anticomunista Argentina), gli squadroni della morte che già da anni seminavano il terrore. La giunta golpista era formata dal generale dell’Esercito Jorge Videla, dall’ammiraglio Eduardo Massera, tessera P2 n. 1755, per la Marina, e dal brigadiere generale Orlando Agosti dell’Aviazione.

Il cono sud del continente americano era ormai interamente sotto il tallone delle dittature militari, dal Brasile alla Bolivia, dal Paraguay al Cile, dall’Uruguay all’Argentina. Dittature che condividevano il famigerato piano Condor, elaborato e coordinato dai servizi segreti statunitensi secondo la dottrina della sicurezza nazionale: c’era una guerra e il nemico da annientare non era un esercito straniero ma la “sovversione interna”. Questa dottrina in Argentina era stata inaugurata dieci anni prima da un altro generale golpista, Juan Carlos Onganía. Ma stavolta si passò alla “soluzione finale”: 30mila desaparecidos e un’intera generazione spazzata via. Lo chiamarono “Processo di riorganizzazione nazionale”. In Cile, tre anni prima, il colpo di Stato di Pinochet aveva spettacolarizzato la violenza e la repressione. Il mondo era inorridito di fronte alle immagini del palazzo presidenziale bombardato dai golpisti, degli oppositori rinchiusi negli stadi e delle retate nelle strade. I generali argentini avevano imparato la lezione: tutto doveva svolgersi in un’atmosfera di apparente tranquillità. “Non si poteva fucilare. Mettiamo un numero, mettiamo 5mila. La società argentina non avrebbe sopportato le fucilazioni: ieri due a Buenos Aires, oggi sei a Córdoba, domani quattro a Rosario, e così via fino a 5mila. Non c’era altro modo. Tutti eravamo d’accordo su questo. E chi non era d’accordo se ne andò. Far sapere dov’erano i resti? Ma che cosa potevamo dire? In mare, nel Rio de la Plata, in un fiume? Si pensò, a suo tempo, di rendere pubbliche le liste. Ma dopo si disse: se si danno per morti, di seguito arriveranno domande a cui non si può rispondere: chi ha ucciso, dove, come”, ammetterà molti anni dopo il generale Videla.    

Il terrorismo di Stato aveva l’obiettivo di rendere possibile, “sulla punta delle baionette” la prima applicazione pratica delle teorie neoliberiste. “I risultati di questa politica - scriverà nel 1977 il giornalista Rodolfo Walsh - sono stati fulminanti: in questo primo anno di governo il consumo di alimenti è diminuito del 40%, quello di vestiario di più del 50%, e quello di medicine è praticamente scomparso nelle fasce popolari. E ci sono zone della Grande Buenos Aires dove la mortalità infantile supera il 30%, cifra che ci mette alla pari con la Rhodesia, il Dahomey o le Guayane, malattie come la diarrea estiva, le parassitosi e perfino la rabbia per le quali le cifre schizzano verso record mondiali o li superano. Come se fossero obiettivi desiderati e ricercati, avete ridotto il bilancio della sanità pubblica a meno di un terzo delle spese militari, sopprimendo perfino gli ospedali gratuiti, mentre centinaia di medici, professionisti e tecnici si aggiungono all’esodo provocato dal terrore, dai bassi salari e dalla ‘razionalizzazione’”. La dittatura terminò nel 1983 ma in Argentina ci sarebbero voluti ancora quasi vent’anni per sbarazzarsi della follia neoliberista. Altrove, invece, questa follia continua.

Nell'immagine: foto di desaparecidos di fronte all'Esma, uno dei centri di tortura e sterminio della giunta militare argentina.

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 113 (marzo 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Ultimo aggiornamento Giovedì 24 Marzo 2016 13:09

17 marzo 1981: 35 anni fa la scoperta della lista degli iscritti alla loggia segreta P2

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licio gelli

Il 17 marzo 1981 i giudici di Milano che indagano sul falso rapimento del bancarottiere Michele Sindona ordinano una perquisizione nella fabbrica “Giole”, di proprietà di Licio Gelli, a Castiglion Fibocchi (Ar). È qui che viene trovato l’elenco degli iscritti alla Loggia P2. Una lista di 963 nomi tra i quali 208 militari e appartenenti alle forze dell’ordine (43 generali e l’intero vertice dei servizi segreti), 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, 2 ministri, banchieri (lo stesso Sindona e Roberto Calvi), imprenditori (tra i quali Silvio Berlusconi e l’editore Rizzoli), personaggi di spettacolo (il più noto Maurizio Costanzo), professionisti, magistrati e giornalisti come Gustavo Selva, Roberto Gervaso e quel Mino Pecorelli per il cui omicidio, avvenuto due anni prima, sarà condannato in primo grado e poi assolto Giulio Andreotti. Nella lista vi sono anche personaggi legati alla giunta militare argentina (vedi l’altro articolo di questa pagina). Emerge che la Loggia P2 poteva contare su fondi depositati in conti correnti stranieri che ammontano a mille miliardi di lire. La lista viene pubblicata solo il 21 maggio 1981, e l’impatto sul sistema politico italiano è fortissimo. Il giorno dopo viene emesso mandato di cattura per Gelli, ma il “Venerabile” fugge in Svizzera. Arrestato, evade e si rifugia in Sudamerica.

Nato a Pistoia il 21 aprile del 1919, Licio Gelli a 18 anni era andato a combattere con i volontari fascisti nella guerra di Spagna. Nel 1942 gli viene dato l’incarico di trasportare in Italia il tesoro del re di Jugoslavia Pietro II. Spariranno 20 tonnellate di lingotti d’oro. Dopo l’8 settembre aderisce alla Repubblica di Salò, ma verso la fine della guerra si ricicla come “partigiano bianco”. Dopo la guerra entra in contatto con i servizi segreti atlantici, e nel 1963 si iscrive alla Massoneria, entrando nella Loggia Propaganda Due.

Della Loggia si parlava già da qualche anno prima del ritrovamento dell’elenco. Lo stesso Gelli aveva rilasciato diverse interviste. In una di queste aveva parlato di 2.400 iscritti, per cui c’è da chiedersi se l’elenco fosse completo. Nell’aprile 1976 il magistrato Occorsio aveva aperto un’inchiesta sui legami tra P2 e Ordine Nuovo, ma il 10 luglio era stato assassinato dal killer fascista Pierluigi Concutelli. Il 10 novembre 1981 iniziano i lavori della commissione d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi, nelle cui conclusioni la Loggia viene definita “organizzazione criminale ed eversiva” e il 25 gennaio 1982 sciolta per legge. Nel luglio del 1982 viene sequestrato alla figlia di Gelli, Maria Grazia, il “Piano di rinascita democratica”, un documento scritto da Gelli e da suoi collaboratori intorno al 1976. Si tratta di un guazzabuglio contenente obiettivi genericamente conservatori che in buona parte si sono realizzati con la cosiddetta II Repubblica, tanto che Gelli dirà: «Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa. Tutto nel Piano di rinascita, che preveggenza, è finita proprio come dicevo io».

Ben oltre l’abolizione delle province e la riforma del Senato, che tanto scandalizzano i lettori del Fatto Quotidiano, l’influenza della P2 sulla politica italiana si lega alle vicende della strategia della tensione nella quale ha agito come catalizzatore tra bande neofasciste, criminalità organizzata, servizi segreti e ambigui ambienti della finanza con l’obiettivo di creare il terreno favorevole per una restaurazione autoritaria. All’inizio degli anni ’70 la Loggia P2 è implicata nei tentativi di colpo di Stato di Junio Valerio Borghese e della Rosa dei Venti. Nell’agosto 1974 esplode una bomba sul treno Italicus: 12 morti e 48 feriti. L’attentato è rivendicato dai fascisti di Ordine Nero. I processi non porteranno a condanne, né per gli autori né per i mandanti, ma secondo la commissione d’inchiesta sulla P2 la Loggia “svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento” e si poteva considerare come il “retroterra economico, organizzativo e morale” dell’attentato. Durante il rapimento Moro l’intera unità di crisi creata da Cossiga è composta da membri della P2, che ostacolano e depistano le indagini. Nel 1982 viene trovato impiccato a Londra Roberto Calvi, ex presidente del Banco Ambrosiano che nel tentativo di salvarsi dalla bancarotta si era lanciato in spericolate attività di riciclaggio. Nel 1994 Gelli viene condannato a 12 anni per il crac del Banco Ambrosiano e il 23 novembre 1995 a 10 anni per depistaggio sulla strage di Bologna. Ma non ha fatto neanche un giorno di galera ed è passato a miglior vita il 15 dicembre 2015 all’età di 96 anni.

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 113 (marzo 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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Quanto manca Chavez a 3 anni dalla sua morte

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chavez pugnoIl 5 marzo 2013 moriva un uomo che insieme alla caparbietà del suo popolo ha cercato di rilanciare il Venezuela e tutto il continente latiamericano cercando di liberarlo dal giogo coloniale degli Stati Uniti. Dalla dottrina Monroe del 1823 l'America Latina è sempre stata considerata "il giardino di casa" degli Stati Uniti. Chavez è andato al potere sotto la spinta popolare di un paese logorato dalla violenza e dalla corruzione legata al petrolio i cui proventi ingrassavano tutti eccetto le masse. Chavez quei soldi li ha reinvestiti in welafare, salari e pensioni minime, presidi sanitari nelle favelas e nella guerra all'analfabetismo. Ma il bolivarismo chavista è stato soprattutto un modello e una spinta per tutto il continente. E dopo la vittoria di Chavez in tutto il sudamerica è cresciuta la voglia di socialismo, anche se con alterne fortune. Ma Chavez è stato colui che ha lanciato una lotta collettiva contro il trattati di libero mercato con gli Usa, promuovendo un trattato di integrazione economica e politica, ALBA, che non rendesse il continente latinoamericano schiavo del liberismo e del controllo nordamericano. 

Oggi a 3 anni dalla sua morte il Venezuela è un paese sull'orlo di una guerra civile e in una tremenda crisi economica. Fatti che portano i suoi storici nemici (la borghesia venezuelana, parti dell'esercito e tutto l'apparato golpista indegno di ogni paese latinoamericano) ad attaccare gli anni del suo governo e la sua figura. Tutti sanno benissimo che il Venezuela è dipendente dall'economia petrolifera e paga a caro prezzo questa dipendenza. Il livello di spesa pubblica raggiunto nel decennio scorso, con il petrolio a 100 dollari il barile e con la guerra in Iraq in atto, è poco sostenibile adesso con il prezzo del barile a 30 dollari e l'inflazione sta mangiando le tante conquiste popolari anche in termini di potere di acquisto e servizi. Rimane il fatto che nel quindicennio chavista, per la prima volta, le ricchezze sono state redistribuite e l'analfabetismo è stato quasi sconfitto (meno la violenza). Una cosa è certa, se nel quindicennio scorso avesse governato la borghesia golpista e filoamericana ora saremmo a parlare ugualmente di crisi ma con 15 anni di redistribuzione di ricchezze in meno e meno diritti e forza da contrattare da parte del popolo. Chavez, al di là di quello che possa pensare un elettore medio del Pd, ha vinto circa 20 appuntamenti elettorali fra amministrative, politiche e referendum. Tutte certificate dagli organismi internazionali che certamente non sono amici del bolivarismo e del chavismo. Ora in Venezuela può accadere di tutto e forse Maduro, il suo successore eletto, perderà le presidenziali. Ma una cosa è certa come anche lui ha ribadito: il venezuela in questo ultimo ventennio ha consolidato le proprie basi popolari e democratiche. Alla faccia di chi si intascava, nel paese e all'estero, i soldi del petrolio venezuelano. Chavez siempre. Avanzar.

5 marzo 2016

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Chávez - l’ultimo comandante (South of the Border)

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Bergamini: cronaca di un finto suicidio

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Donato “Denis” Bergamini, astro nascente del Cosenza, muore nel 1989 in circostanze misteriose. Omertà, false testimonianze e depistaggi segnano da subito le indagini: è suicidio. Ma è una tesi del tutto inverosimile.

bergamini muralesCosì come la legalità spesso non è sinonimo di giustizia, la giustizia dei tribunali spesso non è sinonimo di verità. Soprattutto in Italia. Ne è un esempio la tragica vicenda di Donato “Denis” Bergamini, talentuoso centrocampista del Cosenza, ucciso il 18 novembre 1989 ma finora considerata dalle procure come suicidio (la notizia dell’ultima archiviazione è uscita proprio pochi giorni fa, il 1 dicembre scorso).

Un calciatore in piena ascesa

Donato Bergamini è un giocatore che già allora veniva definito “moderno”, un centrocampista eclettico dai piedi buoni ma anche dedito al sacrificio, dotato di visione di gioco e disciplinato tatticamente. Arriva al Cosenza nel 1985, a 23 anni, in C1. Un doppio salto non solo perché arriva dall’Interregionale ma perché per un ferrarese di Argenta come lui giocare nel Russi significa giocare a meno di mezz’ora da casa, mentre andare a Cosenza vuol dire cambiare drasticamente vita. Bergamini, però, si integra bene nella nuova realtà e diventa ben presto un pilastro della squadra. Nel 1988 ottiene la promozione in B (che a Cosenza manca da 25 anni) e diventa un idolo degli ultrà rossoblù al pari di Michele Padovano, il bomber della squadra, colui al quale Denis si legherà più di ogni altro compagno. La stagione 1988/89, tuttora la più importante della storia del Cosenza Calcio, è anche quella della sua definitiva consacrazione. La sua completezza come calciatore viene notata anche da squadre ben più blasonate quali il Parma e la Fiorentina. La stagione dei Lupi rossoblù è eccezionale ma beffarda: il Cosenza è la squadra che vince più partite, ma chiude solo al 4º posto ex aequo con Reggina e Cremonese e ad un solo un punto dall’Udinese terza in classifica. A causa della classifica avulsa e del regolamento dell’epoca, quella collocazione significherà solo sesta piazza e conseguente esclusione dagli spareggi e col più atroce dei rimpianti: coi 3 punti a vittoria (all’epoca erano ancora 2) quella squadra sarebbe stata promossa in quanto solitaria terza in graduatoria.

Cosenza e il Cosenza

La Cosenza degli anni ‘80 è una città dalle due facce: più arretrata di quella attuale, ma anche più allegra. Ha un commercio fiorente, politici che contano, una tifoseria ultrà originale e colorata marcatamente di sinistra e una squadra di calcio che comincia ad affacciarsi ad alti livelli. Le nuove risorse finanziarie procurate dai presidenti Carratelli (prima) e Serra (poi) permettono al Cosenza allenatori di grido quali Gianni Di Marzio e Bruno Giorgi e calciatori del calibro di Urban e Padovano. Sulla brillante ascesa della squadra (in serie B) aleggia però l’ombra del Totonero e della droga. Essere calciatore, già all’epoca, significa frequentare gli ambienti più “in” della città in cui non manca la cocaina e il sesso: quello con le minorenni e quello con le donne più in vista. Il dorato mondo del calcio, quello della politica e del malaffare si intrecciano. Su questo sfondo, il 18 novembre 1989 mentre è in ritiro con la squadra e mentre si trova con gli altri giocatori rossoblù al cinema Garden di Rende in vista della partita contro il Messina, Bergamini abbandona la squadra.

bergamini camionLa morte

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, il cadavere di Bergamini giace sulla strada statale 106 Jonica, nei pressi del piccolo comune di Roseto Capo Spulico, ad alcune decine di chilometri dal centro città. Suicidio, si dirà da subito. Denis, stando a quanto la giustizia ripete ormai da decenni, sarebbe morto perché gettatosi sotto un autotreno guidato da tale Raffaele Pisano. L’allora cinquantunenne autista viene prima imputato di omicidio colposo, poi assolto sia dal pretore di Trebisacce “per non avere commesso il fatto”, che dalla Corte d’appello di Catanzaro. Infine dimenticato dalla Procura di Castrovillari perché ritenuto morto quando invece percepisce una regolare pensione Inps dal 2000. Quel pomeriggio Bergamini abbandona improvvisamente e inspiegabilmente la sala del cinema. Secondo alcuni sarebbe stato prelevato da due uomini che l’oscurità della sala non avrebbe reso distinguibili. Un mistero che fa il paio con alcune telefonate ricevute e fatte da Bergamini nei giorni precedenti che lo rendono visibilmente impaurito e nervoso. Padovano racconta che Denis riceve una telefonata verso le 15.30 “che lo turba moltissimo”. Il centrocampista Galeazzi conferma di averlo visto uscire dalla sala prima che il film iniziasse, dunque verso le 16. La morte sarebbe avvenuta sotto gli occhi della sua ex fidanzata Isabella Internò, con lui a bordo di una Maserati di lusso munita di radiotelefono cedutagli da un noto pregiudicato cosentino dell’epoca. La versione della Internò, che combacia con quella di Pisano e viene presa per buona dai giudici, riferisce di un Bergamini che scattando dalla piazzola di sosta si butta “come se fosse un tuffo” sotto un camion dopo averle gridato “Ti lascio il mio cuore”. Secondo la fantasiosa ricostruzione della Internò, Bergamini le avrebbe chiesto di accompagnarlo a Taranto (da dove peraltro i civili non possono salire a bordo di nessuna nave) per imbarcarsi con lui per le Hawaii o le Azzorre. Il famoso traghetto Taranto-Honolulu, insomma. Una ricostruzione inverosimile non solo perché Bergamini ha pochi soldi con sé, non ha valigie, passaporto né carta di identità, ma anche perché sta vivendo il periodo migliore della sua vita sia sotto il profilo professionale che personale. Sportivamente ha le porte spalancate in serie A e proprio per questo motivo la società rossoblù l’ha vincolato a sé con un contratto importante ed oneroso per quei tempi: 200 milioni di lire annui. Sentimentalmente ha invece intrapreso da poco un bel rapporto con una ragazza del nord che lo rende felice e con la quale ha confidato ai parenti più stretti di volersi costruire una famiglia.

I depistaggi

In questa triste storia, chi sa sembra voler depistare o quanto meno mettere una cappa di silenzio sulla vicenda. Non solo l’ex fidanzata e l'autotrasportatore. Il presidente del Cosenza Calcio, ad esempio, preme sul padre perché non richieda l’autopsia (e lui accetta pur di portare il corpo di suo figlio a casa il prima possibile). Quando però telefona all’obitorio per richiedere i vestiti di Denis, prima gli viene risposto che sarebbero stati bruciati all’inceneritore e quando subito dopo li prega di non farlo e di conservarli dicendo che sarebbe partito subito per recuperarli, gli viene risposto dal responsabile dell’obitorio “no, mi sono sbagliato, può risparmiarsi il viaggio, tanto li abbiamo già bruciati”. L’orologio (che il padre porta ancora al polso, perfettamente funzionante) e le scarpe che Denis indossava il giorno della morte vengono rinvenuti intatti a dispetto dei presunti 60 metri di trascinamento sotto il camion. Anche le condizioni del cadavere, che presenta solo delle grosse ferite all’altezza del bacino, appaiono incompatibili con le dinamiche dell’incidente. Un corpo stritolato per metri tra l’asfalto e la mole di un mezzo così pesante dovrebbe essere maciullato, con i vestiti quantomeno stracciati in qualche punto. Invece quelle mani “protese in avanti” non hanno neppure un graffio. Così come i piedi, le gambe, le spalle, il volto di Denis (su cui c’era solo una piccola abrasione sulla fronte, vicino all’attaccatura dei capelli sul lato sinistro). I suoi vestiti sono intatti: il gilet di raso, la camicia, i pantaloni, le scarpe di pelle, i calzini a losanghe sono ancora perfettamente tirati su sul polpaccio. Il rapporto del comandante della stazione dei Carabinieri di Roseto Capo Spulico, Francesco Barbuscio, arrivato sul luogo dell’“incidente” alle 19,30, fa acqua da tutte le parti. Il Carabiniere sostiene che “sul luogo del sinistro […] l’autocarro era preceduto dall’auto”. Un’auto, puntualizza Barbuscio, con a bordo un ragazzo e una ragazza che lui stesso aveva fermato a un posto di blocco due ore prima. Non vedendo la giovane, il brigadiere chiede al camionista dove sia finita e gli viene detto che “con un automobilista di passaggio si è recata a Roseto forse per avvertire i congiunti”. Barbuscio scrive poi di essere andato in paese e di aver trovato fuori da un bar “la ragazza che prendeva posto sulla Maserati”. Il proprietario del bar, Mario Infantino, dichiara invece che la ragazza arriva nel suo locale insieme a un signore e che, mentre lei parla al telefono, questa persona gli dice di aver lasciato la sua auto sul luogo dell’incidente con dentro la moglie incinta.

Per accompagnare l’ex fidanzata di Bergamini il signore ha usato la Maserati di Denis e poi sempre con quella, dichiara il barista, è tornato dalla moglie lasciando la ragazza nel bar. Ma allora, com’è arrivata davvero Internò al bar? E perché l’accompagnatore (e l’ipotetica moglie incinta) non si è mai fatto avanti allora e in tutti questi anni? Fatto sta che la macchina della vittima cambia di posto e si trova contemporaneamente in due luoghi diversi. E come per magia, dal registro in cui i Carabinieri annotano tutte le loro attività, sparisce proprio l’allegato B con l’elenco delle auto fermate al posto di blocco dalle 17 in poi di quel pomeriggio. Non solo: il brigadiere Barbuscio sostiene di essere stato avvisato per telefono che “c’era un morto in mezzo alla strada” dai Carabinieri di Rocca Imperiale, un paese vicino. E chi avrebbe avvisato i militari? Non si sa. Fa specie poi che dopo la morte di Denis, Internò abbia telefonato più volte alla famiglia Bergamini chiedendo che le fosse data la Maserati perché promessale da Denis in eredità.

L’auto, della quale si parlerà a lungo come causa dell'omicidio, non verrà mai sequestrata e sarà riconsegnata alla famiglia pulita come uscita di concessionaria. La task force dei Carabinieri che stava indagando con profitto sull’omicidio di Donato viene smantellata dopo aver denunciato che alcuni colleghi collusi con la ‘Ndrangheta stavano depistando le indagini sin dal primo giorno. Il cronotachigrafo del camion, una sorta di scatola nera, mostra che la distanza percorsa da Pisano sarebbe incompatibile con quella dichiarata all’epoca dei fatti. Spariscono anche i tabulati dei telefoni di Bergamini. L’autopsia del cadavere viene svolta ben 50 giorni dopo l’accaduto e solo a seguito della riesumazione, dalla quale si evincerebbe che la morte è avvenuta per arresto cardiaco, dissanguamento e schiacciamento del torace, senza segni di trascinamento, né altre ferite. Viene taciuto poi un particolare macabro di fondamentale importanza, regolarmente periziato dal medico legale che eseguì l'autopsia: il calciatore del Cosenza sarebbe stato evirato e il suo pube fracassato con violenza feroce. Precisamente si parla di “eviscerazione e disabitazione di tutti gli organi situati nel piccolo bacino” e del “rinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto”. Eppure tutto ciò è stato accuratamente nascosto fino all'aprile 2012.

Le ipotesi, i possibili moventi

I Ris di Messina confermano invece che il calciatore è già morto quando viene travolto dal camion. È la stessa conclusione a cui arriva la perizia del direttore di Medicina legale dell'Asl di Torino che molto diplomaticamente sostiene che nessuno ha mai letto bene la prima perizia medico-legale. Ma perché avrebbero dovuto uccidere Bergamini? E chi ne aveva motivo? Se in barba alle verità processuali oggi possiamo dire con certezza che Bergamini è stato ucciso lo dobbiamo a Carlo Petrini, controverso calciatore, poi scrittore d’inchiesta, autore del libro “Il calciatore suicidato” (Kaos Edizioni, 2001). Petrini ha indicato la strada, scoperto e denunciato verità scomode. Allo stesso Petrini arrivano dopo la pubblicazione alcune lettere anonime che innestano nella vicenda anche il coinvolgimento della ‘Ndrangheta locale e che lo portano a sostenere una tesi che per molti anni è sembrata la più accreditata: quella del traffico di stupefacenti. Secondo alcuni la Maserati di Bergamini avrebbe avuto il doppio fondo. E sempre secondo alcuni era utilizzata per il trasporto di droga a insaputa di Bergamini o con la costrizione dello stesso. Un’auto che Denis neanche voleva acquistare. Quella Maserati seguiva sempre il Cosenza in trasferta. Chi avrebbe mai cercato droga al seguito di una squadra in trasferta? Si diceva anche che la malavita usasse il pullman del Cosenza per portare le sostanze stupefacenti al Nord. Una misteriosa ragazza telefonò più volte a casa Bergamini sostenendo che invece la droga veniva nascosta in scatole di cioccolatini che Denis inconsapevolmente doveva recapitare durante le trasferte. Intanto i Ris di Messina hanno determinato che la Maserati non aveva alcun doppio fondo. No, la pista del traffico di stupefacenti, sebbene verosimile e possibile, non sembra entrarci con la morte del calciatore.

bergamini curvaLa chiave del giallo?

La pista da seguire è invece, con ogni probabilità, quella del delitto passionale. O meglio, del delitto d’onore. Un episodio forse determinante che potrebbe rappresentare il movente dell’omicidio ha luogo nel 1987, quando Internò affronta un’interruzione di gravidanza ormai al quinto mese. Bergamini è disposto a riconoscere il figlio ma non a sposare la ormai ex-fidanzata. Poiché ormai troppo avanti con la gestazione, Bergamini e Internò si rivolgono ad una struttura privata estera. E vanno a Londra con la scusa di una vacanza, lasciando all’oscuro l’intera famiglia di lei che non doveva sapere della gravidanza: sarebbe stato uno scandalo, un guaio, un disonore riparabile soltanto con quel matrimonio di cui Bergamini, però, proprio non voleva sapere.

Morti e feriti collaterali.

Il padre di Bergamini trova ben presto una breccia nel muro di gomma che si viene a creare intorno alla vicenda. Mimmolino Corrente, il factotum della compagine silana, riesce a consegnargli di nascosto attraverso l’allora direttore sportivo Roberto Ranzani le scarpe che Bergamini indossava al momento della morte. Ranzani si raccomanda al padre di Bergamini di non dire nulla. Corrente promette anche al padre di Bergamini di raccontargli qualcosa d’importante che potrebbe risultare determinante nella soluzione del giallo. Ma Corrente muore insieme ad un altro magazziniere del Cosenza, Alfredo Rende, a seguito di un incidente stradale avvenuto sempre sulla Ss 106 a pochi metri dal luogo dove viene messo in scena il presunto suicidio di Bergamini. Il figlio di Corrente, però, nega categoricamente: “Mio padre non c’entra niente con le scarpe di Bergamini”.

Una nuova riapertura del caso?

Se la morte di Bergamini non è caduta nell’oblio, è certamente merito della famiglia, che non si è mai arresa all’astrusa ipotesi suicidaria, ma anche di un manipolo di giornalisti, scrittori e tifosi che sono voluti andare in fondo alla vicenda. A cominciare da Carlo Petrini, che col suo libro ha fatto luce sulla storia, fino alla redazione della trasmissione tv Chi l’ha visto, passando dal noto giornalista Oliviero Beha e dalla Curva Sud del Cosenza Calcio che gli ultrà rossoblù hanno chiesto e ottenuto di intitolare proprio a Denis Bergamini e grazie ai quali dal 2009, ogni 27 dicembre, si celebra il “Bergamini day”. Grazie a queste persone - è notizia di pochi giorni fa - il caso potrebbe essere riaperto per la terza volta. Il nuovo capo della Procura di Castrovillari, Eugenio Facciolla, vorrebbe esaminare tutti quegli elementi inspiegabilmente non considerati (ecco quindi la novità necessaria per permettere alla Procura d’indagare ancora) dai vecchi inquirenti e dal Gip che a fine novembre aveva accolto la richiesta di archiviazione avanzata dal Pm Anastasia e appoggiata dal vecchio Procuratore Capo Giacomantonio. Come suggerito dalla famiglia Bergamini, la Procura avrebbe avallato la scelta di eseguire nuovi esami sul corpo del giocatore in modo da capire se fosse già morto al momento di essere sormontato dal camion. Un esame fondamentale per spazzare via una volta per tutte la tesi del suicidio sostenuta da Pisano e Internò. Del resto lo stesso Procuratore Capo ha fatto capire senza tanti giri di parole di non credere alla versione del suicidio: “Bisognerebbe fare un salto nel passato - ha spiegato Facciolla in un’intervista a Rai Sport - per rivedere circostanze, contesti e analizzare il tessuto sociale dell’epoca. Quel che è certo è che ci sono delle zone d’ombra che creano sconcerto. Come alcune lesioni di cui si parla e l’asfissia indotta da un sacchetto di plastica o da qualcosa del genere, che ho visto come qualcosa di molto forte. Ho qualche dubbio all’idea di poter pensare che un atleta che aveva un’affermazione professionale di un certo tipo, all’apice del successo, improvvisamente di punto in bianco decida di farla finita con una modalità così cruenta e repentina”.

Tito Sommartino

Pubblicato sul numero 110 (dicembre 2015) e sul numero 111 (gennaio 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 26 Febbraio 2016 19:07

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