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PER NON DIMENTICARE

Ho vissuto cinque anni da infiltrata nel più pericoloso partito neonazista europeo

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Screenshot dal film 'Golden Dawn: A Personal Affair'

Di Julie Tomlin - tratto da https://news.vice.com

Dopo la crisi finanziaria del 2009, in Grecia il partito neo-nazista Alba Dorata continua a ottenere sempre maggiori consensi.

Nonostante 69 membri - inclusi alcuni deputati - siano sotto processo per aver "gestito un'organizzazione criminale che intimidisce e uccide i migranti e i propri oppositori politici," il partito è comunque riuscito a conquistare 18 seggi nelle elezioni nazionali dello scorso anno.

Quando uno dei deputati di Alba Dorata è stato accusato di aggressione, per aver schiaffeggiato un'esponente politica donna durante un dibattito televisivo, gli oppositori speravano che il vento sarebbe cambiato — ma sono rimasti delusi. La crescita di popolarità non si è fermata nemmeno quando il leader del partito Nikolaos Michaloliako ha affermato che Alba Dorata è "politicamente responsabile" dell'omicidio del rapper antifascista Pavlos Fyssas.

Per cercare di capire perché così tanti greci sostengono il partito, Angélique Kourounis ha passato cinque anni a filmare i membri di Alba Dorata con il suo collega Thomas Jacobi. Abbiamo parlato con Angélique delle centinaia di ore che sono state necessarie per realizzare il documentario Golden Dawn: A Personal Affair, e della sua determinazione nel capire perché il partito ha così tanto successo.

Cosa hai ottenuto dedicando così tanto tempo al progetto?

Angélique Kourounis: Non potevo fare un film su Alba Dorata in poco tempo, perché non mi avrebbero accettata. Mi avrebbero mostrato solo quello che volevano che vedessi. Abbiamo filmato durante distribuzioni di cibo e raccolte di sangue, a conferenze stampa, riunioni politiche, incontri con i gruppi locali, dove le persone si riuniscono due volte a settimana - alcuni incontri erano in zone facoltose di Atene come Alimos o Glyfada - e mentre filmavano e lavoravano per la radio o online.

Chi sono i membri di Alba Dorata?

Ho incontrato disoccupati, ricchi, persone della classe media; non è un partito di classe, coinvolge qualsiasi tipo di persona. Ho incontrato tre donne, una di loro era di sinistra, una era socialista, e l'altra era conservatrice, e hanno tutte deciso di unirsi ad Alba Dorata perché non hanno alcuna fiducia negli altri partiti.

Onestamente, c'è stato un momento in cui sono stata dubbiosa. Partecipavo a una riunione e tutti coloro con cui avevo parlato sembravano ragionevoli. Mi sono detta: 'Dov'è l'Alba Dorata che pensavo di conoscere, quella violenta, che ha ucciso delle persone?' Pensavo di essermi sbagliata. Poi un tizio, che aveva dimenticato di avere ancora il microfono acceso ha iniziato a parlare, dando ordini ai membri del gruppo su come comportarsi, e cosa dirmi quando li intervistavo. 

Lì mi sono accorta che non avevo torto: Alba Dorata è Alba Dorata, quella che conosco. Direi che sono nazisti, o comunque la direzione è sicuramente quella nazista — e sono assolutamente razzisti e sessisti. Ho intervistato un uomo che diceva di aver aiutato i neri quando era in Africa con una missione militare dell'ONU, ma solo per farli rimanere lì, per non farli arrivare nel suo paese.

Screenshot dal film 'Golden Dawn: A Personal Affair'

Cosa puoi dirmi sul sessismo nel partito, invece?

Ho passato molto tempo con le donne di Alba Dorata. Alcune di loro sono coinvolte nella direzione del partito, ma è assolutamente corretto affermare che gli uomini hanno la priorità e che i ruoli più importanti sono affidati sempre a loro. Erano tutti contenti quando [il deputato e portavoce del partito] Ilias Kasidiaris ha schiaffeggiato Rena Dourou [membro del partito Syriza] in televisione, pensavano se lo fosse meritato. Dal loro punto di vista, le donne devono tornare in cucina e aprire le gambe per sfornare bambini. Incredibilmente, anche le donne sono completamente d'accordo su questo.

Se Alba Dorata dovesse governare, il nostro unico problema sarebbe capire su quale vagone ci metterebbero.

Avete mai avuto paura?

Avevamo sempre paura, soprattutto quando è stato pubblicato il secondo documentario a giugno 2014 — perché se lo avessero visto, saremmo stati nei guai. Comunque, ci hanno rotto le telecamere e un giorno sono stata aggredita — a quel punto la situazione stava per diventare ingestibile, ma è intervenuto il deputato di Alba Dorata Nikos Mihos, dicendogli che dovevano smettere di picchiarmi o di impedirmi di fare telefonate. Credo che ora potrebbe pentirsene.

In genere eravamo tranquilli: Thomas, che è tedesco, biondo, e di bell'aspetto, era quello buono, quello con cui i membri di Alba Dorata pensavano di avere qualcosa in comune. Io ero la ragazza stupida, sciocca, piccola e grassa a cui non prestavano molta attenzione. Durante uno dei loro comizi, Thomas e un cameraman sono stati respinti, e io sono stata fatta accomodare in prima fila con il mio cellulare, proprio come una ragazza sciocca che stava ancora scoprendo il mondo. Ecco come siamo riusciti a ottenere le immagini che abbiamo.

Qual è il loro atteggiamento nei confronti dei giornalisti?

All'inizio Alba Dorata era un partito presentabilissimo, e Kasidiaris veniva invitato in TV e gli veniva chiesto che film avesse visto al cinema, cose così. Sapevamo chi fosse, ma solo dopo l'omicidio di Pavlos Fyssas [il rapper antifascista] la stampa ha iniziato ad affermare che Alba Dorata era nei guai. Dopo anni e anni di silenzio, era troppo. Pensavo che sarebbe stata la fine del partito, ma il risultato è stato l'esatto opposto. Probabilmente perché i greci non credono più ai giornalisti, e i sostenitori di Alba Dorata non credono a nulla di quello che scrivono.

D'altro canto, la propaganda via radio e online è molto importante per loro. Qualsiasi cosa facciano, la pubblicano immediatamente sul web per mostrare quello che stanno facendo, proprio come Daesh. Alba Dorata blocca il confine con l'Albania per due ore: lo filmano e lo mettono online. Quando distruggono gli alloggi dei migranti, lo pubblicano online. Vogliono far vedere che agiscono. E funziona.

Quale pensi che sia la strategia di Alba Dorata per il futuro?

Stanno aspettando il loro momento. Credo sia la verità che cercavo quando ho iniziato a filmare. L'ultima scena del documentario mostra un intervistato importante affermare che quando Syriza sarà al potere, la prossima [a governare] sarà Alba Dorata. Tutto il film è la dimostrazione di questo [concetto].

Temi che Alba Dorata continuerà a ottenere consensi in Grecia?

Per me è abbastanza chiaro: il mio compagno è ebreo, uno dei miei figli è gay, un altro è anarchico, e io sono una femminista di sinistra e figlia di immigrati. Se Alba Dorata dovesse governare, il nostro unico problema sarebbe capire su quale vagone ci metterebbero.

Se le persone di Alba Dorata salgono al potere, l'unica risposta possibile è restare e combattere, o andarsene. Non c'è spazio per il pensiero libero, per le persone di sinistra, per i gay, per gli antifascisti, e questo si capisce perfettamente dal film. Sono cresciuta con i racconti di mia nonna sulla guerra e sulla resistenza contro gli italiani, poi ho avuto l'enorme privilegio di conoscere il padre del mio compagno Leon, che era ebreo e faceva parte della resistenza in Francia. Mi ha spiegato che non c'era altra scelta che la resistenza. Bisogna combattere per resistere, e se non lo si fa, si accetta quello che accade. 


La versione originale di questo articolo è apparsa su Broadly

24 febbraio 2016

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Ultimo aggiornamento Domenica 27 Marzo 2016 14:58

La morte di Umberto Eco

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La morte di Umberto Eco

tratto da http://www.contropiano.org

È morto Umberto Eco, probabilmente il più erudito ed enciclopedico tra gli intellettuali italiani. Semiologo di formazione, innovatore negli anni in cui il mondo cambiava pelle e gli intellettuali si immergevano nel fiume in piena della ribellione ("Apocalitti e integrati", il suo esordio nel ristretto novero delle grandi tirature). Poi romanziere di grandissimo successo, ma senza perdere il gusto della provocazione culturale, spiazzante.

Fulminante, per esempio, la vivisezione minuziosa della logica perversa del "complottismo" e della dietrologia, vera struttura portante del romanzo Il pendolo di Foucault. Pagine che, se fossero state lette davvero, avrebbero dovuto far vergognare quasi tutti i dietrologi "di sinistra".

In attesa di ricostruzioni più articolate della sua biografia intellettuale, ci piace qui riportare il fulminante articolo su Il manifesto di Marx ed Engels, di cui evidenzia l'aspetto retorico (senza dimenticare quello politico e scientifico, sebbene in secondo piano). Perché una lezione da tenere sempre a mente è quella relativa alla divugazione delle idee. Non basta infatti aver ragione, produrrre idee giuste, scientificamente fondate e eticamente superiori. Bisogna anche sapere come parlare al mondo in cui si vive, saper muovere i cuuori anche là dove le menti (magari soltanto perché non passate - per motivi di classe - attraverso la formazione superiore) non riescono a cogliere la complessità delle idee.

20 febbraio 2016

***

Umberto Eco: uno spettro (di Marx) si aggira nella globalizzazione

Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.  

Nel 1971 era apparso il libretto di un autore venezuelano, Ludovico Silva, Lo stile letterario di Marx, poi tradotto da Bompiani nel 1973. Credo sia ormai introvabile e varrebbe la pena di ristamparlo. Rifacendo anche la storia della formazione letteraria di Marx (pochi sanno che aveva scritto anche delle poesie ancorché, a detta di chi le ha lette, bruttissime), Silva andava ad analizzare minutamente tutta l’opera marxiana. Curiosamente dedicava solo poche righe al Manifesto, forse perché non era opera strettamente personale. È un peccato: si tratta di un testo formidabile che sa alternare toni apocalittici e ironia, slogan efficaci e spiegazioni chiare e (se proprio la società capitalistica intende vendicarsi dei fastidi che queste non molte pagine le hanno procurato) dovrebbe essere religiosamente analizzato ancora oggi nelle scuole per pubblicitari. 

Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: «Uno spettro si aggira per l’Europa» (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe «rivoluzionaria» ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire «si vede», in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.  

È impressionante come il Manifesto avesse visto nascere, con un anticipo di centocinquant’anni, l’era della globalizzazione, e le forze alternative che essa avrebbe scatenato. Come a suggerirci che la globalizzazione non è un incidente avvenuto durante il percorso dell’espansione capitalistica (solo perché è caduto il muro ed è arrivato internet) ma il disegno fatale che la nuova classe emergente non poteva evitare di tracciare, anche se allora, per l’espansione dei mercati, la via più comoda (anche se più sanguinosa) si chiamava colonizzazione. È anche da rimeditare (e va consigliato non ai borghesi ma alle tute di ogni colore), l’avvertimento che ogni forza alternativa alla marcia della globalizzazione, all’inizio, si presenta divisa e confusa, tende al puro luddismo, e può venire usata dall’avversario per combattere i propri nemici. 

Alla fine di questo elogio (che conquista in quanto è sinceramente ammirato), ecco il capovolgimento drammatico: lo stregone si trova impotente a dominare le potenze sotterranee che ha evocato, il vincitore è soffocato dalla propria sovraproduzione, è obbligato a generare dal proprio seno, a far sbocciare dalle proprie viscere i suoi propri becchini, i proletari. 

Entra ora in scena questa nuova forza che, dapprima divisa e confusa, si stempera nella distruzione delle macchine, viene usata dalla borghesia come massa d’urto costretta a combattere i nemici del proprio nemico (le monarchie assolute, la proprietà fondiaria, i piccoli borghesi), via via assorbe parte dei propri avversari che la grande borghesia proletarizza, come gli artigiani, i negozianti, i contadini proprietari, la sommossa diventa lotta organizzata, gli operai entrano in contatto reciproco a causa di un altro potere che i borghesi hanno sviluppato per il proprio tornaconto, le comunicazioni. E qui il Manifesto cita le vie ferrate, ma pensa anche alle nuove comunicazioni di massa (e non dimentichiamoci che Marx ed Engels nella Sacra famiglia avevano saputo usare la televisione dell’epoca, e cioè il romanzo di appendice, come modello dell’immaginario collettivo, e ne criticavano l’ideologia usando linguaggio e situazioni che esso aveva reso popolari). 

A questo punto entrano in scena i comunisti. Prima di dire in modo programmatico che cosa essi sono e che cosa vogliono, il Manifesto (con mossa retorica superba) si pone dal punto di vista del borghese che li teme, e avanza alcune terrorizzate domande: ma voi volete abolire la proprietà? Volete la comunanza delle donne? Volete distruggere la religione, la patria, la famiglia? 

Qui il gioco si fa sottile, perché il Manifesto a tutte queste domande sembra rispondere in modo rassicurante, come per blandire l’avversario – poi, con una mossa improvvisa, lo colpisce sotto il plesso solare, e ottiene l’applauso del pubblico proletario... Vogliamo abolire la proprietà? Ma no, i rapporti di proprietà sono sempre stati soggetto di trasformazioni, la Rivoluzione francese non ha forse abolito la proprietà feudale in favore di quella borghese? Vogliamo abolire la proprietà privata? Ma che sciocchezza, non esiste, perché è la proprietà di un decimo della popolazione a sfavore dei nove decimi. Ci rimproverate allora di volere abolire la «vostra» proprietà? Eh sì, è esattamente quello che vogliamo fare. 

La comunanza delle donne? Ma suvvia, noi vogliamo piuttosto togliere alla donna il carattere di strumento di produzione. Ma ci vedete mettere in comune le donne? La comunanza delle donne l’avete inventata voi, che oltre a usare le vostre mogli approfittate di quelle degli operai e come massimo spasso praticate l’arte di sedurre quelle dei vostri pari. Distruggere la patria? Ma come si può togliere agli operai quello che non hanno? Noi vogliamo anzi che trionfando si costituiscano in nazione... 

E così via, sino a quel capolavoro di reticenza che è la risposta sulla religione. Si intuisce che la risposta è «vogliamo distruggere questa religione», ma il testo non lo dice: mentre abborda un argomento così delicato sorvola, lascia capire che tutte le trasformazioni hanno un prezzo, ma insomma, non apriamo subito capitoli troppo scottanti. 

Segue poi la parte più dottrinale, il programma del movimento, la critica dei vari socialismi, ma a questo punto il lettore è già sedotto dalle pagine precedenti. E se poi la parte programmatica fosse troppo difficile, ecco un colpo di coda finale, due slogan da levare il fiato, facili, memorizzabili, destinati (mi pare) a una fortuna strepitosa: «I proletari non hanno da perdere che le loro catene» e «Proletari di tutto il mondo unitevi». 

A parte la capacità certamente poetica di inventare metafore memorabili, il Manifesto rimane un capolavoro di oratoria politica (e non solo) e dovrebbe essere studiato a scuola insieme alle Catilinarie e al discorso shakespeariano di Marco Antonio sul cadavere di Cesare. Anche perché, data la buona cultura classica di Marx, non è da escludere che proprio questi testi egli avesse presenti. 

© Editori Laterza - EM Publishers Srl

da Tuttolibri, inserto culturale de La Stampa di Torino

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Ultimo aggiornamento Domenica 21 Febbraio 2016 20:16

15 febbraio 1999: il sequestro di Abdullah Öcalan

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15 febbraio 1999: il sequestro di Abdullah Öcalan

tratto http://www.retekurdistan.it

Il 15 febbraio 1999 il leader curdo Abdullah Öcalan è stato sequestrato in Kenya da agenti speciali che agivano in connessione con la Cia e il Mossad mentre si trovava sulla strada dall’ambasciata greca verso l’aeroporto di Nairobi.La cattura del “nemico numero uno” della Turchia è stata declamata dalle autorità di Ankara come la loro vittoria contro i curdi che avevano intrapreso una sollevazione di massa contro le politiche di negazione e discriminazione;una lotta che Öcalan aveva condotto sin dagli anni ’80.

La cattura del loro leader è stata considerata dai curdi come il risultato di una “cospirazione internazionale”che aveva coinvolto i servizi di sicurezza di diverse nazioni inclusi la CIA il MIT ed il MOSSAD..Il sequestro di Öcalan’ è stata seguita da un processo farsa durante il quale i pubblici ministeri turchi hanno cercato di ritrarre il leader curdo come terrorista.

Invece Öcalan aveva usato la sua difesa per articolare il caso per la pace e la riconciliazione tra i curdi e i turchi basata sul riconoscimento delle differenze culturali e nazionali denteo uno stato unitario.

Per molti anni Öcalan è stato tenuto in confinamento solitario in condizioni pericolose sull’isola di Imrali al largo della costa di Istanbul.Le sude condizioni di salute è stato affermato siano deteriorate a causa del duro ambiente del carcere.Ma nonostante tutte le sue difficoltà personali, Öcalan ha continuato a giocare un ruolo chiave nelle politiche della Turchia e esercitare un’influenza nel movimento curdo che non può essere ignorata.

Egli ha sostenuto una soluzione negoziale, avanzando proposte dettagliate che richiedono a entrambe le parti di adottare provvedimenti per giungere a una fine definitiva del conflitto.Ha utilizzato la sua importanza tra i curdi per sollecitare ripetuti cessate il fuoco unilaterali dei guerriglieri curdi per dare una possibilità alla pace,che hanno più volte adottato di fronte alla continua aggressione da parte dei militari turchi.

Insistendo sul fatto che egli è un prigioniero politico,Öcalan ed il movimento nazionale curdo hanno mantenuto una posizione costante per una conclusione pacifica del conflitto basata sul raggiungimento della giustizia per la popolazione curda.

Attraverso discussioni continue le loro proposte si sono evolute nell’attuale richiesta di “autonomia democratica” all’interno della Turchia,una politica che prevede la concessione di competenze regionali locali nelle regioni attraverso diritti sociali e culturali come l’utilizzo della lingua curda e l’educazione in madrelingua,adempiendo così le richieste curde fondamentali di lunga data.

Quello che è chiaro è che la Turchia,sin dalla detenzione di Öcalan ha fallito nell’ottenere l’eliminazione del movimento curdo,proprio come ha fallito nella sua insistenza nel vedere Abdullah Öcalan come un criminale o un terrorista.I colloqui tra Öcalan e i rappresentanti dello stato turco sottolineano che la graduale realizzazione da parte turca che l’influenza di Ocalan rimane fondamentale per porre fine a questo lungo conflitto.

ANF NEWS DESK – ANF

16 febbraio 2016

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L’incredibile storia di #Foibe, uno dei più grandi kolossal mai girati (appunto, mai girati). Una bufala da #GiornodelRicordo

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Una scena del film Foibe, co-produzione Italia/USA, 2013. In una delle sequenze più rigorose dal punto di vista storiografico, il maresciallo Tito - magistralmente interpretato da Alessandro Haber - dà personalmente l'ordine di gettare diecimila italiani nella foiba di Basovizza.

di Nicoletta Bourbaki (*) - tratto da http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=23517

E così, di nuovo, e ormai con una certa stanchezza, arriva il 10 Febbraio. Il Cuore nel pozzo sarà trasmesso per l’undicesima volta su Rai74, vedremo pubblicata la foto della fucilazione di Dane su diversi siti e giornali e sentiremo le boutades di qualche associazione di esuli. Immancabili le interviste a Cristicchi.

Raccontare la storia al grande pubblico non è mai facile, soprattutto se si tratta di vicende complesse. Più parti se ne occultano, più il quadro risulta incomprensibile. Ma solo aggiungendo l’arroganza di un forte movente politico e una regia mediocre si è potuti arrivare a quello che è il discorso sulle foibe in Italia.

Nonostante l’impegno, l’entusiasmo, i finanziamenti e il consenso bipartisan il Giorno del ricordo è “andato storto”, a partire dalla data scelta.
Non certo per mancanza di alternative, la ricorrenza è stata fissata nell’anniversario della ratifica del Trattato di Pace di Parigi, 10 febbraio 1947, data in cui l’Italia – sconfitta nella guerra che aveva combattuto al fianco di Hitler – si impegnava a restituire tutte le colonie e buona parte dei territori annessi in Istria e Dalmazia.
Per molti italiani un giorno infausto, che li ha trasformati in vittime di un’ingiustizia.

Far coincidere proprio quella data con una narrazione che descrive «gli Italiani» unicamente come vittime significa omettere tutto quel che accadde prima. Ma la realtà non si lascia omettere così facilmente. E così, la caratteristica saliente, la costante del parlar di foibe in Italia è la sfiga, la mosca nella minestra che rovina il pasto quando hai già il cucchiaio in bocca.

1. Sfiga e foibe: un breve campionario

L’abbiamo visto con le medaglie che ogni anno vengono assegnate ai parenti di infoibati/dispersi/caduti che-poi-in-fondo-è-la-stessa-cosa. «Per L’Italia», c’è scritto.
C’è una commissione dell’esercito che studia le biografie dei papabili e dovrebbe garantire l’irreprensibilità di queste assegnazioni – e invece zac!, l’anno scorso spunta quella assegnata a Paride Mori, ex ufficiale del Battaglione “Benito Mussolini” che combatté al fianco dei nazisti. Putiferio, imbarazzo. Han decorato un fascista? Sarà un caso isolato! Ce n’è altri trecento, si scopre subito, perché il Giorno del Ricordo è un medaglificio fascista.
«Io non c’entro», avrà a dire la Presidente della Camera. Medaglia revocata il 25 aprile. E le altre?

Stjepan Mesic

Stjepan Mesic

L’abbiamo visto con il discorso di Giorgio Napolitano il 10 febbraio del 2007: le foibe e l’esodo scaturite «da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Non è cosa da poco, perché se lo dice la prima carica dello Stato significa contestare la legittimità del Trattato di Pace e del confine. E allora zac!, com’era prevedibile il Presidente croato Stjepan Mesic replica in tono compunto – ma corretto – precipitando il teatrino della pacificazione nazionale in salsa nazionalista in un grave incidente diplomatico con interessamento della stampa internazionale.

Sentiremo che dirà quest’anno Mattarella.

Sul fronte delle “arti”, degli strumenti di edificazione a beneficio dell’ampio pubblico, abbiamo visto la già menzionata fiction sulle foibe ambientata in Istria nel 1944 e che dell’Istria non ha nulla, né storia né luoghi.
Del resto, con il 1944 le foibe c’entrano poco.

Simone Cristicchi

Abbiamo visto lo spettacolo teatrale che innesta il genere pseudostorico nel fertile tronco della commedia popolare: «Un certo Giuliano Dalmata!» Prooot! Risate.

Abbiamo visto il diario scritto da Frediano Sessi come se fosse Norma Cossetto, la conoscenza della cui tragica fine si basa però in gran parte su congetture e dicerie o, per dirla con Roberto Spazzali, «incontrollate fantasie e presunte testimonianze». Un’opera dettata da un imperativo etico, si direbbe.

Lo sterile connubio tra artisti in cerca di finanziamento e foiberia, esoderia, confineorientaleria scade in un rapporto perverso in cui il taglio preciso richiesto dal committente sovrasta le possibilità dell’autore (in genere non eccelse) e il fiasco è assicurato sempre o quasi.

Anzitutto, è indispensabile l’iperbole.

Ecco dunque l’esplosione di Vergarolla (così nota in serbocroato: Eksplozija na Vergaroli) che diventa «la Strage di Vergarolla» che a sua volta, in assenza non solo di una verità giudiziaria, ma anche più in generale di prove certe, diventa «il più sanguinoso attentato nella storia dell’Italia repubblicana».

Tra l’altro, Pola non ha mai fatto parte dell’Italia repubblicana. Semmai – per poco più di vent’anni – del Regno d’Italia, e nel 1946 era amministrata dagli angloamericani.

La strage, tornata da anni prepotentemente in auge, è oggetto di saggi che prescindono totalmente dall’uso delle fonti in lingua serbo-croata, dove forse qualcosa di interessante si sarebbe potuto trovare, come la dichiarazione pubblica dell’anziano polesano Benedetto Buich secondo cui gli ordigni furono fatti esplodere dall’italiano Riccardo Saccon in stato di ubriachezza.
È inoltre diventata proprio quest’anno il soggetto di un documentario sponsorizzato al solito da alcune associazioni degli esuli, documentario intitolato non ironicamente, e dunque tragicamente, L’ultima spiaggia, la cui prima copia è stata subito donata a Cristicchi, ormai nume tutelare e Madrina delle foibe.

L’iniziativa, partita da qui, ci informa che possiamo ricevere una copia del film su blu ray per un prezzo dai 100 ai 190 euro, e non manca di farci sapere che

«ci sono già prenotazioni del […] film per proiezioni in concomitanza del Giorno del Ricordo del 10 febbraio: chi di voi volesse spargere la voce presso enti, amministrazioni o associazioni che possono essere sensibili al tema, ve ne saremmo grati! #UltimaSpiaggiaVergarolla»

…che messo così suona un po’ come una supplica.

Sembra che nell’economia dello show-business italiano, dopo il lavoro di alcuni “apripista”, le foibe siano diventate il tempo supplementare, la possibilità per artisti più o meno in disarmo di accedere a un circuito privilegiato di finanziamenti e vendite garantite, purché siano disposti a maneggiare una sostanza poco piacevole.

Alberto Negrin, regista de Il cuore nel pozzo, continua a galleggiare dalle parti di Raifiction. Cristicchi, dopo aver raggiunto il culmine della fase “impegnata” con Ti regalerò una rosa (si ricorderà Mi chiamo Antonio / credevo di parlare col demonio) è approdato in pochi anni al confine orientale.

E così, eccone molti altri, più o meno giovani e conosciuti, ridotti a frequentare il tema sgradito per eccellenza – e quindi tanto più gratificante per via della pretesa persecuzione politica di chi se ne occupa – magari anche solo per farsi un po’ di pubblicità.

Sono iniziative che partono talvolta dal basso, si mettono all’asta… e fatalmente ancora più in basso sprofondano. Perché occuparsi di foibe porta a benefici concreti solo a mostrarle da una certa angolatura, che al poetico e all’immaginario concede poco, privilegiando piuttosto i toni del risentito e del morboso. All’autore rimangono spazi di manovra strettissimi – Cristicchi alla prima rappresentazione del suo spettacolo ha subito pressioni per non inserire una citazione di Boris Pahor – ma si può consolare con l’esaltazione acritica della stampa, l’affetto del mondo politico e le scolaresche intruppate a teatro.

2. Un genio, due compari e tanti polli: il film Foibe

Di queste iniziative, la più paradigmatica è quella di «FOIBE» IL KOLOSSAL CON 12 OSCAR E 30 NOMINATIONS (urlato nel testo) che ci permette di apprezzare, nelle dimensioni della bufala, l’intero spettro cromatico della vicenda delle foibe in Italia, dall’impossibilità di nutrire dubbi in riferimento ad alcunché venga affermato sulle foibe, la cui verità è sacra, alla scarsa professionalità della stampa nostrana, fino al gigantismo e alla totale mancanza del senso del ridicolo.

Il merito di cotanta rivelazione va al regista Mirko Zeppellini alias John Kaylin, cui, non fosse per le cosucce raccontate qui andrebbe tutta la nostra simpatia, se non altro per l’entità del bidone tirato a certi ambienti.

Mirko Zeppellini aka John Kaylin aka John Michael Kane.

Mirko Zeppellini aka John Kaylin, aka John F. Kaylin, aka…

Ma andiamo con ordine.

Tutto inizia negli ultimi giorni del 2010, quando Il Piccolo di Trieste e una manciata di altri giornali annunciano l’intento di Zeppellini – il quale «fin da giovane si è accostato al mondo dello spettacolo, con la messa in scena di un’opera a soli 13 anni che lo ha fatto conoscere nell’ambiente cinematografico»! – di girare in Friuli Venezia Giulia un film sulle foibe, preannunciando che il successivo 10 febbraio «è prevista una conferenza stampa negli Stati Uniti, al quale parteciperà anche Paolo Sardos Albertini in rappresentanza della Lega nazionale».

Da questo momento sarà un continuo stillicidio di dichiarazioni, sempre più roboanti, faraoniche, ridicole, incredibili.
Del resto, da uno con una biografia così, cioè anche banalmente scritta così, ci si può aspettare davvero di tutto:

Zeppellini

«Born Mirko Zeppellini, in Italy, to a family from Parma with Jewish origins. He’s been defined many times as a young genius. For this reason since a young age he decided to adopt a stage name and that’s how John Kaylin was born. A playwright by the age of 12. He got his first play put on at the stage by the age of 13 […] This passion has taken him to also produce soundtracks and to open a publishing company, making an album and soundtrack with the Ennio Morricone.
In addition to three albums with the pianist David Helfgott, who became famous with the Academy Award-winning movie “Shine”. […] When he publicly said that Italy was the last country where an artist could be born, live, and grow; and after he escaped from an anti-semitic attack on him because of his Jewish origins and for producing Jewish artists, he decided to move to South America and to the USA. […]
He’s also working on the screenplay “E”, a story that shows how “mathematically” the existence of God can be proven.
He’s also working, after six years of research and collecting written proof, photographs, and video; the story of the Foibe. A dark period in Europe after WWII that was erased from the school books, to avoid problems for both the Italian and Yugoslavian governments. This has also created trouble for John Kaylin and so he has decided to permanently leave Europe.» Fonte: Imdb

Dopo appena due settimane è Il Friuli, in solitaria, a dare la notizia che «un’iniziativa della Produzione del film ‘Foibe’, ha portato le comunità religiose presenti a Trieste ad unirsi in un’unica benedizione rivolta alle persone che a fine anno arriveranno in Friuli Venezia Giulia per le riprese del film».

Individuando nelle fenditure carsiche insospettate virtù ecumeniche, il regista spiega che

«Foibe chiamerà al lavoro cristiani, islamici, ebrei, buddisti, centinaia di razze e religioni: un gruppo umano [ … ]  Ritengo che questo film sia l’occasione per mostrare in Italia e nel Mondo che siamo realmente tutti parte di questo piccolo grande pianeta [ … ] in modo che tutti possano ricordare che gli insegnamenti di Torah, Vangelo e Corano parlano di popoli di un unico mondo, nati affinché si possano conoscere a vicenda e convivere insieme.»

Attorno al 10 febbraio del 2011 «FOIBE», IL KOLOSSAL CON 12 OSCAR E 30 NOMINATIONS raggiunge la sua massima notorietà, con articoli altisonanti su tutta la stampa locale – compresa quella della minoranza italiana in Istria – più Il Giornale, mercè la sempre brillante penna di Fausto Biloslavo.

Biloslavo scrive, tra le altre cose:

«Durante la presentazione a Los Angeles è stato annunciato che con Kaylin lavorerà il regista inglese John Michael Kane

Fausto Biloslavo

Fausto Biloslavo

Che è come dire: con Zeppellini lavorerà Zeppellini, dato che non risulta esistere alcun «regista inglese» di nome «John Michael Kane», e quest’ultimo è da più parti indicato come l’ennesimo pseudonimo usato da «the young genius».

Biloslavo non è l’unico a essersi bevuto la storia del «regista inglese», e nemmeno il primo. L’ha presa direttamente dal Piccolo. Durante questo passaggio da una velina promozionale a un giornale locale a un giornale nazionale, nessuno ha fatto la minima verifica. Eppure sarebbe bastato un minuto di ricerca su Google per scoprire che «John Michael Kane» è un nome fittizio preso di pacca da un romanzo di spionaggio di Robert Ludlum e dal film che ne è stato tratto, The Bourne Identity.

L’identità sdoppiata e l’immaginario regista inglese finiranno dritti su Wikipedia.

Assieme alla notizia dell’avvenuta presentazione negli Stati Uniti (presentazione di cosa, di grazia, se le riprese sarebbero iniziate a fine anno?), che in provincia fa sempre effetto, sulla stampa si annuncia un’improbabile lista di partecipanti:

«un gruppo di brillanti artisti che vanta ben 12 Oscar vinti e 30 nominations […] Maxime Alexandre, direttore della fotografia, famoso per ‘High Tension’, ‘Mirrors’, con Kiefer Sutherland, ‘Le colline hanno gli occhi’ […] Il make up sarà curato da Vittorio Sodano, che ha lavorato in oltre 30 produzioni, ricevendo due nominations agli Oscar per ‘Il Divo’ di Paolo Sorrentino e ‘Apocalypto’ di Mel Gibson. Aldo Signoretti sarà l’hair stylist. è un’artista di fama internazionale con oltre 60 produzioni e film come ‘Troy’, ‘Gangs of New York’, ‘Romeo + Juliet’».

Non male, se si aggiunge anche che «la post produzione avverrà in USA e seguita dagli stessi tecnici che insiema hanno realizzato la saga di Guerre Stellari, Indiana Jones e Superman», come se questo fosse garanzia di qualcosa.

Al di là del truccatore e del parrucchiere, e dei rispettivi Oscar, la consulenza storica viene rivendicata dalla Lega Nazionale di Trieste, il cui Presidente Paolo Sardos Albertini spiega proprio sul Giornale che «L’iniziativa ha la lodevole aspirazione di far conoscere la vicenda delle foibe a tutto il mondo, attraverso le sale cinematografiche, sul modello di Schindler’s List».

Negli stessi giorni, oltre agli imbarazzanti dettagli di cui sopra, sul sito dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD) si scrive qualcosa che comincia a puzzare di bruciato, ovvero che «la produzione del film vuole ringraziare per l’aiuto e la collaborazione: la Lega Nazionale e il suo Presidente, Avv. Paolo Sardos Albertini, il Comune di Trieste, il Sindaco Roberto Dipiazza, Il Vice Sindaco Paris Lippi e l’Assessore alla Politiche Culturali e Museali, Massimo Grego [in realtà si chiama Greco Ndr], Provincia di Trieste e la Regione Friuli Venezia Giulia l’associazione Nazionale Vittime del Dovere d’Italia e il Presidente Cav. Andrea Fasanella Il Ministero della Difesa, lo Stato Maggiore dell’Esercito e lo Stato Maggiore della Difesa, la Guardia di Finanza il Ministero degli Interni e il Dipartimento di Pubblica Sicurezza, l’on. Isidoro Gottardo e il Gruppo Consiliare Regionale del PDL, Mario Maffi, nostro consulente storico» e ovviamente «tutti gli abitanti di Trieste che vorranno collaborare con la produzione del film».

Come se non bastasse, si annuncia che «una parte dei profitti del film […] sarà devoluta al Children’s Hospital di Los Angeles».
Sembra quasi troppo bello per essere vero, ma notoriamente chi dubita è un disfattista.

Qui sotto, la locandina del film recuperata dagli oscuri recessi della pagina imdb.com di e su Kaylin/Zeppellini. Anche questa potrebbe essere opera di qualche artista che ha meritato l’Oscar, ma in mancanza di notizie certe, meglio non sbilanciarsi.

Locandina del film Foibe

Cosa sono quei segni lì? Sono peli? È Giobbe Covatta?

Dopo tanto scalpore, visto che evidentemente una produzione statunitense sulle foibe «con 152 ruoli, uno dei più grandi film corali della storia oltre migliaia di comparse» può esistere solo nella fantasia e nella megalomania di certa gente, non resta che diffondere ancora più fumo per nascondere l’assenza dell’arrosto.

3. «Smarmella tutto!»

Enzo Iacchetti

Forse è lo stesso regista, stupito dal credito ricevuto, a confondersi e lasciarsi prendere la mano. Ad ogni modo, la cosa funziona per alcuni mesi, con una serie di iperboli tali che, assieme a quanto ricostruito finora, rendono davvero difficile credere che in così tanti abbiano abboccato.
Il primo “lavori in corso” è datato maggio, quando sul solito Piccolo si legge che «Alessandro Haber, Enzo Iacchetti e Nicolas Vaporidis reciteranno una parte nel film Foibe» oltre a «Claudio Gioè, Claudio Castrogiovanni, Gianni Bruschetta [sic, in realtà è Ninni Bruschetta, il “Duccio” della serie TV Boris], Giobbe Covatta, Karolina Porcari, Gianpiero Cognoli, Filippo Guttuso, Fabio Camilli, Elio D’Alessandro e Andrea Lehotska».

Foibe, si annuncia, sarà presentato il 10 febbraio 2013.

Ad agosto l’ultimo fuoco d’artificio, con Enzo Iacchetti che al Festival Idea Format Tv dichiara di avere accettato la regia (o co-regia) del film.

«Dal 26 settembre fino alla Befana riprendo Striscia la Notizia […] Quindi a maggio sarò a Trieste per fare il regista di Foibe.»

Poi, ovviamente, più niente. Perché il film non esiste. Non è mai esistito. Non potrebbe mai esistere, siamo seri.

Zeppellin

Non sarebbe stato difficile fare una ricerca su Google, nonostante i vari pseudonimi di Zeppellini e il continuo cambio nei nomi delle società coinvolte (Listen o Silent production con o senza la esse finale). Questo evento romano ad esempio, datato 2008, non ha mai avuto luogo e nel comunicato stampa un giornalista coscienzioso avrebbe trovato diverse piste da seguire.

4. La voce di Wikipedia

Del film Foibe è interessante la pagina su Wikipedia, pubblicata da un IP salentino nel gennaio 2013. Poco prima di pubblicare quest’inchiesta, abbiamo dato l’annuncio su Twitter e subito la voce è stata cancellata, dopo più di tre anni di onorato servizio.

È sull’enciclopedia libera che la produzione del film Foibe diventa un fatto compiuto. «È stato girato a Trieste», assicura la voce. Un migliaio di comparse… e nessuno le ha viste!

screenshot_film_foibe_WP

Screenshot della voce Foibe (film). Catturato in data 31/01/2016. La pagina è stata pubblicata il 23 gennaio 2013 da un utente anonimo con l’IP 79.46.248.247. Clicca per ingrandire. Qui la copia della voce salvata su Wayback Machine.

Immediatamente dopo la sua creazione, la voce non viene intercettata dall’attività di patrolling – letteralmente, “pattugliamento delle ultime modifiche” –, procedura routinaria di vaglio delle nuove pagine create su Wikipedia svolta per la gran parte dei casi da utenti amministratori. Il patrolling riveste un ruolo importante per la credibilità del dispositivo Wikipedia, perché grazie a questa attività si possono individuare e cancellare prima che facciano danni, in primo luogo alla reputazione della stessa Wikipedia, voci autopromozionali o palesemente non enciclopediche, oppure vere e proprie voci bufala, su temi o fatti inesistenti.

È plausibile immaginare che il “pattugliatore” incappato nella voce Foibe appena creata – sorvolando sulla valutazione riguardo all’autopromozionalità di una voce dedicata a un film solamente annunciato – si sia fatto trarre in inganno dal riferimento a fonti esterne, che confermavano la notizia di un film in fase di lavorazione. Questi link, presenti in calce alla voce (Il Piccolo e Movie Player) e reperibili con una sbrigativa ricerca su Google, sono stati sufficienti per dare credibilità alla voce stessa. E il serpente si morde la coda: l’esistenza della voce su Wikipedia fa da pezza d’appoggio per menzionare il film in nuove pagine su foibe e dintorni.

Alla data di oggi, la pagina «Discussione» della voce riporta un solo rilievo: «Giobbe Covatta non fa parte del cast di questo film.»

Come già per Assassini nella storia, libro inesistente rimasto come fonte per lunghissimo tempo (guarda caso in una voce sempre connessa alle mitografie del confine orientale), anche per il film Foibe si pone il seguente problema: come si fa a dimostrare che un’opera non esiste? Se il criterio per certificare l’esistenza di qualcosa è la sua presenza su Google, ne consegue che qualsiasi cosa presente su Google automaticamente esiste.

Nel caso del kolossal CON 12 OSCAR E 20 NOMINATIONS, se ne possono reperire consistenti tracce su portali di associazioni o testate giornalistiche a prima vista attendibili, per cui ad un’interpretazione rigida del secondo pilastro di Wikipedia risulta perfettamente plausibile e coerente che una bufala a cui credettero decine di giornali e associazioni di esuli si materializzi e si riproduca ad libitum dalle pagine dell’enciclopedia libera. Se ci credi, niente è impossibile, specie su Google e se riguarda il confine orientale.

Da qui si comprende l’importanza e l’urgenza di una corretta didattica sul tema: a chi viene fatto credere che i morti italiani in Istria e Dalmazia abbiano superato di gran lunga quelli della Shoah – è stato detto qui – è facile poi far credere qualsiasi cosa, anche l’esistenza di un kolossal sulle foibe più epocale di Schindler’s List.

Resta da chiedersi, e anzi lo chiediamo, se il film abbia ricevuto dei finanziamenti e, se sì, da chi.

Forse, per trovare una risposta, potremmo ripartire dalla già citata nota (auto)biografica di Zeppellini/Kaylin. Per la precisione, dal punto in cui si dice che, a causa di Foibe, the young genius «has decided to permanently leave Europe».

Quel che è certo è che dal 2013, come ha scritto Sandi Volk, sull’intera operazione «è stato fatto calare un pietoso e provvidenziale silenzio», perché «parlarne avrebbe fatto coprire di ridicolo, se non peggio, un certo mondo delle organizzazioni degli esuli».

To be continued, con l'annunciato film Rosso Istria, il film "Rosso Istria", attendibile fin dalla locandina, che non mostra affatto profughi istriani ma civili francesi in fuga dai nazisti nel 1940, come già analizzato qui. Ancora una volta, come nel caso della fucilazione di Dane, si spacciano per vittime dello «slavocomunismo» quelle che nella realtà furono vittime dei nazifascismo.

E la saga continua, con il più volte annunciato film Rosso Istria. 
Operazione attendibile fin dalla locandina, che non mostra affatto profughi istriani ma civili francesi in fuga dai nazisti nel 1940, come già analizzato qui.
Ancora una volta, come nei casi dei fucilati di Dane e degli impiccati di Premariacco, si spacciano per vittime dello «slavocomunismo» quelle che in realtà furono vittime del nazifascismo.
L’Italia che nel 1940 invase la Francia e nel 1941 invase la Jugoslavia non solo non ha mai fatto i conti con quelle aggressioni e coi relativi crimini di guerra, ma coltiva un immaginario predatorio, nel quale sequestra e occupa abusivamente lo spazio delle proprie vittime.
Buon Giorno del Ricordo.

* Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.

febbraio 2016

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 10 Febbraio 2016 13:17

Tre anni di Ri-Maflow: il mutuo soccorso non si può arrestare

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Gigi Malabarba - tratto da http://www.communianet.org

Abbiamo festeggiato in questo inizio del 2016 il terzo anno di RiMaflow: il percorso di riappropriazione e di rimessa in funzione della produzione in autogestione da parte degli ex operai della Maflow di Trezzano sul Naviglio. Il progetto iniziale si fondava sul riuso e riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche in direzione di una scelta ecologista, frutto di una decisa scelta politica indubbiamente rafforzata dalla crisi economica e ambientale che stiamo vivendo.

Ma, come tutte le sperimentazioni – e in particolare per quelle che intendono costruire un’attività economica attraverso un risarcimento sociale da parte della proprietà e non attraverso l’indebitamento della lavoratrici e dei lavoratori licenziati – era necessario sottoporre a verifica la concreta possibilità di cimentarci con il ciclo di smaltimento dei rifiuti, perché di questo si tratta quando si vogliono recuperare le materie prime da elettrodomestici, pc e così via. In secondo luogo, andava (e va) contemperato il progetto di fondo con la produzione di reddito immediato in assenza di capitali alle spalle, sia per vivere (gli ammortizzatori sociali sono terminati da un pezzo), sia per pagare le utenze e tutto il fabbisogno quotidiano di un’area di 30mila metri quadrati.

È per questo che si era sviluppato il mercato dell’usato, come circuito virtuoso che consentisse a noi e a un altro centinaio di disoccupati di ‘far girare’ la piccola economia di sussistenza di RiMaflow: vendita di oggetti da svuotamento di cantine e uffici, piccole riparazioni, bar, ristorazione popolare e attività culturali e di spettacolo.
Questo meccanismo di autofinanziamento ha funzionato bene per oltre due anni, consentendoci di pianificare quelle attività di produzione in direzione ecologista che avevamo in programma: il riciclo (RAEE e bancali in legno), ma anche la distribuzione e trasformazione dei prodotti agricoli delle realtà contadine che si collocano in alternativa alla grande distribuzione (GDO), da SOS Rosarno al Parco agricolo Sud Milano.

I bastoni fra le ruote da parte di chi dovrebbe aiutare i cittadini

Tutto bene finché, più che la proprietà (UniCredit), l’amministrazione comunale di Trezzano, eletta nel 2014 dopo un periodo di commissariamento prefettizio (il Sud-Ovest milanese è ad altissima densità mafiosa), ha iniziato a comminare una raffica di denunce, accompagnate da sanzioni economiche in nome di una “legalità” del tutto arbitraria (come la presunta violazione del PGT per aver avviato attività commerciali in area industriale!). Provvedimenti che paradossalmente hanno colpito sia RiMaflow che la stessa proprietà, creando un cortocircuito infernale, mentre fino ad allora avevamo potuto destreggiarci tra quelle contraddizioni che si verificano sempre al momento della chiusura di uno stabilimento, con tutti gli strascichi legali che normalmente ne conseguono.

Ciò ha rappresentato un colpo gravissimo a tutto il progetto di recupero della fabbrica, da cui siamo riusciti ad uscire da una parte sacrificando il mercato dell’usato interno, il bar e il piccolo ostello per migranti (ritenuto “albergo abusivo”!), e dall’altra vincendo politicamente il braccio di ferro col Comune, grazie al forte appoggio di tutto o quasi l’associazionismo del territorio. In sede di Prefettura a Milano sono state ritirate denunce e sanzioni e si è posta formalmente sul tavolo la “regolarizzazione dell’occupazione” attraverso un contratto di comodato d’uso, come ci eravamo ripromessi fin da subito. Sulla base dell’esempio delle fabbriche recuperate argentine, la conquista del titolo giuridico per avviare un’attività economica con lavoratori in regola e non al nero è un punto imprescindibile.

Ora siamo nel pieno dell’attuazione di questa nuova fase. Il mercato dell’usato non è più all’interno del sito, ma il Comune ha dovuto concedere uno spazio fisso apposito in una zona centrale di Trezzano ai circa 50 espositori organizzati nell’Associazione Occupy Maflow, che da mesi ormai sviluppano un proprio progetto economico. Dopo mesi di gravi difficoltà materiali siamo ora ritornati al livello delle entrate precedenti, garantite un tempo dalla presenza del mercato interno, attraverso la realizzazione di numerosi laboratori artigianali raggruppati nella “Cittadella dell’altra economia”: tre falegnamerie (di cui una per recupero bancali), tappezziere, riparazione pc-cellulari-elettrodomestici, creazioni artistiche con riuso materiali, modellistica e restauro mobili.

Il buon rapporto costruito con il territorio è stato ed è fondamentale per il consolidamento dell’esperienza. Tra le tante iniziative, sicuramente la donazione di 30 pc da parte del nostro laboratorio alle scuole di Trezzano ha creato una fortissima simpatia da parte degli insegnanti e delle famiglie, ricambiata da visite reciproche e gesti di solidarietà concreta. Così come le attenzioni alle esigenze dei Comitati di quartiere, alle cooperative sociali dei disabili, all’Anpi, ai boy scout dell’Agesci e alle attività antimafia promosse dalla sede regionale di Libera, insediatasi in uno dei numerosi beni confiscati alla ‘ndrangheta a poca distanza da RiMaflow.

È su questa onda che si è arrivati a dar vita a una ATS, associazione temporanea di scopo, dal significativo nome di “Casa del Mutuo soccorso”, tra la Cooperativa RiMaflow, la Cooperativa I.E.S. della Caritas e l’Associazione Libera: sarà RiMaflow in qualità di capofila dell’ATS a stipulare il contratto di comodato d’uso con Unicredit al tavolo prefettizio. Lo scopo dell’ATS ripropone la stessa iniziale ambizione dell’avvio dell’occupazione: dar vita a una rete di economia sociale e solidale per ricreare 300 posti di lavoro a regime: un numero uguale o anche superiore a quello dei licenziati con la chiusura della fabbrica.

Nuovo rapporto città-campagna e riciclo del RAEE

Due importanti momenti di incontro ci hanno consentito di mettere a punto alcuni altri aspetti del piano di lavoro. A fine ottobre 2015 si è tenuta in RiMaflow l’assemblea nazionale della rete di Genuino Clandestino: circa 350 partecipanti si sono confrontati per tre giorni sulle strategie del mondo rurale ‘fuorimercato’, attraverso un rinnovato rapporto tra città e campagna. In particolare, uno dei tavoli ha discusso della proposta nata a Trezzano di costruire una “distribuzione autogestita”, sulla base dell’esperienza ormai triennale realizzata con SOS Rosarno, Mondeggi Bene Comune, Sfrutta Zero di Bari e altre realtà di Genuino Clandestino.

RiMaflow, in collaborazione con gli spazi sociali milanesi, sta già realizzando infatti un’embrionale alternativa alla GDO per una serie di prodotti a “garanzia partecipata”, mettendo in connessione i produttori con un circuito di circa 60 gas e costituende cucine popolari. Non si tratta di realizzare in piccolo una GDO, ma di superare diseconomie e costruire relazioni sociali con l’obiettivo di muoversi in direzione di alternative economiche più generali, fondate sul mutuo soccorso.

In questo ambito abbiamo allo studio, insieme a una delle realtà di Campi Aperti di Bologna, la realizzazione di micromalterie per birrifici artigianali: sarebbe un bel contributo metalmeccanico alla realizzazione di filiere complete di produzione e distribuzione, che si affiancherebbe alle produzioni agroalimentari già sperimentate in questi anni.

Negli ultimi tempi, grazie a un contatto del collettivo di Attac, si è riaffacciata concretamente la possibilità di rimettere in moto il percorso iniziale sul riuso-riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche, finalizzato al recupero delle materie prime. L’opportunità ci è data dal Consorzio Equo di Leinì, che da anni porta avanti un lavoro di recupero di metalli regolarizzando l’attività di numerosi ragazzi della comunità Rom e Sinto. Dai primi incontri è apparsa un’immediata convergenza politico-sociale e una possibile sinergia attraverso la costruzione di un polo di recupero per il nostro territorio. Le esperienze accumulate e le autorizzazioni già presenti in Equo per il trasporto e lo smaltimento potrebbero consentire a RiMaflow di accelerare i tempi per rilanciare l’intervento sul RAEE, affiancando altre lavoratrici ed altri lavoratori oltre a quelli attualmente impiegati.

Nel frattempo anche il bar e la piccola ristorazione per fornire 40-50 pasti al giorno sono di nuovo tornati in funzione, regolari al di là delle diffide, in quanto mensa aziendale della Cooperativa e somministrazione riaperta come Cral “RiMaflow Fuorimercato – Casa del Mutuo soccorso”. E non meravigliatevi di ritrovare a breve anche lo “spaccio” dei prodotti agricoli, perché anche il mutuo soccorso non si può arrestare

*Fonte: http://www.italia.attac.org/joom-attac/

4 febbraio 2015

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